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PRIMO PIANO: Il Cuore di Alessandria today
Benvenuti nella sezione “Primo Piano” di Alessandria Today, il punto di riferimento per le notizie, gli approfondimenti e gli eventi più rilevanti. Qui troverete contenuti esclusivi, interviste di spessore, reportage culturali e tutto ciò che merita attenzione immediata. Il nostro obiettivo è offrire una finestra sempre aggiornata sulle tematiche che contano, dalla cronaca alla cultura,…
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Sul tema, nei quasi tre anni di guerra, il cattolicesimo italiano ha espresso posizioni diverse: dal sostegno convinto alla causa ucraina al pacifismo assoluto. A giudizio di chi scrive, le ragioni pacifiste hanno avuto la meglio, sul piano mediatico, conquistando una maggiore rappresentanza nel mercato dell’attenzione a partire dalla legittima concorrenza tra le idee. Tuttavia ̶ questo il cuore del mio discorso ̶ sul sostegno all’Ucraina, il mondo cattolico si gioca una partita più importante di quanto percepito: questa partita ha a che fare col posizionamento del cattolicesimo rispetto alla democrazia.
Per giustificare quest’affermazione bisogna fare tre passi. In primo luogo, stare con gli ucraini, giova chiarirlo, vuol dire aiutare la loro lotta per la libertà e il loro diritto a una pace giusta, che si può ottenere solo se l’aggressore, la Russia di Putin, trova un argine fermo alle proprie mire. Tutto questo sta costando un prezzo assurdo in termini di vite e sofferenze alla popolazione, il cui sacrificio chiede di essere onorato.
L’alternativa proposta dalle posizioni pacifiste fin dall’inizio dell’invasione è nei fatti, al di là delle intenzioni, la resa dell’Ucraina e con ciò un pericoloso cedimento alla politica imperialista di Putin, che sarebbe così incoraggiato nel continuare le incursioni territoriali e la guerra ibrida alle democrazie occidentali, che è ormai un fatto acclarato. Da questo segue, ed è il secondo passo, che la guerra a Kyiv non è una questione territoriale ai confini dell’Europa, che si può risolvere chiedendo agli ucraini di moderare un po’ l’orgoglio nazionalista per amore della tranquillità generale: mi si perdoni il tono, ma crederlo è di una ingenuità sconcertante.
Nel febbraio del 2022, Putin ha solo reso esplicita l’aggressione delle autocrazie nei confronti delle democrazie cominciata tempo fa e che non abbiamo voluto vedere. Come ha scritto il premio Pulitzer Anne Applebaum in “Autocrazie (di cui ha parlato Ilaria Borletti su queste pagine n.d.r.)
Chi sono i dittatori che vogliono governare il mondo” – probabilmente il saggio più importante dell’ultimo lustro – siamo di fronte all’azione di una “Autocrazia S.p.A” i cui azionisti hanno tutti un nemico comune: la democrazia liberale. Il testo di Applebaum non si perde in fumisterie teoreticiste o in slogan moralistici: mette insieme tantissimi fatti, del recente passato e dell’attualità, muovendosi tra Cina, Venezuela, Bielorussia, Zimbabwe, Russia, Iran, Corea del Nord e altrove, ricostruendo la tela che lega insieme l’alleanza delle autocrazie. In tale scenario, l’Ucraina diventa il terreno in cui Autocrazia S.p.A. tenta di sfondare un muro molto più ampio. La posta in gioco arriva fin qui, non si ferma alla Crimea o qualche altro territorio.
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Act N°1 a/i 2018: Show n°0, una riflessione attuale in codice sartoriale

Sembra una polaroid di questa nostra eclettica epoca fashionista: sì esatto, proprio quella fotografia concreta e maneggevole, non racchiusa nell’effimero digitale di una nuvola che si può vedere ma non si può afferrare, bensì fatta di sostanza e che prende vita al momento in cui viene scattata. Sì esatto, proprio quel genere di fotografia che apparteneva al secolo scorso, che sembrava estinta ma no, non lo è, perché le icone, così come la verve da sottocultura che invade le strade e lo stile di vita e di guardaroba, non si estinguono, ma si reinventano e ci accompagnano.

Ecco, la collezione di Act N°1 a/i 2018-19 andata in scena su una passerella d’eccezione all’appena trascorsa edizione di AltaRoma, ovvero la Galleria Nazionale di Arte Moderna, ha il potere di una polaroid: un ritratto diretto, giovane eppur consapevole, schietto e intrigante nella sua imperfezione, della realtà nella quale siamo immersi e con la quale ci si diletta ad esprimersi.
Dopotutto s’intitola “Show n°0”: come fosse una messa in scena sincera dell’attualità senza alcun grado di separazione tra noi e gli abiti che han sfilato. E i vari mondi che la loro apparenza sartoriale composita e la loro ispirazione culturale complessa han raccontato.
Primo fra tutti, il mondo squisitamente personale della cultura d’appartenenza che ha intriso di ricchezza multiculturale l’infanzia dei due fashion designer, che del brand sono fondatori e anime creative: Luca Lin e Galib Gassanoff. L’infanzia e i ricordi saporiti che di essa ancora restano e che nutrono l’ispirazione dei due creativi: l’infanzia dunque, il primo atto dell’esistenza e la prima tessera del mosaico della propria identità, quando si creano le basi dello spettacolo che si protrarrà per tutta la vita e le sue evoluzioni. Eccolo qua, il primo atto: l’Act N°1!

Per comprendere al meglio è necessario fare un passo all’interno delle relative autobiografie: entrambi son giovanissimi, entrambi son cresciuti sul territorio emiliano-romagnolo e maturati nella moda a Milano, ma al contempo entrambi provengono da origini estere, Luca Lin è nato da genitori cinesi e Galib Gassanoff è nato e cresciuto in Georgia da genitori azeri.

Et voilà il fil rouge che dà forma e corpo alle collezioni del brand Act N°1 e che si riallaccia anche nella collezione a/i 2018-19: il bagaglio prezioso che viene dal métissage culturale personale è sottoposto all’attitude studiatamente scomposta di quel grunge anni ’90 che ancora esercita la sua attrazione, in questo caso creando un vero mash-up tra il pregio della materia lavorata e il cool dell’attitude streetwear. Il tutto è poi tradotto attraverso l’esattezza tipica della manifattura sartoriale italiana.

L’occhio e il gusto devono star bene attenti: quelli che sembrano esercizi di styling sono operazioni di stile molto sottili, dove il mix di provenienze provoca la stratificazione appassionata, che a scomporla rivela le stampe ricercate tratte da acquerelli originali cinesi, i jacquard preziosi dove sbocciano le peonie, i pattern grafici che ricreano i motivi dei tappeti orientali direttamente dall'arredamento post-sovietico degli anni ’90.

E via scomponendo si gode l’effetto che fa il collage di capi d’abbigliamento e d’icone prese da epoche stilose che sembrano lontane eppur son così recenti: patchwork di pezzi di vestiti decostruiti, ovvero smantellati per poter essere poi riassemblati, in particolare quelli dal gusto sporty come le felpe che si fondono negli abiti, i bomber military che s’incastonano nelle bluse, le due camicie che diventano minidress e il tulle lieve che ricopre l’aplomb del cappotto dritto e materico.

Passo dopo passo, anzi, strato su strato si va verso un’eleganza rivisitata con la stessa urgenza della mescolanza: le stampe delle vesti che rievocano il kimono han bisogno della grinta del denim che si affaccia da sotto, il velluto elegante degli abiti va annodato con rapida nonchalance in vita e l’invasione luminosa delle paillettes è da gran finale. Ma sempre intrise da quell’attitude casual che non fa rinunciare alla felpa, mai, nemmeno quando prende la voglia irrefrenabile d’indossare anche un bel paio di cuissard glitterati.
