#città rurale
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In una città rurale finlandese, un ragazzo porta a casa di nascosto una ragazza alla vigilia del suo sedicesimo compleanno; dopo essere stati interrotti dal padre di lui, con orrore i ragazzi si rendono conto che il profilattico si è sfilato e che la farmacia più vicina sta per chiudere.
Kukista ja mehiläisistä (2016), dir. J.J. Vanhanen
#Kukista ja mehiläisistä (2016)#corto#cortometraggio#film#commedia#farmacia#pillola del giorno dopo#J.J. Vanhanen#Mikko Kauppila#Saana Koivisto#Juha Uutela#Finlandia#città rurale#trailer#compleanno
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Non dico che non mi manchi la città, perché mi manca. Perdermi tra le vie di complessi abitativi, con edifici storici e mostri architettonici moderni e squadrati. Vedere persone che non conosco fare cose che non so.
Però alla fine vivere alle pendici della rupe è caratteristico, è tutto differente. Ho passato inverni con la neve nei prati e nei boschi, vedo dalla finestra le montagne e ho quasi dimenticato che voglia dire essere bloccati nel traffico. La vita scorre lenta e si ha a che fare con così poche persone che diventa quasi un piacere incontrarle. Ci vuole un poco a entrare nelo spirito, ma dopo i concerti e le serate in giro non sono più così fondamentali.
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“Marzo” di Vincenzo Cardarelli – L'ebbrezza della primavera nella poesia italiana. Recensione di Alessandria today
Informazioni bibliografiche:Autore: Vincenzo CardarelliAnno di composizione: 1942Genere: Poesia liricaValutazione: ★★★★★ Recensione La poesia “Marzo” di Vincenzo Cardarelli, composta nel 1942, è un inno al risveglio primaverile, descritto con immagini vivide e sensazioni coinvolgenti. Il poeta paragona la primavera a un “vino effervescente”, una metafora che trasmette l’idea di una stagione…
#Alessandria today#borraccina#cardellino#città e natura#classicismo#Colori Vivaci#descrizione della natura#ebbrezza primaverile.#Edera#fusione tra urbano e rurale#Google News#immagini sensoriali#Introspezione poetica#italianewsmedia.com#LA RONDA#Lava#letteratura italiana del Novecento#Marzo#metafore#olmi fioriti#Pier Carlo#poesia italiana#poesia lirica#poesia sulle stagioni#Premio Bagutta#Premio Strega#Primavera#Rinascita#rinnovamento stagionale#Sinestesie
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La storia della Musica!!!!
Tre giorni di pace e musica. Tre giorni che hanno fatto la storia. Si celebra oggi il 51esimo anniversario del più grande evento di libertà, umanità e lotta pacifica: il Festival di Woodstock. Più che un concerto un pellegrinaggio, una fiera di arte e musica, una comunità, un modo di vivere che ha cambiato per sempre il concetto di libertà. Sul palco, a Bethel (una piccola città rurale nello stato di New York) si sono alternati per tre giornate alcuni tra i più grandi musicisti della storia. Musicisti che provenivano da influenze, scuole musicali e storie differenti ma che avevano in comune ciò che più contava in quei favolosi anni ’60: la controcultura.
Si passava dal rock psichedelico di Jimi Hendrix (che, pur di essere l’ultimo a esibirsi, salì sul palco alle 9 di lunedì mattina per un concerto di due ore, culminato nella provocatoria versione distorta dell’inno nazionale statunitense) e dei Grateful Dead ai suoni latini dei Santana (che regalarono un memorabile set, impreziosito dallo storico assolo di batteria del più giovane musicista in scena: Michael Shrieve) passando per il rock britannico di Joe Cocker (che regalò in scaletta le splendide cover di Just Like a Woman di Dylan e With a Little Help from my Friends dei Beatles) e degli Who all’apice della loro carriera (celebre l’invasione di palco dell’attivista Habbie Hoffman, durante il loro concerto, quasi quanto il lungo assolo di Pete Townshend durante My Generation, con lancio di chitarra finale).
C’era poi il folk, con una splendida Joan Baez su tutti, che suonò nonostante fosse al sesto mese di gravidanza, genere tipicamente statunitense che si alternava a suoni più esotici e orientali, come il sitar di Ravi Shankar. Impossibile dimenticare infine l’intensa performance della regina del soul Janis Joplin, la doppia esibizione (acustica ed elettrica) di Crosby, Stills, Nash e del “fantasma” di Neil Young, che rifiutò di farsi riprendere dalle telecamere e il divertente show dei Creedence Clearwater Revival.
1969, il ‘Moon day’ in musica..
Concerti che rimarranno nella memoria di chiunque ami la musica come simbolo di cambiamento, pace e libertà. D’impatto i presenti come pesanti furono le assenze di John Lennon, che si rifiutò di esibirsi per il mancato invito di Yoko Ono, Bob Dylan, padrone di casa (lui che all’epoca viveva proprio a Woodstock) assente per la malattia del figlio, i Rolling Stones, ancora scossi per la morte di Brian Jones e i Doors, alle prese con una serie infinita di problemi legali.
