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L’8 Febbraio 1848: Gli studenti di Padova protagonisti della prima insurrezione politica. Un giorno che segnò l'inizio di una stagione di rinnovamento politico e sociale
L’8 febbraio 1848 a Padova rappresenta un momento cruciale nella storia italiana. Considerata la prima insurrezione motivata politicamente, questa data vede protagonisti gli studenti dell’Università di Padova, che si fecero interpreti e artefici di un cambiamento epocale.
L’8 febbraio 1848 a Padova rappresenta un momento cruciale nella storia italiana. Considerata la prima insurrezione motivata politicamente, questa data vede protagonisti gli studenti dell’Università di Padova, che si fecero interpreti e artefici di un cambiamento epocale. Questo evento inaugurò una stagione di rinnovamento culturale e politico, anticipando il fervore che avrebbe caratterizzato…
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Piccola riflessione cinica avvenuta qualche minuto fa: Per cazzeggiare,io e mia madre stavamo vedendo alcune esibizioni storiche di Sanremo e c'è una cosa che mi ha colpito. Durante l'esibizione Corsi/Topo Gigio lei era tutta presa bene perché "ah, qualcosa di originale e creativo" tuttavia quando le ho fatto vedere l'esibizione di Loredana Bertè col pancione in "Re" e quella di Lauro con Fiorello (quello dove è vestito da sposa) faceva continuamente facce disgustate esordendo con "se vi piace questo 😒😒" e "si,ma non può fare sto circo". La cosa mi ha fatto scervellare perché non capisco come sia possibile che cantare con un pupazzo scemo sia percepito come arte,ma fare molto show, adeguato tra altro al tema della canzone (pancione=canzone sulla gravidanza/caos totale=canzone sulla propria indipendenza)venga visto come un circo
La risposta a cui sono giunta, purtroppo , è che "Topo Gigio" è una cosa socialmente accettabile ed apolitica rispetto alle altre apertamente provocatorie ("Re" parla di autonomia femminile e "Me ne frego" è costruita sul sottotesto queer,"lei che dice a me voglio te,se cantato da una donna,è di un lesbo assurdo) Il che diventa, di conseguenza,anche la spiegazione dietro lo strano successo di questo festival Telemeloni: in Italia essere controcorrente va bene solo se si è "mediocri". Va bene essere strani,se con strani si intende "normali e buoni" rispetto al bullo cattivo. La retorica nice-guy applicata ad un paese. E si è vista dai risultati. (La canzone incel di Fedez,Cristicchi il fascio, OLLY!!)
Sia chiaro, questo non vuole mirare a sminuire e/o esaltare questo o quel artista (musicalmente parlando la canzone di Lucio è sicuramente meglio di quelli che portarono Loredana e Lauro, che in discografia hanno pezzi decisamente migliori), però mi sembra chiaro che il suo essere accettato positivamente da universo mondo nonostante le stranezza è perché è percepito, paradossalmente,come la normalità. E questo in realtà si applica sia all'ambito musicale (va bene essere la copia di Graziani/De Gregori perché sono cantautori veri. Ma se fai trap ti uccidono,anche se sei l'unico originale) ma anche alla mentalità italiana. Bho,sta cosa mi ha messo tristezza
#robe mie#italian tag#sanremo#sanremo 2025#scusate ma sta roba me la tenevo da un po'#da quando ho iniziato a notare che TUTTI hanno usato “volevo essere un duro”#mi spiace ma se sei universalmente gradito significa che forse non sei provocatore di nulla.
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sai tutto quello che è successo ieri mi ha fatto pensare ad una cosa…
per contesto: vivo nel sud della Svizzera, nell’unica area italofona, anche se sono italiano. Ho iniziato a riflettere su quanto queste dinamiche italiane si riflettano anche qui in Svizzera, anche se i problemi non sono nemmeno paragonabili a quelli che il sud deve affrontare. Però anche solo pensando alla percezione che quelli più a nord (o come piace a loro chiamarsi “della Svizzera centrale”) hanno di quelli al sud, in particolare del cantone italiano, quello più al sud di tutti i cantoni (che sono come le regioni), ti fa capire quanto ottusi gli uomini siano. Quanto idioti e bigotti. Quanto ripetitivi nel loro pensare. Il sud della Svizzera è percepito anche lui come una “spiaggia a basso costo con buon cibo”. Questo è quello che siamo per loro. Siamo quelli esotici che non si comprendono, perché in italia è una questione di dialetti (o comunque di lingue come il napoletano che hanno avuto una metamorfosi a partire dal latino in parallelo al volgare italiano), ma qui è una questione di lingue. Non mi sento di screditare la parte francese, spesso sono molto educati e sanno parlare sicuro anche il tedesco e l’inglese, ma spesso ti sorprendono e sanno anche l’italiano. Però gli svizzeri tedeschi (secondo me da distanziare totalmente dai tedeschi di Germania) oh poveri noi. Loro lo sanno di essere la maggioranza (non badano molto allo studio di altre lingue) e lo sanno che il nostro futuro dipende tanto dalla capacità di esprimerci nella loro lingua, che per nota personale: la odio. Suona così male, soprattutto lo svizzero tedesco (che è il loro dialetto, molto diverso dal tedesco che impari a scuola). Esiste una unica università italiana in Svizzera, la quale non ha una gamma ampia di corsi. Se vuoi fare il medico, il fisico, il chimico, letteratura straniera, psicologia e non so quanti altri devi studiare o in tedesco (miglior scelta, perché è dove ci sono le università più prestigiose) oppure in francese. E lo so che ora penserai: beh studia in italia. E ti rispondo subito dicendo: non dopo tutta quella fatica che uno fa per prendere una maturità svizzera. Perché se in italia tanti bocciano il primo anno di università, qui il vero ostacolo è il primo anno di liceo (dove mediamente quasi il 40% non ce la fa). I programmi sono diversi, ma ora non voglio scendere troppo nei dettagli. Inoltre studiare in italia per fare l’avvocato in Svizzera non funziona. Devi studiare per forza in un’altra lingua (e per forza parzialmente in tedesco, perché alcuni codici sono solo in tedesco). Molte persone della mia età se ne sono andate in altri cantoni, a settembre perderò le mie ultime amicizie del liceo di qui. La “fuga di cervelli” c’è anche qui. Eccome se c’è. Ci sono i salari più bassi, mentre le spese aumentano e la nostra lingua viene sempre messa da parte a favore del tedesco (nel nostro stesso cantone intendo). Ci sono tutti questi problemi, tutte queste dinamiche, ma poi oltre passo il confine e le carte si girano, improvvisamente gli stereotipi si invertono. Perché non parlo più una lingua estranea, solo l’accento cambia. Dei pregiudizi calano e nuovi sorgono.
