#intellettuali italiani del XX secolo
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gregor-samsung · 5 months ago
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LA NOSTRA SCUOLA
La nostra scuola è privata. È in due stanze della canonica più due che ci servono da officina. D’inverno ci stiamo un po’ stretti. Ma da aprile a ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca! Ora siamo 29. Tre bambine e 26 ragazzi. Soltanto nove hanno la famiglia nella parrocchia di Barbiana. Altri cinque vivono ospiti di famiglie di qui perché le loro case sono troppo lontane. Gli altri quindici sono di altre parrocchie e tornano a casa ogni giorno: chi a piedi, chi in bicicletta, chi in motorino. Qualcuno viene molto da lontano, per es. Luciano cammina nel bosco quasi due ore per venire e altrettanto per tornare. Il più piccolo di noi ha 11 anni, il più grande 18. I più piccoli fanno la prima media. Poi c’è una seconda e una terza industriali. Quelli che hanno finito le industriali studiano altre lingue straniere e disegno meccanico. Le lingue sono: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il tedesco. Francuccio che vuol fare il missionario comincia ora anche l’arabo. L’orario è dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera. C’è solo una breve interruzione per mangiare. La mattina prima delle otto quelli più vicini in genere lavorano in casa loro nella stalla o a spezzare legna. Non facciamo mai ricreazione e mai nessun gioco. Quando c’è la neve sciamo un’ora dopo mangiato e d’estate nuotiamo un’ora in una piccola piscina che abbiamo costruito noi. Queste non le chiamiamo ricreazioni ma materie scolastiche particolarmente appassionanti! Il priore ce le fa imparare solo perché potranno esserci utili nella vita. I giorni di scuola sono 365 l’anno. 366 negli anni bisestili. La domenica si distingue dagli altri giorni solo perché prendiamo la messa. Abbiamo due stanze che chiamiamo officina. Lì impariamo a lavorare il legno e il ferro e costruiamo tutti gli oggetti che servono per la scuola. Abbiamo 23 maestri! Perché, esclusi i sette più piccoli, tutti gli altri insegnano a quelli che sono minori di loro. Il priore insegna solo ai più grandi. Per prendere i diplomi andiamo a fare gli esami come privatisti nelle scuole di stato.
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Brano tratto dalla lettera dei ragazzi di Barbiana ai ragazzi di Piadena dell’1 novembre 1963 raccolta in:
Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana, a cura di Michele Gesualdi, Milano, A. Mondadori (collana Oscar n° 431), 1976 [1ª Edizione: 1970]; pp. 167-168.
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mypickleoperapeanut · 1 year ago
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Tornabuoni Arte"
Giovedì 30 novembre 2023, Roberto Casamonti nella Galleria Tornabuoni Arte sul Lungarno Cellini, con il suo coinvolgente entusiasmo, ha presentato l’Antologia scelta 2024, che immancabilmente raccoglie le opere di Arte moderna e contemporanea più significative e importanti selezionate nel corso dell’ultimo anno, frutto dell’attento lavoro di ricerca della Tornabuoni Arte e del suo staff durante tutto il 2023.
Le opere sono state presentate nella sede istituzionale di Firenze Lungarno Cellini, 3 e durante tutto l’anno 2024 nelle altre sedi italiane di Milano, Roma e Forte dei Marmi.
Dal 12 dicembre, proprio nella sede milanese verrà presentata infatti una selezione di circa 30 delle opere più rappresentative del catalogo Antologia moderna e contemporanea.
L’Antologia scelta 2024 ha come prefazione un interessante saggio dal titolo Cronistoria, a firma della storica dell’Arte Sonia Zampini, che introduce al ricco apparato fotografico, oltre che alle accurate schede delle singole opere.
La mostra segue idealmente il percorso tracciato da Zampini nel suo testo, un percorso che attraversa il Novecento fino ai giorni nostri, scandito in periodi definiti, che tiene conto di come “la Storia dell’Arte sia espressione diretta del divenire dei tempi, in grado di persistere e mantenere vivo il suo respiro nel trascorrere degli accadimenti.”
La Storia d’altronde “determina il contesto in cui crescono e si affermano le definizioni del pensiero e le espressioni intellettuali e artistiche ad esso collegate.”
L'Antologia scelta 2024 è un'importante occasione per ammirare alcune delle opere più significative dell'Arte moderna e contemporanea.
La Mostra offre un'ampia panoramica delle tendenze artistiche che hanno caratterizzato gli ultimi cento anni, e rappresenta un'occasione preziosa per conoscere le opere di alcuni dei più grandi artisti del XX e XXI secolo.
La Mostra Antologia scelta 2024 presenta un'ampia selezione di opere di Artisti italiani e internazionali di Arte moderna tra cui :
Umberto Boccioni, Giacomo Balla, Gino Severini, Giorgio de Chirico, Carlo Carrà, Amedeo Modigliani, Marc Chagall, Pablo Picasso, Henri Matisse, Salvador Dalí, René Magritte, per l'Arte contemporanea : Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Jean-Michel Basquiat, Keith Haring, Jeff Koons, Damien Hirst, Gerhard Richter, Sigmar Polke, Cy Twombly, Anselm Kiefer, Francesco Clemente, Mimmo Paladino, Enzo Cucchi, Sandro Chia, Mario Schifano, Lucio Fontana, Piero Manzoni
La mostra Antologia scelta 2024, inaugurata a Firenze giovedì 30 novembre 2023, resterà aperta fino al 27 novembre 2024.
La Mostra Antologia scelta 2024 a Milano sarà inaugurata il 12 dicembre 2023 e resterà aperta fino al 27 novembre 2024.
Riccardo Rescio per I&f Arte Cultura Attualità
Ministero della Cultura Ministero del Turismo ENIT - Agenzia Nazionale del Turismo Città di Firenze Cultura
Ufficio Stampa
Davis & Co.
Borgo degli Albizi, 14 - 50122 Firenze
Tel. +39 055 2347273
e.mail: [email protected] / www.davisandco.it
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personal-reporter · 2 years ago
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Cultura e arte italiana
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La cultura e l'arte italiana sono famose in tutto il mondo per la loro bellezza, originalità e storia, abbracciando molte forme d'arte, come il cinema, il teatro e la musica. In questo articolo, esploreremo le bellezze della cultura e dell'arte italiana e il motivo per cui sono così importanti. Il cinema italiano è stato uno dei pilastri della cultura italiana del XX secolo. Il cinema neorealista italiano è stato uno dei più grandi contributi del paese alla cultura cinematografica mondiale. Questo movimento cinematografico si è sviluppato negli anni '40 e '50, con registi come Vittorio De Sica, Federico Fellini e Roberto Rossellini. Questi registi hanno mostrato il vero volto della società italiana e hanno raffigurato la lotta quotidiana delle persone comuni in Italia. Oggi, il cinema italiano è molto popolare in tutto il mondo, con registi come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Luca Guadagnino che hanno ottenuto un grande successo internazionale. Il cinema italiano continua a raccontare storie originali e a toccare temi importanti, come la politica, la religione, la famiglia e la società italiana. Il teatro italiano è un'altra forma d'arte importante nel paese. Il teatro italiano è rinomato per il suo talento e la sua creatività. L'Italia è la patria di grandi drammaturghi come Luigi Pirandello, Dario Fo e Eduardo De Filippo. Il teatro italiano moderno è caratterizzato da una grande varietà di stili, da quello tradizionale a quello sperimentale. La musica italiana è famosa in tutto il mondo per la sua bellezza e la sua varietà. L'Italia ha prodotto alcune delle voci più famose della storia della musica, come Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti e Laura Pausini. La musica italiana è caratterizzata da melodie romantiche e testi commoventi che parlano d'amore, di vita e di amicizia. Ogni regione italiana ha le sue tradizioni musicali, come il canto polifonico della Sardegna e la tarantella del Sud Italia. Oltre alla musica, l'Italia ha una lunga tradizione di danza. La danza italiana è nota per la sua grazia e la sua bellezza, con balletti come il "Lago dei cigni" di Tchaikovsky e "Romeo e Giulietta" di Prokofiev, che hanno radici nella cultura italiana. Ma l'arte italiana non si limita al cinema, al teatro e alla musica. L'Italia è la patria di alcuni dei più grandi artisti della storia, come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello. L'arte italiana è caratterizzata da un grande realismo, una grande attenzione per i dettagli e l'uso di colori brillanti e vivaci. L'Italia ha una lunga e ricca storia culturale che si riflette nei suoi monumenti, nei suoi musei e nei suoi siti archeologici. Le città d'arte come Roma, Firenze, Venezia e Napoli ospitano alcuni dei più grandi tesori dell'arte e dell'architettura mondiale. Il patrimonio culturale dell'Italia è stato riconosciuto dall'UNESCO, che ha incluso 55 siti italiani nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità. Tra questi siti, ci sono la città di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., la città di Roma con il Colosseo e il Pantheon, la città di Firenze con la Galleria degli Uffizi e il Duomo di Santa Maria del Fiore, e la città di Venezia con la Basilica di San Marco e il Ponte di Rialto. La cultura e l'arte italiana hanno avuto un enorme impatto sulla cultura mondiale, influenzando molti artisti e intellettuali. Ad esempio, l'opera italiana ha influenzato la musica classica europea e americana, e l'arte italiana ha influenzato il Rinascimento e il Barocco. La cultura italiana continua ad essere una fonte di ispirazione per molti artisti in tutto il mondo. Inoltre, la cultura italiana è molto importante per l'economia del paese. Il turismo culturale è una delle principali fonti di reddito per l'Italia. Infatti, il turismo culturale rappresenta circa il 30% dei visitatori stranieri in Italia ogni anno. Il turismo culturale è un'industria importante che genera posti di lavoro e crea ricchezza per il paese. In sintesi, la cultura e l'arte italiana sono una fonte di orgoglio per il paese. Il cinema, il teatro, la musica e l'arte italiana sono state una fonte di ispirazione per molti artisti in tutto il mondo. Inoltre, la cultura italiana ha avuto un impatto significativo sulla cultura mondiale e ha contribuito alla creazione di un patrimonio culturale globale. Il turismo culturale in Italia è un'industria importante che genera reddito e posti di lavoro. La cultura e l'arte italiana sono state in grado di resistere alla prova del tempo e continuano a essere apprezzate e rispettate in tutto il mondo. L'Italia è un tesoro culturale che ogni viaggiatore dovrebbe avere la possibilità di scoprire e apprezzare. Read the full article
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carmenvicinanza · 3 years ago
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Peggy Guggenheim. Una donna con l’ossessione per l’arte
https://www.unadonnalgiorno.it/peggy-guggenheim/
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Mi sono dedicata interamente alla mia collezione. Una collezione è impegnativa. Ma è quello che desideravo e ne ho fatto il lavoro di una vita. Io non sono una collezionista. Io sono un museo.