Silvia Scorcella
{ pubblicato su Webelieveinstyle }
{ Photo backstage ©Grey Magazine }
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esercizio di versificazione
Quanti saccenti che non sanno niente Quanti visionari Quanti veggenti Che riempiono di fiamme e di fumo le loro parole E offuscano il senso e la direzione del loro percorso Per sembrare più interessanti Innanzitutto a se medesimi Dando l’impressione che hanno da dire Molto di più di quanto hanno da dire
Guardateli Stanno dicendo ora stesso Molto di più di quello che stanno dicendo Ma il mondo distratto Non riesce a sentire Tutto quello che hanno da dire Signora mia
Ascoltateli La gran parte di loro Non ha nulla da dire Ma lo dice Andando insistentemente da capo Prima che si arrivi alla fine del rigo
Pare che questo sia Il primo motore della poesia Signora mia Immutato dal tempo che fu (Ancor prima che sia nato Gesù) Con tutto lo spreco di carta Che ne deriva e comporta
Ma questo Alla poesia Cosa diavolo importa? Il buon poeta e il poeta buono Sono poco versati nelle circostanze effimere dell’attualità e Nelle problematiche della vita sociopolitica della gente comune
È d’uopo altresì rifuggire la rima Che conferisce al testo Un sapore di buone cose di pessimo gusto

“Meglio un albero senza fusto Meglio un ramoscello o un arbusto Che un caffè dall’aroma robusto Infarcito di un linguaggio frusto trito e ritrito Fatto di formulette che puoi ripetere a menadito Per sfornare il tuo piatto adusto” E fare in modo che Come da rito Nessuno legga Con dovuta attenzione Né possa esservi qualcuno che regga Tutta intera La lettura della composizione
E poi è d’obbligo suonare esoterici e oscuri Ma questo credo di averglielo già detto Signora mia
Oppure giocare a fare i banali Per nascondere quanto banali si sia per davvero Dietro un muro di simpatiche anafore Infarcite di battute ad effetto E colpi di teatro Fatti per essere detti in pubblico Tra il rumore dei bicchieri e qualche rutto che dia ritmo alla serata
O anche (E con questo passo e chiudo) puntare a più amplie platee Discettando di natura a chi vive in città E darsi pose da provinciale universale Essendo trito ed essendo banale Come il pane senza sale Che ti danno in ospedale Per accompagnare la pastina e il merluzzo (E se ti va bene Arriva anche una mela Avvolta in una bustina di plastica Trasparente ma opaca )
Per il resto Le consiglio di seguire il mio laboratorio di poesia Costa pochissimo e le assicura un posto in prima fila Nel nulla della poesia contemporanea Nel quale m’onoro di naufragare Come chi ha di fronte un bicchiere E si sente nel mare
Il che (non) è norMale Signora mia
-https://aitanblog.wordpress.com/2022/06/
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Adriano Sofri scrive
L’avevo detto che non sarei stato all’altezza dello stile salvinista. Mi è arrivato un ragguardevole aiuto, benché non da Salvini in persona. Lui ha promesso querele: volentieri. E ora gli intervenuti, quelli che sono arrivati da me in un estemporaneo travaso dal vasto serbatoio del loro capitano. Non dirò che li ringrazio, non bisogna esagerare con gli scherzi. Non dirò nemmeno di aver letto tutti i loro elaborati. Anzi, i vostri, da qui in poi vi scrivo in seconda persona. Siete evidentemente un’avanguardia dell’avanguardia, dal momento che vi siete presi la briga di venire fin qui a controinsultarmi. Ho smesso di leggervi, un po’ perché, a differenza del Vostro, non ho molto tempo, un po’ perché diventavate ripetitivi. Provo a distinguere fra i vostri argomenti, che mi hanno permesso del resto di conoscervi meglio e dunque di farmi un’idea più esatta del mondo. C’è una prima categoria di epiteti, moderata, diciamo: quelli che scrivono “Taci, vecchio pregiudicato”. A parte il tacere, che è un eccesso di zelo, sul resto sono d’accordo senz’altro: sono vecchio e sono pregiudicato. Qualcuno perfeziona scrivendo “…pregiudicato di merda”, ma qui siamo già in una categoria successiva. Sempre in questa comprenderei la vasta messe di “Assassino” o “mandante di assassinio” e simili. Qui non sono affatto d’accordo, come potete immaginare, al contrario. Ma una sentenza detta definitiva della giustizia italiana autorizza chiunque a chiamarmi così, se ne abbia voglia. (Avviso: la sentenza invece non vi autorizza a chiamarmi “terrorista”. I giudici temerari che ci hanno imputati e condannati si sono guardati dall’inizio dall’evocare l’aggravante del terrorismo. La temerarietà ha i suoi limiti). Dunque nessuna obiezione, tutt’al più mi interrogo sulle vostre voglie. Anche qui, gli zelanti completano “assassino di merda”, e rientriamo nella categoria successiva. La merda è ubiqua, servita sola o come accompagnamento di altri epiteti. Aggettivata, caso mai: rossa, secca. Illustrata, molto illustrata. Uno di questi coprofili mi suggerisce di “cagarmi da solo, tanto una merda è una merda”. Un caso di esportazione della famosa autoreferenzialità. C’è un ricordo, come un rimpianto involontario, di olio di ricino. Anche “stronzo”, direte, evoca la coprolalia (per sineddoche, la parte per il tutto) ma il tempo l’ha allontanata dall’origine, e Salvini è stronzo e basta. Prossima categoria prediletta, connessa, se non altro per adiacenza: il culo. L’ossessione per la merda è surclassata da quella per l’omosessualità e la fantasticata sodomizzazione virile. Questa categoria comprende efficacemente anche l’idea che gli intervenuti si fanno degli “africani” e della galera. “Affidati alle cure di uno di quegli africani che tanto adorate”. Nelle citazioni della signora Carola Hanecke, il tema è ipebolico. Galera, immaginata, augurata e, chissà, vagheggiata: “Ti mancano i tuoi compagni di cella femminuccia”, “L’hai scritto perché non vedi l’ora di tornare in quella cella dove ti sodomizzavano femminuccia”, “Parassita ti manca la cella dove te lo buttavano ogni sera”. Seriali gli esercizi penetrativi o espulsivi: “Ti meriti un missile in culo”, “Prova a infilarti la testa nel culo e vedi un po’ se ci entra”, “Sei un parto anale”. Fra le numerose commemorazioni dell’omicidio Calabresi: “Se hai ancora la pistola, usala come dildo anale”.
Le minacce, fisiche e di morte, sono naturalmente numerose, variazioni comprese: impalato, in un vestito di zinco, di un brutto male che mi renda presto concime, una brutta fine in fondo al mare (qui c’è un’eco dell’attualità). “Ti devono rimettere dentro a bastonate, ti devono spezzare le gambe…”. Uno è legalitario: “Se me ne dessero la possibilità legale ti zitterei definitivamente”. Nostalgia dei concorsi per boia. Parecchi annunciano di aspettarmi, fuori o a casa. Un paio si ripromettono di venire sulla mia tomba, uno “a pisciare”, un altro, massimalista, “a cacare”. C’è una vasta categoria di male informati: passo per assassino di carabinieri, di magistrati. Mi danno per “graziato per motivi umanitari”. Andiamo brevemente all’entomologia: zecca, naturalmente, “che andrebbe appesa per i coglioni”; “verme bolscevico”. Ci sono casi cortesi: “Di gente stupidità come lei signor Sofri non diamo importanza infatti come con le zanzare noiose le schiacciamo”. C’è, inevitabilmente, la categoria delle minacce ai famigliari, ma non le cito, sono le sole che trasmetto alle autorità competenti. Ancora più inevitabili le evocazioni della madre, troppo banalmente triviali. Segnalo solo l’ossessione per la parola aborto. Uno, che si firma con un nome maschile, scrive, con un notevole trasferimento clinico: “Tu sei nato da uno stupro, in quanto tua madre batteva. Io ti avrei abortito”. Un obiettore di coscienza alla rovescia. C’è la categoria di quelli secondo cui avrei cercato i miei due minuti di notorietà. Siamo tutti un po’ meschini, ma sbagliano. Non vado in televisione o alla radio da molti anni, anche quando mi invitano, intendo, e non faccio interviste. Sono fuori gara e fuori mercato. Anche voi salvinisti spinti siete tracimati fin da me solo perché il mio amico Saviano, che è intelligente e spiritoso, ha visto il mio esercizietto di parodia e l’ha chiamato “l’analisi politica più lucida degli ultimi mesi”. Bene, quanto alla categoria, del tutto ragionevole, di quelli che dicono “così si aiuta Salvini”, non sono d’accordo: vedo che l’Italia rischi di essere divisa in due parti, quelli che stanno con Salvini, e quelli che hanno paura di fare il gioco di Salvini. Io oggi penso come ieri su Salvini, ma peggio. La sua viltà lo fa esultare per l’arresto di una giovane donna in gamba, e aggrapparsi al pretesto dello “speronamento” quasi mortale di una nave da guerra! Ecco, prima di chiudere questa sommaria antologia citerò una frase extracategoriale che mi ha quasi commosso per il suo sforzo retorico: “Forse soffri di alzhaimer”. Amen.
P.S. I salvinisti, che ormai do per acquisiti, tengano comunque conto che non potrò dare loro un’ulteriore attenzione. Il mio tempo è piuttosto contato.
