#Fiori Freschi
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marcogiovenale · 27 days ago
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pod al popolo, #054, audio completo della presentazione di "oggettistica" @ libreria tomo, roma, 28 feb. 2025
Ieri, 28 febbraio 2025, nella operosa città di Roma, presso la Libreria Tomo, a San Lorenzo, Guido Mazzoni, Fabrizio Pelli e Fabrizio Scrivano hanno presentato OGGETTISTICA, di Marco Giovenale (Tic, 2024), presente & leggente l’autore. La risultante sonora è ascoltabile qui su Pod al popolo. Il podcast irregolare, ennesimo fail again fail better dell’occidente postremo. Buon ascolto. un…
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campadailyblog · 9 months ago
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Negozio di Fiori: Guida per avviare il tuo negozio di fiori
Aprire un negozio di fiori è un’opportunità fantastica per chi ama la natura e vuole portare bellezza alle persone. Se sei un fiorista esperto o un appassionato di giardinaggio, puoi realizzare il tuo sogno. Questo lavoro richiede creatività, pianificazione e impegno. Punti chiave Valutare la redditività e la versatilità del settore florovivaistico Identificare il pubblico target e le tendenze…
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drunkwhenimadethis · 3 months ago
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Secondo me la spesa non è mai completa senza il succo fresco e i fiori freschi
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ingarbugliata-mente · 1 year ago
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*Sorellanza |fiori freschi|.
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carmen35 · 6 months ago
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Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitío che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Gabriele D'Annunzio
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anima-complicata-80 · 1 year ago
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"La bellezza dei fiori freschi.." 🌺🌹🌷
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susieporta · 5 months ago
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Otto di Coppe
"La resa alle autentiche Emozioni".
C'è grande tenerezza nell'ammettere la propria "condizione umana". E nel lasciare andare l'idea di "perfezione divina".
E' in atto una Rivoluzione senza precedenti dentro al nostro Cuore.
Non ci siamo mai sentiti così prima d'ora. Così intensi, così immersi nelle profondità di noi stessi, così "dentro".
E questo in alcuni momenti fa male, ci getta in una crisi senza precedenti, ci insinua dubbi e insicurezze.
Tanto che a tratti vorremmo spazzare via con un colpo deciso di spazzola tutte le nostre incongruenze, titubanze, paure.
Vorremmo silenziare il conflitto che ci anima da giorni.
Ma è proprio questo il senso di Novembre: il "dialogo interiore dell'Anima con la Verità nascosta dell'Umano".
Siamo carne e ossa.
Siamo anche Corpo emozionale.
Ed esso non va "appiattito" o "negato". Non va spento o silenziato. E nemmeno "controllato".
Va ascoltato, sentito, abbracciato e compreso.
Chi vorrebbe rendere questo mondo un luogo privo di emozionalità, chi si spende per la propaganda del "nulla" e del vuoto sentimentale, è il primo che sta male. E' il primo che punta il dito contro chi lavora alacremente per la crescita interiore, che cerca di sopprimere e "ingannare" le proprie profonde ferite emozionali, che si scaglia contro chi ci prova a "sistemare il proprio Tutto".
Le Emozioni interiori irrisolte dei Carnefici e delle Vittime, non spariranno mai.
Nelle notti dense di Novembre, desteranno il loro sonno, lo renderanno tormentato e angosciato. Condanneranno l'ignaro, il prepotente, il vittimista, l'abusatore, a dipendere dalle "compensazioni" materiali ed effimere. Dall'"usa e getta".
Lo getteranno nella depressione, nella privazione di senso, nella solitudine più profonda.
E questo è triste.
E' il frutto della mancanza di volontà interiore di maturazione e crescita, di disimpegno verso se stessi. Ma non solo. In tantissime situazioni, è dovuto anche della mancanza della "strumentazione di base", da un'eccessiva compromissione del costrutto di personalità e dei suoi funzionamenti cristallizzati nella patologia e disfunzione.
Ed allora occorre prendere atto, lasciare andare la nostra aspettativa irrealista che tutti, messi nelle condizioni più favorevoli, possano davvero percorrere la strada della maturità interiore e trovare giovamento nel percorso di crescita personale.
Novembre ci insegna a rispettare anche ciò che non potrà mai essere aggiustato dentro di noi e dentro l'Altro. A prenderne coscienza. Ad amare comunque quell'"arto amputato".
In un atto di commossa umiltà, ci riporta all'accettazione che "la brocca è rotta" e non tornerà più totalmente integra, nemmeno se utilizziamo la colla migliore per ricomporre i pezzi frantumati.