Il vero protagonista dell’evento fu però il pubblico, la “vera star” secondo l’organizzatore Michael Lang, eterogeneo quasi quanto i generi musicali. Da tutta America arrivarono studenti liceali e universitari, hippie, veterani del Vietnam, filosofi, operai e impiegati. Nessuna differenziazione di razza, etnia o colore della pelle: tutti uniti dalla voglia di stare insieme in libertà con il fango a livellare ogni diversità e i capelli lunghi come simbolo di ribellione. Un sogno che oggi sembra lontano anni luce, nelle ideologie come nell'organizzazione.
Da quel 1969 si è provato a più riprese a riproporre Woodstock, con scarsi risultati culminati nell'annullamento del concerto in programma per questo cinquantesimo anniversario, organizzato proprio da Lang e non andato in porto tra una defezione e l’altra, forse perché indigesto ai grandi organizzatori di eventi musicali mondiali. Forse, a conti fatti, meglio così: quell'atmosfera irripetibile era frutto di una spontaneità organizzativa di altri tempi, una magia fuori da ogni schema il cui risultato sensazionale, iconico e significativo fu chiaro solo anni dopo anche agli stessi partecipanti.
Vanni Paleari
PhWoodstock, 1969
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SENSI DELL'ARTE - di Gianpiero Menniti
L'ILLUSIONE DELL'ONFALO
Lo stile è davvero uno dei segni tangibili dell'arte, di ogni espressione, sia essa un testo pittorico o plastico, un'architettura oppure un'opera di scrittura.
In un luogo, qualcosa accade.
Si staglia, s'imprime nello sguardo e suscita un irrefrenabile moto d'animo.
È il primo passo.
Prima lentamente e poi con impeto, i luoghi si moltiplicano: non per mera imitazione ma per slancio creativo.
Così, quando nel 1874, a Parigi, nello studio del fotografo Nadar sul Boulevard des Capucines si tenne la prima mostra "Impressionista", il fuoco di quello stile già diffondeva i suoi lapilli nell'emisfero sud del globo, in Australia, a Melbourne.
Lì si formò la scuola detta di "Heidelberg" - dal nome di una località a est, nella periferia rurale della città - e sempre a Melbourne si tenne, nel 1889, la prima mostra passata alla storia con questo titolo: "9 by 5 Impression Exhibition".
Tra i 183 dipinti, almeno 40 erano di Arthur Streeton, non meno di 46 di Charles Conder, assieme ai contributi minori di Frederick McCubbin e Charles Douglas Richardson.
Ma la parte più cospicua spettò, con 63 opere, a Tom Roberts (1856 - 1931) artista di origine britannica.
E britannica sembra essere l'influenza "impressionista" - Turner, Whistler - che colse la vena figurativa di quella che venne annoverata come la prima scuola artistica veracemente australiana.
Ma il ceppo originario s'era già formato nella seconda metà degli anni '80, il "Box Hill artists' camp", con il gruppo di artisti "en plein air" che in seguito costituirono l'ossatura della "Heidelberg School".
Certamente, Roberts fu il più intenso nel lasciarsi cogliere dallo slancio di misurarsi con la cattura dell'istante nella naturalezza del primo impatto.
E se è vero che le sue tele echeggiano Whistler pur concedendosi inizialmente all'impronta vaga di Constable, le stesse mostrano un notevole coraggio nell'esplorare i fondamenti della visione sensibile, della costruzione im-mediata dell'immagine pittorica.
Così, le tracce irrequiete dell'arte migrarono lasciando l'Europa, annebbiata dalla "Belle Époque", nella tragica illusione di essere l'omphalòs (ὀμφαλός), l'ombelico del mondo.
- "Going home", 1889, National Gallery of Australia; "Treno serale per Hawthorn", 1889, Art Gallery of New South Wales; "Andante", 1889, Art Gallery of South Australia.
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Concentrazioni Urbane
Questo simpatico fiorellino è, penso, non nuovo ad ognuno di noi: è l'infiorescenza del trifoglio bianco, una pianta della famiglia delle Fabacee. È probabilmente tra le specie più comuni non solo da noi, ma in tutto il mondo, poichè è tra le preferite per i pascoli da foraggio. Per questo motivo si è diffusa in tutti e cinque i continenti.
Tra le sue particolarità, la foglia trilobata, che nei paesi anglofoni si chiama shamrock, ed è molto amata dalle api (tra le specie botaniche principali dei nostri mieli millefiori europei).
Questo fiorellino campeggia sulla homepage della GLUE, il Global Urban Evolution Project, una organizzazione internazionale di scienziati che studia come gli ambienti urbani possono modificare le evoluzioni di alcune specie di piante, quali fattori le guidano e se esistono degli ambienti simili sebbene geograficamente molto distanti tra loro che possono spingere a queste evoluzioni. Il trifoglio per le sue caratteristiche di diffusione è il candidato perfetto ad un esperimento comparativo, organizzato da questo consorzio. Infatti cresce ormai anche in tutti gli ambienti urbani prossimi a quelli rurali dove è impiegato come foraggio.
Si sa che il trifoglio produce acido cianidrico (sostanza mortale per un uomo in pochi minuti in certe quantità) sia in difesa contro la predazione sia nei periodi di siccità. Sfruttando il lavoro di scienziati e di volontari (sul sito è spiegato come) sono stati raccolti campioni provenienti da 160 città, con risultati straordinari.