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Urgente bisogno di parlare di questo libro qua. Come scritto ieri a una mia amica (ero ancora a pagina 60qualcosa) riconfermo pienamente il mio giudizio tranchant (ma avendo sognato di diventare un piranha cercherò anche i lati positivi a un certo punto): “Sciatto, non si sente nessuna voce, lo stile è un’utopia che non si lascia nemmeno accarezzare da lontano, la storia è la mera (e in letteratura, ‘mero’ non è MAI buono) riproposizione dei fatti dell’attualità [per altro attualità mainstream] in un realismo desolante da blog post-adolescenziale col vago retrogusto di personal essay che non ce la fa”. io non ritiro nulla di tutto ciò, ma è ovvio che di fronte alla buona e buonissima accoglienza di stampa e vari addetti ai lavori, operatori culturali, esperti di Internet culture, RAV, tutti presissimi a tesserne le lodi... Io mi senta un po’ un’outsider che non ha capito la portata. oppure no, oppure il mondo di cui parlo è una minuscola cellula autoreferenziale, ombelicale dove il do ut des non è la mazzetta fisica, ma simbolica (evasione fiscale quasi preferibile, almeno è fatta di soldi). ed essere outsider può preservare una sua purezza, una sua bellezza.
Quindi, dicevo, questo libro ha per me tutte quelle pecche là. Perché davvero bastava la Teoria della Classe Disagiata, non serviva il riadattamento narrativo. AH SCORDAVO DI DIRE: TRATTASI DI AUTOFICTION. Ah, molto meglio sì, ah ok, adesso il libro ha un senso di vivere di vita propria perché è il combustibile per il nuovo filone, ah ok, allora ora siamo tutti a posto, madonna meno male, mi stava pigliando male. Invece no, abbiamo salvi la vita! Visto che l’autofiction esiste, deve esserci a disposizione del materiale organico con cui nutrire la categoria ché se no decade e se decade poi di che parliamo? Nell’ultima settimana ho letto 4 romanzi di esordienti italiani e, porca pupazza, TUTTI E QUATTRO SONO AL PRESENTE E IN PRIMA PERSONA. that’s what I call ‘cavalcare bene un’onda’, bravi e brave.
Ma non lasciamoci traviare dall’astio, no, riportiamo tutto al proprio posto e diamo a questo libro ciò che si merita (cioè nulla): non è che, visto che si narrano i fatti (assolutamente inessenziali. La realtà avrebbe comunque fatto il suo decorso e lo Spirito della Storia non si sarebbe incrinato) allora questo significa un tana libera tutti per quello che riguarda la remotissima possibilità di avere uno stile curato, o una propria voce. Invece sapete cosa? Lo stile dell’autrice si riduce all’essere in vita, in quest’ordine: - lei respira - lei è alfabetizzata e sa far di conto - le è stata fornita un’istruzione - le è stato fornito un mentore che ha creduto nella sua scrittura (poretta) - è una donna e ha “that kind of” senso dell’umorismo misto a understatement che ha anche un po’ rotto i coglioni, eddai, andiamo avanti - appartiene a una generazione di perdenti (anche io, eh, e chi si sottrae) - ha letto RAV ché è un amico di amici e tutti si danno di gomito
La ricerca linguistica e lo spessore del registro sono inesistenti, mi sono sforzata di leggere alcune frasi a voce alta per sentire se almeno girassero bene. Ma no, non è così. È un’opera voluta dall’alto che, però, come storia non può che nascere dal basso della banalità e della mediocrità, novello libretto rosso a uso e consumo della classe disagiata e delle sue issues con i beni posizionali. Bene. Lo diciamo? MACHICCAZZOSENEFREGA, ma non bastano Vice, The Vision, BuzzFeed o quel che l’è, che battono di continuo il ferro sulla nostra generazione? E fanno un lavoro socialmente utile, sia chiaro, per quanto la qualità a volte manchi. Ma almeno ha l’aspetto del giornalismo, l’occhio lungo dei dati, la boccata d’aria della pluralità. E ‘sto libroide di autofiction invece no, ha la claustrofobia della storia noiosa e rompipalle, dei dettagli insignificanti, di un tipo di depressione e indecisione che conosco bene e - vi svelo un altro segreto - tutte le persone di questi ceti qua, di questo tipo di letture, di questo genere di convenzioni e mode... LO SANNO GIÀ TUTTI E TUTTE. Perché, al di fuori di questa cerchia di barbagi che siamo tutti insieme (vi sto idealmente allungando una mano per entrare nel fango insieme, dai che c’è posto), è un libro inutile, che cerca di occupare spazi già presidiati che però altri presidiano in modo maggiormente perspicuo (giornalismo narrativo, personal essay, e altre forme ibride ecc ecc ecc), e invece io mi son dovuta rompere i coglioni per 217 pagine a leggere de ‘sta pora stronza che colleziona dottorati su dottorati senza senso, va alla Holden, scrive su Whatsapp tutto il giorno e sta su Instagram a deprimersi. MA CAZZI TUOI MA BASTA. io non sono proprio il tipo che va cercando evasione nella letteratura, anzi, proprio per questo sono tremendamente avvoltolata nella non fiction, ma vado alla ricerca di bellezza e di storie vere, quando queste valgono la pena. E non tutte le storie la valgono, davvero. La tua, per me, Cecilia, non vale nemmeno un attimo delle ore che ti ho dedicato e mi dispiace, perché all’inizio avevo scritto che sarei stata anche buona a un certo punto, ma io non ce la faccio, non so come si imposta un discorso equilibrato, sento solo che c’è un modo giusto di dire che una cosa non mi piace e questo modo è squartare la cosa fino in fondo. Lasciando nessun colpo intentato.
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LA POESIA CONTEMPORANEA
Piccolo esercizio di versificazione
Quanti saccenti che non sanno niente Quanti visionari Quanti veggenti Che riempiono di fiamme e di fumo le loro parole E offuscano il senso e la direzione del loro percorso Per sembrare più interessanti Innanzitutto a se medesimi Dando l’impressione che hanno da dire Molto di più di quanto hanno da dire
Guardateli Stanno dicendo ora stesso Molto di più di quello che stanno dicendo Ma il mondo distratto Non riesce a sentire Tutto quello che hanno da dire Signora mia
Ascoltateli La gran parte di loro Non ha nulla da dire Ma lo dice Andando insistentemente da capo Prima che si arrivi alla fine del rigo
Pare che questo sia Il primo motore della poesia Signora mia Immutato dal tempo che fu (Ancor prima che sia nato Gesù) Con tutto lo spreco di carta Che ne deriva e comporta
Ma questo Alla poesia Cosa diavolo importa? Il buon poeta e il poeta buono Sono poco versati nelle circostanze effimere dell’attualità e Nelle problematiche della vita sociopolitica della gente comune
È d’uopo altresì rifuggire la rima Che conferisce al testo Un sapore di buone cose di pessimo gusto
E poi Per l’amor del cielo Nessuna citazione Poco linguaggio figurato E spruzzi di parole desuete scelte a cazzo di cane con acribia e convinzione
“Meglio un albero senza fusto Meglio un ramoscello o un arbusto Che un caffè dall’aroma robusto Infarcito di un linguaggio frusto trito e ritrito Fatto di formulette che puoi ripetere a menadito Per sfornare il tuo piatto adusto” E fare in modo che Come da rito Nessuno legga Con dovuta attenzione Né possa esservi qualcuno che regga Tutta intera La lettura della composizione
E poi è d’obbligo suonare esoterici e oscuri Ma questo credo di averglielo già detto Signora mia
Oppure giocare a fare i banali Per nascondere quanto banali si sia per davvero Dietro un muro di simpatiche anafore Infarcite di battute ad effetto E colpi di teatro Fatti per essere detti in pubblico Tra il rumore dei bicchieri e qualche rutto che dia ritmo alla serata
O anche (E con questo passo e chiudo) puntare a più amplie platee Discettando di natura a chi vive in città E darsi pose da provinciale universale Essendo trito ed essendo banale Come il pane senza sale Che ti danno in ospedale Per accompagnare la pastina e il merluzzo (E se ti va bene Arriva anche una mela Avvolta in una bustina di plastica Trasparente ma opaca )
Per il resto Le consiglio di seguire il mio laboratorio di poesia Costa pochissimo e le assicura un posto in prima fila Nel nulla della poesia contemporanea Nel quale m’onoro di naufragare Come chi ha di fronte un bicchiere E si sente nel mare
Il che (non) è norMale Signora mia
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Sangha - 5
Leggere le parole di Ghyotan mi ha fatto bene. Per diversi motivi primo dei quali è che è tra coloro che questo forum lo frequenta da lettore e che se si esprime si fa capire. Grazie.
Nel merito delle opinioni nel sangha la vedo con libera-mente. Ognuno abbia le opinioni che più gli convengono. Per quello che attiene all’unitá nell’assoluto che ciò sia confinato a un qualsiasi sangha mi sta un tantino stretto. Ma ripeto è solo la mia opinione. Così come quella di voler sentirmi sangha con persone che proprio perché in cerca di essere uno sono poi capaci di parlarsi e condividere o no senza, come si dice ora, alzare muri piuttosto che costruire ponti. Perché, scusate se insisto, ma nell’assoluto sono tutti bravi a dire essere uniti e, senza voler urtare la sensibilità dei dialoganti interreligiosi, sono tanti anni che dai vertici delle differenti “chiese” ci dicono belle frasi, poi a Milano le cose vanno come chi legge questo forum sa. A me, piacerebbe che nel nostro piccolo piccolo ci sia un tot di valido oltre il cuore dello zen e chi quel cuore c’è l’ha. Certo al centro c’è quella idea di bastare a se stessi, cosa che va realizzata più che teorizzata e che include e non esclude un idea e una pratica di sangha altrimenti che fare dell’attualità e del futuro di Scaramuccia?