Non ha letteralmente senso. Sono tutti persi in un bicchier d’acqua. Volevo concludere dicendo che queste separazioni sono assurde ed è assurdo pensare di imporre un modello del genere in Italia. Di frantumare il sogno secolare dell’unità. Chi sono queste persone contro ogni figura storicamente importante della tradizione che credeva in questo ideale? Non verranno mai ricordate e dovrebbero sperare che vada così, perché in caso contrario non sarà per buone ragioni. la Svizzera funziona con i cantoni come cantoni sovrani (qui c’è tanta indipendenza), ma funziona perché non c’è mai stato un’altro modello. L’Italia non è stata pensata così. Mi spiace per tutto quello che sta succedendo, spero in colpo di fortuna.
L'unica cosa che posso aggiungere è che la Svizzera è schifosamente ricca e ogni cantone può autonomamente sostenersi da solo, anche quello "più povero", in Italia se lo fai condanni alla povertà oltre la metà del paese e ALL'INEFFICENZA l'altra, perché la Lombardia in questi anni ci ha dimostrato di essere un disastro, e dall'autogestione s'incasinerà ancora di piu.
Per il resto per carità capisco, ma tieni conto che i problemi della Svizzera in Italia sono quintuplicati e ci sto andando piano, e non è per sminuire quello che passate voi lì ma santo iddio qua stiamo vivendo un incubo e stiamo valutando l'emigrazione
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La Fallaci, fiorentina, toscana, Italiana, è stata definita “uno degli autori più letti ed amati del mondo” dal rettore del Columbia College of Chicago che le ha conferito la laurea ad honorem in letteratura, ha venduto decine di milioni di libri e i suoi libri sono tradotti in tutto il mondo eppure, nella nostra italietta provinciale, rancorosa e invidiosa c’è ancora oggi una campagna denigratoria nei suoi confronti, perché? Perché Oriana Fallaci è stata politicamente scorretta, non si è mai fatta irreggimentare in nessun schieramento e ha sempre rivendicato la propria indipendenza di pensiero, svincolata da logiche partitiche e da qualunque schieramento ha sempre professato un’informazione non condizionata.
Mi sono preso la briga di cercare su google:
Scrittori fiorentini
Scrittori fiorentini del 900
Scrittori toscani del 900
Scrittori fiorentini contemporanei
Scrittori italiani più tradotti nel mondo
Non ci crederete ma il nome Fallaci non lo trovate mai citato, trovate però molti nomi sconosciuti ai più.
Non vi chiedete perché, la risposta è scritta sopra.
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"Ad oltre un anno di distanza, la Repubblica Italiana, insieme alla comunità internazionale, è ancora impegnata a contrastare l'aggressione condotta dalla Federazione Russa al popolo ucraino. L'Italia è fermamente schierata per la difesa della sua libertà, integrità territoriale e indipendenza, perché non vi sia un futuro nel quale la forza del diritto viene sostituita dal diritto del più forte. Una ordinata comunità internazionale non può che basarsi sul rispetto di questi principi"
Ma chi gliel'ha scritto a Mattarella 'sto discorso, l'AI?
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Storia della moda a Roma
Sarti, culture e stili di una capitale dal 1871 a oggi
Cinzia Capalbo
Donzelli Editore, Roma 2012, VIII +218 pagine, rilegato, con 2 sedicesimi di illustrazioni in b/n e a colori, 15,5x21,5cm, ISBN 9788860367600
euro 35,00
email if you want to buy [email protected]
La storia della moda italiana in età contemporanea è legata a filo doppio con la vicenda della sua capitale. Se molti altri luoghi hanno contribuito nel tempo al radicamento di una filiera produttiva di estrema importanza per il paese, è certo che il centro di irradiazione di ogni nuova tendenza, il luogo di raccolta delle firme che hanno dettato legge, delle botteghe più innovative, dei punti di eccellenza dello stile italiano è stato Roma. Il 1871 è la data da cui il volume prende le mosse: la tesi essenziale è che Roma capitale inauguri una storia fondamentale per ciò che riguarda la sartoria maschile e femminile italiana. L’insediamento della corte sabauda, l’avvento del personale «ministeriale», con i suoi nuovi standard di vita e di consumo, la socializzazione delle donne nei salotti e nei caffè sono all’origine di una vera e propria «corsa a Roma» dei migliori sarti da tutte le province italiane. È così che comincia una storia destinata a crescere in modo vorticoso: dalle vetrine e dai negozi della Roma di fine Ottocento alla nascita degli abiti confezionati e dei grandi magazzini di inizio Novecento; dall’avvento della moda «autarchica», con i primi tentativi di indipendenza dai modelli femminili alla francese e maschili all’inglese, alla costruzione delle prime case di moda e all’affermazione delle griffes dell’alta sartoria romana; dalla svolta del secondo dopoguerra all’incontro con il cinema, fino alla costruzione di un vero e proprio Sistema moda romano. Si giunge, infine, attraverso un percorso storico – impreziosito da un parallelo itinerario per immagini –, agli ultimi decenni, caratterizzati dal persistere di una forte impronta creativa e di una grande capacità di attrazione della moda romana, pur nel complesso delle trasformazioni industriali che hanno profondamente interessato il settore.
20/02/25
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Ci risiamo. La bolla mediatica pacifista, che attraversa trasversalmente le redazioni e produce l’italico Giornalista Collettivo con sciarpa arcobaleno al collo, è di nuovo all’opera.
È la stessa bolla che da quasi tre anni conserva l’opinione pubblica italiana in un liquido amniotico dominato dal wishful thinking, dallo scambiare i desideri per realtà e notizie.
È la bolla in cui l’invasione russa dell’Ucraina era una fantasia della CIA e in cui, nelle prime ore dell’invasione stessa, ci si ostinava ad accreditare l’idea che fosse limitata al Donbas. È la bolla che ha gridato mille volte alla pace imminente, che ha pompato i più improbabili e velleitari, quando non inesistenti, piani di pace, da quello dei cinesi alla mediazione del cardinale Zuppi.
È la bolla in cui si enfatizzano notizie alle quali siamo gli unici a dare importanza, cosicché chi nutre il vizio di leggere i media internazionali ha poi la straniante sensazione come di vivere in una dimensione parallela, in un tempo sospeso in cui, rispetto all’informazione italiana, si segue un’altra guerra su un altro pianeta.
Il menù odierno di questa cucina impazzita offre la “resa di Zelensky“. Messaggero: “la svolta di Zelensky: trattiamo“. Domani: ” la resa di Zelensky sul Donbass” (le due esse finali, con il disconoscimento della denominazione ucraina, sono del “Domani” ndr). La Repubblica: “La svolta di Zelensky“. La Stampa:” Pace in Ucraina. Zelensky apre“. Fino al trionfalistico “Abbiamo perso la guerra” del Fatto Quotidiano.