I trifogli negli ambienti urbani producono meno acido cianidrico rispetto a quelli degli ambienti rurali, rispettando la logica che essendoci in città molti meno erbivori è più conveniente per la pianta sfruttare meno energie nella sua produzione. Ma la cosa sorprendente è un'altra: la quantità di acido cianidrico prodotto dalle piante in città distantissime geograficamente, da Tokyo a Londra, dalle città americane a quelle cilene, è che, tra loro, la quantità di acido cianidrico prodotto è molto più simile di quanto non lo sia con quella contenuta in un trifoglio cresciuto in un ambiente rurale. Di fatto, i trifogli urbani sono molto più simili tra loro che, per esempio, tra quelli di Londra città e zone rurali attorno Londra, delineando una sorta di evoluzione parallela urbana che ha dell'incredibile.
La storia è accenna nell'ultimo libro di Stefano Mancuso, Fitopolis, la città vivente (Laterza) che affronta un passaggio epocale: il trasferimento di una specie, la nostra, che non vive più nella natura, ma in una nicchia ecologica prodotta: la città. Questo ci espone ad una "specializzazione" che ha senso solo in un ambiente stabile, e per colpa della stessa specie, la nostra, l'ambiente non lo è più, persino nelle città. Le sfide che il cambiamento climatico portano già oggi sono decisive, e intuizioni e soluzioni le possiamo prendere proprio da un mondo, quello vegetale, che stranamente è quasi sempre fuori dai discorsi conservativi, quando è probabilmente il modo più semplice ed immediato per fare qualcosa.
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La parola di «sotto-cittadini» usata da Jordan Bardella è comunque esagerata; sarebbe più opportuno ricorrere a una vecchia definizione, i pezzenti. È così che le élite considerano il popolo, in particolare quello rurale: come dei pezzenti. Con qualche variante interessante. Gli «sdentati» (François Hollande), i «deplorabili» (Hillary Clinton). Insomma, il voto è, più che mai, un voto di classe.
L’arroganza auto-soddisfatta delle élite francesi, che siano economiche o culturali, raggiunge livelli inauditi; ma questa divisione dei cittadini in due blocchi antagonisti si ritrova in termini comparabili in tutti i Paesi europei, e anche negli Stati Uniti, l’opposizione geografica e sociologica è davvero la stessa. Del resto, è un americano, Christopher Lasch, ad avere prodotto la migliore analisi del fenomeno, attraverso tutti i suoi libri. L’ultimo, La rivolta delle élite e il tradimento della democrazia, è particolarmente esplicito al riguardo. (Michel Hollebecq)
via https://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ldquo-elite-considerano-popolo-particolare-quello-rurale-401101.htm
Siamo al rovesciamento dai rapporti tra borghesia e contado: i primi conservatori reazionari bigotti, i secondi rivoluzionari. Sfugge però a Hollebecq l'alleanza più perfida e patetica: élite e sottoproletariato urbano (squatter, migranti) così evidente in tutte le città e al potere da decenni in Venezuela. E' ciò che degrada e devasta di più, ciò che più crea disuguaglianza.
Stanno creando i presupposti per una nuova rèvolution.
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On abandonment, Lou X, the eternal recurrence of the same
Browsing through the people I follow (and my followers) I can't help but notice just how many of these blogs haven't been updated in literal years. That line Diane Venora has in Michael Mann's Heat comes to mind: "you live among the remains of dead people…".
The idea of neglect and disuse is a weird thing to me, in that I never registered it as an inherently negative thing - it's melancholic, sure, but not everything needs to keep being active and productive. In unrelated news I'm listening to Lou X as we speak, go figure. For my international followers, Lou X is a rapper from Pescara who made his last full record in 1998. It is called La Realtà, la Lealtà e lo Scontro and you could call it a conscious/gangsta rap record in Italian/Abruzzese dialect. Then he basically went off the radar except for maybe one feature or two on other people's songs and albums.
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If you think about it Italy's greatest contributions to the culture of the past century mostly involve objects that either don't exist, are somehow crystallized into unserviceable forms, were abandoned years ago and have reached an absolutely dismal state that could only make them interesting as a work of art. Think about it: Neorealism in cinema (and maybe even the Realists' interest in decrepit/disadvantages rural realities, but that would be an overarching nineteenth-century European thing), Ennio Flaiano's Tempo di uccidere, the last writings of Cesare Pavese ("Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più": what else here but the defeated realisation that nothing could ever change?), Italo Calvino's Le città invisibili, Luigi Ghirri's landscape photography work, CCCP and CSI even.
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Europe is doomed to its binary division and therefore we are of course doomed to repeat stylings and "revolutionary" aesthetics in never-ending loops: Disciplinatha were smart enough to point it out, but like Whitehouse said: "grubbing job-hunting artists and art aficionados who prefer art that 'raises questions' are certainly as disgusting as those rubbered dilettantes who recognize that the answers are what you masturbate over". Whitehouse also had this to say, in the same context: "So better to just shut your fucking mouth".