I monaci, i laici e i maestri di dharma del nostro sangha sono giovani in spirito e con tanti anni di esperienze, vi piace la rappresentazione? Vivere in un paese che non è l’Italia fa notare con un evidenza, a prova di cecità assoluta, quanto il futuro, da noi più che altrove, è privo di forze capaci di sguardi adeguati ai tempi. Voglio dire semplicemente donne e uomini che non hanno il peso del mondo che era, ma solo di quello che è e di un idea di quello che sarà! Con una conoscenza della storia, ma non con la stanchezza di chi quella storia l’ha vissuta. E noi a Scaramuccia non facciamo eccezione. Tutto ciò che il Maestro Taino ha trasmesso e rinnovato della tradizione Rinzai è al centro delle riflessioni non solo mie come ha scritto Shido e come anche Shiryo con i suoi interventi mostra avere a cuore. Gli interventi sono firmati e ci possiamo chiamare per nome.
Una mia idea dello stato delle cose e che un sol uomo non può “fare il pane per tutti “. Dobbiamo impegnarci, quelli che lo vogliono e lo capiscono, in prima persona. Anche se, come il mio caso, non si hanno idee definite e irremovibili da sbandierare e tanto meno da imporre. I maestri di dharma hanno tutta l’autonomia che il Maestro Taino gli ha riconosciuto; la questione è se sia possibile unire le forze. Ricordo quando i primi tempi, inizio anni ‘90 trovai grazie all’impegno di Marietto delle novità nella raccolta dei sutra...
I tempi del quinto patriarca che proteggeva il sesto dalla gelosia di tanti e che costringeva Hui Neng a nascondersi è passato da quasi 2 millenni. Possiamo fare un lavoro comune per le prossime generazioni? Non la vedo come una passeggiata tra intellettuali. Credo siano anche necessarie delle prese di posizioni nette. In favore della priorità ecologica, ad esempio; di quale futuro parliamo altrimenti? Forse c’è anche un’altra riflessione da avviare a proposito della visione del mondo come grande falsità. Sono ben d’accordo. E leggo nei racconti di passeggiate arrampicate birre e feste nei solstizi una grandissima verità di ciò che c’è di meglio da vivere. Come ho dovuto capire che non tutti potevano e possono vivere su una barca ancorando in una baia più bella di un’altra o nei porti che sono tutti belli per un marinaio che ha navigato per raggiungerli, così credo che un bodhisattva possa offrire la via anche altrimenti.
Ultimamente ho sentito dire una cosa bella. Essere talmente responsabili e capaci da occuparsi veramente di quello che gli altri capiscono e non solamente di quello che si vuol dire. Forse troppo eppure c’è chi ci riesce e vede i risultati. Comunque ho molta strada da fare e mi scuso se non mi spiego bene. A mani unite Soshin
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Valeria, 19 anni, studentessa di Scienze politiche a Bologna La scelta della facoltà e della città universitaria sono state due facce della stessa moneta. Bologna è una città politica, che avrebbe potuto saziare il mio interesse per i temi più scottanti dell’attualità. Le mie aspettative sono state soddisfatte: Bologna abbraccia e rispetta una vivacità di sfaccettature ed idee che ti travolgono, spronandoti a stare al passo con il dinamismo di una città che ogni giorno ti fa scoprire una nuova parte di te ponendoti di fronte a nuove sfide. Bologna tenta di lottare contro le discriminazioni in una realtà spesso troppo chiusa e violenta. Per quanto riguarda la mia esperienza, ho avuto la fortuna di crescere in un ambiente familiare aperto e rispettoso, in cui non mi sono mai sentita discriminata in quanto donna. Piuttosto sono stata sempre motivata a dimostrare il mio valore attraverso l’esempio concreto di donne forti e determinate, ed attraverso il sostegno delle figure maschili a me care. Oltre la mia educazione familiare, anche quella sociale e scolastica è stata accudita da figure femminili risolute, grazie alle quali sono riuscita a valorizzare il meglio di me e a sviluppare un’intelligenza emotiva attraverso cui leggere il mondo e capire come le realtà che mi circondano siano molto diverse rispetto alla mia, spesso ingabbiate in violente discriminazioni di genere usate anche come strumento di attacco fra le donne stesse. Dunque io ritengo necessario un cambiamento mentale nella società femminile, una uguale liberazione dagli stereotipi impressi da anni di retaggio culturale. Solo il conseguimento dello stesso livello di emancipazione e di consapevolezza di se stesse permetterà alle donne di raggiungere un’unione ed una comunanza di obiettivi che gli permetterà di non lottare più fra loro, ma per loro; di condividere e fortificare la lotta traducendola in termini pragmatici e giuridici, che è ciò che conta. Bisogna creare un ponte intellettuale fra politica e liberazione culturale che agisca sulle coscienze delle donne che non sono riuscite ancora ad affrancarsi dagli schemi tradizionali e dunque a condividere la lotta femminista. Dobbiamo sbrigarci a costruire questo ponte perché è tempo di unirci per passare alla lotta vera, quella a livello politico. A tal fine lo strumento dello scandalo può essere un’arma a doppio taglio: io, in quanto donna, percepisco il contenuto profondo e di protesta dell’atto scandaloso, il quale può catturare l’occhio ed anche la mente, oppure produrre l’effetto contrario. Infatti molti, soprattutto i più conservatori, potrebbero cogliere lo scandalo come uno strumento vuoto ed esibizionista. Dunque, care donne, dobbiamo unirci, studiare con criticità la realtà per lottare con gli strumenti più funzionali a diffondere capillarmente la nostra rivoluzione. La nostra è una lotta su più fronti, tanto fondamentale quanto urgente: non abbandoniamoci mai, ma supportiamoci a vicenda. ©Giacomo Buldrini --- Valeria, 19 years old, political science student in Bologna Choosing this faculty and this city were two sides of the same coin. Bologna is a political city, which would've satiated my interest in today's most burning issues. My expectations were satisfied: Bologna embraces and respects a vivacity of facets and ideas that overwhelm you, encouraging you to keep up with the dynamism of a city that makes you learn more about yourself everyday by setting new challenges before you. Bologna tries to fight discrimination in an often dull and violent reality. As for my experience, I had the luck of growing up in an open-minded and respectful home environment, where I have never felt discriminated against as a woman. Instead, I've always been motivated to show my worth through the concrete example of strong and determined women, and the support of the male figures who are dear to me. Besides my familial education, the social and academic one was nurtured by resolute female figures, thanks to whom I was able to enhance the best in me and develop an emotional intelligence to read the world with and understand how the realities that surround me differ from mine, and are often trapped in violent gender discriminations which are used as a weapon between women themselves. Therefore, I believe that a change in mentality in female society and an equal liberation from stereotypes etched in us by our cultural heritage are necessary. Only the achievement of the same level of emancipation and awareness of ourselves will allow women to reach a union and a commonality of objectives which in turn will allow them to not fight each other, but for each other; to share and strengthen the fight, translating it into pragmatic and juridical terms, which is what counts. An intellectual bridge must be created between politics and cultural liberation, which should act on the consciences of women who still haven't been able to free themselves from traditional structures and are therefore not able to share the feminist fight. We have to build this bridge quickly, as it is time to unite and join the true fight on a political level. Using scandal as a means to reach this goal can be a double-edged sword: I, as a woman, percieve the profound meaning of protest behind a scandalous act, which can either capture the eyes and the mind, or produce the opposite outcome. In fact, many, mainly the most conservative, could percieve a scandalous act as vacuous and exhibitionist. So, dear women, we have to come together, analyse reality critically to fight using the most effective means to spread our revolution. Ours is a fight on multiple fronts, and is as fundamental as it is urgent: let's never abandon each other, but rather, let's support one another. http://ift.tt/2mQ8fRB
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Noi per Napoli Show “in Tv
Noi per Napoli Show approda in Tv,sull’emittente Campania Felix Tv con un Salotto televisivo in cui la lirica o meglio il duo lirico,questa la novita’,composto dal soprano Olga De Maio e dal tenore Luca Lupoli, rappresentanti dell’Associazione Culturale Noi per Napoli, ogni settimana incontrano artisti,musicisti,poeti,pittori,scultori,giornalisti,personaggi della cultura, dell’attualità...