Sono tutti titoli di apertura, insomma è la notizia del giorno.
Inguaribili esterofili, non vediamo l’ora di divorarci la copertura di questa svolta epocale da parte della stampa internazionale. Ed è subito straniamento: sulle prime pagine di Ft, El Pais, FAZ non c’è lo straccio di una riga sulla “svolta”. Urge forse attraversare l’Oceano, ma sulla prima del WSJ non c’è nulla.
Problema di fusi o di chiusure precoci dei giornali? Nulla che non sia superabile con un rapido giro sui vari siti: BBC, NYT, Guardian… nulla, il mondo, con la sola eccezione dei media italiani, sembra non essersi accorto della resa di Zelensky.
A questo punto attendiamo “Le Monde“, che esce in tarda mattinata, sperando che ci tolga di dosso questa sensazione di alienazione. Ma anche a Le Monde, tra prima pagina e ben cinque pagine di Esteri, lo sbracamento di Zelensky che apre le porte alla pace risulta non pervenuto.
Non resta che andare alla fonte, al giornale, anch’esso francese, che ospita l’intervista che cambierà il corso della guerra.
La prima impressione, però, è che quelli di “Le Parisien“, se hanno fatto lo scoop di Natale, lo hanno fatto a loro insaputa. L’intervista con Zelensky è talmente esplosiva che non viene neppure annunciata in prima. Infine la troviamo e la cifra complessiva dell’intervista è riassunta nel titolo che riporta queste parole di Zelensky: “Bisogna rimettere Putin al suo posto“, il che configurerebbe la più bizzarra dichiarazione di resa della Storia.
Tanto più se associata alle dichiarazioni contenute nel corpo dell’intervista.
“Non importa quanti presidenti o primi ministri vorrebbero dichiarare la fine della guerra, non ci arrenderemo semplicemente né rinunceremo alla nostra indipendenza. Il pericolo consisterebbe nel dire: congeliamo la guerra e ci mettiamo d’accordo con i russi”.
(…) “Sedersi al tavolo con Putin in queste condizioni gli darebbe il diritto di decidere tutto nella nostra parte del mondo“.
Si scopre poi che la frase sui territori occupati, il chiodo a cui il nostro sistematico mediatico ha appeso il suo quadro immaginifico, è meglio leggerla per intero: “non abbiamo la forza per riconquistarli. Possiamo solo contare sulla pressione diplomatica della comunità internazionale per costringere Putin alle trattative. Sono sorpreso: perché l’Occidente che ci sostiene lo tratta con riguardo? Perché non ci ha dotato dall’inizio di armi massicce? Il mio discorso può sembrare insolente, ma ho l’impressione che siano tutti terrorizzati dalla Russia di Putin. Ha l’impunità”.
Rara avis, il Foglio spiega che “Zelensky sa che con Trump si avvicina un accordo e le armi scarseggiano sempre di più, gli ucraini hanno fatto il loro doloroso lavoro, adesso tocca agli altri dimostrare di aver capito la minaccia russa e prevenirla.”
E Paolo Mieli, un altro con il vizio della stampa internazionale, dice preoccupato a Radio24: “le parole di Zelensky sono un appello all’Europa a fare la propria parte, come a dire: io ho parlato con Trump, ho capito come vanno le cose, ora voi offritevi di fare la vostra parte. Io non sono ottimista su questo“.
Neppure noi siamo ottimisti. Ma una cosa l’abbiamo capita: l’unica “pace” che si può intravedere in filigrana dalle parole di Zelensky a “Le Parisien” non passa dalla resa ucraina strimpellata dal nostro imbarazzante sistematico mediatico, ma dalla svendita dell’Ucraina, da parte degli europei, al criminale regime di Putin.
Qualcuno rettificherà l’abbaglio del Giornalista Collettivo?
Lecito dubitarne. Già li vediamo impegnati a torturare i tasti per estrapolare, dalla fluviale conferenza stampa odierna di Putin, il distensivo riferimento al Bel Paese: “Nonostante ciò che sta accadendo oggi, sentiamo che nella società italiana c’è una certa simpatia per la Russia, così come noi abbiamo una certa simpatia per l’Italia”.
Al Cremlino, è chiaro, la compulsano attentamente la stampa italiana e ne apprezzano i voli di fantasia.
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Silvia Falanga - Il nuovo brano “Metti le scarpe e corri”
Il singolo tratta il delicato argomento della violenza sulle donne

Il nuovo brano della poliedrica artista e cantautrice Silvia Falanga “Metti le scarpe e corri” è disponibile dal 1° giugno 2024 sugli stores digitali e dal 16 luglio 2024 nelle radio in promozione nazionale. Il singolo, scritto dalla stessa Silvia Falanga in collaborazione con la sorella Lucia Falanga, veste gli arrangiamenti di Gianni Romano, ed è stato distribuito dall’etichetta N.F. Production del compositore e produttore Nello Fiorillo. Il brano è incentrato sul tema della violenza sulle donne. Le sonorità brillanti e pop nascondono la sensazione di paura della protagonista che, dopo essere stata lasciata dal partner, continua a ricevere chiamate e messaggi sul cellulare. La donna è alla ricerca della libertà perduta, vuole fuggire e lasciar andare i pensieri negativi, rivendicando la sua indipendenza. Il delicato problema sociale della violenza sulle donne è affrontato dalla cantautrice con sensibilità e delicatezza, ricorrendo ad immagini e metafore significative.