Ma, anche se non può garantire più la tenuta precedente dell'acqua, anche se è fessurata in alcuni punti, può essere trasformata in un meraviglioso vaso colmo di terra e di fiori colorati e freschi.
E' un momento di grande rappacificazione interiore. Dopo anni di conflitto con la nostra "parte menomata", la resa ci accoglie nel suo commovente abbraccio.
No. Non ameremo come prima.
Non ci "inventeremo" ruoli che non possiamo interpretare.
Non obbligheremo noi stessi a punirci "per non essere mai abbastanza", per non convergere con il modello idealizzato dell'Altro, per non conformarci all'ideale che abbiamo sempre sperato di diventare.
Oggi siamo noi.
Nudi. Spogli come alberi invernali.
Solo noi.
Nessun altro.
Pronti per avventurarci nella nostra meravigliosa Autenticità.
Mirtilla Esmeralda
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canesenzafissadimora · 11 months ago
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Ti meriti un amore che ti tolga il fiato, ma anche i vestiti e le paure, e che sappia di te quello che non hai il coraggio di raccontare. Ti meriti un amore vero, vivo, randagio. Un amore che non gliene frega niente di sapere che sei stanca, che ti senti brutta, che non ce la fai a parlare. Un amore così, che basta abbracciarsi, chiudere gli occhi, e respirare. Che ti regali fiori freschi ogni volta che ritornerai da un viaggio. Che sappia sognare con te e fare cose buffe. E fare schifo insieme quando serve. E fare l’Amore col bisogno di strapparsi l’aria di dosso. E quando serve di scopare. Che non ti riempia di regali ma di promesse mantenute. Di piccole cose che restano impresse. Che corteggi la tua felicità ma anche la tua solitudine, e le parole che a volte non escono, e quella voglia di star male che ogni tanto arriva e non si può spiegare.
Che sappia chiedere scusa invece di restare in silenzio, perché i silenzi a volte fanno male molto più delle parole. Che sia geloso ma di una gelosia bella, vera e gentile, che non diventi mai una gabbia. Un amore da cui non dovrai mai difenderti. Che se dovesse finire sappia rispettare l’incanto dell’addio, e il dolore che si prova quando ci si accorge di non essere stati abbastanza, o di essere stati troppo. Ti meriti l’onestà di chi ha commesso i propri errori, i propri sbagli, e ha imparato che l’Amore non riempie i vuoti, ma completa gli spazi. Ti meriti gli occhi di chi ne ha viste tante e ora �� pronto a scegliere. E ora è pronto a sceglierti.
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Andrew Faber
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marcogiovenale · 28 days ago
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oggi, 28 febbraio, a roma, libreria tomo: presentazione di "oggettistica", di mg (tic edizioni, 2024)
cliccare per ingrandire a Roma, OGGI, venerdì 28 febbraio, alle ore 18:30 nel contesto della rassegna ‘Fiori freschi’ OGGETTISTICA, di Marco Giovenale @ Libreria Tomo (via degli Etruschi 4-14) con Guido Mazzoni, Fabrizio Scrivano, Fabrizio Pelli presente & leggente l’autore evento facebook: https://www.facebook.com/events/643432374848518 * il…
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nemeasis · 2 months ago
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Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove che parlano gocciole e foglie lontane./
Ascolta. Piove dalle nuvole sparse./ Piove su le tamerici salmastre ed arse, piove su i pini scagliosi ed irti, piove su i mirti divini,/ su le ginestre fulgenti di fiori accolti, su i ginepri folti di coccole aulenti,/ piove su i nostri visi silvani, piove su le nostre mani ignude,/ su i nostri vestimenti leggieri, su i freschi pensieri che l’anima schiude,/ su la favola bella che ieri t’illuse, che oggi m’illude, oh Ermione./
Senti? La pioggia cade sui boschi solitari con un crepitìo che dura e varia nell’aria secondo le fronde più rade, men rade./ Ascolta. Risponde al pianto il canto delle cicale che il pianto australe non impaura, né il ciel cinerino./ E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, strumenti diversi sotto innumerevoli dita./
E immersi noi siam nello spirito silvestre, d’arborea vita viventi;/ e il tuo volto è molle di pioggia come una foglia, e le tue chiome auliscono come le chiare ginestre,/ o creatura terrestre che hai nome Ermione./
Ascolta, ascolta. L’accordo delle aeree cicale a poco a poco più sordo si fa sotto il pianto che cresce;/ ma un canto vi si mesce più roco che di laggiù sale, dall’umida ombra remota./ Più sordo e più fioco s’allenta, si spegne./ Sola una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne./
E piove su le tue ciglia, Ermione./ Piove su le tue ciglia nere sì che sembra tu pianga, ma di piacere/
E tutta la vita è in noi fresca, il cuor nel petto è come pesca intatta./ E andiamo ora congiunti ora disciolti / chi sa dove, chi sa dove!/
E piove su i nostri visi silvani,/ piove su le nostre mani ignude,/ su i nostri vestimenti leggieri,/ su i freschi pensieri che l’anima schiude novella,/ su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude, oh Ermione.