Peggy Guggenheim è la più famosa collezionista di opere d’arte del XX secolo.
Il suo contributo alla storia dell’arte contemporanea è stato importantissimo. Ha scovato talenti sconosciuti e portato alla gloria le avanguardie del suo tempo.
La Collezione Peggy Guggenheim di Venezia è uno dei più importanti e visitati musei italiani sull’arte europea e americana della prima metà del XX secolo.
Peggy è il vezzeggiativo di Marguerite Guggenheim nata a New York il 26 agosto 1898 in una famiglia ricca e influente. Suo padre, Benjamin Guggenheim, industriale dell’acciaio di origine ebraica, aveva fatto fortuna nell’estrazione dell’argento e del rame. La madre, Florette Seligman apparteneva a una delle più importanti famiglie di banchieri americani.
Giovanissima, ereditò una cospicua somma di denaro dalla perdita del padre, morto nell’affondamento del Titanic, quando lei aveva 14 anni.
Anticonvenzionale e desiderosa di emancipazione  e conoscenza, lavorando in una libreria di New York,  ebbe modo di frequentare importanti circoli culturali e conoscere molti intellettuali dell’epoca tra cui Laurence Vail, pittore dadaista che sposò a Parigi nel 1922 contro la volontà della sua famiglia e da cui ebbe un figlio e una figlia, Sinbad e Pegeen. Nei salotti bohémien della capitale francese, strinse amicizie con artisti come Man Ray, per cui poserà, Constantin Brâncuși e Marcel Duchamp.
Divorziata nel 1928, in uno dei suoi tanti viaggi incontrò lo scrittore inglese John Holms con cui ebbe un’intensa storia d’amore fino alla morte di lui, nel 1934.
Nel 1938 ha aperto a Londra, Guggenheim Jeune, dando inizio a una carriera che ha influenzato significativamente il corso dell’arte del dopoguerra. La prima mostra venne dedicata alle opere di Jean Cocteau, a cui fece seguito la prima personale inglese di Vasily Kandinsky e di altri artisti che sono rimasti immortali.
Con l’intento di trasformare la sua collezione in un vero e proprio museo, cominciò ad acquistare in maniera compulsiva un gran numero di opere d’arte da raccogliere e portare in salvo in patria perché intanto era scoppiata la seconda Guerra Mondiale e lei era di origine ebrea.
Con i nazisti alle porte, chiese al Louvre di custodire la sua collezione, ma il museo rifiutò non ritenendola abbastanza importante. Spedì quindi le opere imballate nascoste tra articoli domestici su una nave verso gli Stati Uniti. Mise in salvo anche molti artisti pagando loro la fuga verso New York, tra questi c’è Max Ernst, che, nel 1941, divenne il suo secondo marito.
Nel 1942 inaugurò la galleria Art of This Century dove esordienti artisti americani ebbero modo di entrare in contatto con l’avanguardia europea, in particolare con il Surrealismo. Tra questi c’era uno sconosciuto Jackson Pollock che, da carpentiere che era, divenne uno dei più importanti pittori del secolo scorso.
Nel 1943 divorziò anche da Ernst che l’aveva tradita con un’artista che aveva esposto.
Nel 1946, quando era ormai già una mecenate famosissima, la sua autobiografia, Una vita per l’arte, sconvolse la popolazione per la sincerità con cui descriveva il disinteresse per i figli, la voracità sessuale e l’ossessione unica per la propria collezione.
Con la fine del conflitto si è trasferìita a Venezia dove acquistò il Palazzo Venier dei Leoni sul Canal Grande, per ospitare la sua collezione. Durante i lavori di ristrutturazione, prestò le proprie opere alla Biennale, segnando il destino della città lagunare come nuovo polo dell’arte contemporanea.
Tappa obbligata per qualsiasi artista o collezionista che passava per la città, Peggy Guggenheim dava continuamente pranzi, cene e feste, famose per l’eterogeneità dei suoi ospiti (da Andy Warhol a Patty Pravo) e anche per il cattivo gusto in fatto di cibo e vino, cosa che contribuì alla nomea che fosse  avara in tutto ciò che non era arte.
Aveva un amore spropositato anche per i cani, ne ha avuto 57 in vent’anni. Il suo museo, sogno di una vita, aprì i battenti nel 1951.
Gli alloggi privati, aperti al pubblico solo dopo la sua morte, raccolgono opere fatte su misura per lei.
Ci fu un’eccezionale acqua alta il 4 novembre 1966 che sommerse la città di Venezia ma che, fortunatamente, non le arrecò alcun danno perché la sua collezione era stata spedita a Stoccolma per una mostra.
Nel 1969 sua figlia Pegeen, che aveva intrapreso la carriera artistica, si suicidò a Parigi a soli 42 anni. Peggy sopravvisse al dramma rifugiandosi in maniera ancora più ossessiva nell’arte.
Il Solomon Guggenheim Museum di New York, che apparteneva a suo zio, le chiede di acquisire la collezione, accettò a patto che le opere restassero a Venezia, nacque così il primo museo intercontinentale, ponte tra l’Europa e l’America.
Peggy Guggenheim è morta il 23 dicembre 1979, è sepolta nel giardino del suo museo insieme a tredici dei suoi cani.
Ha passato la sua intera esistenza a aiutare artisti emergenti nella sua febbrile ricerca attraverso i due continenti. È stata una donna libera, tanto discussa quanto ammirata. La sua sconfinata passione per l’arte, che si può considerare una vera ossessione, l’ha resa un personaggio unico e ci ha consentito di godere di opere di artisti che forse, senza il suo supporto, non ce l’avrebbero mai fatta.
Nel 1997 è stato inaugurato un altro fondamentale polo dell’arte contemporanea che porta il suo nome e ospita le sue opere, il Guggenheim Museum di Bilbao che, in brevissimo tempo, è diventato il simbolo e la maggior attrazione della città basca.
Venezia, nel 2008, le ha dedicato la mostra Poi arrivò Peggy in onore del 60º anniversario del suo arrivo in città.
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marcogiovenale · 3 years ago
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12 ottobre, h. 18, cineteca di bologna: "la macchia di inchiostro". su roberto roversi
12 ottobre, h. 18, cineteca di bologna: “la macchia di inchiostro”. su roberto roversi
da: facebook.com/events/244962784242855 Nel panorama dei grandi scrittori e intellettuali italiani del XX secolo, Roberto Roversi è stato uno dei pochi a fare della sua stessa vita il manifesto delle sue scelte politiche e culturali, mantenendosi nell’ombra per poter operare in totale autonomia dall’industria culturale. L’allestimento da parte di una giovane compagnia teatrale del suo testo…
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pangeanews · 7 years ago
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I banditi: 4 libri per salvarci dall’Apocalisse culturale (prima che sia troppo tardi)
Li ho chiamati i banditi. Sono quei libri – e sono tantissimi – perduti nella palude dell’oblio, andati fuori catalogo o al macero. Banditi, appunto, dalle librerie e dai cataloghi editoriali. Banditi – in questo caso, perché, sia chiaro, se un libro è inutile meglio dimenticarlo il prima possibile – in quanto pericolosi. Sono libri che fanno pensare, che scavalcano le norme, che esulano dalle banalità, che si elevano dal domestico ‘intrattenimento’ buono per solleticare le voglie dei beoni. Perché ce li siamo dimenticati? Semplice:
a) i lettori italiani sono mediamente scemi: ingurgitano, come i maiali, tutto quello che il mercato gli propone, meglio se mediocre, insapore e a buon mercato;
b) gli editori italiani brindano allegramente sull’idiozia dei lettori. Bastano le stronzate stampate ogni dì, perché far fatica a rovistare tra le meraviglie e pubblicare libri che – per l’eccesso di genio lì conservato – possono sconvolgere la mente di un cittadino civilmente scemo e cautamente corrotto?;
c) i critici, gli intellettuali, i prof hanno svenduto l’intelligenza per una cattedra, per una seggiola nello scantinato di un editore transatlantico, per una brandina al sole di un grande quotidiano nazionale: che gli frega di confrontarsi con testi che li incenerirebbero, per giunta scritti da morti – ergo: creature che non possono ricambiare il favore?
Scavando tra le catacombe dell’editoria, vagando nella Pompei dei cataloghi editoriali ormai in frantumi, ho estratto 9 libri assoluti. Partiamo da qui per reagire allo schifo e rivoluzionare l’editoria italiana.
* Antimemorie, André Malraux. L’autobiografia romanzata di un genio che ha fatto la storia della letteratura (leggete almeno La via dei re e La condizione umana), la storia dell’arte (l’intuizione del ‘Museo Immaginario’ saldata nello studio Il cranio di ossidiana) e la storia di Francia (è plenipotenziario della cultura con De Gaulle) andrebbe adottata nelle scuole. Dal Vietnam alle scorribande in Cambogia, dalla rivoluzione cinese alla Seconda guerra, dagli incontri con Nehru, capo di Stato indiano, alla battaglia elettorale in Guadalupa, le Antimemorie sono il regesto della vita geniale di un inquieto, come se il Marlow di Joseph Conrad fosse dissezionato da Freud. Molti passaggi sono memorabili: “avendo vissuto nell’incerto regno dello spirito e della finzione che è proprio agli artisti, poi in quello del combattimento e della storia, avendo conosciuto a vent’anni un’Asia la cui agonia metteva ancora in luce che cosa significasse l’Occidente, ho incontrato varie volte, ora umili ora abbaglianti, quei momenti in cui l’enigma fondamentale della vita appare a ciascuno di noi come appare a quasi tutte le donne davanti al viso di un bambino, a quasi tutti gli uomini davanti al viso di un morto”. Le Antimemorie furono pubblicate in Francia nel 1967 e nel 1968 da Bompiani.