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Obviously mentioning a rapper from Abruzzo has implications for those of you who know anything about me. God knows there are very few places as left to their own devices as that region of Italy, and considering my violently antihumanist views regarding the Abruzzese people I'm inclined to say that the only reason this abandon should end is just so I can no longer hear these motherfuckers bitch and moan about nobody giving a shit about them or something. It's no big deal to be fair - people think Abruzzo is further down South than Rome is because it was added into the monetary help program for the South of Italy at the end of World War II. The Abruzzese people who have voted for Matteo Salvini in the past seem to have conveniently forgotten that if it didn't mean more votes to him, they would be seen as cannon fodder at best and shit under his feet at worst.
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When the Amatrice earthquake hit in 2016 we knew that would be the end of the very little good things we had managed to get back after L'Aquila in 2009: the small towns in the province, which is unreasonably fucking big in L'Aquila's case but honestly what are we going to do, make Sulmona or Avezzano their own province like assholes?, anyway I'm getting distracted - my point being everything went even further to shit when that happened. A lot of the old people, some of whom not as old as you would expect, died in consequence to the quakes or went further down into some form of (if I had to guess) trauma-induced dementia. Happens even to the best of us - then, you can imagine how easily it happens to the average Abruzzese. I was setting up another band with some kids and if we had our way, honestly, I believe there would be no NUMBERS, simply because I had found people who really got me, in the typically effortless way that teens bonding through activities do, and I do believe I got them, too. When I meet them now, and I never meet them together because one of the two guys can no longer come to town now, it feels like I'm on a completely different wavelength. Yet I refuse to let go, because in true Abruzzese fashion I never fucking learn. We did manage to get a record out, though. Its only tangible effect was, likely, to stop NUMBERS and the Operators from playing the La Zona d'Ombra festival at Bronson, in Ravenna. Here in the future, everyone has their fifteen seconds of fame.
In relating to the theme of this post, I cannot seem to let go of this fucking post. I have been writing in circles for literal hours at this point because the idea of abandonment ultimately scares me, disproving what I said at the beginning. It's no surprise that the only things I can think of when they suggest to me the idea of abandonment are Burial, Forest Swords, Techno Animal, maybe some ambient music. No point in trying to prove at all costs that "I'm different" or that "I have something fundamental to say about it".
So better to just shut my fucking mouth.
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#schismusic#musica#music#whitehouse#cccp fedeli alla linea#consorzio suonatori indipendenti#disciplinatha#lou x#la realtà la lealtà e lo scontro#a lot of really terrible shit#abandoned#abruzzo#ennio flaiano#italo calvino#luigi ghirri#cesare pavese#Youtube#schism writing#long form content
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Aggiornamenti sul progetto Jangany ha sete acqua per vivere


Nella prima immagine Jangany vista dal satellite con le nuove rilevazioni satellitari del 19 maggio 2023
Nella seconda immagine i triangolini rappresentano i punti di perforazione individuati dai GEOX nel maggio 2023 con la relativa profondità della falda. I cerchi (numerati da 1 a 4) rappresentano l'ipotesi corrente dei punti di distribuzione dell'acqua; saranno raggiunti con tubazioni a partire dai prime tre forages che si trovano a nord, a valle del Centro di Formazione Rurale.
Nel frattempo il container - partito il 18 luglio 2023 alle ore 16:45 da Settimo Torinese e il 21 luglio con la nave APL MEXICO CITY dal porto di La Spezia - è giunto al porto di Tamatave il 27 agosto 2023.
Il container contiene
3,5 bancali con 108 pannelli solari pari a 50 Kw;
6 bancali di 198 elementi di batterie a 600 Ah pari a 237 kWh;
Strutture in ferro zincato per il supporto ai moduli solari
Contiene inoltre 105 personal computer donati da Intesa Sanpaolo che andranno 70 al Liceo Letterario e Scientifico Sainte Marie di Jangany e 35 alla scuola di Ranohira dopo è direttrice la ex responsabile della Sainte Marie di Jangany.
Ci sono inoltre 20 copie del libro Negli occhi di chi guarda, realizzato nel 2021 con i post facebook pubblicati dai giovani di Jangany.
Notizie da padre Tonino
12 agosto 2023 Il nuovo quartiere detto "TANAMBAO"(città nuova) è in costante espansione. Non è qualche cosa di programmato, ma va avanti. L'arrivo dei rifugiati dal sud e di gente povera dalla brousse non è vistoso, ma continua. Il problema del portare luce e acqua c'è. Se non lo affronterà la Missione, sarà ben difficile che lo affrontino altri e la povera gente continuerà a soffrire.
27 agosto 2023 Abbiamo parlato con la Saint Gabriel. Ci siamo accordati per l'inizio del lavoro di 3 Forage il 27 settembre. C'è un aumento del prezzo da 500 mila Ariary a 550 mila per metro di scavo.
28 agosto 2023 Ho appena ricevuto la notizia che il container è arrivato ieri a Tamatave. Si sta procedendo allo sdoganamento. Domani avrò ulteriori notizie. Per ora abbiamo presentato puntualmente i documenti necessari. Speriamo bene.