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aradiascoven · 3 months ago
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Stanotte ho sognato mia madre.
Nel sogno ero seduta sul letto dei miei, davanti la porta. Lei arrivava col pigiamino rosa, quello coi fiori. Era in forma smagliante, coi capelli freschi di tinta. Ho fatto per alzarmi, con le braccia tese verso di lei, mentre lei diceva "la mia bimba".
Poi mi sono svegliata.
È stato davvero bello rivederla così.
Ma è stato altrettanto dura svegliarmi e capire che era solo un sogno.
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quellochemivadidire · 2 years ago
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Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.
Gabriele D'Annunzio, tratto da "La pioggia nel pineto".
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emz26 · 2 years ago
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Il pensiero anteriore, la bustina del tè e la vecchia bastarda.
Dentro di me si generano tre istanti di pensiero:
il 1° è quello istantaneo, quello che si crea sentendo un suono, un profumo o un immagine, è fulmineo e infantile, è quello che si stupisce e che a volte mi fa sparare delle puttanate indicibili, lo chiamo “il mio pensiero anteriore”, proprio perché arriva prima del pensiero razionale,
il 2° è quello che esamina tutto quello che c’è intorno alla figura scatenate, quello che analizza tutte le interconnessioni tra il soggetto e l’ambiente circostante, quanto gli altri si accorgano dell’accadimento e se io sia l’unico a vedere, provo anche ad immaginare quanto l’evento influenzi le altre persone e quanto di questo gli altri si portino dentro, lo chiamo “la bustina del tè”, perché esattamente come una bustina che viene gettata dentro l’acqua calda , il soggetto interessante lo vedo espandersi e avvolgere con un’essenza profumata tutto quello che lo circonda, ed io come una molecola d’acqua mi lascio conquistare.
Il 3° momento è quello che disarma tutta la bellezza, dissacra tutto quello che gli passa davanti, è feroce e si nutre di distruzione, lo chiamo...o meglio la chiamo “la vecchia bastarda”.
Sono seduto in un dehors di un ristorante, uno spazio aperto molto ampio situato in cima ad una montagna praticamente immerso in un bosco, il muretto alla mia destra mi separa da una ampia via di pietra scura, via che porta ad una marmorea cattedrale, zero macchine, la strada più vicina è ad un chilometro, qui si arriva solamente a piedi o con una seggiovia, l’altezza e l’ombra delle piante mi regalano un po' di refrigerio in questo torrido luglio, il colore dell’ambiente è tendente al giallo ed un buon profumo di fiori freschi si spande nell’aria, nel bosco si sentono frinire dolcemente le cicale e una leggera brezza mi smuove la barba, l’occhio mi cade su un gruppetto di minuscoli animaletti raggruppati sul muretto, sembrano formiche ma non credo che lo siano, mi incuriosiscono, ne rimango ipnotizzato, la cameriera mi porge il piattino con le fragole ricoperte dal gelato, lentamente ne porto un cucchiaio alla bocca, il sapore dolce mi riempie la bocca, sento la crema sciogliersi e fondersi con me, sento il fresco sciroppo percorrermi le vene, in un momento così non si può essere cattivi, Roland di Gilead diceva “non si può essere cattivi e rabbiosi mangiando delle dolci fragole”...concordo.
Continuando lentamente a gustare le mie fragole con il gelato gli occhi mi cadono su di un’opera d’arte vivente, un vecchio di mille anni intento a leggere un libro di mille pagine, indossa dei pantaloni marroni ed una camicia azzurrina, elegantemente sportivo, legge lentamente il suo libro ed ogni tanto si ferma a riflettere sul paragrafo appena concluso, lo vuole assorbire, ti tanto in tanto alza il viso al cielo come a voler far scivolare le nozioni appena apprese dentro di se, quasi le stesse bevendo, dopo la lettura di un passaggio più complesso si alza e muove due passi lungo la via alberata, ma appena afferratone il senso torna subito a sedersi e a riprende la lettura regalandosi un sorso di cocacola, sì, beve cocacola… meraviglioso.