Il ponte, Hart Crane. Harold Bloom è uno che si ostina a fare il critico letterario, non ha timore di giudicare, e lotta per salvare il genio dalla sovrastante marea dello schifo. Secondo lui, Hart Crane è uno dei più grandi poeti del Novecento. “Ricordo ancora l’effetto che le poesie di Hart Crane ebbero su di me quando le lessi per la prima volta, a dieci anni. Probabilmente non le capii se non imperfettamente, ma la forza del metro e del linguaggio e la costante portata della visione del poeta mi catturarono e rimasi paralizzato dallo stupore”. Proprio questa è la scossa scatenata delle poesie di Crane: ti paralizzano. Crane, il dolente ‘maledetto’ della poesia americana, che mescola la rivoluzione copernicana di Ezra Pound alle folate liriche di Percy Bysshe Shelley, morì suicida, a 31 anni, gettandosi da una barca nel Golfo del Messico. Il canto del poeta, Orfeo sinistro, risuonò negli abissi, tra anemoni e pesci fluorescenti. Come testamento Crane ci lascia Il ponte, il poema della malinconia e della furia Usa, fitto di urti, di abbagli, di vertigini: “Oh insonne come il fiume sottostante,/ tu che scavalchi con un arco il mare/ e la zolla sognante delle praterie, slanciati/ verso le nostre bassezze, e qualche volta scendi,/ e con la tua curvatura presta un mito a Dio”. A volte Hart, elegante e depresso, sembra possedere la stessa sapienza di Thomas S. Eliot e di Dylan Thomas. Pubblicato nel 1930, questo classico della poesia americana sbarca in Italia, per merito di Roberto Sanesi, nel 1967, stampa Guanda. Nel 1984 lo ristampa Garzanti.
Diari, Julien Green. Chirurgo delle inquietudini, Julien Green, lo scrittore americano che diventò accademico di Francia e desiderava vivere in Italia – plurinovantenne tentò di acquistare la villa di Caterina Sforza a Forlì – editorialmente, per fortuna, funziona ancora. I suoi romanzi e i racconti, spesso tradotti con penna magistrale – Leviatan fu trattato da Vittorio Sereni – da Mezzanotte a Il visionario, da Suite inglese a Viaggiatore in terra e Vertigine, sono ancora disponibili per il lettore di buona volontà. Peccato che l’opera somma di Green, necrofilo dell’ego e cleptomane della meraviglia, siano i Journal intime, i diari, scritti per tutta la vita e suddivisi in diciannove volumi, parzialmente tradotti in Italia (i primi tre tomi, dal 1928 al 1943, sono comparsi nella collana Mondadori ‘Arianna’, dedicata a “Diari, Memorie, Epistolari”, presto defunta, per mano di Libero de Libero; altri sono passati per La locusta, Rusconi, Mursia) ma ormai scomparsi. Con imparziale levigatezza, sereno come Marco Aurelio e cinico come Montaigne, Green assembla riflessioni sulla Storia del mondo (“Fotografie di soldati tedeschi che risalgono i Campi Elisi; in fondo, l’Arco di Trionfo. C’è una specie di perfezione spaventosa nell’umiliazione della Francia, qualcosa che richiama irresistibilmente un ricordo di versetti biblici”) e sulla storia del suo ombelico (“A New York. Stanco d’essere sempre me stesso. S’è mai detta una perola di questa tristezza?”), brandelli onirici (“sognato di vedere un leone che suonava l’arpa”) e impressioni di lettura (“…ho aperto la Divina Commedia al primo canto del Purgatorio che ho letto in una specie di rapimento… ho sentito che dietro il sogno orribile in cui s’agita l’umanità oggi, resta per sempre una realtà immutabile, serena, eternamente beata”) con una sagacia impareggiabile, che consola. Meglio dialogare con Julien Green che con troppi onesti umani in carne e ossa.
I passi perduti, Alejo Carpentier. La parola al totem, Harold Bloom. “Carpentier, a eccezione di Borges, è indubbiamente il genio della narrativa latinoamericana nella sua fase grandiosa, durante la seconda metà del XX secolo”. Secondo Bloom, “i tre romanzi più importanti” di Carpentier, scrittore imprevedibile nato da una russa e da un francese ma cubano per passione e castrista per fede, sono Il regno di questo mondo (1949), I passi perduti (1953) e Il secolo dei lumi (1962), e “hanno pregi letterari almeno pari a Finzioni di Borges e a Cent’anni di solitudine di Garcia Marquez”. Un tempo in libreria, stampati (e ristampanti) da Longanesi, Einaudi, Sellerio, ora non ci sono più. Il secolo dei lumi, “una delle massime opere in lingua spagnola del Novecento” – così la tonante ‘quarta’ dell’edizione Sellerio – narra gli effetti della Rivoluzione francese nei Caraibi. La vera protagonista è “la Macchina”, la ghigliottina, “nuda e scarna, nuovamente piantata sopra il sonno degli uomini, come una presenza – un’avvertenza – che ci riguardava tutti senza eccezioni”. I passi perduti, tuttavia, è un romanzo più sottile, che dilaga nel cupo corpo come un pitone. Si narra la catabasi di un antropologo nella foresta amazzonica. Partito per cercare alcuni strumenti musicali dei primordi, scopre i precordi del vivere – “ora, seduto su questa pietra, vivo il silenzio: un silenzio venuto da così lontano, denso d’altri silenzi, che vi acquisterebbe la parola un fragore cosmico”. Più che altro, una esperienza dei sensi linguistici: Carpentier costruisce una cattedrale vegetale di verbi, in cui gli aggettivi sono una letale lussuria. Inevitabile innamorarsi.
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tmnotizie · 5 years ago
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PESARO – Per la serie “Pesaro Storie”, mercoledì 27 novembre 2019 alle ore 17,30 nella sala del Consiglio comunale (piazza del Popolo, 1) in collaborazione con il Comune di Pesaro (assessorato alla Bellezza) viene presentato il libro La guerra per il Mezzogiorno- Italiani, borbonici e briganti 1860-1870 (Laterza 2019, pp. 498) di Carmine Pinto (Università degli studi di Salerno).
Il Grande brigantaggio continua a interrogarci. Se la fine del regno delle Due Sicilie completa – per così dire – l’unificazione della Penisola, il vasto brigantaggio che subito si attiva nelle terre al di qua del Faro è sintomo della complicata partecipazione del Sud all’evento risorgimentale.
Il brigantaggio si protrarrà per un decennio mobilitando ufficiali, sottufficiali e soldati, vescovi e parroci, briganti, prefetti, deputati, intellettuali, artisti. Non è uno scontro locale, perché coinvolge attori di tutt’Italia e d’Europa; e neppure una guerra tradizionale, perché i briganti e il regio esercito – ma anche i volontari meridionali unitari – si sfidano a lungo e con estrema durezza in una guerriglia sanguinosa, assai lontana dalle glorie risorgimentali.
In quella lotta si mescolano, fra l’altro, lo scontro tra gli unitari italiani e l’autonomismo borbonico; il conflitto tra assolutismo e liberalismo; la lotta tra gruppi di potere, tra fazioni e interessi che frammentano le stesse città e le campagne meridionali coinvolte in una spietata guerra civile..
Per la novità di materiali e di documenti usati, e per la vastità delle ricerche compiute, La guerra per il Mezzogiorno offre pagine che innovano tante interpretazioni fino a oggi date per acquisite. Pagine che sollecitano pure una riflessione propria dei tempi nostri: per quanto l’autore sottolinei la lontananza delle vicende che ricostruisce, il lettore non può non interrogarsi sul senso e sul valore dell’unità nazionale.: allora, e oggi.
Carmine Pinto è ordinario di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Salerno. Si occupa di sistemi politici e partiti del Novecento, di guerre civili e movimenti nazionali nel XIX secolo, concentrandosi sui conflitti mediterranei e latino americani nel XIX secolo, sulla guerra nell’Ottocento italiano e sui sistemi politici del XX secolo. Ha insegnato in università europee e latino americane, ed è membro di comitati di redazione di riviste italiane e internazionali.
Ingresso libero fino a esaurimento dei posti
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spazioliberoblog · 7 years ago
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di NICOLA R. PORRO ♦
Partiti vs populismi: una vecchia storia
Riprendo con un certo sollievo il mio girovagare attorno al tema controverso del populismo. Il sollievo discende dal fatto che il voto del 4 marzo ha se non altro liberato le mie riflessioni dal sospetto di analisi strumentali e di approcci contingenti. Mi propongo di tornare sull’analisi del voto più avanti, quando disporremo di una lettura più completa dei dati e degli effetti di ritorno indotti dall’esito – peraltro in buona parte previsto e prevedibile – della consultazione. Chi ha la pazienza di seguirmi avrà probabilmente intuito, infatti, che sto sviluppando una ricerca sul nesso fra insorgenze populistiche e crisi di legittimità del modello democratico come si era venuto configurando in Occidente a partire dal secondo dopoguerra. Lo scambio di idee con i lettori del blog costituisce perciò per me un’opportunità preziosa di confronto, verifica e chiarificazione e ho recepito con piacere i contributi dialettici pervenuti al mio ultimo articolo.