Ascolta il brano
Storia dell’artista
Silvia Falanga è una cantante e showgirl napoletana. Ha debuttato come ballerina e cantante con conduttori del rango di Pippo Baudo e Mike Bongiorno, Antonella Clerici, Pippo Franco, Mara Venier, Gigi Sabani, Nino Frassica, Gigi Marzullo, Eleonora Brigliadori, Pamela Prati, Antonella Clerici, Gianfranco D’Angelo e altri. Ha partecipato come corista e cantante con Gianni Bella, Gigi D’Alessio, Peppino di Capri, Aleandro Baldi, Maestro Mazza e Renzo Arbore; è passata in numerose trasmissioni televisive Rai e Fininvest, tra cui “Ci Siamo”, “Grazie Mille”, Numero Uno”, “Sotto a chi Tocca”, “Uno Mattina”, “Domenica in” e “Aspettando il 2000”. Con la sua voce calda, quasi afro, Silvia Falanga si inserisce in maniera magistrale nel panorama artistico sud italiano e nazionale. Innumerevoli sono suoi tributi alle star del calibro di Tina Turner, rilasciando persino il CD “Tribute a Tina Turner” e organizzando un tour denominato “T. Tina and the Falanghettes”. È amante del teatro, del jazz e del soul; tra il 2021 e il 2022, vince persino il secondo posto come migliore interprete al Festival di Napoli. A Natale 2022, rilascia un altro CD in cui mette in risalto le sue doti canore con le canzoni internazionali natalizie più famose. Sempre nello stesso anno, presenzia il concorso “Miss Italia” e si impegna in prima persona come presentatrice e cantante nel programma sportivo “Azzurro Sport”; ha partecipato anche a “Casa Sanremo”, durante il 72° Festival della musica italiana, ottenendo il premio “Sanremo Unlimited” e presentando in anteprima il singolo “Anna verrà” di Pino Daniele. Tra i riconoscimenti, i più recenti sono il “Premio Internazionale Capitolino”, il “Premio internazionale Università studi Giuridici A.U.G.E.”, il “Premio VII edizione Carnevale Epomeo” e il “Premio dell’Artista dell’anno”, concesso dalla “Noble’s Crown Association”. Attualmente, Silvia è impegnata nella realizzazione di altri inediti e si divide fra la famiglia e le sue più grandi passioni: il teatro, lo sport e il buon vivere.
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La Vita è Breve di Miranda Ranalli: Un’Analisi Poetica della Solitudine e della Forza Femminile
La poetessa Miranda Ranalli esplora l’essenza della femminilità e il prezzo della solitudine, intrecciando il dolore e la forza interiore in una poesia profonda e toccante.
La poetessa Miranda Ranalli esplora l’essenza della femminilità e il prezzo della solitudine, intrecciando il dolore e la forza interiore in una poesia profonda e toccante. Recensione:La poesia La Vita è Breve di Miranda Ranalli è un viaggio intimo nella condizione umana, con una particolare attenzione alla complessità dell’essere donna. La poetessa dipinge la femminilità come una fonte di…
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Valenza - Villa Pravernara (già Villa De Cardenas) - 1611
Il Seicento infatti è il secolo del “teatro del mondo” in cui convivono la fuga del mondo (Calderon de la Barca nella declinante Spagna) e il naturalismo della pittura olandese, carraccesca e caravaggesca, ma sempre con un intento drammatico.
Questo tratto teatrale del Seicento - e del Barocco che è il linguaggio delle corti - accomuna Roma a Torino che in questo secolo vede i Savoia diventare una dinastia italiana e renderla la capitale dello Stato.
Alcuni eventi degni di nota sono:
1557 - Emanuele Filiberto guida l’esercito del cugino Filippo II e sconfigge gli olandesi nella Battaglia di San Quintino
1559 - Pace di Cateau Cambresis con vantaggi territoriali per i Savoia e dominio spagnolo a Milano dopo che, nel 1525, Francesco I era stato preso prigioniero a Pavia
1563 - Emanuele Filiberto traferisce la capitale del Ducato a Torino
1571 - I Piemontesi combattono a Lepanto accanto a Venezia, Spagna e a Gianandrea Doria (“Ianuensis ergo mercator”)
1580 - Carlo Emanuele I Duca di Savoia
1598 - Morte di Filippo II, Filippo III Re di Spagna
1601 - I Savoia conquistano dai Francesi il Marchesato di Saluzzo
1619 - Simbolo dell’avvicinamento dei Savoia alla Francia, l’erede al trono Vittorio Amedeo sposa Maria Cristina Borbone, figlia di Enrico IV e Maria de’ Medici, la futura prima Madama Reale
1621 - Morte di Filippo III, Filippo IV Re di Spagna
1625 - Carlo II Re di Spagna
1630 - Vittorio Amedeo I Duca di Savoia
1634 - Gli Spagnoli, al comando di Ambrogio Spinola e sotto la leadership del Conte di Olivares, sconfiggono gli Olandesi a Breda
1637 - Morte di Vittorio Amedeo I. Reggenza della Madama Reale
1640 - Sollevazione della Catalogna e indipendenza del Portogallo
1643 - il Principe di Condè sconfigge gli Spagnoli a Rocroi
1663 - Carlo Emanuele II Duca di Savoia. Realizzazione della barocca Piazza San Carlo, sullo stile della romana Piazza del Popolo
1675 - Vittorio Amedeo II Duca di Savoia
1685 - Palazzo Carignano (Guarini)
1694 - Cupola di Guarini della Cattedrale
1700 - alla morte di Carlo II d’Asburgo re di Spagna, Luigi XIV che aveva sposato la figlia di Filippo IV Maria Teresa rivendica il trono per Filippo V di Borbone (che diventerà re, ma non unirà le corone e perderà Milano e Napoli) avversato dall’Austria e dall’Inghilterra
1704 - I Francesi sconfitti a Blenheim dal Duca di Malborough e da Eugenio di Savoia
1706 - Assedio di Torino
1713 - Trattato di Utrecht. Vittorio Amedeo II Re di Sicilia, poi di Sardegna. Il Regno si estende al Monferrato e ad Alessandria
1730 - Carlo Emanuele III Re di Sardegna
1740 - Guerra di successione austriaca: alla morte di Carlo VI d’Asburgo, l’elezione della figlia Maria Teresa a imperatrice �� osteggiata da Prussia, Francia e Spagna e supportata da Gran Bretagna, Russia e Regno di Sardegna
1745 - A Bassignana i Piemontesi sono sconfitti dai Francesi mentre Valenza è difesa dal governatore De Cardenas che in città possiede un palazzo e una villa in regione Provernara
1747 - I Piemontesi respingono i Francesi alla Battaglia dell’Assietta (“bugia nën”)
1773 - Vittorio Amedeo III Re di Sardegna
1796 - Morte di Vittorio Amedeo III e inizio della fase rivoluzionaria
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Il Comitato di Corciano della Croce Rossa Italiana opera da sempre attraverso i suoi sette principi fondamentali: Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontariato, Unità e Universalità. Ogni giorno, i volontari del Comitato si dedicano a servire la comunità locale, affrontando le sfide e alleviando le difficoltà dei più vulnerabili, sempre fedeli a questi principi. Nel corso del 2022, il Comitato ha registrato un impegno straordinario, con 4.075 ore di servizio, 59.502 chilometri percorsi e ben 15.753 volontari coinvolti nei servizi. Questi numeri testimoniano l’ardente dedizione e la passione dei volontari nel servire la comunità. Grazie al generoso sostegno dei donatori e […]