28 agosto 2023 Avremmo anche noi desiderato iniziare gli scavi ai primi di settembre, ma abbiamo dovuto concordare le date anche con gli altri clienti della St. Gabriel, in modo da risparmiare nelle spese di trasporto. Ciao.
30 agosto 2023 Vi aggiorno sullo sdoganamento del container. Questo pomeriggio, il container verrà caricato sul camion della SOTRAEX. Domani ci sarà il controllo del container da parte del personale della dogana. Poi saranno consegnati i fogli che autorizzano l'uscita del container dalla nave. Infine verrà data l'autorizzazione per l'uscita del container dal porto e per il trasporto a destinazione (Jangany). Speriamo che non ci siano complicazioni.
Per queste operazioni, ci vorrà una settimana di tempo. Se tutto andrà bene, l'arrivo a Jangany avverrà nella prossima settimana. Vi informeremo.
31 agosto 2023 Ho appena ricevuto altre notizie da Tamatave. Il container esce dal porto oggi. Domani, 01 settembre, partirà da Tamatave per venire a Jangany.
Il trasportatore chiede un prezzo molto alto: 13 milioni di Ariary. Stiamo contattando. Noi proponiamo 10 milioni di Ariary: speriamo di riuscire a ottenere questo prezzo. Vi farò sapere. Mi sembra che lo sdoganamento si sia svolto molto infretta. Questo potrebbe essere un segno di buona riuscita, ma, per essere sicuri, bisogna ancora aspettare le informazioni di SOTRAEX. A dopo.
31 agosto 2023 Abbiamo già preso contatto diretto con il trasportatore del Container. Abbiamo chiesto una riduzione del prezzo del trasporto: abbiamo ottenuto di pagare 12 milioni di Ariary invece di 13 milioni. Il camion è di mezzo rimorchio perché il peso del container supera le 14 tonnellate. Stiamo aspettando la notizia dell'uscita del camion dal porto. Speriamo bene. Ciao.
1 settembre 2023 Ecco i punti di distribuzione dell'acqua che noi indichiamo.
1. Punto del Lavatoio: a est della scuola agraria, fuori recinzione, a metà percorso del muro est, partendo dal triangolino verde di nord-est, verso sud, dove c'è scritto "Linea3".
2. Di fronte al cancello (a sud) della scuola agraria, dove confluiscono il quartiere Feno Arivo e quello di Jangany-be.
3. Accanto alla stella bianca n.3, non lontano dal triangolino rosso 180, verso il quartiere Tanambao.
TANAMBAO incomincia nel punto di distribuzione n. 3 e si estende verso sud. Il punto di perforazione a 130 mt è a sud-ovest del quartiere.
4. Nella zona della stella bianca n.1, a sud-ovest, per i quartieri Alakamisy e Ampandratokana.
I punti di distribuzione da noi indicati sono più facilmente controllabili e gestibili, perché non lontani dal nostro luogo recintato.
1 settembre 2023 Il camion sta partendo da Tamatave. Il suo arrivo a Jangany è previsto per mercoledì mattina (6 settembre). Speriamo bene.
2 settembre 2023 Per mandare altri soldi, aspettiamo alla prossima settimana. Vi farò sapere. Può darsi che il container arrivi a Ihosy domani sera, 3 settembre. In quel caso, potrà arrivare a Jangany lunedì ed essere scaricato martedì (5 settembre). Speriamo bene.
4 settembre 2023 Domani mattina, il container partirà per Jangany. Noi indicheremo la strada per facilitare il lavoro degli autisti del camion. Speriamo bene. Vi diremo.
5 settembre 2023 Il container è a Ihosy. Si prepara ad affrontare l'altipiano dell'Horombé.


5 settembre 2023 Il container è arrivato a Jangany ed è piazzato al suo posto. Deo gratias! Mi sembra che la parte più delicata dell' impresa "Jangany 2023" sia ben riuscita. Tiriamo un profondo respiro.
Grazie a tutti voi per il grande impegno. Che Dio vi benedica.