Uno di essi si concentra sul rapporto fra insorgenze populistiche – fenomeno a scala planetaria di cui l’Italia presenta tuttavia alcune varianti interessanti – ed effetti della globalizzazione. I vecchi populismi si formarono fra XIX e XX secolo nel contesto delle nazionalizzazioni incipienti e della nascente industrializzazione. I nuovi populismi interpretano, al contrario, le contraddizioni della globalizzazione e le incertezze dell’economia postindustriale. Di qui aspetti chiave del problema, che segnalano elementi di continuità ma anche nitide cesure fra le due stagioni e i due paradigmi politici. Intendo trattarne distesamente più avanti proprio per la rilevanza della questione.
L’altro contributo, segnalando il rischio di analisi influenzate da pregiudizio ideologico, sottolinea invece la relazione fra affermazione dei nuovi populismi e crisi dei vecchi partiti.
Senza saperlo, l’amico intervenuto ha anticipato una questione che avevo in animo di trattare a breve e che, incoraggiato dalla sollecitazione ricevuta, cercherò di sviluppare qui. Senza ovviamente pretendere di esaurire l’ampia problematica cui il tema rinvia.
Damiani pone la questione del rapporto fra insorgenze populiste, da un lato, e crisi di legittimità e/o di rappresentanza dei partiti tradizionali, dall’altro. Argomento di grande rilevanza, ma anche questione storicamente antica, risalendo ad almeno un secolo fa. Soprattutto in Europa, dove fra Ottocento e Novecento aveva preso forma il modello del partito di massa, la denuncia circa la degenerazione della democrazia rappresentativa venne condotta da un’agguerrita scuola di pensiero, denominata élitismo. Era composta in gran parte da intellettuali nostalgici del vecchio ordine politico-sociale, insofferenti delle pretese di emancipazione delle classi popolari, spaventati dal suffragio universale e dall’abolizione dei privilegi di censo. Ferocemente ostili allo sviluppo delle grandi organizzazioni di massa, interpretavano la formazione del professionismo politico come una perversione propria della nascente democrazia dei partiti. Pensatori come Vilfredo Pareto o Gaetano Mosca, di chiaro orientamento conservatore, erano coerenti con una visione aristocratica del potere e scettici rispetto alla capacità di esercizio della democrazia da parte delle vituperate “masse”. In quegli anni Gustave Le Bon aveva fornito una rappresentazione inquietante della “psicologia delle folle” che, facendo leva sulla loro presunta irrazionalità, sembrava confermare il pregiudizio antipopolare che ispirava quelle analisi. Roberto Michels proveniva invece dalle file del socialismo, da cui si era allontanato condannandone le derive oligarchiche. Pochi anni dopo, la sua abiura si sarebbe tradotta in aperta adesione al fascismo. Questi aristocratici del pensiero politico muovevano alla democrazia dei partiti e ai movimenti di massa critiche non molto diverse e non meno astiose di quelle che alimentano l’antipartitismo populistico dei nostri giorni. Pareto aveva parlato di circolazione delle élite, giustificando persino l’eversione mussoliniana in quanto risposta all’incapacità dei processi democratici di favorire il ricambio delle élite del potere. Mosca avrebbe costruito tutto il suo sistema di pensiero sull’analisi di una classe politica, quella postrisorgimentale, per definizione predatoria ed esclusivamente interessata alla difesa dei propri privilegi. Michels si sarebbe addirittura appellato alla “legge ferrea delle oligarchie” per giustificare la filosofia di una radicale disintermediazione: via sindacati e partiti e potere legittimato esclusivamente dal carisma di un capo. Faceva discendere da qui la necessità storica della rivoluzione fascista, sorvolando disinvoltamente sul suo carattere liberticida. La psicologia di Le Bon accreditava, da parte sua, una presunta  irrazionalità dei comportamenti collettivi, giustificando implicitamente la legittimazione per via carismatica dell’autorità politica. Il connubio fra pensiero conservatore e argomenti che riaffiorano periodicamente nell’alveo culturale del populismo non costituisce insomma un inedito.
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È dunque singolare ma non sorprendente che, un secolo dopo, i paladini della ggente riproducano così dettagliatamente quella rappresentazione della politica. Comune al vecchio e al nuovo è l’antipolitica eretta a sistema di pensiero e a valore politico. Un sentimento e una visione non confinata nel recinto della scienza politica. L’insofferenza per la democrazia rappresentativa come si andava costruendo nel fuoco della Grande Trasformazione – avendo la nazionalizzazione e l’industrializzazione come i due processi sociali portanti del mutamento politico -, presenta un vasto repertorio. Comprende storici, sociologi e critici sociali come Thomas Carlyle e Hyppolite Taine. Ispira alcuni fra i maggiori scrittori del XIX secolo, come Dumas, Stendhal, Balzac, Eliot, Flaubert, Dickens, Daudet, Oscar Wilde, Maurice Barrès e persino Émile Zola. Fra gli italiani, basta leggere le pagine di Francesco Domenico Guerrazzi (Il secolo che muore), di Antonio Fogazzaro (Daniele Cortis), di Vittorio Bersezio (Corruttela) o di Matilde Serao (La conquista di Roma) per avere un’idea assai viva del risentimento diffuso contro il ceto politico del tempo, non ancora ribattezzato casta. Non ci sono quasi scrittori europei attivi nell’epoca della sorgente democrazia parlamentare che non abbiano intinto la penna nel veleno per descrivere parlamentari corrotti e spregevoli affaristi, sistematicamente in combutta con speculatori, giornalisti prezzolati e malavitosi politicamente protetti. Il brodo di coltura dei populismi si alimenta della mistica della plebe, ma è spesso nutrito di sensibilità letterarie, estetiche e intellettuali tutt’altro che dozzinali.
Questi umori, fatti circolare a piene mani in un’opinione pubblica non ancora dotata di robusti anticorpi culturali, insieme agli effetti traumatici della Prima guerra mondiale, contribuirono a fornire argomenti e slogan di pronto impiego ai fascismi europei sin dagli anni Venti del Novecento. Mostrando chiaramente come un’ispirazione genuinamente populista non fosse affatto in contraddizione con una visione del mondo gerarchica e persino totalitaria. Il populismo fascista soffiò abilmente sul fuoco delle tensioni sociali dilagate dopo la Grande Guerra. Di suo aggiunse la formidabile intuizione di rendere i sudditi complici plaudenti del proprio asservimento. Mussolini, come Hitler o Stalin o i peggiori satrapi del populismo, avevano ben chiaro come in un regime politico privo di anticorpi pedagogici le masse possano preferire il rassicurante ordine delle catene alle inquietudini e ai rischi della libertà. Forse, però, il giudizio più perspicace su queste vicende lontane e attuali al tempo stesso rimane quello di Antonio Gramsci.
Per il pensatore sardo, la causa principale della resa ingloriosa della democrazia parlamentare all’offensiva fascista stava nell’incapacità delle forze politiche liberali di affermare una egemonia culturale sulla società italiana. L’elaborazione di un progetto di Stato, nutrito di sentimenti (il patriottismo in un Paese pervenuto tardivamente all’unità politica), di valori condivisi (l’interesse generale), di un sistema di diritti e anche di esperienze diffuse (a cominciare dall’uso di una sola lingua nazionale), veniva prima della stessa capacità politica e organizzativa di contrastare la minaccia totalitaria. Gramsci intuiva insomma la natura del populismo come insidiosa alternativa alla formazione di un’egemonia civica e culturale che non fosse più prerogativa esclusiva delle vecchie élite. Un’egemonia non populista proprio perché si sarebbe fondata  sull’emancipazione delle masse lavoratrici, sociologicamente partorite dall’industrializzazione e dalla democratizzazione, anziché sull’eccitazione demagogica delle loro paure. Da qui una condanna senza appello per quella parte maggioritaria della borghesia italiana che, incapace di realizzare una riforma “intellettuale e morale” delle forze politiche affermatesi con il Risorgimento e il suffragio universale, aveva consegnato il Paese al fascismo e alla sua rappresentazione rozzamente populistica delle relazioni sociali. Va anche ricordato come la critica gramsciana non si sottraesse a un giudizio preoccupato sulle incipienti trasformazioni dei partiti di massa, compresi quelli di ispirazione comunista. Negli anni Trenta la critica (implicita ed esplicita) mossa dall’intellettuale incarcerato al marxismo dogmatico e alle derive totalitarie dello stalinismo, discendeva in buona misura dalle sue riflessioni sull’egemonia. Nell’ottica gramsciana, insomma, il consenso al populismo, nelle forme proprie del primo Novecento, sembra rappresentare una sorta di limbo, di turbolento stato intermedio che si profila quando le vecchie idee non hanno più potere ordinativo e le nuove non si sono ancora configurate. Quando le tenebre della notte si diradano e la luce non illumina ancora il nuovo giorno la penombra si popola di mostri.
Non è detto che questa analisi, con le dovute variazioni, non conservi una qualche validità a un secolo di distanza. Spesso ondate elettorali populiste hanno rappresentato non tanto una scelta di campo alternativa quanto piuttosto una sorta di consenso-rifugio che sollecitava una più adeguata offerta politica. Il qualunquismo italiano dilagò nelle urne nell’immediato dopoguerra per svanire poi repentinamente non appena i grandi partiti di massa riuscirono a tessere una nuova e più efficiente rete di relazioni e di rappresentanza con le grandi masse popolari.