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L'uso di auto elettriche in Italia: conseguenze positive e negative

L'Italia è uno dei paesi europei con il più alto tasso di motorizzazione, con circa 69 auto per 100 abitanti. Questo ha portato a un aumento delle emissioni di gas serra e dell'inquinamento atmosferico. Per ridurre questi impatti negativi, il governo italiano ha promosso l'uso di auto elettriche. Conseguenze positive L'uso di auto elettriche ha una serie di conseguenze positive, tra cui: - Riduzione delle emissioni di gas serra: le auto elettriche non producono emissioni dirette di gas serra, contribuendo a ridurre il cambiamento climatico. - Miglioramento della qualità dell'aria: le auto elettriche non producono emissioni di gas di scarico, contribuendo a migliorare la qualità dell'aria. - Riduzione del rumore: le auto elettriche sono più silenziose delle auto a benzina o diesel, contribuendo a ridurre l'inquinamento acustico. - Indipendenza energetica: l'uso di auto elettriche alimentate da energia rinnovabile può contribuire a ridurre la dipendenza dall'energia fossile. Conseguenze negative L'uso di auto elettriche ha anche una serie di conseguenze negative, tra cui: - Aumento dei costi: le auto elettriche sono attualmente più costose delle auto a benzina o diesel. - Limitazione della mobilità: l'autonomia delle auto elettriche è ancora inferiore a quella delle auto a benzina o diesel, e la disponibilità di infrastrutture di ricarica è limitata. - Problemi di smaltimento delle batterie: le batterie delle auto elettriche sono composte da materiali tossici che richiedono un processo di smaltimento adeguato. Problemi di rete di distribuzione Inoltre, un problema importante da considerare è che la rete di distribuzione elettrica italiana è attualmente progettata per soddisfare la domanda di energia domestica con un basso consumo quotidiano (3-5kwora come massimale). Se si dovessero sostituire tutte le auto a benzina e diesel con auto elettriche, la richiesta di energia aumenterebbe significativamente. Secondo uno studio dell'Associazione Nazionale Filiera Industria Elettrica e dell'Automazione (ANIE), se tutte le auto in Italia fossero elettriche, la domanda di energia elettrica aumenterebbe di circa il 30%. Questo aumento della domanda potrebbe sovraccaricare la rete di distribuzione, causando interruzioni di corrente e altri problemi. Soluzioni per ridurre i problemi Per ridurre i problemi legati all'uso di auto elettriche in Italia, è necessario: - Sviluppare tecnologie per migliorare l'autonomia delle auto elettriche. Questo consentirebbe di ridurre la necessità di ricaricare le auto durante il giorno, quando la domanda di energia è più alta. - Promuovere l'utilizzo di energie rinnovabili. Le energie rinnovabili, come l'energia solare e l'energia eolica, sono meno costose e più sostenibili delle fonti di energia fossile. - Investire nella modernizzazione della rete di distribuzione. Questo include la costruzione di nuove linee elettriche e la sostituzione delle linee esistenti con cavi più robusti. L'uso di auto elettriche è una soluzione importante per ridurre le emissioni di gas serra e migliorare la qualità dell'aria. Tuttavia, è necessario affrontare le sfide legate alla rete di distribuzione elettrica e ai costi delle auto elettriche. Con gli investimenti adeguati, è possibile rendere l'Italia un paese leader nell'utilizzo di auto elettriche. La rete di distribuzione elettrica italiana Per migliorare la capacità della rete di distribuzione elettrica italiana a sostenere una richiesta così elevata di energia, è necessario: - Investire nella modernizzazione della rete di distribuzione. Questo include la costruzione di nuove linee elettriche e la sostituzione delle linee esistenti con cavi più robusti. - Promuovere l'utilizzo di energie rinnovabili. Le energie rinnovabili, come l'energia solare e l'energia eolica, sono meno costose e più sostenibili delle fonti di energia fossile. Investimenti nella rete di distribuzione Gli investimenti nella rete di distribuzione elettrica italiana sono necessari per aumentare la capacità della rete e renderla più resiliente. Questi investimenti includono la costruzione di nuove linee elettriche, la sostituzione delle linee esistenti con cavi più robusti e l'installazione di sistemi di controllo e monitoraggio avanzati. Promozione delle energie rinnovabili Le energie rinnovabili sono una soluzione importante per ridurre la dipendenza dalle fonti di energia fossile e ridurre le emissioni di gas serra. L'Italia ha un grande potenziale per l'utilizzo di energie rinnovabili, come l'energia solare e l'energia eolica. Soluzioni per ridurre le conseguenze negative Per ridurre le conseguenze negative dell'uso di auto elettriche in Italia, è necessario: - Promuovere lo sviluppo di tecnologie per migliorare l'autonomia delle auto elettriche. Questo consentirebbe di ridurre la necessità di ricaricare le auto durante il giorno, quando la domanda di energia è più alta. - Promuovere l'utilizzo di energie rinnovabili. Le energie rinnovabili, come l'energia solare e l'energia eolica, sono meno costose e più sostenibili delle fonti di energia fossile. - Investire nella modernizzazione della rete di distribuzione. Questo include la costruzione di nuove linee elettriche e la sostituzione delle linee esistenti con cavi più robusti. - Sviluppare soluzioni per lo smaltimento sostenibile delle batterie delle auto elettriche. Queste soluzioni richiederanno investimenti da parte del governo, delle imprese e dei cittadini. Tuttavia, sono necessarie per rendere l'uso di auto elettriche una soluzione sostenibile e accessibile a tutti. L'uso di auto elettriche è una soluzione importante per ridurre le emissioni di gas serra e migliorare la qualità dell'aria. Tuttavia, è necessario affrontare le sfide legate alla rete di distribuzione elettrica, ai costi delle auto elettriche e ai problemi di smaltimento delle batterie. Con gli investimenti adeguati, è possibile rendere l'Italia un paese leader nell'utilizzo di auto elettriche. Prospettive future Nel prossimo futuro, è probabile che l'uso di auto elettriche in Italia continuerà a crescere. Questo è dovuto a una serie di fattori, tra cui l'aumento dei costi del carburante, le crescenti preoccupazioni per l'ambiente e gli investimenti da parte del governo e delle imprese. Per far fronte a questa crescita, è necessario che il governo italiano continui a investire nella modernizzazione della rete di distribuzione elettrica