Pensiero anteriore “dio che bellezza,ma, ma, ma avete visto mai un cosa simile, sono paralizzato da quello che vedo”
Bustina del tè ” ma vi rendete conto che un signore di 100 anni è ancora intento ad apprendere, avete visto con quale calma e abilità continua a nutrire se stesso? Ogni volta che una persona assimila un concetto nuovo deve poi farlo entrare in circolo e farlo allineare con tutti gli altri, immagino la cosa come miliardi di galassie sparse nell’universo ognuna rappresentante un assunto ormai consolidato, ogni volta che una nuova galassia entra dentro questo spazio tutte le altre devono cambiare inclinazione, devono mutare un po', spostarsi e forse perdere una parte di loro stesse per far si che la nuova arrivata non risulti come un corpo estraneo e che si integri dentro questo spazio, spazio che compone l’uomo, vi rendete conto di quante galassie abbia un uomo della sua età? Vi rendete conto che vuol ancora cambiare il suo universo? E gli altri, quelli fuori da me, i miei commensali si rendono conto della meraviglia che hanno di fronte?
La vecchia bastarda “sì però!”
in coro “cosa?”
La vecchia bastarda “comprerei libri più brevi, ha un piede nella fossa e potrebbe morire senza finirli”
bustina del tè “Come era? Mangiando fragole non si può essere cattivi e rabbiosi”
La vecchia bastarda “ ma acidi e realisti sì”
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thatsjuliet · 1 year ago
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quel momento della settimana in cui compro i fiori freschi da mettere in casa >>>
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ama-la-mente · 2 years ago
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Non puoi togliere Trapani da un trapanese.
Misteri compresi. Per alcuni processione ormai retrograda per altri intoccabile. Perfetto esempio di commistione tra sacro e profano, tra devozione personale e tradizione di comunità.
Il portone che si apre e tutto inizia, chi già in centro e chi ancora a casa preparandosi per scendere (in centro non si va, si scende) con la tv rigorosamente su Telesud volume 80.
Per quelle 24 ore tutti ci fermiamo, tutto è organizzato in funzione della processione.
“Ma a che ora scendiamo? Io scendo a piedi”, “attenta alla cera”, “ma che giro fanno?”.
I drappi bordeaux che scendono dai balconi, mia nonna che utilizza i merletti migliori per la chiesetta di famiglia che oggi va aperta e con i fiori freschi.
Le marce funebri che ti rimbombano nel petto, le stesse che ti accompagnano dalla nascita e ti cullano quasi fossero ninne nanne. E qualcuno che mangia “caccavetta e simenza”.
- “Ma a che gruppo siamo?
- 10, fornai
- grazie”
I sorrisi accennati da chi è in processione che valgono come saluto, la cera per terra e sotto le scarpe, le donne a piedi scalzi con il capo coperto dal lutto.
Il tramonto che si avvicina, ritrovarsi a cena in quaranta e “ricordatevi che oggi non si mangia carne”.
“A cira squagghia e a processione un camina”
Arriva la notte e i misteri si fermano a piazza Vittorio, la gente si ferma nei bar dove siamo tutti amici, qualcuno dorme un’oretta per ripartire alle 3 dove si sente un leggero rumore di gente e poi solo i tamburi. Camminiamo tutti insieme verso un’unica direzione, con la testa un po’ bassa, “hai una sciarpa?/ mi porti una felpa/ bevi questo che ti riscaldi”, tappa da Oddo per la pizzetta.
Arrivando a Via Corallai il fuoco dei ceri proietta le ombre delle statue sui palazzi, la gente è affacciata dai balconi in silenzio alle 5 del mattino, segno della croce.
I portatori di notte sono i volontari, sotto le aste troviamo uomini e donne che portano pesi ben superiori a quello fisico della vara.
Alba sulle mura, veloce colazione alle Barracche e ricompaiono le bande, si tolgono le sciarpe e ci si riappropria del contegno dovuto. La mattina passa, i gruppi cominciano lentamente ad entrare, qualche amico ti apre casa sul corso per offrirti la "seconda" colazione e i misteri si riguardano dal balcone. Di nuovo, con minuzia e stupore per la loro bellezza.
“Mamma guarda questa decorazione floreale che bella, riconosco la mano... è sicuramente Peppe”.
Alla fine, sempre dopo le 14, la Madonna entra, con il suo manto nero che sembra coprire e reggere le sofferenze di un intero popolo, anche se solo per 24 ore.
Ora è il momento, inizia già la malinconia e il conto alla rovescia, l’annacata continua come una madre che non vuol lasciare andar via il proprio figlio.