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“Verranno al contrattacco con elmi ed armi nuove”. Manituana non si tocca! Minacce di sgombero del Laboratorio culturale autogestito Manituana, a Torino. Non un passo indietro. È di pochi giorni fa la notizia che dal 30 luglio Manituana sarà interessata da “importanti lavori di ristrutturazione”. In applicazione di un non meglio precisato “nuovo piano di miglioramento energetico”, si presenteranno alla nostra porta dei muratori, che ci inviteranno a uscire dallo spazio per non farci rientrare mai più. Il piano dell’amministrazione dell’Università è quello di procedere a una ristrutturazione e a una nuova destinazione di locali, lasciati in stato di completo abbandono ben prima dell’inizio della loro occupazione e autogestione a partire dall’aprile 2015. Tutto questo per fare di Manituana – udite udite! – un’aula studio. La stessa aula studio che agli studenti di Palazzo Nuovo, in gran parte ancora chiuso in seguito allo scandalo amianto, è sempre stata negata, come tante altre cose. Non hanno capito niente, negli uffici dell’amministrazione di via Verdi numero otto. Manituana è molto più di un’aula studio, è un Laboratorio Culturale Autogestito. Attorno a quella che è già, anche, un’aula studio, in questi ventiquattro mesi di occupazione si sono aggregate persone, si sono inventate possibilità e si sono costruiti percorsi. Si è creata socialità, si sono approfonditi temi culturali, si sono messe in pratica riflessioni costruite insieme. Liberare uno spazio per noi è stato sinonimo di liberare saperi perché crediamo fortemente che, oltre allo studio universitario e contro l’attuale miseria del mondo accademico, debba esserci la possibilità per tutti di sviluppare la capacità di critica e di immaginazione sovversiva dell’esistente. Questa possibilità, nello spazio aperto di Manituana, non dipende dalla performatività, dalla produttività, dalla competitività, dalle capacità economiche del singolo. A Manituana si tenta ogni giorno di instaurare relazioni paritarie e mai prevaricatrici, di trovare risposte collettive alla solitudine e all’atomizzazione. Ventiquattro mesi di laboratorio politico e culturale dal basso, dunque, che hanno visto la realizzazione del Gruppo di Acquisto Solidale, del Collettivo Artistico, di un Laboratorio teatrale, del seminario di psicanalisi “Il Testo del Reale”, del laboratorio letterario “Sogno o Son Testo”, di seminari di filosofia, di una ciclo officina e di una programmazione culturale vasta e approfondita, che ha permesso la partecipazione di studenti, docenti, ricercatori, dottorandi. Ventiquattro mesi di concerti, jam session, festival di approfondimento politico all’insegna dell’interdisciplinarietà e della contaminazione culturale. Lo spazio è servito per costruire momenti di analisi, elaborazione e lotta che hanno attraversato vari aspetti dell’attualità politica e sociale, grazie, per esempio, alla partecipazione ai percorsi Non Una di Meno, NoTriv, NoTap e sostenendo esperimenti di autorganizzazione dei lavoratori autonomi e precari. Di fronte alle contraddizioni della società e della metropoli in cui viviamo, Manituana non ha mai smesso di interrogarsi, intessendo rapporti e relazioni sul tessuto cittadino e nazionale con chi si mobilita sul tema dell’immigrazione, del transfemminismo, dell’ambiente. Il fatto che la stessa Università voglia chiudere questo spazio per aprire un’aula studio suona come una contraddizione di termini, una scelta al ribasso, che non può che insinuare il dubbio che la pretesa “riqualificazione” degli spazi coincida con un’opera di normalizzazione culturale e politica (una pratica alla quale l’amministrazione ricorre sempre più volentieri, coerentemente con le tendenze in corso sul piano locale e nazionale). Da quando abbiamo occupato «lo scantinato» i vertici di UniTo hanno sempre fatto orecchie da mercante, evitando un confronto politico con Manituana, su cosa questo spazio sia e cosa potrebbe essere in futuro. Da tempo proponevano di concederci un altro luogo tramite un percorso di istituzionalizzazione, che abbiamo sempre rifiutato, insieme all’idea di costituirci come associazione o cooperativa. Manituana, infatti, prende le sue decisioni come un’assemblea libera e aperta alle proposte di chiunque varchi la sua porta, o entri in contatto con lei. Da più di due anni l’amministrazione teneva in un cassetto un piano di ammodernamento da tirare fuori al momento opportuno. Ed eccolo, il loro momento opportuno: il momento in cui una manciata di condomini di via sant’Ottavio sembra minacciare le vie legali per il “degrado” in cui verserebbe lo spazio (un’accusa ridicola che ci ricorda quali interventi securitari si nascondano dietro l’uso di tale espressione); a due mesi dall’inizio di lavori improrogabili dall’Università, pena il pagamento di una mora alla ditta vincitrice dell’appalto, il Rettore dimostra a cosa porti la mancanza di confronto politico e la delega ai tecnici della direzione edilizia. Abbiamo riaperto un luogo morto e l’abbiamo fatto vivere contro ogni aspettativa, in barba alle promesse, alle chiacchiere, ai sorrisi nervosi e tirati davanti a quello che stavamo conquistando. Una così grande ricchezza di opportunità, nate spesso dall’aggregazione quotidiana di giovani e non, studenti, ricercatori, precari, che altrove non trovavano spazi per alzare la voce, è stata possibile nel segno dell’autogestione e dell’autorganizzazione. Questa è la vera differenza rispetto a quello che ci viene proposto dall’università. Questi sono i motivi per cui alzarsi e sostenere Manituana. Manderanno i muratori? Non li faremo entrare. Proveranno a farci ragionare? Non vorremo ragionare con loro in questi termini. Manderanno la polizia? Resisteremo. E quando si diranno scandalizzati dalla nostra determinazione, dalla nostra “incapacità di ragionare” avremo l’ennesima prova che non hanno capito niente. Poiché alla loro idea di decoro abbiamo saputo opporne un’altra, fatta di riqualificazione di spazi dal basso e di relazioni strette intorno a idee e pratiche alternative. Non possono capirci né tollerarci oltre. Manituana è minacciata: la difenderemo, come abbiamo sempre fatto. Con i nostri corpi e le nostre menti. Questa sera si terrà la quinta jam session nella piazza libera adiacente allo spazio, contro ogni proibizionismo securitario e repressivo. Giovedì prossimo alle 18.00, si terrà un’assemblea pubblica sul futuro dello spazio e sulla sua difesa. Invitiamo tutte e tutti a partecipare alla jam e all’assemblea, a seguire i canali di Manituana per avere ulteriori informazioni, a prendere parola e ad attraversare Manituana come prima, più di prima. Invitiamo anche tutte e tutti a voler dimostrare la loro solidarietà condividendo e diffondendo questo comunicato. Chiusure estive e trucchetti da burocrati non ci fanno paura, ci rendono solo più forti. Oggi, ieri e domani liberiamo spazi, liberiamo saperi. da: manituana
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“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo”. Al SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia, il più bello è De André. Parola di Alessandro Carli, pardon, Carlo Alessandri
“Per me io sono colei che mi si crede!”. Risponde così la Signora Ponza alla fine del terzo atto di “Così è (se vi pare)” di Luigi Pirandello a chi cerca di darle una dimensione.
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In mostra al Si Fest: Lady Tarin, “Guiltless”
“Io per me sono colui che mi si crede”. Scrivo così, non prima di aver ringraziato Alessandro Albert e Paolo Verzone, già vincitori del World Press Photo 2001 e 2009 che nel 2016, in occasione di un censimento fotografico sul guado del fiume Rubicone, mi hanno scelto come modello. Oggi, a distanza di tre anni, quel progetto è finito in piazza a Savignano, appeso sui fili come si fa con i panni che devono essere asciugati. L’amico Johnny, sabato 14 settembre, mi avverte con un WhatsApp che sono in piazza. Mi manda una foto e mi scrive “Il gemello”. Non ho gemelli, grazie al cielo (sarebbe un dramma per l’umanità), e a memoria non sono nemmeno del segno dei gemelli. Guardo la foto che mi ha inviato: “Carlo Alessandri”. Albert e Verzone mi hanno donato un Avatar, un nuovo personaggio, un alter ego con cui giocare e firmare i pezzi, ergo il mio viaggio al “Si Fest” 2019 sarà firmato da due persone distinte e distanti: Alessandro Carli e Carlo Alessandri. Hanno qualcosa in comune, Alessandro e Carlo: la stessa t-shirt, lo stesso orologio. Sono solo cambiati gli occhiali, ma solo per questioni di miopia, e i capelli, che oggi sono più corti. Per il resto, il tempo è stato abbastanza gentile con me…
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“Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante”. FdA.