Secondo la visione gramsciana, Mussolini avrebbe intercettato una profonda crisi di legittimità sia delle vecchie forme partito sia dei ceti dominanti inserendosi in una crepa sociale e culturale che la codardia dei monarchici,  la violenza squadrista e le divisioni delle forze democratiche avrebbero spinto nella voragine della dittatura. Un esempio da manuale di come i populismi (in questo caso nella loro versione nazionalistica e reazionaria, incarnata dalle figure eponime di Mussolini prima e di Hitler poi) proliferino sempre come risposta a una crisi di legittimità e a un’abdicazione di ruolo e funzioni da parte delle forze democratiche organizzate. Ciò non esime tuttavia dall’esigenza di operare distinzioni ulteriori entro la generica categoria di populismo.Ogni forma di populismo possiede una natura ambigua. L’arte della propaganda populista si riduce quasi sempre alla pars destruens promuovendo di sé l’immagine più accattivante, quella che veste i panni della protesta contro i soprusi della casta e gli abusi di oscuri poteri annidati in ogni ganglio della società.  La pars construens, viceversa, si limita all’evocazione di una velleitaria democrazia diretta facilmente riducibile a una delega permanente a un nuovo ceto politico, composto nella realtà da ristrette conventicole di agitatori di professione. Anche questi aspetti accomunano vecchi e nuovi populismi, fatti ovviamente salvi i diversi contesti storici e profili politico-culturali. L’esito paradossale è stato spesso quello di sottrarre le classi dirigenti (non solo quelle propriamente politiche), le stesse organizzazioni di massa e le istituzioni rappresentative, a legittime ragioni di contestazione. La forza elettorale dei populismi è stata spesso alimentata dall’ambiguità ideologica che si traveste di nuovismo e offre ai disorientati uno sfogatoio senza prospettive o un’area di parcheggio in attesa di tempi migliori.
Negli anni Settanta-Ottanta, una figura leader del pensiero democratico europeo, il tedesco Jürgen Habermas, aveva spiegato anche il ciclo di protesta del decennio precedente come il prodotto di una diffusa crisi di legittimità. Essa avrebbe interessato, a suo parere, non solo le istituzioni parlamentari postbelliche ma anche le forze che si erano opposte ai totalitarismi, dal liberalismo alla socialdemocrazia alle forze di ispirazione cristiana. Nella loro diversità, tanto i movimenti di lotta più radicali, quasi sempre di ispirazione marxista o neomarxista, quanto le aggregazioni tematiche (single issue movement) di orientamento ambientalista, pacifista, femminista ecc. stavano esprimendo fratture culturali e domande politiche che avrebbero gemmato un nuovo paradigma. Vedremo più da vicino la prossima volta come i populismi (prendiamo ancora provvisoriamente per buona questa “definizione che non definisce”) si siano sviluppati come un torrente carsico nel secondo dopoguerra. Configurandosi come una sorta di reazione – il più delle volte effimera – a una più generale crisi di legittimità delle istituzioni democratiche classiche, ma anche come il prodotto di una contaminazione di esperienze, culture e sensibilità molto eterogenee e non sempre di facile classificazione. Di per sé, nessun movimento populista ha sinora generato un nuovo paradigma. La sfida populista potrebbe tuttavia stimolare la ricerca di nuovi paradigmi capaci di sottrarsi alla tenaglia fra vaniloquio di pura protesta e supina accettazione dell’esistente. Dovremo perciò concentrarci su una lettura meno generica del vagheggiato cambio di paradigma.
NICOLA R. PORRO
POPULISMO E POPULISTI (III) di NICOLA R. PORRO ♦ Partiti vs populismi: una vecchia storia Riprendo con un certo sollievo il mio girovagare attorno al tema controverso del populismo.
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gregor-samsung · 9 months ago
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" Il fascismo non era, come credevano i liberali, una parentesi, una malattia pur grave ma non mortale, bensì l'esplosione virulenta di mali endemici dello sviluppo della società italiana (la mancata Riforma, il Risorgimento rivoluzione fallita, il trasformismo della classe dirigente dopo l'Unità, la prima rivoluzione industriale avvenuta a vantaggio del Nord e a danno del Sud), e di vizi cronici del popolo italiano (cinismo, indifferenza, «o Francia o Spagna purché si magna», e prima di tutto il proprio «particulare»): anche Rosselli avrebbe ripetuto il giudizio di Gobetti, per cui il fascismo è stato «l'autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell'unanimità, che rifugge dall'eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia e dell'entusiasmo».* Ma non era neppure, come credevano i comunisti, un momento necessario e finale del grande conflitto storico tra la borghesia nell'ultima fase imperialistica e il proletariato nella sua prima fase rivoluzionaria, bensì l'espressione catastrofica e insieme irrazionale di una grande crisi di civiltà, in cui non soltanto l'Italia e la Germania ma tutto il mondo civile era stato coinvolto. Se solo un fatto rivoluzionario poteva mettere fine al fascismo, questo fatto doveva dar vita a un regime diverso tanto dalla democrazia liberale prefascista quanto dal comunismo sovietico. Questo fatto rivoluzionario era la Resistenza, purché fosse intesa non come guerra di liberazione nazionale e neppure come guerra di classe, ma come guerra popolare attraverso cui avviene non soltanto lo scardinamento del regime prefascista a cominciare dall'istituto monarchico, ma anche la rigenerazione di un popolo oppresso da secoli di governi di rapina: come guerra politica (non soltanto militare o civile) che, proprio in quanto guerra politica, avrebbe addestrato il popolo alla nuova democrazia. Uno dei compiti in cui si riconobbero la maggior parte dei gruppi che parteciparono alla Resistenza sotto l'insegna del Partito d'Azione fu quello della trasformazione della guerra di liberazione nazionale in «rivoluzione democratica», o altrimenti lo sbocco della Resistenza in una nuova società in cui fossero poste le premesse per l'attuazione di una «democrazia integrale». "
*Carlo Rosselli, Socialismo liberale, Torino, 1979, p. 117.
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Norberto Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano, Garzanti (collana gli elefanti / saggi), 1990, pp. 183-184.
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personal-reporter · 2 years ago
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Cultura e arte italiana
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La cultura e l'arte italiana sono famose in tutto il mondo per la loro bellezza, originalità e storia, abbracciando molte forme d'arte, come il cinema, il teatro e la musica. In questo articolo, esploreremo le bellezze della cultura e dell'arte italiana e il motivo per cui sono così importanti. Il cinema italiano è stato uno dei pilastri della cultura italiana del XX secolo. Il cinema neorealista italiano è stato uno dei più grandi contributi del paese alla cultura cinematografica mondiale. Questo movimento cinematografico si è sviluppato negli anni '40 e '50, con registi come Vittorio De Sica, Federico Fellini e Roberto Rossellini. Questi registi hanno mostrato il vero volto della società italiana e hanno raffigurato la lotta quotidiana delle persone comuni in Italia. Oggi, il cinema italiano è molto popolare in tutto il mondo, con registi come Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Luca Guadagnino che hanno ottenuto un grande successo internazionale. Il cinema italiano continua a raccontare storie originali e a toccare temi importanti, come la politica, la religione, la famiglia e la società italiana. Il teatro italiano è un'altra forma d'arte importante nel paese. Il teatro italiano è rinomato per il suo talento e la sua creatività. L'Italia è la patria di grandi drammaturghi come Luigi Pirandello, Dario Fo e Eduardo De Filippo. Il teatro italiano moderno è caratterizzato da una grande varietà di stili, da quello tradizionale a quello sperimentale. La musica italiana è famosa in tutto il mondo per la sua bellezza e la sua varietà. L'Italia ha prodotto alcune delle voci più famose della storia della musica, come Luciano Pavarotti, Andrea Bocelli, Eros Ramazzotti e Laura Pausini. La musica italiana è caratterizzata da melodie romantiche e testi commoventi che parlano d'amore, di vita e di amicizia. Ogni regione italiana ha le sue tradizioni musicali, come il canto polifonico della Sardegna e la tarantella del Sud Italia. Oltre alla musica, l'Italia ha una lunga tradizione di danza. La danza italiana è nota per la sua grazia e la sua bellezza, con balletti come il "Lago dei cigni" di Tchaikovsky e "Romeo e Giulietta" di Prokofiev, che hanno radici nella cultura italiana. Ma l'arte italiana non si limita al cinema, al teatro e alla musica. L'Italia è la patria di alcuni dei più grandi artisti della storia, come Leonardo da Vinci, Michelangelo e Raffaello. L'arte italiana è caratterizzata da un grande realismo, una grande attenzione per i dettagli e l'uso di colori brillanti e vivaci. L'Italia ha una lunga e ricca storia culturale che si riflette nei suoi monumenti, nei suoi musei e nei suoi siti archeologici. Le città d'arte come Roma, Firenze, Venezia e Napoli ospitano alcuni dei più grandi tesori dell'arte e dell'architettura mondiale. Il patrimonio culturale dell'Italia è stato riconosciuto dall'UNESCO, che ha incluso 55 siti italiani nella lista del patrimonio mondiale dell'umanità. Tra questi siti, ci sono la città di Pompei, distrutta dall'eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., la città di Roma con il Colosseo e il Pantheon, la città di Firenze con la Galleria degli Uffizi e il Duomo di Santa Maria del Fiore, e la città di Venezia con la Basilica di San Marco e il Ponte di Rialto. La cultura e l'arte italiana hanno avuto un enorme impatto sulla cultura mondiale, influenzando molti artisti e intellettuali. Ad esempio, l'opera italiana ha influenzato la musica classica europea e americana, e l'arte italiana ha influenzato il Rinascimento e il Barocco. La cultura italiana continua ad essere una fonte di ispirazione per molti artisti in tutto il mondo. Inoltre, la cultura italiana è molto importante per l'economia del paese. Il turismo culturale è una delle principali fonti di reddito per l'Italia. Infatti, il turismo culturale rappresenta circa il 30% dei visitatori stranieri in Italia ogni anno. Il turismo culturale è un'industria importante che genera posti di lavoro e crea ricchezza per il paese. In sintesi, la cultura e l'arte italiana sono una fonte di orgoglio per il paese. Il cinema, il teatro, la musica e l'arte italiana sono state una fonte di ispirazione per molti artisti in tutto il mondo. Inoltre, la cultura italiana ha avuto un impatto significativo sulla cultura mondiale e ha contribuito alla creazione di un patrimonio culturale globale. Il turismo culturale in Italia è un'industria importante che genera reddito e posti di lavoro. La cultura e l'arte italiana sono state in grado di resistere alla prova del tempo e continuano a essere apprezzate e rispettate in tutto il mondo. L'Italia è un tesoro culturale che ogni viaggiatore dovrebbe avere la possibilità di scoprire e apprezzare. Read the full article