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CASTLE DE LA GRANGE-LE-ROY - CHATEAU DE LA GRANGE-LE-ROY URBEX - Le château de la Grange Le Roy, attribué à Androuet du Cerceau est un chef d’œuvre de la fin du XVI ème siècle. Il est entouré d’un double circuit de douves. Le Chateau est depuis 1926 à l’inventaire supplémentaire des Monuments Historiques. Au XIIIeme siècle un château fort eu était présent sur ce site. On attribue la naissance de la fondation du château à François Ier, à tort. Son nom résulte plutôt de l'acquisition du domaine par Jacques Le Roy, personnage de premier plan dans l'entourage d'Henri IV. . En 1589 le château et la ville furent mis à sac par les ligueurs. Ensuite, le château passe par une succession de propriétaire. Début XXeme une société foncière active en est propriétaire jusqu'au année 1950. Le château de la Grange-le-Roi est à l'abandon depuis le milieu des années 2000. De nombreux projets existent pour faire revivre ce lieu : dépôts de terres polluées, golf, résidence hôtelière. Depuis, 2012, c'est la Société d'aménagement foncier et d'établissement rural (SAFER) d'Île-de-France qui en est propriétaire. The castle of the Grange Le Roy, attributed to Androuet du Cerceau is a masterpiece of the end of the 16th century. It is surrounded by a double circuit of mounds. The Chateau has been listed as a Historic Monument since 1926. In the 13th century a castle was present on this site. The foundation of the castle is wrongly attributed to Francis I. Its name results rather from the acquisition of the domain by Jacques Le Roy, leading character in the entourage of Henri IV. . In 1589 the castle and the town were sacked by the league. Then, the castle passes through a succession of owners. Beginning of the 20th century, an active land company owned it until 1950. The castle of Grange-le-Roi has been abandoned since the mid-2000s. Many projects exist to revive this place: polluted land deposits, golf, hotel residence. Since 2012, the property is owned by the Société d'aménagement foncier et d'établissement rural (SAFER) of Île-de-France. El castillo de la Grange Le Roy, atribuido a Androuet du Cerceau es una obra maestra del final del siglo XVI. Está rodeado por un doble circuito de foso. El castillo está desde 1926 en el inventario suplementario de los monumentos históricos. En el siglo XIII un castillo fuerte estaba presente en este sitio. Se atribuye el nacimiento de la fundación del castillo a Francisco I, erróneamente. Su nombre es más bien el resultado de la adquisición del dominio por Jacques Le Roy, personaje de primer plano en el entorno de Enrique IV. . En 1589 el castillo y la ciudad fueron saqueados por los ligueros. Después, el castillo pasa por una sucesión de propietarios. Principios del siglo XX una sociedad de tierras activa es propietaria hasta el año 1950. El castillo de la Grange-le-Roi está abandonado desde mediados del 2000. Existen numerosos proyectos para hacer revivir este lugar: depósitos de tierras contaminadas, golf, residencia hotelera. Desde 2012, es propiedad de la Société d'aménagement foncier et d'établissement rural (SAFER) de Île-de-France. Il castello della Grange Le Roy, attribuito ad Androuet du Cerceau è un capolavoro della fine del XVI secolo. È circondato da un doppio circuito di fossato. Il castello è dal 1926 nell'inventario supplementare dei monumenti storici. Nel XIII secolo un castello forte era presente in questo sito. Si attribuisce erroneamente la nascita della fondazione del castello a Francesco I. Il suo nome deriva piuttosto dall'acquisizione della tenuta da parte di Jacques Le Roy, personaggio di primo piano nell'entourage di Henri IV. . Nel 1589 il castello e la città furono saccheggiati dai leghieri. Successivamente, il castello passa attraverso una successione di proprietari. Inizio XX secolo una società fondiaria attiva ne è proprietaria fino al 1950. Il castello di Grange-le-Roi è abbandonato dalla metà degli anni 2000. Esistono numerosi progetti per far rivivere questo luogo: depositi di terra inquinata, golf, residence alberghiero. Dal 2012, è la proprietà della Société d'aménagement foncier et d'établissement rural dell'Île-de-France. Замок Grange Le Roy, приписанный Androuet du Cerceau является шедевром конца 16-го века. Он окружен двойной цепью мурашек. Chateau был включен в список исторических памятников с 1926 года. В 13 веке на этом месте был построен замок. Основание замка ошибочно приписывается Франсису I. Его имя скорее является результатом приобретения домена Жаком Ле Роем, ведущая роль в окружении Анри IV. Он был одним из главных героев. Во 1589 году замок и город были разграблены лигой. Затем, замок проходит через череду владельцев. В начале 20-го века, до 1950 года его владела активная земельная компания. Замок Гранж-ле-Роа был заброшен с середины 2000-х годов. Существует много проектов, чтобы возродить это место: загрязненные земельные месторождения, гольф, гостиничное жилье. С 2012 года собственность принадлежит Société d'aménagement foncier et d'établissement rural of Île-de-France. #urbex #castle #chateaux
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Ascoli Piceno ospita la Cerimonia di apertura del Festival Culturale dei borghi rurali della Laga 2025
Data: Sabato 22 febbraio 2025 Luogo: Sala della Ragione - Palazzo dei Capitani, Piazza del Popolo, Ascoli Piceno,
Data: Sabato 22 febbraio 2025 Luogo: Sala della Ragione – Palazzo dei Capitani, Piazza del Popolo, Ascoli Piceno Ascoli Piceno si prepara ad accogliere la cerimonia di apertura del Festival Culturale dei Borghi Rurali della Laga – Edizione 2025, un evento di grande rilevanza per la valorizzazione del patrimonio culturale e sociale delle comunità montane del territorio. L’appuntamento, che si…