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Il fiore ha molti petali, tutti più o meno colorati. Alcuni però non lo sono, e non per colpa della siccità: scegliere gli opposti assoluti – il bianco e il nero – è una questione di poetica, di sensibilità. Qualche volta di furbizia: incoccare la freccia è un obiettivo preciso. Oggi che tutto è cromaticamente saturo, puntare sull’a-colore (che poi il b/n è, a tutti gli effetti, una variazione dell’arcobaleno) significa far finta di amare il passato. Significa carnevalarsi dell’attualità e giocare con la nostalgia. Un esercizio di stile, un nido sicuro in cui abitare l’abitabile, quello che accade, e forse qualcos’altro .
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A Savignano sul Rubicone (FC) sono i giorni della vendemmia artistica: il SI Fest, il festival di fotografia più longevo d’Italia (è alla sua 28eesima edizione) che quest’anno è stato ri-curato dallo straordinario Denis Curti (lo avevano già chiamato nel ruolo di direttore artistico dal 2001 al 2006), offre agli sguardi dei visitatori e degli appassionati una panoramica di scatti immobili, una finestra da cui affacciarsi sulla prudenza e sulla bellezza. Una vertigine sul limen del titolo della rassegna, “Seduzioni. Fascinazione e mistero”, tre rette che conducono verso un altrove di corpi, visi, sorrisi, tette, culi, oggetti, estraniazioni. Di profumi, di poetiche opposte e stridenti, di certezze, di orgoglio, di sublimazione del sé, qui innalzato sulla soglia del paradiso. Chi fa le foto ci crede, e si crede un Dio sceso sulla terra. Insomma, l’oggi più nudo, più sociale, più autenticato. E forse più patinato, sopraesposto, annegato in una produzione tragica e abbondante di immagini che circonda e scandisce il tempo dell’uomo.
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“A Fabrizio non piaceva farsi fotografare. Amava però lasciarsi guardare e se, nelle fotografie, riusciva a riconoscersi, a trovare qualche traccia di sé per lui inedita o inattesa, allora poteva nascere un rapporto di fiducia e di amicizia. O, piuttosto, un libero e spontaneo interfacciarsi”.
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Nel progetto fotografico di Alessandro Albert e Paolo Verzone, Alessandro Carli (con la lingua) è diventato “Carlo Alessandri”
Fabrizio è ovviamente Fabrizio De André, il maestro dei maestri, poeta assoluto. Ma maestro è anche l’ottimo Guido Harari che negli anni ha “fermato” Faber più e più volte ancora. Le foto, alcune foto, sono racchiuse in Sguardi randagi, visibili al “Monte di Pietà”, (via del Monte di Pietà, 1) anche nei prossimi due fine settimana, quello del 21 e 22 settembre e quello dopo, 28 e 29.
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“Fotografare Fabrizio voleva dire viverlo, respirarlo, accettare il confronto con il suo carattere, la sua immaginazione, la sua cultura. Godere, con umiltà e gratitudine, del ticchettio della sua intelligenza, assecondando i suoi tempi, le manie, le esigenze, procedendo per piccoli spostamenti creativi, da un’idea all’altra, o proprio senza nessuna idea. Come scrive James Hillman, si guarda l’altro per vederlo dentro. Potevano bastare una giacca buttata sulla sedia, una bottiglia di whisky e una chitarra, o un attimo di estraniamento, di salvifica solitudine agguantata in mezzo all’incedere della vita. Esserci, consapevoli della propria fortuna, questo contava con Fabrizio, per parlare o, più umilmente, ascoltarlo parlare. O non parlare affatto. Definendomi ‘aforistico’, aveva colto la mia predisposizione all’ascolto piuttosto che alla prevaricazione con inutili parole. Non mi riusciva di vederlo come una persona qualunque: Fabrizio era fuori dall’ordinario in tutto. Quando gli raccontavi qualcosa di te, non stava semplicemente ad ascoltare, ma partecipava, e il suo modo di pensare e porgere i pensieri era una scintilla poetica, una sintesi evocativa come la sua voce. Capitava che la macchina fotografica non fosse il miglior viatico al ‘vivere Fabrizio’. Ci sono stati attimi di pudore e di sospensione, quando la fotografia ha preferito cedere il passo al semplice senso delle cose, senza rimpianti. Ma, riguardando oggi queste fotografie, riesco a sentire di nuovo la voce e le parole di Fabrizio, spezzando così il silenzio dell’assenza. ‘Preferisco leggere che vedere’ diceva, ma il bello delle immagini qui è che spesso raccontano anche l’invisibile, il fuori scena, le emozioni e l’unicità dei momenti trascorsi insieme. In questo senso ‘Sguardi randagi’ vuole condividere frammenti di una vita straordinariamente complessa e, al contempo, incredibilmente semplice. Viviamo di memoria, di sguardi all’indietro, ancor di più man mano che il futuro si assottiglia. La memoria stessa ci si impone come un’intenzione dell’anima, secondo quanto scrive ancora Hillman: ‘Senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non c’è carattere; soltanto abitudini, avvenimenti che scorrono davanti agli occhi di un osservatore ozioso, una vita che nessuno legge, una vita perduta nel viverla’. Un materiale così volatile è frutto di assoluta estemporaneità. Sono solo giochi di luci e ombre, per incontrare ancora una volta Fabrizio, in passaggi di tempo e di pensiero”. Guido Harari.
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Anche Fabrizio De André era un fotografo. Un fotografo di rime e di parole. Anche lui amava fotografare le persone, soprattutto quelle che non avevano voce. Del resto le fotografie sono mute…
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I suoi scatti migliori risalgono agli anni Settanta. Non al denaro, non all’amore né al cielo è un album, o meglio, un reportage fatto a Spoon River. Prendi uno a uno i ritratti che ha fatto assieme alla Fernanda Pivano: sono perfettamente a fuoco.
C’è Un matto, quindi Frank Drummer, un personaggio ritenuto pazzo e che fu internato in un manicomio perché non riusciva a comunicare i suoi pensieri attraverso il linguaggio.
C’è Selah Lively, un uomo da sempre deriso e vittima di malelingue a causa della sua bassa statura. Un giudice perfido che ha “il cuore troppo vicino al buco del culo”. Quello che, studiando giurisprudenza nelle “notti insonni vegliate al lume del rancore”, diventa giudice e si vendica della sua infelicità attraverso il potere di giudicare e condannare (“Giudice finalmente, arbitro in terra del bene e del male”), incutendo timore a coloro che prima lo irridevano.
C’è Un blasfemo, uno che ha accusato pubblicamente Dio di aver mentito all’uomo “per paura che ormai non avesse padroni” e che per questo è stato perseguitato e imprigionato dal potere costituito: “Non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte / mi cercarono l’anima a forza di botte”. Ora che è morto, il blasfemo non ce l’ha più con Dio, ma con chi sfrutta la religione per esercitare il potere: “E se furon due guardie a fermarmi la vita / è proprio qui sulla terra la mela proibita / e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato / ci costringe a sognare in un giardino incantato”.
C’è Un malato di cuore, quel Francis Turner che muore in quanto il suo cuore non regge la troppa emozione che prova non appena conosce le labbra di una donna. Debole sin dall’infanzia, è costretto a sfiorare la vita senza poterla mai vivere, provando solitudine e invidia verso i suoi coetanei (“come diavolo fanno a riprendere fiato […] e mai poter bere alla coppa d’un fiato, ma a piccoli sorsi interrotti”).
C’è Un chimico, Trainor, il farmacista di Spoon River che non riesce a comprendere l’amore e le unioni tra uomini e donne come invece capisce e controlla le unioni tra gli elementi chimici, motivo per cui non si è mai innamorato o sposato. Ironicamente morì “in un esperimento sbagliato / proprio come gli idioti che muoion d’amore”.
C’è Il suonatore Jones che alla fine muore poverissimo ma in pace (“Finì con i campi alle ortiche, finì con un flauto spezzato / e un ridere rauco e ricordi, tanti / e nemmeno un rimpianto”).
E c’è, ma in un altro rullino (“La buona novella”), la fotografia più bella in assoluto, un’ecografia di bellezza che scende verticalmente negli occhi. Ne Il ritorno di Giuseppe Fabrizio De André firma il suo scatto più cristallino: “E lo stupore nei tuoi occhi / salì dalle tue mani / che vuote intorno alle sue spalle / si colmarono ai fianchi / della forma precisa / d’una vita recente / di quel segreto che si svela / quando lievita il ventre”. La poesia, la fotografia, il ritratto che tutti i padri dovrebbero dedicare alla propria compagna che sta portando dentro di sé la magia più grande, quella di una nuova vita.