e nello sviluppo di tecnologie per migliorare l'autonomia delle auto elettriche. Inoltre, è importante promuovere l'utilizzo di energie rinnovabili per ridurre la dipendenza dalle fonti di energia fossile. Quali sono i paesi più inquinanti e in che posizione di trova l'Italia I paesi più inquinanti al mondo sono quelli che producono più emissioni di gas serra, che sono responsabili del cambiamento climatico e di altri problemi ambientali. Secondo il rapporto "Emissions Gap Report 2022" del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP), i primi 10 paesi più inquinanti al mondo nel 2020 sono stati: Cina (27,1%) Stati Uniti (14,5%) India (7,2%) Russia (4,6%) Giappone (3,0%) Germania (2,7%) Indonesia (2,6%) Brasile (2,5%) Iran (2,2%) Canada (2,0%) L'Italia si trova in 15ª posizione, con una quota di emissioni globali del 1,3%. Le emissioni di gas serra dell'Italia sono principalmente dovute al settore dei trasporti, che rappresenta circa il 30% delle emissioni totali. Il settore industriale è responsabile di circa il 25% delle emissioni, mentre il settore energetico rappresenta circa il 20%. L'Italia ha adottato una serie di misure per ridurre le emissioni di gas serra, tra cui: L'introduzione di un sistema di scambio di quote di emissione (ETS) per le imprese industriali e energetiche. L'incentivo all'utilizzo di energie rinnovabili. La promozione della mobilità sostenibile. Tuttavia, l'Italia ha ancora molto lavoro da fare per ridurre le sue emissioni e raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi sul clima. Read the full article
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Le Iconiche Canzoni Italiane degli Anni '60
Gli anni '60 sono stati un periodo di profondo cambiamento culturale in Italia, e la musica ha svolto un ruolo fondamentale in questa trasformazione. In questo decennio, sono emerse canzoni italiane iconiche che hanno lasciato un'impronta indelebile sulla storia della musica italiana e hanno influenzato generazioni future. In questo articolo, esploreremo alcune di queste canzoni che continuano a essere amate e ascoltate anche oggi. "Nel Blu Dipinto di Blu" (Volare) - Domenico Modugno (1958) Anche se tecnicamente rilasciata alla fine degli anni '50, "Nel Blu Dipinto di Blu," comunemente nota come "Volare," ha avuto un impatto significativo sugli anni '60. Questo brano di Domenico Modugno ha vinto il Festival di Sanremo nel 1958 ed è diventato un successo internazionale. La sua melodia travolgente e le liriche poetiche lo rendono un classico senza tempo. "Guarda Che Luna" - Fred Buscaglione (1959) Fred Buscaglione è stato uno degli artisti più carismatici degli anni '60. "Guarda Che Luna" è una delle sue canzoni più famose e rappresenta il genere del "jazz canzone" italiano dell'epoca. La sua voce graffiante e il suo stile unico hanno reso questa canzone un classico del periodo. "Il Mondo" - Jimmy Fontana (1965) "Il Mondo" di Jimmy Fontana è una delle canzoni più romantiche degli anni '60. La sua dolce melodia e le liriche appassionate hanno reso questa canzone un inno all'amore che continua a essere amato oggi. "Azzurro" - Adriano Celentano (1968) "Azzurro" di Adriano Celentano è diventata una delle canzoni estive più iconiche in Italia. La canzone cattura perfettamente lo spirito spensierato e l'atmosfera delle vacanze estive italiane, ed è stata reinterpretata da molti artisti nel corso degli anni. "Can't Take My Eyes Off You" - Frankie Valli (1967) Anche se originariamente interpretata in inglese da Frankie Valli, questa canzone ha ottenuto una popolarità straordinaria in Italia grazie a cover come quella di Dik Dik e Mina. "Can't Take My Eyes Off You" è diventata un classico italiano degli anni '60. "Insieme a Te Non Ci Sto Più" - Caterina Caselli (1968) Caterina Caselli è stata una delle artiste più influenti degli anni '60, e "Insieme a Te Non Ci Sto Più" è una delle sue canzoni più celebri. La sua voce potente e l'energia di questa canzone l'hanno resa un successo immediato. "Una Casa in Cima al Mondo" - Pino Donaggio (1960) "Una Casa in Cima al Mondo" di Pino Donaggio è una delle canzoni italiane più emblematiche degli anni '60. Le sue liriche evocative e la melodia coinvolgente la rendono un classico intramontabile. "L'Appuntamento" - Ornella Vanoni (1960) "L'Appuntamento" di Ornella Vanoni è una delle canzoni più romantiche del decennio. La sua voce calda e la melodia malinconica hanno reso questa canzone un'icona del genere italiano della canzone d'autore. "Mi Ritorni in Mente" - Lucio Battisti (1969) Lucio Battisti è stato uno degli artisti più influenti della musica italiana e "Mi Ritorni in Mente" è una delle sue canzoni più celebri. Le liriche profonde e la melodia coinvolgente di questa canzone l'hanno resa un classico della musica italiana. "Nessuno Mi Può Giudicare" - Caterina Caselli (1966) "Nessuno Mi Può Giudicare" di Caterina Caselli è un'altra canzone iconica degli anni '60. Il suo messaggio di indipendenza e forza ha reso questa canzone un inno per molte donne dell'epoca. In conclusione, gli anni '60 sono stati un periodo di grande fermento musicale in Italia, con artisti che hanno prodotto alcune delle canzoni più iconiche della storia della musica italiana. Queste canzoni rappresentano una varietà di generi e stili, ma condividono tutte un'incredibile bellezza e un'impronta indelebile nella cultura musicale italiana. Ancora oggi, queste canzoni continuano a essere amate e apprezzate, dimostrando che la buona musica è davvero senza tempo. Foto di Rudy and Peter Skitterians da Pixabay Read the full article
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Gianni Alemanno presenta Indipendenza Italiana Fermare la guerra [Intervista] from Umbria Journal TV on Vimeo.
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OGGI 18 GIUGNO, ITALIANO RICORDA…
1836
STORIA
DELL’ESERCITO ITALIANO
VIENE COSTITUITO IL
PRIMO REPARTO DI BERSAGLIERI
I Bersaglieri sono una specialità dell'Arma di Fanteria dell'Esercito Italiano.
Ogni 18 giugno si festeggia l'anniversario della loro costituzione, avvenuta nel 1836.
L'associazione d'arma di riferimento è l'Associazione Nazionale Bersaglieri.
Il Corpo dei Bersaglieri venne istituito, con regio brevetto del 18 giugno 1836, da re Carlo Alberto di Savoia su proposta dell'allora Capitano del Reggimento delle Guardie (i Granatieri di Sardegna odierni) Alessandro Ferrero della Marmora (o Alessandro della Marmora o Alessandro La Marmora) (TORINO, 27 marzo 1799 – KODYKOJ, 7 giugno 1855) è stato un Generale e patriota italiano, e ricevette il battesimo del fuoco l'8 aprile 1848 nella battaglia di GOITO durante la prima guerra di indipendenza italiana.