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c'è questa cosa che secondo me mi farebbe stare bene (il lavoro, che mi piaccia o meno, è sempre la mia parte più dolente e condizionatrice) ossia quello di aprire un'impresa ricettiva a 360° - o forse 300° perché del pernottamento mi frega poco e niente. impresa che abbia come nodo principale l'unione tra il rurale e l'educazione, tra l'esperienza e la degustazione - insomma che unisca il turismo alla tradizione. acchittare tutta la parte davanti alla mia "villa" con tavoli rustici, panchine di pallet con cuscini, balle di fieno, tronchi di alberi tagliati e lavorati con bobine di legno recuperate e organizzare pomeriggi/serate a tema - ma non solo - dove si porta a tavola vini locali e ciò che ci offre stagionalmente la natura - meglio se me la offre la mia natura. fare la pizza nel mio forno esterno a legna, bruschette con formaggi del posto con marmellate fai da me (stesse marmellate - fichi, pesche, ciliegie, albicocche, melograno - che potrei rivendere in bellissimi contenitori con il logo della mia impresa) o con salsa tartufata (con tartufi trovati dai miei Lucky e Dik) o con pomodori buonissimi (che piantiamo io e mio papà). allo stesso modo, organizzare pomeriggi in tartufaia dove si fa esperienza della ricerca del tartufo (bianco, nero, moscato, estivo, uncinato - insomma, in base alla stagione) o si va negli uliveti, dove si prova l'ebbrezza sfiancante della raccolta delle olive (anche quelle ascolane e, perché no, organizzare sessioni di preparazione delle olive all'ascolana) con annessi assaggi finali del prodotto fresco. o ancora, organizzare pic nic negli uliveti, tra ulivi secolari, e passare del tempo con amici e famiglia (mi immagino stereotipicamente la tovaglia a scacchi rossa e bianca che risalta a contrasto con il verde dell'erba tagliata). ritornando alla preparazione del cibo, perché non fare sessioni in cui si fa la pasta all'uovo? con le uova delle mie galline? mangiarla poi con il sugo delle conserve di pomodoro che abbiamo fatto durante l'estate? (fare conserve = probabile attività? prendere nota). tenere in vita un territorio martoriato da fuga verso la città, terremoto, abbandono della vita rurale e riportarlo ad essere un valore aggiunto per me, la mia famiglia, ma anche per chi ne assapora anche giusto un po'. portare in alto le tradizoni della mia famiglia, e di quelle di famiglie vicine amiche, dove un aiuto a te equivaleva ad un aiuto a me. questo è quello che mi renderebbe soddisfatta.
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BUON NATALE 2023 con SENSI DELL'ARTE - di Gianpiero Menniti
LA SCENA SCARNA
Un testo pittorico poco conosciuto, forse un "non finito", d'incerta committenza e imprecisa datazione: si tratta della "Natività" dipinta su tavola tra il 1470 e il 1475 (altra datazione lo colloca tra il 1480 e il 1485) da Piero della Francesca, conservato alla National Gallery di Londra.
La versione nell'immagine è quella che precede il recentissimo restauro, durato quindici mesi e completato nel 2022.
Una scena insolita, eppure sospesa, sognante e marcatamente iconica come è nello stile del Maestro di Borgo San Sepolcro.
Segni, simbolismo, chiarezza, equilibrio, distacco: tutto è già accaduto in assenza di racconto, in un luogo senza storia che cela la soglia tra il paesaggio rurale e la città.
Spartiacque del mondo.
Null'altro che la scena immobile e ideale rotta dal raglio dell'asino inconsapevole che si oppone alla compostezza del rito.
Il rito come fosse la "prima messa", divisa tra chi canta la gloria dell'evento e chi, meditante, ascolta e s'interroga sotto il cenno al cielo, impotente, rassegnato e marginale alle spalle di una Vergine già in preghiera.
L'inizio dell'era cristiana non può assumere ricchezza di forme oltre l'insondabile ed essenziale contenuto: è il venire in scena per colmare il vuoto.
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Scopri i disegni giocosi che i figli di Charles Darwin hanno lasciato nei suoi manoscritti
Il lavoro di Charles Darwin sull'ereditarietà fu in parte guidato da tragiche perdite nella sua stessa famiglia. Darwin aveva sposato la sua cugina di primo grado, Emma, e "si chiedeva se la sua stretta parentela genetica con la moglie avesse avuto un impatto negativo sulla salute dei suoi figli, tre (su 10) dei quali morirono prima di aver compiuto 11 anni", scrive Katherine Harmon su Scientific American. ( I suoi sospetti, suppongono i ricercatori, potrebbero essere stati fondati.) Era così preoccupato per la questione che, nel 1870, fece pressione sul governo affinché includesse domande sulla consanguineità nel censimento (loro rifiutarono).
I figli di Darwin sarebbero stati soggetti di osservazione scientifica. I suoi quaderni, dice Alison Pearn del Darwin Correspondence Project presso la Cambridge University Library , mostrano un padre curioso che "pungola e stuzzica il suo piccolo neonato", Charles Erasmus, il suo primo figlio, "come se fosse un'altra scimmia". I confronti dello sviluppo dei suoi figli con quello degli oranghi lo aiutarono a perfezionare le idee in On the Origin of Species , che completò mentre cresceva la sua famiglia nella loro casa nel Kent rurale, e ispirarono idee successive in Descent of Man .
Ma crescendo, i bambini Darwin divennero molto più di semplici curiosità scientifiche. Diventarono assistenti e apprendisti del padre. "È davvero una vita familiare invidiabile", racconta Pearn alla BBC. "La scienza era ovunque. Darwin usava semplicemente qualsiasi cosa gli capitasse a portata di mano, dai suoi figli fino a qualsiasi cosa nella sua casa, le piante nell'orto". Immersi nella ricerca scientifica fin dalla nascita, non c'è da stupirsi che così tanti Darwin siano diventati a loro volta scienziati affermati.