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Le immagini di Guido Harari sono bellissime. Randagie come certi cani che vivono nelle strade, ai margini dell’urbanità, sempre alla ricerca di una carezza, un’attenzione o di un pasto. Come quella che ritrae Faber che dorme sdraiato per terra vicino a un termosifone, distrutto dall’alcol o dalla stanchezza. “Durante le prove in vista dei concerti cominciava un piccolo gioco di sparizioni e avvistamenti, come quando, vagando per i camerini del palasport di Bologna, me lo ritrovai sdraiato contro un termosifone, che dormiva. Nacque così una delle immagini a cui tutt’e due siamo rimasti più legati, e che lui volle commentare parafrasando il testo de Il pescatore: ‘Col culo esposto a un radiatore s’era assopito il cantautore’. Chi l’aveva mai visto così vulnerabile? Fabrizio, buttato per terra in un angolo al pari dei personaggi di certe sue canzoni. Quando gli mostrai la foto, mi ringraziò e quella fiducia divenne la cifra del nostro rapporto” ha raccontato Guido Harari.
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A Savignano si aggira Isa Perazzini, la mamma di Marco Pesaresi: una tamerice per energia e forza, attenta ad ogni particolare. Ha il compito di divulgare l’arte di suo figlio, grandissimo fotografo che Rimini ha colpevolmente dimenticato per anni. Da un po’ di tempo la Provincia si è svegliata – lo ha fatto comunque prima quella di Forlì-Cesena – e sta iniziando a capire la sua importanza.
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SI Fest è anche tanto altro. Marco Craig e il suo lavoro-scoperta della fascinazione verso le icone sportive, la sensualità eroticheggiante degli scatti di Lady Tarin (Guiltless), le burle(sque) di Cesare Cicardini (The New Burlesque). L’ottimo Silvio Canini e i suoi Alieni maledetti, un gioco curioso di ombre marittime, passo successivo al geniale progetto delle “Figurine Canini” di qualche anno fa. Rosangela Betti e la sua valigia vintage degli anni Ottanta che contiene il libro Ana / Lisboa: è incazzata nera, nei prossimi giorni ci vediamo. Ha qualcosa da dirmi…
E i tanti appassionati che camminano lungo la via principale del borgo. “Il dado è tratto” anche quest’anno, lanciato sul tavolo obscuro della camera. C’è poi il portfolio in piazza, una “Corrida” sui generis: i fotografi – dilettanti, amatoriali ma anche già robusti – portano i propri lavori che vengono esaminati da una giuria di esperti. Qualche opera interessante, molte invece lo sono meno. Non volano ciabatte né si ode il famigerato buire ma alcune critiche potrebbero spezzare anche i cavalletti più robusti. Del resto la fotografia è muta. Non parla. Semmai fa parlare di sé.
Alessandro Carli e Carlo Alessandri
*In copertina: una fotografia di Guido Harari dal progetto, “Fabricio De André. Sguardi randagi”
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ANCONA – Dopo il grande successo delle tappe di Marsala e Parma, il terzo appuntamento con Rugby nei Parchi 2019 è previsto per sabato 13 aprile ad Ancona, al Parco Belvedere di Posatora, dove si inizierà a giocare a partire dalle 15.00.
Un appuntamento del tutto gratuito a disposizione dei bambini e dei ragazzi di Ancona, grazie a sostenitori e sponsor, per “provare” uno sport divertente e affascinante, con la possibilità di praticarlo per un mese senza spese, ed eventualmente decidere poi di iscriversi.
“I parchi pubblici – come lo splendido “Belvedere” di Ancona, spiegano gli organizzatori- non sono solo i polmoni delle nostre città: sono anche spazi dove i bambini possono giocare e divertirsi liberamente, lasciando da parte ogni differenza: un concetto chiave anche per l’edizione 2019 di Rugby nei Parchi, l’ottava, rivolta a bambini e ragazzi tra i 5 e i 14 anni e alle loro famiglie.
Una manifestazione partita da Milano, grazie ad un illuminato rapporto con le istituzioni, che porta la palla ovale in giro per l’Italia, promuovendo i valori dello sport ma anche la necessità di valorizzare le aree verdi cittadine, oggi più che mai al centro dell’attualità sociale e culturale”.
Un principio condiviso dagli assessori del Comune di Ancona Andrea Guidotti e Stefano Foresi, dal referente della Regione Marche, Fabio Sturani, da Luigi del Cerè e Ernesto Cimino per la Federazione Rugby e da Emanuela Bertoli dell’organizzazione nazionale, che hanno presentato la manifestazione del 13 aprile..
“Ancona è una città all’insegna dello sport, che investe molto sia nelle iniziative, sia negli impianti sportivi – dichiara Andrea Guidotti, Assessore allo Sport del Comune di Ancona – Tra i nostri fiori all’occhiello c’è proprio il campo della palla ovale , una struttura di nuova generazione inaugurata da questa Amministrazione qualche anno fa, realizzando così il sogno delle società e dei tanti ragazzi che amano queste discipline dal forte valore aggregativo ed educativo e che si impegnano con passione e spirito di sacrificio.
E’ altrettanto importante avvicinare i più piccoli al rugby e fare conoscere loro questo sport: grazie al rapporto che si è instaurato con la Federazione regionale l’Amministrazione comunale promuove e incentiva tali occasioni e siamo perciò molto contenti di ospitare il 13 aprile in uno splendido parco di Ancona, il Belvedere, un evento completamente gratuito per tutti i bambini/e dai 5 ai 14 anni. Invito perciò caldamente i genitori a fare questo regalo ai loro bambini, consentendo loro di fare quest’esperienza, all’aria aperta e in clima di spensieratezza e amicizia. Perché lo sport, non dimentichiamolo mai, è soprattutto e prima di tutto, gioco”.
“Uno spazio come quello del Parco Belvedere, attrezzato con campetti e servizi e un’area giochi accessibile a tutti, anche ai disabili- ha sottolineato l’assessore alle Manutenzioni dei parchi e alla Partecipazione Democratica, Stefano Foresi- è quanto di meglio potessimo mettere a disposizione dello staff e delle famiglie che interverranno e trascorreranno una splendida giornata con i loro figli”.
Tante le novità dell’edizione 2019, a cominciare dal Trofeo Rugby nei Parchi, un torneo rivolto ai bambini delle squadre partecipanti che riconosce il valore dei giovani rugbisti (under 12, 10, 8 e 6) con premi ad hoc, come il Premio Fairplay o quello dedicato ai più piccoli. In ogni città, Ancona inclusa, la squadra organizzatrice avrà inoltre la possibilità di invitare altre squadre del territorio per condividere l’esperienza di gioco nelle zone verdi delle città, spogliandosi almeno per un giorno della “maglia” di appartenenza.
Grazie al sostegno di Generali Italia l’evento sarà arricchito, attorno alle ore 16, da un incontro rivolto ai genitori presenti dedicato al cyber bullismo, per informarli e sensibilizzarli su questo argomento. Con il progetto ‘Bullyctionary, insieme contro il bullismo dalla A alla Z’, la Compagnia con un team di esperti composto da Informatici Senza Frontiere Onlus (IFS) e uno psicologo, supporterà le famiglie nella corretta lettura dei temi legati al bullismo e delle dinamiche del mondo dei ragazzi.
“Rugby nei Parchi è ormai un punto di riferimento per chi lavora nell’ambito della promozione dello sport di base. E’ uno strumento potentissimo per avvicinare le famiglie ai valori del nostro sport. E’ un evento che ormai trova la ragione d’essere sia nelle città dove il rugby ha una tradizione radicata come Padova e Parma, sia dove le radici sono ancora giovanissime, ma la passione non è inferiore, come ad esempio Ancona. Inoltre ci mette a contatto con realtà fantastiche come quella di Marsala che utilizzano il rugby come strumento di inclusione sociale che si lega a filo diretto con il Cus Milano che attraverso il progetto Insieme sta portando la palla ovale nelle periferie milanesi. Infine essere a Genova ha un significato speciale” – commenta Antonio Raimondi, voce storica del rugby italiano.
Come per le passate edizioni, Rugby nei Parchi 2019 potrà contare sull’appoggio di partner d’eccezione, che continuano a credere nel valore sociale, educativo e culturale dell’iniziativa. Generali per l’ottavo anno consecutivo sostiene Rugby nei Parchi e conferma, attraverso il programma “Valore Benessere”, il proprio impegno nello sport per trasmettere ai più piccoli valori come rispetto, condivisione e disciplina attraverso esperienze divertenti che favoriscono l’aggregazione e lo stare bene insieme al di là di logiche competitive.
Rugby nei Parchi 2019 potrà contare anche sulla collaborazione di Scuola Channel, piattaforma multimediale rivolta alle famiglie che offre numerosi contenuti di edutainment, quest’anno presente alla manifestazione con un progetto realizzato in collaborazione con l’Università di Roma Tor Vergata e dedicato allo sport e alla disabilità.
Per l’edizione 2019 di Rugby nei Parchi si rinnova anche la partnership con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e in particolare con il Corso di laurea in Scienze Motorie e dello Sport e con il Master di primo livello Comunicare lo Sport dell’Alta Scuola in Media, Comunicazione e spettacolo (Almed). Gli studenti di Scienze Motorie si concentreranno sull’avviamento motorio e sul primo approccio alla disciplina sportiva, affiancando gli istruttori di Rugby nei Parchi. Inoltre, cinque ragazzi del Master Comunicare lo Sport contribuiranno all’analisi del mondo social, insieme allo staff di comunicazione di RnP.