Le lacrime, le mani che stringono, il cuore pieno.
Rumore di ciaccola, applausi...
- testo e foto web
Venerdì Santo, a Trapani il giorno dei Sacri gruppi dei Mister, la processione lunga un giorno
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gregor-samsung · 2 years ago
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“ Inciampo sullo schermo di un canale generalista privato che da quando è cominciato il conflitto trasmette molti approfondimenti e reportage. Stanno intervistando una manciata di madri, nate proprio in quel paese ma residenti in Italia, che fanno per lo più le badanti in qualche casa della borghesia dello stivale. Hanno i figli al fronte. Alcuni giovanissimi, freschi dei loro diciotto anni. “Ci hanno aggrediti,” dicono a un presentatore italiano dagli occhi bulbosi e la testa rasata. “I nostri figli stanno combattendo fino al martirio.” Le loro parole convulse grondano paura, coraggio e patriottismo. Le guardo con un misto di curiosità e apprensione. Sono donne semplici. Messa in piega impeccabile, tinta castano chiaro, gonne sobrie, camicette a fiori e qualche orecchino di bigiotteria poco vistoso ai lobi delle orecchie, qualche foulard, qualche cappello. Solo gli occhi bruciano. Come attraversati da invisibili lame di fuoco. Il presentatore italiano è disorientato da quelle donne e dal loro spirito battagliero. Ma nonostante lo smarrimento raccoglie le loro parole di guerra con estrema diligenza. Tra i tanti vocaboli utilizzati spunta anche “vincere”. Una di loro infatti dice: “Stiamo per partire anche noi, torniamo a casa. Vogliamo stare accanto ai nostri figli.” “Ma è pericoloso! Non potete,” commenta il presentatore confuso. “Sì, lo è, ma noi vinceremo.” C’è sicurezza nella sua voce. C’è quasi follia in quel “vinceremo” scandito a favore di telecamera sillaba dopo sillaba. VIN-CE-RE-MO. Davanti allo schermo io tremo per loro. Ma tremo anche per me. Mi sembra tutto un dannato déjà-vu. Ho già vissuto quella conversazione. Recentemente. Con mia madre. Io e lei da sole, sul balconcino di casa nostra. A Roma Est. Una manciata di mesi fa. Eravamo in mezzo alle piante grasse e al girasole appena spuntato, in mezzo al rosmarino e al basilico. Hooyo [mamma] si stava tagliando le unghie. E io le avevo appena chiesto: “Perché la Somalia proprio in quel momento, hooyo? Perché ti sei ficcata in una guerra civile che era nell’aria?” Proprio come quelle donne sconosciute in televisione, anche la mia hooyo ha usato la parola “vincere”. Con lo stesso tono sicuro. Sfrontato. A tratti irragionevole. Scandendo l’orrore sillaba per sillaba. “Ero sicura,” mi ha detto, “che i miei, il mio clan, la mia parte politica, il mio qabil, le ossa dei miei antenati, avrebbero vinto la guerra. Facilmente. Avevamo tante armi stoccate nei magazzini abbandonati da Siad Barre. Armi sovietiche, statunitensi e italiane. Kalashnikov di ultima generazione. Non avevo dubbi, figlia, sulla nostra vittoria. Per questo ho messo due stracci in valigia e sono salita su un Boeing della Somali Airlines senza voltarmi indietro.” La sua è stata una risposta senza tentennamenti, a cui ha poi prontamente aggiunto: “Volevo far parte anch’io della storia. Della gloria. Della nostra vittoria. Della nazione. Prendermi la mia parte di bottino e di futuro.” Gloria? Vittoria? Nazione? Bottino? Futuro? Davvero, mamma? Dici davvero? Facevo fatica a inglobare quelle parole deliranti. “Le guerre non le vince mai nessuno, hooyo!” ho urlato allora. “Le vincono solo le armi, il sangue, la morte, il pus, le lobby, i padroni, gli altri. Quelli come noi invece le perdono sempre. Wallahi! [Giuro su Dio!] Me lo hai insegnato tu, te lo sei dimenticata?” Le mie parole hanno un ritmo retorico e ridondante anche se sono la pura verità. Sono parole giuste, giustissime, quelle che rivolgo a mia madre. Ma non so perché mi sembrano inutili. Vuote. Come vuota è la vittoria. Vuota la guerra. “
Igiaba Scego, Cassandra a Mogadiscio, Bompiani (collana Narratori Italiani), 2023¹; pp. 245-247. (Corsivi dell’autrice)
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