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ilcalibano · 7 years ago
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Islamofobia, il nuovo razzismo occidentale
di Enzo Traverso
Una nuova ondata di islamofobia si sta diffondendo in Occidente. Se eletto presidente, Donald Trump ha promesso di espellere tutti i musulmani dagli Stati Uniti e in tutta l’Unione europea le correnti conservatrici reclamano leggi contro l’Islam. L’Islam è percepito come una barbarie e una minaccia alla civiltà “giudeo-cristiana” occidentale, una tendenza che guadagna forza in Francia a seguito di una serie di attacchi terroristici. In questa cultura di estrema xenofobia e pregiudizio, l’idea che i cittadini musulmani siano costretti a indossare una stella gialla e mezzaluna sui loro vestiti, come gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, non sembra più oltre i regni del possibile. Nella prima metà del XX secolo, l’antisemitismo era diffuso un po’ ovunque, dagli strati aristocratici e borghesi – dove stabilì i confini simbolici – all’intellighenzia: molti dei più importanti scrittori degli anni ’30 non nascondevano il loro odio per gli ebrei. Oggi, il razzismo ha cambiato le sue forme ed i suoi obiettivi: l’immigrato musulmano ha sostituito l’Ebreo. Il razzialismo – un discorso scientifico sulla base di teorie biologiche – ha ceduto il passo a un pregiudizio culturale che enfatizza una discrepanza antropologica radicale tra Europa ‘ebraico-cristiana’ e Islam. Il tradizionale antisemitismo, che per un secolo dette forma a tutti i nazionalismi europei, è diventato un fenomeno residuale. Con una sorta di inversione, le commemorazioni dell’Olocausto hanno costruito una sorta di ‘religione civile’ nell’Unione europea. Come in un sistema di vasi comunicanti, l’antisemitismo pre-bellico è diminuito e l’islamofobia è aumentata. La rappresentazione post-fascista del nemico riproduce il vecchio paradigma razziale e, come il precedente Bolscevico ebrao, il terrorista islamico è spesso raffigurato con tratti fisici sottolineando la sua alterità. Le ambizioni intellettuali del post-fascismo, tuttavia, sono notevolmente diminuite. Non vediamo alcun equivalente di Francia ebraica di Edouard Drumont o di Le fondamenta del XIX secolo di Houston Stewart Chamberlain nel nostro momento attuale, né i saggi di antropologia razziale di Hans Günther o André Siegfried. La nuova xenofobia non ha prodotto scrittori come Léon Bloy, Louis Ferdinand Céline e Pierre Drieu La Rochelle, per non parlare di filosofi come Martin Heidegger e Carl Schmitt. L’humus culturale del post-fascismo non si alimenta con creazione letteraria degna di nota – la sua espressione più significativa è un recente romanzo di Michel Houellebecq, Submission, che raffigura la Francia nel 2022 trasformata in una repubblica islamica – piuttosto con una massiccia campagna per conquistare l’attenzione dei media. Molte personalità politiche e intellettuali, i canali televisivi e le riviste popolari che certamente non potevano essere definite come fasciste, hanno contribuito immensamente alla costruzione di questo humus culturale. Potremmo ricordare la famosa dichiarazione di Jacques Chirac – pronunciata nel 1991 – sul ”rumore e l’odore’ degli edifici abitati da immigrati del Maghreb; la prosa infuocata di Oriana Fallaci dei musulmani che ‘si riproducono come topi’ e urinano contro i muri delle nostre cattedrali; la comparazione di ministri neri a scimmie sia in Francia che in Italia; e innumerevoli riferimenti spregiativi all’islam come ‘la religione più stupida’(la religion la plus con). George L. Mosse aveva rilevato che, nel fascismo classico, le parole dette erano più importanti dei testi scritti. In un’epoca in cui la ‘videosfera’ ha sostituito la ‘grafosfera’, non è sorprendente che il discorso post-fascista si diffonda prima di tutto attraverso i media , assegnando un posto secondario alle produzioni intellettuali (che diventano utili – come Submissionnella misura in cui si trasformano in eventi mediatici). Mi sembra che le somiglianze più significative tra l’islamofobia di oggi e il più vecchio antisemitismo evocano il Reich tedesco della fine del XIX secolo, piuttosto che la Terza Repubblica francese. Sin dall’epoca dell’Affare Dreyfus, l’antisemitismo francese stigmatizzava immigrati ebrei provenienti dalla Polonia e dalla Russia, ma il suo obiettivo principale erano gli alti funzionari (Juifs d’Etat) che, sotto la Terza Repubblica, occupavano posizioni molto importanti nella burocrazia, nell’esercito, nelle istituzioni accademiche e nel governo. Il capitano Dreyfus stesso era un simbolo di tale ascesa sociale. All’epoca del Fronte Popolare, il bersaglio dell’ antisemitismo fu Léon Blum, un dandy ebreo e omosessuale che incarnava l’immagine di una repubblica conquistata dall ‘Anti-Francia’. Gli ebrei erano indicati come ‘uno stato nello stato’, una posizione che certamente non corrisponde alla situazione attuale degli africani e delle minoranze musulmane arabe che rimangono ancora enormemente sottorappresentate all’interno delle istituzioni statali dei paesi europei. Così, sarebbe più pertinente il confronto con la Germania guglielmina, in cui gli ebrei furono accuratamente esclusi dalla macchina dello Stato, mentre i giornali mettevano in guardia contro un ‘invasione ebraica’ (Verjudung), che metteva in discussione la matrice etnica e religiosa del Reich. In questo caso, l’antisemitismo giocò il ruolo di un ‘codice culturale’ che ha permesso ai tedeschi di definire negativamente una coscienza nazionale, in un paese turbato dalla rapida modernizzazione e dalla concentrazione ebraica nelle grandi città, dove apparivano come il loro gruppo più dinamico . In altre parole, un tedesco era prima di tutto un nonebreo. In modo simile, oggi l’Islam sta diventando un codice culturale che permette di trovare, con una demarcazione negativa, una perduta ‘identità francese’, minacciata o inghiottita nel processo di globalizzazione. La paura del multiculturalismo e dell’ibridazione (métissage) aggiorna semplicemente la vecchia ansia per la ‘miscela di sangue’ (Blutvermischung). Oggi, il linguaggio è cambiato, ma la prosa di Alain Finkielkraut, che esprime la sua ‘identità infelice’ (identité malheureuse) di fronte a due calamità come il multiculturalismo e un ibridismo erroneamente idealizzato (il métissage di una Francia “BlackBlancBeur “), non si discosta molto da quello di Heinrich von Treitschke. Nel 1880, questo grande storico deplorò l’ ‘intrusione’ (Einbruch) degli ebrei nella società tedesca scrivendo che avevano sconvolto i costumi della Kultur e agito come una forza corruttrice. La conclusione disperata di Von Treitschke è diventata una sorta di slogan: ‘gli ebrei sono la nostra infelicità’ (die Juden sind unser Unglück). Anche se gran parte della transizione dal vecchio anti-semitismo alla presente islamofobia si gioca nei media francesi, essa trova espressione in una figura letteraria: Renaud Camus, uno scrittore che non nasconde i suoi legami con il Fronte Nazionale. Quindici anni fa, Camus si lamentava nel suo diario sulla presenza ebraica schiacciante nei mezzi di comunicazione culturale francese; negli anni successivi, tuttavia, ha spostato la sua attenzione sui musulmani, la cui immigrazione di massa ha prodotto un “ottimo rimpiazzo,” in altre parole, l’ “islamizzazione” della Francia. Appartenendo a una generazione più giovane, anche Michel Houellebecq, che vuole diventare il Céline degli inizi del XXI secolo, ha assunto l’ ‘ottimo rimpiazzo’ come punto di partenza di Sottomissione. E la stessa idea è il cuore di un saggio di successo – 500.000 copie vendute in sei mesi – di Eric Zemmour, Le suicide français, dedicato al declino francese dal 1970 al 2008. Più di recente, l’idea dell’ ‘ottimo rimpiazzo’ era difesa in alcuni degli editoriali di le Figaro. Questa è la modalità in cui post-fascismo sta costruendo la sua egemonia culturale, ben oltre i suoi exploit elettorali. Tuttavia, l’islamofobia non è un semplice surrogato del vecchio antisemitismo, le sue radici sono antiche e possiede una sua tradizione: il colonialismo. Le radici della islamofobia si trovano nella memoria del lungo passato coloniale dell’Europa e, in Francia, della guerra d’Algeria. Il colonialismo ha formato una antropologia politica basata sulla dicotomia tra cittadini e soggetti coloniali – citoyens e Indigènes – che fissava i confini sociali, spaziali, razziali e politici. Anche se questa scissione giuridica codificata sotto la Terza Repubblica era stata rotta, gli immigrati musulmani che sono diventati cittadini francesi continuano ad affrontare una reazione xenofoba, formata da questa antropologia politica, che li percepisce come un agente infettivo, come un ‘popolo all’interno del popolo’. La matrice coloniale dell’islamofobia spiega la sua virulenza e persistenza. Un modo per esaminare la realtà materiale di questi barriere spaziali, razziali e politiche è attraverso la dissoluzione naturale dei nomi di migranti italiani, polacchi e spagnoli in patronimici francesi, un processo che spesso si verifica dopo tre generazioni. Questa dissoluzione contrasta con la persistenza di nomi e cognomi africani e arabi , che rivelano immediatamente i loro titolari come appartenenti a una speciale categoria di secondo ordine; ‘Provenienti dall’immigrazione’ o figli di immigrati. La matrice coloniale dell’ islamofobia ci dà una chiave per comprendere le metamorfosi ideologiche del post-fascismo (molti movimenti di estrema destra, come il Fronte Nazionale in Francia, Lega Nord in Italia, Pegida in Germania e in altre correnti simili in altri paesi dell’UE) , che ha abbandonato le ambizioni imperiali e di conquista del fascismo classico al fine di adottare una posizione molto più conservatrice e difensiva. Esso non vuole conquistare, piuttosto espellere (anche criticando le guerre neo-imperiali svolte dall’inizio degli anni ’90 dagli Stati Uniti ed i loro alleati occidentali). Mentre il colonialismo ottocentesco desiderava compiere la sua ‘missione civilizzatrice’ attraverso le sue conquiste al di fuori dell’Europa, l’islamofobia postcoloniale combatte contro un nemico interno, in nome degli stessi valori. Il rifiuto ha sostituito la conquista, ma le motivazioni non cambiano: in passato, la conquista mirava a sottomettere e civilizzare i barbari; oggi, il rifiuto e l’espulsione hanno lo scopo di proteggere la nazione dalla loro influenza deleteria. Questo spiega i dibattiti ricorrenti sulla laicità e il velo islamico che porta alla legge islamofobica, promulgata in Francia dieci anni fa, che lo vieta in luoghi pubblici. Questo accordo consensuale su una concezione neocoloniale e discriminatoria del secolarismo ha contribuito in modo significativo a legittimare il post-fascismo. Questa ondata di islamofobia, che con la sua bellicosa retorica-‘Siamo in guerra contro il terrorismo’ – posiziona Islam come l’unico nemico legittimato dell’ordine occidentale, che in ultima analisi, alimenta il terrorismo .. I combattenti contro il “fascismo islamico” e i difensori dei ‘valori umani’ hanno anche raggiunto un risultato importante: rendere le vittime delle guerre occidentali in Iraq, Libia e Siria-largamente superiori in numero alle vittime del terrorismo islamico in Europa-in gran parte dimenticate ‘.