Down House era "a detta di tutti un posto chiassoso", scrive McKenna Staynor sul The New Yorker, "con uno scivolo di legno sulle scale e un'altalena di corda sul pianerottolo del primo piano". Un altro archivio della prodigiosa scrittura di Darwin, il Darwin Manuscripts Project di Cambridge , ci offre ancora più informazioni sulla sua vita familiare, con prove grafiche della curiosità della nidiata di Darwin nelle decine di scarabocchi e disegni che hanno fatto nei quaderni del padre, tra cui la copia manoscritta originale del suo capolavoro.
Il direttore del progetto, David Kohn, "non sa con certezza quali bambini fossero gli artisti", nota Staynor, "ma suppone che almeno tre ne fossero coinvolti: Francis, che divenne botanico; George, che divenne astronomo e matematico; e Horace, che divenne ingegnere". Si immagina che la competizione tra i bambini di Darwin dovesse essere feroce, ma i disegni, "sebbene esigenti, sono anche giocosi". Uno raffigura "La battaglia di frutta e verdura". Altri mostrano animali antropomorfi e illustrano figure militari.
Ci sono racconti brevi, come "Le fate della montagna", che "racconta la storia di Polytax e Short Shanks, le cui ali sono state tagliate da una 'fata cattiva'". Immaginazione e creatività avevano chiaramente un posto nella casa di Darwin. L'uomo stesso, nota Maria Popova , provava una significativa ambivalenza riguardo alla paternità. "I figli sono la più grande felicità", scrisse una volta, "ma spesso e spesso una miseria ancora più grande. Un uomo di scienza non dovrebbe averne".
Era un atteggiamento nato dal dolore, ma che, a quanto pare, non generava distacco. I ragazzi di Darwin "erano usati come volontari", dice Kohn, "per collezionare farfalle, insetti e falene e per fare osservazioni sulle piante nei campi attorno alla città". Francis seguì le orme del padre e fu l'unico Darwin a scrivere un libro insieme al padre. La figlia di Darwin, Henrietta, divenne la sua editor e lui si affidò a lei, scrisse , per "critiche approfondite" e "correzioni di stile".
Nonostante i suoi primi timori per la loro idoneità genetica, la vita professionale di Darwin divenne intimamente legata ai successi dei suoi figli. Il Darwin Manuscripts Project , che mira a digitalizzare e rendere pubbliche circa 90.000 pagine della collezione Darwin della Cambridge University Library, avrà un profondo effetto sul modo in cui gli storici della scienza comprendono il suo impatto. "La portata dell'impresa, di quella che chiamiamo biologia evolutiva", afferma Kohn, "è definita in questi documenti. Ha messo piede nel ventesimo secolo".
L'archivio mostra anche lo sviluppo dell'altrettanto importante lascito di Darwin come genitore che ha ispirato una sconfinata curiosità scientifica nei suoi figli. Guarda molti altri disegni digitalizzati dei bambini di Darwin su The Marginalian .
(via Scopri i disegni giocosi che i figli di Charles Darwin hanno lasciato sui suoi manoscritti | Open Culture)
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Carhartt, la storia di un’icona americana

Con i suoi oltre 130 anni di storia, Carhartt è un punto di riferimento, dalla working class dell’America rurale di inizio ‘900 fino ai più grandi nomi dell’industria musicale americana.

Fondata a Dearborn, appena fuori Detroit in Michigan, da Hamilton Carhartt nel 1889 per produrre abbigliamento da lavoro per gli operai che lavoravano nelle ferrovie, inizialmente l’azienda si chiamava Hamilton Carhartt & Company.

Il primo slogan dell’azienda fu “Honest value for an honest dollar” e il successo fu enorme, entro 20 anni dalla sua fondazione Carhartt aveva ampliato le sue produzioni in altre otto città, arrivando persino in Canada e nel Regno Unito.

Da quel momento storico in poi la crescita dell’azienda fu costante e continua, negli anni ’70 e ’80 la sua popolarità crebbe sia tra gli operai che al di fuori del settore lavorativo e sempre più persone, anche in Asia e in Europa, iniziavano a conoscere e indossare i capi workwear del brand.

Questa notorietà acquisita portò l’azienda a fondare una divisione europea del marchio Carhartt in occasione dei 100 anni dalla nascita e, nel 1989 nacque Carhartt WIP (Work In Progress) per un pubblico diverso.

WIP ha di certo cementato la posizione di Carhartt nel mondo streetwear ma in realtà sono stati i rapper della scena underground di New York e Los Angeles, che già da tempo indossavano i capi Carhartt “originali”.

Eazy E e i NWA furono tra i primi a sfoggiare pezzi Carhartt, cavalcando questo tipo di popolarità l’etichetta newyorkese Tommy Boy Records fece ricamare il suo logo sulle giacche Carhartt e ne regalò 800 a svariati artisti tra cui Dr. Dre e Tupac.

Nel corso dei decenni Carhartt ha continuato a mantenere il proprio status di brand cool grazie anche a figure come quella di Kanye West.

Il classico colore marrone HAMILTON BROWN prende appunto il nome del fondatore.
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