Il compito assegnato alla nuova specialità prevedeva le tipiche funzioni della fanteria leggera - esplorazione, primo contatto con il nemico e fiancheggiamento della fanteria di linea (senza però schierarsi e frammischiarsi con quest'ultima) - ma si caratterizzava, come nelle intenzioni del suo fondatore, per un'inedita velocità di esecuzione delle mansioni affidate ed una versatilità d'impiego che faceva dei suoi membri, ancorché appiedati, oltreché dei cacciatori, anche delle guide e dei guastatori ante litteram.
Dotato di ampia autonomia operativa, il Corpo era formato da uomini addestrati alla corsa ed al tiro con moderni fucili a retrocarica pronti ad agire, anche isolatamente, per impegnare di sorpresa l'avversario in azioni di disturbo col preciso intento di sconvolgerne i piani, organizzati in piccoli gruppi schierati in quadrato, però, i bersaglieri potevano essere impiegati anche in contrasto alla cavalleria per romperne la carica.
Nel 1854 furono impegnati nella guerra di CRIMEA, prima "missione all'estero" di truppe italiane dove morì lo stesso Alessandro La Marmora.
I bersaglieri vennero impiegati, dopo l'unificazione italiana, anche per contrastare il brigantaggio nel meridione.
Protagonisti della presa di ROMA del 20 settembre 1870, i battaglioni persero l'autonomia operativa dal 1 gennaio 1871 e passarono alle dipendenze dei reggimenti, portati a dieci.
Questi, dal 1882, passarono su quattro battaglioni ciascuno. Con l'ordinamento del 1910 presso ogni reggimento si formò un battaglione ciclisti, soppresso poi nel marzo 1919.
Durante la prima guerra mondiale (1915-1918) il Corpo venne ordinato in 2 Divisioni speciali, 7 Brigate, 21 Reggimenti e 5 Battaglioni autonomi.
Nel 1924 i 12 Reggimenti rimasti vennero trasformati in ciclisti, organico che poi cambiò nel 1936.
Reparti di Bersaglieri parteciparono all'occupazione dell'ALBANIA.
Durante la seconda guerra mondiale i Reggimenti Bersaglieri erano inquadrati nelle Divisioni corazzate, motorizzate e celeri, e combatterono su tutti i fronti.
Si distinsero soprattutto sul fronte del NORD AFRICA sotto il comando del Generale tedesco Rommel che grazie al loro intervento di schermaglia, riuscì ad ottenere una ritirata strategica in netta inferiorità numerica durante la seconda battaglia di EL ALAMEIN, contro le truppe britanniche con minime perdite.
Il 22 agosto 1941 la GERMANIA diede inizio all'Operazione Barbarossa, l'attacco all'UNIONE SOVIETICA, la più vasta operazione militare terrestre di tutti i tempi, che determinò qualche anno più tardi la sconfitta del Terzo Reich.
Il nostro Esercito inviò il 10 luglio 1941 il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.l.R.) composto da 3 Divisioni celeri: Pasubio, Torino e Principe Amedeo Duca d'Aosta. In quest'ultima Divisione confluì il 3° Reggimento Bersaglieri.
Alla fine del 1941 il Reggimento aveva perso la metà degli effettivi, così ne fu inviato uno nuovo, il 6°, reduce dalla JUGOSLAVIA.
Verso la fine del dicembre 1942, il 3º Reggimento Bersaglieri venne praticamente distrutto in combattimento. Anche il 6° Reggimento Bersaglieri, a causa delle gravi perdite, fu ricostituito.
Un contributo del Corpo dei Bersaglieri venne dato durante la Guerra di Liberazione con unità combattenti sia nell’Esercito Italiano al fianco degli Alleati e sia con reparti inquadrati nella Repubblica Sociale Italiana che ostacolarono le mire titine di annessione territoriale nel NORD EST d’ITALIA.
Già nel 1946 avvenne la ricostruzione del 3º Reggimento cui fece seguito nel 1949 quella dell'8º che nel 1975 diede vita alla 8a Brigata Bersaglieri "Garibaldi".
I Bersaglieri, a partire dagli anni 1980, furono una delle Specialità più impiegate nelle missioni militari italiane all'estero (KOSOVO, LIBANO, IRAQ, AFGHANISTAN).
DECALOGO DI LA MARMORA
1. Obbedienza
2. Rispetto
3. Conoscenza assoluta della propria arma
4. Molto addestramento
5. Ginnastica di ogni genere sino alla FRENESIA
6. Cameratismo
7. Sentimento della famiglia
8. Rispetto alle leggi ed onore al capo dello Stato
9. Onore alla Patria
10. Fiducia in se stessi sino alla presunzione.





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1999: l'attacco NATO alla Jugoslavia e il primo SI alla guerra della sinistra italiana...
Era il 18 Maggio 1999. La campagna militare Nato contro la Jugoslavia di Milosevic era in pieno corso mentre alla guida del governo italiano era Massimo D'Alema. L'acquiescenza solidale con il preteso 'intervento umanitario' mi spinse a reagire ed indirizzai un testo a Sandro Curzi, allora direttore di Liberazione (giornale di Rifondazione comunista),che lo pubblicò. Quel testo, riletto oggi, e misurato sugli sviluppi della attuale politica Nato nella "questione Ucraina", mi sento ancora di condividerlo come puntuale e, direi, premonitorio.

LETTERE DALLA SINISTRA
LA DOCILE ACQUIESCENZA
DELLA SOCIALDEMOCRAZIA EUROPEA
di Duccio Trombadori
Caro Curzi,
la coraggiosa protesta di tanti italiani vecchi e giovani, unitasi alle grida di chi condanna la sporca guerra della Nato e la passiva acquiescenza dei governanti italiani ci dà la misura di quante risorse morali siano disponibili per combattere con efficacia quel ‘pensiero unico’ che si vorrebbe imporre alla coscienza e allo spirito pubblico del nostro paese.
E’ una mobilitazione spontanea, che parte dal cuore degli uomini prima ancora che dalle idee, per la ripulsa istintiva della violenza e per l’offesa recata all’intelligenza dallo spudorato spettacolo di menzogne quotidianamente ammannito dai responsabili politici e dalla informazione ufficiale.
Loscandalo infatti consiste in ciò: che una civiltà democratica e della libera circolazione delle idee, quale la nostra presume e pretende di essere, continua a presentare questa sciagurata impresa contro la Jugoslavia di Milosevic come un ‘intervento umanitario’ e non invece come un piano di espansione imperiale che deve portare la Nato al controllo totale dell’area balcanica liquidando ogni residua posizione di indipendenza nazionale.
Tutti sappiamo come i popoli della Jugoslavia hanno eroicamente difeso la loro autonomia negli anni della guerra fredda, sia dall’Est che dall’Ovest.