traduzione di Maurizio Acerbo
fonte: www.maurizioacerbo.it
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redazionecultura · 8 years ago
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sede: Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto (Torino); cura: Nicoletta Colombo.
Il Museo Accorsi – Ometto presenta una mostra che affronta e indaga, per la prima volta in una visione complessiva, la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni dieci e venti del Novecento. Curata da Nicoletta Colombo e organizzata in collaborazione con lo Studio Berman di Giuliana Godio, l’esposizione presenta 72 opere, di provenienza museale e da importanti collezioni private. La rassegna ripercorre il clima culturale italiano che segna la nascita dell’arte moderna ed esamina le nuove tendenze artistiche del decennio 1910-1920, dando seguito all’indagine sui fenomeni pittorici italiani del secolo XX, inaugurata dal museo con la passata mostra dedicata al “Divisionismo tra Torino e Milano. Da Segantini a Balla”. La mostra prende idealmente l’avvio dal 1910 (anno emblematico segnato dall’uscita del Manifesto dei pittori futuristi e del Manifesto tecnico della pittura futurista), con opere degli autori del Futurismo storico: Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni (Case in costruzione 1910, L’antigrazoso 1912-13), Giacomo Balla (Figure+Paesaggio 1914 e Linee forza di un paesaggio+Giardino 1918, Carlo Carrà (Guerra navale sull’Adratico 1914-1915 e Lacerba e bottiglia 1914), Gino Severini (Natura morta 1918), Luigi Russolo (Chioma. I capelli di Tina 1910-1911), Fortunato Depero (Paesaggio guerresco. Esplosioni giallo e nero e tricolori 1916), Primo Conti (Interno di osteria 1917). Sono rappresentati anche gli esponenti dell’eterodossia futurista e gli indipendenti del movimento, da Enrico Prampolini (Danzatrice 1916) a Mario Sironi (Il borghese 1916), Achille Funi (Autoritratto 1913), Leonardo Dudreville (Eroismo, tragedia, follia, ossessione, asfissia, 1914), Antonio Sant’Elia (Studio per edificio 1913-1914), Adriana Bisi Fabbri e Gerardo Dottori. La sezione futurista include la presenza di due fuoriusciti dalle fila futuriste, Romolo Romani, precursore delle tendenze astrattive, con due opere anticipatrici della poetica boccioniana (Ritratto di Giosuè Carducci 1906 e Ritratto d’uomo 1908)e Aroldo Bonzagni, testimone di un espressionismo di intonazione sociale, qui rappresentato dallo storico dipinto dal titolo Il tram di Monza 1916. Il percorso prosegue con la seconda sezione dedicata ai simbolismi che registrano una persistenza stilistica dal decennio precedente, ora rinnovati in chiave espressionista, di intonazione popolare. La sezione illustra inoltre i secessionismi che coinvolgono i linguaggi artistici giovanili italiani, segnali di un’avanguardia moderata che guardava all’arte coeva d’oltralpe: dai testimoni di Ca’ Pesaro ai partecipanti alle Secessioni romane, agli animatori della Secessioni bolognesi fino i movimenti giovanili napoletani degli anni a ridosso della Grande Guerra. Accanto alle opere di Alberto Martini e di Lorenzo Viani, voci rispettivamente di un simbolismo ed espressionismo maturato a contatto con la cultura europea, trovano spazio i linguaggi secessionisti e primitivisti di Felice Casorati (Marionette 1914), Tullio Garbari (Intellettuali al caffè 1916 e La madre 1916), Umberto Moggioli (Primavera a Mazzorbo 1912), Guido Trentini (Le perle del lago 1914 e La pianta rossa 1915 C.), Gino Rossi (Fiori e foglie 1913), Ubaldo Oppi, Galileo Chini, Cipriano Efisio Oppo (Ritratto di Rosso di San Secondo 1913), Ferruccio Ferrazzi (Le due madri 1913), Enrico Lionne, Carlo Corsi, Garzia Fioresi. Un altro significativo segmento della rassegna è dedicato al primitivismo, tendenza volta al recupero del primordio inteso come azzeramento delle stratificazioni culturali per ritrovare la semplicità e il candore di espressioni popolari, ingenue, ispirate anche ai trecentisti e quattrocentisti italiani, Giotto e Paolo Uccello innanzi a tutti. In rappresentanza del clima primitivista suggestionato dall’opera di Rousseau il Doganiere e di André Derain, autori al tempo celebrati, si articolano le presenze dei dipinti di Carrà, Garbari, Gigiotti Zanini, Pompeo Borra, Alberto Salietti. Il periodo segnato dalla Grande Guerra (1914-1918) dava corpo con maggiore incisività alla crisi delle avanguardie e tracciava il cammino verso il recupero delle forme e del cosiddetto Ritorno all’ordine, fenomeno di portata europea, qui illustrato nella terza e ultima sezione della rassegna. La Metafisica, “l’altra faccia della modernità”, che perseguiva in comune con le avanguardie la rivoluzione dei contenuti ma non quella delle forme, è illustrata in mostra da opere di Giorgio de Chirico (Composizione con biscotti e mostrine 1916), di Carlo Carrà (Le due sorelle 1917), Filippo de Pisis (Natura morta 1920), accostate a saggi della metafisica eterodossa, rappresentata da Mario Sironi e Achille Funi, per approdare alla poetica di “Valori Plastici”, che dal 1918 diffondeva il principio della supremazia culturale e artistica italiana. Nel 1919, con la fine di secessionismi, simbolismi e primitivismi, si avviava una tendenza corale al recupero della classicità in ottica moderna, svolta cioè secondo stili e linguaggi aggiornati, rappresentati da saggi pittorici di Casorati (Le maschere 1921), Soffici (Mele e calice di vino 1919 e Pera e bicchiere di vino 1920), Sironi (Macchina e tram 1919), Rosai (Donne alla fonte 1922), de Chirico (Cocomeri e corazza 1922), Severini (Studio per maternità 1920), Funi (La sorella Margherita con brocca di coccio 1920), Guidi (Figura di donna 1919), De Grada (San Gimignano visto da sud 1922), caratterizzati dai principi di sintesi, costruzione e plasticità, e incamminati con differenti declinazioni verso la successiva temperie del Novecento Italiano degli anni venti.
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Dal Futurismo al ritorno all'ordine - Pittura italiana del decennio cruciale 1910-1920 sede: Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto (Torino); cura: Nicoletta Colombo. Il Museo Accorsi – Ometto presenta una mostra che affronta e indaga, per la prima volta in una visione complessiva, la pittura italiana del decennio cruciale tra gli anni dieci e venti del Novecento.
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gregor-samsung · 5 months ago
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“ A volte penso di appartenere a un’altra specie; questo pensiero che avanza in me assurdo come una mostruosità, contraddetto dall’apparenza ordinaria dei miei tratti e dalla mappa fantastica dei cromosomi, ha il potere di rasserenarmi. Nelle rare lezioni che ascoltai quando vagabondavo per le università, le uniche che ebbero il potere di incatenare la mia attenzione, richiamandomi alla coscienza strane e diverse emozioni, mostravano il mirabile codice della specie. Di esso rimanevo stupita come se la spirale della vita fosse un’altra possibile versione della chiave musicale del violino; una sorta di vibrazione sfuggita alla deflagrazione originaria da cui ogni cosa prese forma. Non volli imparare la catena di formule che, intrecciandosi in una magica danza, non ripeteva mai se stessa e con certezza assoluta custodiva l’identità unica di ogni nuova vita. Mi sembrò sempre che la riduzione di un simile prodigio all’apprendimento sterile del nome scientifico, la sua evocazione dotta e assurda nelle luce morta dei laboratori, avrebbero aperto, attirandola su noi, la catena infinita e ottusa del dolore. Bisogna essere molto ciechi per aggiungere nuove sofferenze all’eredità di dolore lasciata da chi è passato prima di noi!