“Lo sport è un potente veicolo educativo – spiega Mario Gatti, direttore della Sede milanese dell’Ateneo – e Università Cattolica guarda con favore a questa iniziativa di rilevante carattere culturale. Attraverso Cattolicaper lo Sport l’Ateneo collabora agli eventi coniugando le attività formative proposte e la condivisione dei valori più genuini di cui lo sport e il rugby sono portavoce”.
L’hashtag di riferimento è #rnp19
Il calendario di Rugby nei Parchi 2019
Sabato 23 Marzo – Marsala
Sabato 30 Marzo – Parma
Sabato 13 Aprile – Ancona
Sabato 4 Maggio – Milano
Sabato 11 Maggio – Padova
Sabato 18 Maggio – Genova
Per informazioni:
Identico Comunicazione – Ufficio Stampa Rugby nei Parchi
Clara Collalti
+39 339 6900479
Giulia Bianchi
+39 3407891405
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Cioè ricordiamone due tra i tanti altrimenti bisognerebbe ripubblicare tutto il “Diario” in un singolo post. Sic!
3 Maggio 2016
Con il rincoglionimento generale procurato dal solito populismo demagogico che le occasioni formali senza più alcuna significazione intrinseca portano seco, come è ormai il caso della cosiddetta Festa del Lavoro, quale migliore occasione per lo staff renzista per lanciare la madre di tutte le battaglie: la campagna per il SÌ al Referendum di ottobre.
Subito Renzi chiama e la RAI risponde, insieme ai giornali italiani. Che zelo! Quanta solerzia! Ecco dunque i titoloni e le solite fotografie formato lenzuolo su Repubblica e il Corriere, così come su tutti gli altri giornali e giornaletti che da due anni partecipano nell’orgia laudatoria governativa. E cosa raccontare dei servizi di approfondimento politico dei canali RAI, per inciso quegli stessi canali che avevano silenziato il precedente Referendum sulle Trivelle? Mi ha quasi commosso il tripudio di spiegazioni, illazioni, circonlocuzioni su come dove e quando si terrà l’imprescindibile appuntamento…. Tutto questo mentre la particella SÌ veniva ripetuta, senza sgarrare mai, a intervelli di cinque secondi, alla maniera di un datato messaggio subliminale ingiurioso della stessa storia che ha portato alla nascita della nostra Costituzione. Ingiurioso della nostra stessa Storia. Poi a volte capita che domani sia un altro giorno… Solo che nel caso del PD ogni nuovo giorno ha ormai il brutto vizio di scoprire un nuovo esponente di partito indagato… arrestato: oggi è toccato a quel sindaco di Lodi successore di Guerini. Insomma, piccoli scandali PD crescono, si allargano, si ingigantiscono e salgono….. sempre più su come diceva Mike Buongiorno ai tempi di una delle sue più riuscite campagne pubblicitarie. Tanti sono gli scandali che, fortunatamente per il partito, abbiamo perso il conto (tutti noi, tranne il coscienzioso Marco Travaglio) degli avvisi di garanzia e dei mandati d’arresto che hanno collezionato i suoi rappresentanti. A questo punto della storia forse quel conto saprebbe tenerlo al meglio solo un computer quantistico.
La ciliegina sulla torta è invece data del fatto che quella riforma costituzionale che vorrebbero approvare, e con la quale ci romperanno i maroni da qui fino a ottobre, prevedrebbe pure nuove immunità per i sindaci e i rappresentanti delle regioni. Con la storia dei molti reprobi e pochi buoni uomini che in questi ultimi anni hanno scritto gli amministratori regionali e comunali, sarebbe un poco come mettere tale ciliegina delicata su una lunga tavola imbandita di cacca. Ma con quale faccia e con quale coraggio questi signori chiedono di cambiare la Costituzione? Capirlo per davvero, fa, secondo me, la differenza tra il mantenere il senno e il perderlo del tutto nella Repubblica delle Banane (rubate!).
15 Luglio 2016
Certo, forse i nostri pensieri dovrebbero stare tutti in quel di Nizza. Con le vittime della pazzesca strage di Nizza. Se invece fossimo degli editorialisti di questo o quel giornale patinato italiano, bisognerebbe starcene seduti a scrivere… a ri-scrivere e a ribadire di come incuta terrore la libertà di movimento che hanno questi musulmani radicalizzati in Europa, di come incuta terrore il fatto che Twitter e Facebook non si decidano a bannare quei commenti deliranti, spregiativi di tutto ciò che ci rende orgogliosi figli degli illuministi francesi, dei filosofi greci, persino dei matematici e dottori arabi di un altro tempo però. Se poi fossimo dei rari editorialisti italiani con una grande coscienza di cosa sia l’onestà intellettuale, con un forte coraggio e una potente capacità di visione, staremmo seduti a riportare nero su bianco che la Francia ha miserevolmente fallito ancora una volta: che ha fallito la sua intelligence, che ha fallito la sua polizia, che ha fallito la becera politica senza arte ne parte di Hollande. E poi con ulteriore coraggio si starebbe seduti a scrivere che le autorità musulmane hanno fatto pena anche in questa occasione. Che non si è sentita una sola voce valida proveniente dai paesi arabi che abbia avuto la forza di condannare come si dovrebbe questo gesto codardo che, tra le altre, ha procurato la morte dell’anziana Fatima, la prima vittima, musulmana anche lei. Perché criticare la Chiesa Cattolica può risultare cosa facile in questi tempi di illuminato pontificato francescano (cosa facile, quanto inutile), ma la stesso metro bisognerebbe usarlo senza paura contro le altre confessioni, dottrine, e sette varie che da millenni ci opprimono e opprimono la dignità della nostra intelligenza. Nel suo profondo fondo.
Fortunatamente non siamo editorialisti di tendenza e quindi ci possiamo lasciare andare. Possiamo evitare di trattare l’argomento Nizza e confrontarci invece con la vera notizia politica del giorno proposta da Il Fatto Quotidiano, il quale titola: Firenze, cognato di Renzi indagato per riciclaggio. I PM “Reimpiegò denaro proveniente da UNICEF”.
L’argomento politico del giorno sarebbe insomma la parentopoli renzista. Sarà una notizia vera? Sarà falsa? Certo è che se fosse vera sarebbe un’altra tegola importante caduta addosso al renzismo. L’unica nostra speranza per capirne di più – dato che certamente questa non sarà una notizia investigata con l’attenzione dai giornali e dai telegiornali italiani, è che il giornale di Travaglio non molli la presa sull’argomento e continui a informarci con il rispetto che si deve agli elettori e ai cittadini di un paese libero.
Diario dai giorni del golpe bianco è una cronaca atipica dell’attualità nazionale negli anni del governo Renzi. È un racconto goliardico che è storia, fatto, testimonianza, commento, opinione, leggenda internettiana, diario politico e irriverente… ed è una ridda di personaggi (giornalisti, politici, conduttori, commentatori, opinionisti, blogger) che animano una commedia umana quasi goldoniana nel suo essere prima di tutto appassionata baruffa chiozzotta. Una commedia che sembra non avere mai avuto inizio e che non dovrà finire mai tra le contrade soleggiate e scaltre di un bellissimo paese, patria di Dante, di Michelangelo e di Machiavelli, casa dell’anima di molti Pinocchio e di tanti don Camillo e Peppone: l’Italia.
Diario dai giorni del golpe bianco
Rina Brundu – Scrittrice italiana, vive in Irlanda. Ha pubblicato i primi racconti nel periodo universitario. Il romanzo d’esordio, un giallo classico, è stato inserito nella lista dei 100 libri gialli italiani da leggere. Le sue regole per il giallo sono apparse in numerosi giornali, riviste, siti, e sono state tradotte in diverse lingue, così come i suoi saggi e gli articoli. In qualità di editrice ha coordinato convegni, organizzato premi letterari, ha pubblicato studi universitari, raccolte poetiche e l’opera omnia del linguista e glottologo Massimo Pittau, con cui ha da tempo stabilito un sodalizio lavorativo e umano. Negli ultimi anni ha scritto saggi critici, ha sviluppato un forte interesse per le tematiche e le investigazioni filosofiche, e si è impegnata sul fronte politico soprattutto attraverso una forte attività di blogging. Anima il magazine multilingue www.rinabrundu.com.
Rina Brundu is an Italian writer and publisher who lives in Ireland. Author of several books and hundreds of articles and literary reviews, she has a keen interest in literary criticism, philosophy, e-writing and journalism.
Website www.rinabrundu.com.
Diario dai giorni del golpe bianco – Dopo il Caso Zingaretti… ricordiamo l’epoca d’oro degli indagati PD
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