E ricordiamo con quale determinazione il comunista Tito seppe dire di No a Stalin collocandosi tra Usa e Urss in una politica che poi tanto ha giovato all’ equilibrio e alla pace tra i popoli.

Oggi non esiste più una ‘minaccia’ dall’Est, e certi signori ad Ovest debbono aver pensato di poter agire a loro piacimento.
Il progressivo appoggio dato allo smembramento territoriale della ex Jugoslavia si basa proprio sul principio ‘etnico’ contro il quale invece si afferma di voler combattere: gli sloveni con gli sloveni, i croati con i croati, gli albanesi con gli albanesi, i serbi con i serbi, eccetera, eccetera.
Non deve sfuggire infatti che la repubblica jugoslava a maggioranza serba, guidata da Milosevic, si richiama ad un principio statuale federale e non razziale.
E’ la propaganda infame della Nato a chiamare ‘serbo’ l’esercito jugoslavo(nel quale sono attivi elementi di varia nazionalità, compresa l’albanese) mentre non si chiamano così tra loro neppure i più fanatici guerriglieri di Arkan.
Siamo dunque ad un insopportabile travisamento dei fatti che rende ancora più ingiusta e odiosa la vile carneficina compiuta dai ‘signori della guerra’ ai danni di popolazioni inermi e impossibilitate a reagire.
L’operazione Nato, condotta in nome del ‘separatismo’, si sposa con le mire del peggiore nazionalismo serbo, il quale vuole andare ben oltre la politica di Milosevic e condivide la logica spartitoria su basi ‘etniche’ della Jugoslavia.
Ne vedremo delle belle.
Ancora maggiore è dunque la riprovazione verso i governi europei che hanno condiviso questa politica distruttiva, contrai agli interessi dell’Europa, della pace e dello sviluppo, perché alimenta le spinte alla frammentazione e agli odii di tutti i generi nel continente.
Permettimi a questo punto caro Curzi di ricordare ai lettori del tuo giornale come sia necessario in questi frangenti delicati ed estremi individuare bene i responsabili giudicandoli per le loro intenzioni e per ciò che effettivamente rappresentano.
Assistiamo di questi tempi al drammatico coinvolgimento nella sporca guerra di esponenti socialdemocratici, liberalsocialisti, radicaldemocratici e perfino di comunisti.
Quale nome dare alla cieca acquiescenza che porta uomini e forze dal nobile passato ad assumere una così rovinosa responsabilità politica?

Ho visto in queste settimane di protesta e di lotta campeggiare sovente tra la folla striscioni e manifesti accoppianti il nome della Nato, o di Clinton, o di D’Alema, al simbolo triste della croce uncinata di Hitler o a quello famigerato delle SS nazionalsocialiste.
Se posso comprendere lo stato d’animo, non posso condividere il giudizio contenuto in quei simboli di denuncia e condanna che lasciano pensare all’erronea campagna contro il ‘socialfascismo’ condotta dai comunisti in difesa dell’ Urss, e possono fuorviare il giudizio sui caratteri ben più inquietanti e inediti dell’attuale conflitto. La guerra odierna infatti non è come nella Europa di allora una guerra degli ‘stati autoritari’ contro le ‘democrazie liberali’. La guerra odierna è combattuta dalle ‘democrazie occidentali’ contro tutto ciò che non si adegua o non risponde a regole da esse riconosciute come principi di diritto. I nostri governanti bontà loro ritengono di essere nel giusto quando concorrono alla macelleria. E si sentono nel giusto tanto quanto quei soldati ‘yankee’ persuasi di agire secondo il volere di Dio quando uccidono donne e bambini (è noto il motto ‘God is American’).
Non è dunque lo spirito ‘fascista’ che anima gli attacchi dei bombardieri Usa che tanto esaltano i commentatori di casa nostra, ispirano la ineffabile radicale Emma Bonino, il ghandiano Marco Pannella, il giustiziere Di Pietro, il buonista Prodi e il neo socialdemocratico Umberto Ranieri, tra gli altri zelatori della campagna antijugoslava.
Essi probabilmente si ritengono antifascisti ‘puri’, democratici consonanti con la politica e la cultura ‘liberal’ americana, e in qualche maniera pensano pure di rispondere a una missione di ‘civiltà’.
Questo abbozzo di psicologia politica diffusa tra le nuove élites del nostro paese è sicuramente approssimativo ma non è esagerato.
La cultura che sembra distinguere i dirigenti del ‘socialismo europeo’ rispetto al loro più recente passato consiste proprio nella totale adesione al modello di ‘civiltà democratica’ disegnato negli Usa, con i suoi connotati ‘liberal’ e la relativa aggressività imperiale che lo distingue.
E’ del tutto evidente che quando si identifica la ‘libertà’ nel modo di vita e nel sistema politico di un paese (nella fattispecie gli Usa)ci si sente in diritto conseguente di esportarla anche con la forza qualora ragioni di ‘ingerenza umanitaria’ ne reclamino l’urgenza.
Ricordiamoci con quale atteggiamento di simpatia venne accolta in certi ambienti la rozza ma eloquente mentalità di un film come ‘Air Force One’ dove un presidente ‘buonista’ faceva piazza pulita dei ‘cattivi’, dei ‘terroristi’, dei ‘comunisti incalliti’, et similia.

Non sono dunque ‘socialfascisti’ i nostri liberalsocialisti, i nostri radicali, i nostri neosocialdemocratici che in Europa gareggiano con gli strateghi Nato a chi prende la mira più giusta contro il regime di Milosevic.
Non c’è in loro la tracotanza che dava ai governi di Hitler e Mussolini una immagine vanagloriosa di potenza europea,
Essi sono piuttosto inerti e inconsapevolmente succubi sul piano ideologico e politico di fronte a ragion imperiali che li sovrastano, e li usano e li spingono a lavorare contrariamente agli interessi del proprio paese.
All’ epoca della dura polemica con l’Urss, i cinesi di Mao coniarono a ragion veduta per certi comportamenti di complice sudditanza il termine di ‘social-imperialismo’.
Ed io ritengo che fatte le dovute proporzioni sarebbe più opportuno chiamare ‘social-imperialisti’ tutti i pappagalli che si ostinano a fare le mosche cocchiere della attuale strategia Nato, persuasi di combattere una battaglia di principio in nome della Dea Libertà.
Augurandomi sempre un rinsavimento prossimo dei governi europei, nell’interesse primario dell’Italia e della pace, vorrei ancora una volta mandare un augurio al popolo jugoslavo, alla sua tenace resistenza contro gli aggressori, associandomi alla crescente richiesta di sospensione delle attività militari per l’avvio di vere trattative di pace e stabilità nei Balcani.
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