Così, quando in un paese qualunque, forse nell’emisfero australe o nel silenzio dimenticato degli Incas, qualcuno ha trovato serbata la chiave della vita nel cuore indifferente di una pietra, come se questa fosse la cellula di un corpo o la memoria atomizzata dell’unica esplosione, io ho avuto la conferma di ciò che sempre pensai. Nello spartito della vita, risuoniamo tutti con un’unica nota le cui vibrazioni mutano impercettibilmente per la materia che ci accade di essere. Allo stesso modo, ho orrore dell’onnipotenza feroce, della dogmatica sordità, che traccia il confine fra ciò che è sano e il suo contrario. Tremo di fronte all’arroganza impietosa dei corpi sani, all’oscena prepotenza della loro forza; alla sicumera gloriosa con cui avanzano nell’universo pretendendo di esserne i padroni invulnerabili. Niente è più vano e folle di questa illusione: bisogna essere un po’ di pietra e d’albero; un po’ di mare e di tuono per ricordarsi la nota originaria; bisogna essere un po’ mostri per sentire risuonare la meraviglia e l’orrore di altri mondi lontani. In me vive il dubbio che l’errore genetico, da cui prendono vita creature mostruose e tenerissime; piccoli tartari con gli occhi all’insù, dalla memoria prodigiosa di Pico della Mirandola che suonano a volte come angeli, o vecchi-bambini destinati a vivere un quarto di secolo, nascosti come ragni nelle case per non offendere la proterva salute dei normali, incarni un’altra razza. O forse creature di altri spazi; abitanti di pianeti lontani, i cui frammenti vitali caddero errando, nel luogo sbagliato. Questo spiegherebbe la malinconia commovente di certi occhi fissati nel vuoto, che guardano mondi perduti e sorridono solo a essi, resistendo a tutte le seduzioni della nostra inutile umanità. La follia infine; non so se i suoi segni siano iscritti nell’abbraccio elicoidale della vita e neanche se appartenga al codice segreto di un’altra specie precipitata sulla terra. Credo piuttosto che essa sia un tramite; un sesto senso rimasto aperto per vocazione o per destino, dove le mostruosità svelano la propria origine autentica. In altri luoghi, lontani dagli orridi tavoli vivisettori che in nome della scienza profanano oscenamente i misteri della vita e della morte; in altri tempi da quelli in cui l’angoscia ci stringe a vivere, i folli furono celebrati come creature divine, nelle quali circolava libera la sapienza onnisciente. Erano tempi e luoghi dove la sadica struttura normativa che ci conculca non aveva ancora vinto, né aveva ancora sedotto l’intera umanità al peccato originario dell’invidia e alla pestilenza della sua vanità coattiva. Così essa non tollera che una creatura fugga al giogo delle rivalità fra uguali e, attraverso i mondi della follia, scelga l’identità eversiva a cui lo destinava l’unicità della sua nascita. Con un ukàse che non ammette eccezioni, l’alieno viene piegato all’annientamento dei suoi mondi e il veleno sottile dell’invidia raggiunge il suo centro creativo distruggendone le centraline. Ridotto a un’oscurità senza mostri e a un silenzio senza presagi, finalmente appartiene alla specie. “
Mariateresa Di Lascia, Passaggio in ombra, Feltrinelli (collana I Narratori), 1995¹; pp. 116-117.
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gregor-samsung · 4 hours ago
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Il re che doveva morire
Una volta un re doveva morire. Era un re assai potente, ma era malato a morte e si disperava: - Possibile che un re tanto potente debba morire? Che fanno i miei maghi? Perché non mi salvano? Ma i maghi erano scappati per paura di perdere la testa. Ne era rimasto uno solo, un vecchio mago a cui nessuno dava retta, perché era piuttosto bislacco e forse anche un po' matto. Da molti anni il re non lo consultava, ma stavolta lo mandò a chiamare. - Puoi salvarti, - disse il mago, - ma ad un patto: che tu ceda per un giorno il tuo trono all'uomo che ti somiglia più di tutti gli altri. Lui, poi, morirà al tuo posto. Subito venne fatto un bando in tutto il reame: - Coloro che somigliano al re si presentino a Corte entro ventiquattr'ore, pena la vita. Se ne presentarono molti: alcuni avevano la barba uguale a quella del re, ma avevano il naso un tantino più lungo o più corto, e il mago li scartava; altri somigliavano al re come un'arancia somiglia a un'altra nella cassetta del fruttivendolo, ma il mago li scartava perché gli mancava un dente, o perché avevano un neo sulla schiena. - Ma tu li scarti tutti, - protestava il re col suo mago. - Lasciami provare con uno di loro, per cominciare. - Non ti servirà a niente, - ribatteva il mago. Una sera il re e il suo mago passeggiavano sui bastioni della città, e a un tratto il mago gridò: - Ecco, ecco l'uomo che ti somiglia più di tutti gli altri! E così dicendo indicava un mendicante storpio, gobbo, mezzo cieco, sporco e pieno di croste. - Ma com'è possibile, - protestò il re, - tra noi due c'è un abisso. - Un re che deve morire, - insisteva il mago, - somiglia soltanto al più povero, al più disgraziato della città. Presto, cambia i tuoi vestiti con i suoi per un giorno, mettilo sul trono e sarai salvo. Ma il re non volle assolutamente ammettere di assomigliare al mendicante. Tornò al palazzo tutto imbronciato e quella sera stessa morì, con la corona in testa e lo scettro in pugno.
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Gianni Rodari, Favole al telefono, Einaudi (collana Gli struzzi n°14), 1973⁷; pp. 67-68. [Prima edizione: 1962]
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gregor-samsung · 6 months ago
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“ Disteso sul pagliericcio del carcere, mi sentivo a casa mia, dissi a Chiellino, nel sogno ora stavo bene, ma lui mi svegliò veramente dal bel torpore dell’ultimo sonno con le parole “La campagna si fa lunga”. Il carcere era per lui, come quella della Libia e del fronte italiano, un’altra campagna. Caddi dalla branda. Volli prendere lo straccio, non so se mi spettava, e se pure mi spettava, Chiellino in mia vece era già accoccolato e così, piegato sulle ginocchia, indietreggiava man mano che con lo straccio puliva il pavimento e la striscia bagnata arrivava ai suoi piedi. «No, no, deve venire uno specchio, tu lo lisci, devi calcare; calca forte» mi diceva Chiellino. Calcavo forte e nello sventagliare lo straccio due opposti pensieri, a destra e a sinistra, mi salivano in capo: perché dobbiamo pulirci noi il pavimento? Ecco l’origine della schiavitù. Giappone, perciò, non si abbassa mai, è lì che fischietta e sorveglia, da padrone: lui, ed anch’io, faremmo crescere la polvere dei mesi e degli anni, lui per protestare e chiedere il colloquio e dire al procuratore di provvedere con uno spazzino o con una guardia, io per richiudermi nello sdegno e nell’isolamento, per non darla vinta ai boia, ai comandanti, ai giudici: essi non ci hanno soltanto messi in galera per scacciarci dalle strade, ma così ottengono che ci avvezziamo all’umile ordine interno e che ricreiamo tra noi la gerarchia dei servizi, la necessità di una legge. Loro ci volano sopra, sorridenti e beati come il generale passa a cavallo a dire col mento, col mento suo e con quello del cavallo: “Bravi, voi siete il mio ordine e la mia volontà, il mio regolamento. Fra poco morirete da cani in battaglia; anche questo è previsto”. Noi siamo le pecore e i buoi dei macellai e dei proprietari di bestiame. Così essi mantengono la loro ragione sugli operai, sui contadini, sui pezzenti e il sempre nuovo annuncio del vangelo, ogni giorno e ogni domenica, ripete la legge degli uomini e ognuno dice a se stesso: “Io sono la via, la verità, la vita” e subito corre a comandare alla moglie, ai figli, al fratello più piccolo, al più debole di sé. Il pavimento si bagnava, potevo vedermi la faccia dentro e mi arrestai nel vederla. “
Rocco Scotellaro, L' uva puttanella-Contadini del Sud, Laterza (collana Universale, n° 4; prefazione di Carlo Levi), 1977⁴, pp. 79-80.
[Prime Edizioni originali, postume: Laterza (collana Libri del tempo), 1956-1954]
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gregor-samsung · 9 months ago
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“ Tina, nome di battaglia Gabriella, anni diciassette, giovane come tante nella Resistenza. Non ho mai pensato che noi ragazze e ragazzi che scegliemmo di batterci contro il nazifascismo fossimo eccezionali, ed è questo che vorrei raccontare: la nostra normalità. Nella normalità trovammo la forza per opporci all’orrore, il coraggio, a volte mi viene da dire la nostra beata incoscienza. E così alla morte che ci minacciava, che colpiva le famiglie, gli amici, i paesi, rispondemmo con il desiderio di vita. Bastava aprire la porta di casa per incrociare il crepitare delle armi, le file degli sfollati, imbattersi nella ricerca dei dispersi; partecipare dell’angoscia delle donne in attesa di un ritorno che forse non ci sarebbe stato: ma le macerie erano fuori, non dentro di noi. E se l’unico modo di riprenderci ciò che ci avevano tolto era di imbracciare il fucile, ebbene l’avremmo fatto. Volevamo costruire un mondo migliore non solo per noi, ma per coloro che subivano, che non vedevano, non potevano o non volevano guardare. E se è sempre azzardato decidere per gli altri, temerario arrogarsi il diritto della verità, c’erano le grida di dolore degli innocenti a supportare la nostra scelta, c’era l’oltraggio quotidiano alla dignità umana, c’era la nostra assunzione di responsabilità: eravamo pronti a morire battendoci contro il nemico, a morire detestando la morte, a morire per la pace e per la libertà. Vorrei che voi sfogliaste insieme a me l’album di ricordi, con i volti dei miei tanti compagni di grandi e piccole battaglie, fotografie scattate nei giorni della pace ritrovata, quando ci riconoscemmo simili. Mi rivedo, ci rivedo, con i capelli ricci o lunghi, barbe più o meno incolte, vestiti a casaccio, e tuttavia qua e là spuntano una certa gonna più sbarazzina, scarpe basse ma con le calzette colorate, un fermaglio su una ciocca ribelle, la posa ricercata di un ragazzo, e tutti insieme a guardare diritto l’obiettivo, tutti insieme sapendo che il futuro ci apparteneva, tutti insieme: questa era stata la nostra forza, la nostra bellezza. “
Tina Anselmi con Anna Vinci, Storia di una passione politica, prefazione di Dacia Maraini, Chiarelettere (Collana Reverse - Pamphlet, documenti, storie), 2023; pp. 3-4.
Nota: Testo originariamente pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2006 e nel 2016.
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