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LAVORO, 8 ITALIANI SU 10 CHIEDONO PIÙ SOLUZIONI WELFARE: ECCO I 5 SERVIZI PIÙ DESIDERATI DAI LAVORATORI
Presentati a Milano, presso l’iconico Palazzo Mezzanotte, i risultati dell’8° rapporto Eudaimon-Censis, un evento dedicato alle nuove dinamiche del mondo del lavoro e alle strategie innovative per garantire il benessere in azienda. I risultati emersi evidenziano una crescente richiesta di welfare aziendale, con ben 8 italiani su 10 che ne chiedono di più. “Ogni individuo, anche quando si trova al…
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Convegno a Stresa in Alto Piemonte: il Welfare aziendale a supporto dell’economia locale

Si è svolto il 16 novembre 2023 all'Hotel Regina Palace di Stresa il convegno "Welfare e bilateralità: nuove strategie a supporto dell'economia locale". L'evento, ideato e organizzato dagli Enti Bilaterali Terziario e Turismo del Piemonte Nord (Novara, Verbano Cusio Ossola, Biella, Vercelli) in collaborazione con la Camera di Commercio Monte Rosa Laghi Alto Piemonte, si è proposto di approfondire il ruolo del welfare aziendale nel sostenere l'economia locale, anche attraverso l’importante ruolo di raccordo tra imprese e lavoratori svolto dagli Enti Bilaterali. In apertura, nel suo saluto, il presidente della Camera di Commercio, Fabio Ravanelli, ha sottolineato come il capitale umano sia il bene primario di ogni azienda e come vada fatta crescere la cultura del benessere aziendale per creare ambienti di lavoro più inclusivi e produttivi. Moderati da Maurizio Grifoni, presidente di Confcommercio Alto Piemonte, hanno quindi preso il via gli interventi dei relatori. Di notevole spessore informativo la relazione del professor Francesco Natalini, giuslavorista, che ha approfondito gli aspetti normativi e giuridici del welfare contrattuale, argomento del quale si occupa da oltre vent’anni. Utili e interessanti le esperienze di welfare applicato raccontate da Lara Ponti della ditta Ponti di Ghemme e da Andrea Masciaga della Mirato di Landiona. Nella seconda parte del convegno sono intervenuti il presidente Luca Trinchitella in rappresentanza degli Enti Bilaterali Terziario e Turismo del Piemonte Nord e Mauro Casucci, vicepresidente dell’Ente Bilaterale dell’Artigianato che hanno evidenziato quanto sia diventata sempre più rilevante negli anni l’attività svolta dagli Enti a sostegno di lavoratori e imprese e il lavoro di studio sulle dinamiche economiche sul territorio. A chiudere le relazioni la presentazione del progetto GOWelfare da parte di Matteo Romano, amministratore delegato dell’azienda Tantosvago, che ha ideato una app che permette di erogare ai dipendenti crediti welfare da spendere negli esercizi di vicinato, creando un ciclo virtuoso per dare una spinta all’economia locale. Un progetto innovativo sul quale stanno lavorando gli Enti Bilaterali Terziario e Turismo Novara e VCO per favorire l’economia circolare e che dovrebbe prendere il via entro l’anno. Tra gli interventi, si segnalano quelli di Laura Bernini di Confcommercio, Angelo Candido di Federalberghi, Maurizio Baldini di Faita, Cristiano Montagnini, segretario generale Fisascat Cisl Piemonte e di Umberto Radin, referente regionale Filcams CGIL Piemonte. Per le istituzioni sono intervenuti Matteo Marnati, Assessore regionale del Piemonte all'Ambiente, Energia, Innovazione e Ricerca, Rino Porini, vicepresidente della Provincia del Verbano Cusio Ossola, Marina Chiarelli, assessore al commercio e vicesindaco di Novara e il dirigente scolastico dell’Istituto Alberghiero Maggia, Fiorenzo Ferrari. La sala gremita ha visto la partecipazione di oltre 150 persone e l'evento è stato trasmesso in diretta streaming tramite Vibra Video ottenendo una media di 1.500 partecipanti che hanno seguito da molte province italiane. Il convegno, valido anche ai fini dei crediti formativi per i Consulenti del Lavoro, ha rappresentato un'occasione importante per discutere di un tema di grande attualità e per riflettere sul ruolo che il welfare contrattuale e la bilateralità possono svolgere nel sostenere l'economia locale. I risultati più significativi dell'evento sono stati i seguenti: - Il welfare contrattuale può rappresentare una forma di welfare complementare a quello pubblico, che può fornire un importante contributo alla tutela dei lavoratori e alla promozione dell'occupazione. - Il welfare contrattuale può essere utilizzato per sostenere l'occupazione e la formazione dei lavoratori, per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, per promuovere la salute e la sicurezza sul lavoro e per sostenere le attività di promozione culturale e sociale. - Il welfare contrattuale può rappresentare una leva importante per la competitività delle piccole imprese del territorio nelle quali spendere i crediti welfare. L'adesione di rappresentanti istituzionali e il successo di pubblico hanno testimoniato l'interesse crescente per questo tema e la necessità di continuare a discuterne e a promuovere iniziative concrete per il suo sviluppo. La registrazione dell’evento è disponibile tramite: Pagina Facebook Vibra Canale YouTube Vibra TV Read the full article
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Abitanti senza case, case senza abitanti
Abitanti senza case, case senza abitanti
Anna Lombroso per il Simplicissimus Sono passati 52 anni dallo sciopero generale e dalle manifestazioni indette in tutta Italia dalle tre confederazioni sindacali per il “diritto alla casa”. E’ cambiato tutto, i sindacati si sono trasformati in promoter di Welfare aziendale, in patronati e consulenti che procacciano assicurazioni e fondi integrativi, le proteste dei lavoratori sono soffocate…

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(via PRIMO MAGGIO DI FESTA O DI LOTTA?)
Di ragioni per cui festeggiare ne abbiamo ben poche, numerosi invece sono i motivi per indignarsi e lottare. Ma di lotte in giro ne vediamo ben poche, istanze frammentate e scollegate tra di loro, vertenze aziendali legate alla chiusura della produzione, presidi e picchetti contro i licenziamenti. Mentre scriviamo apprendiamo del licenziamento di due delegati nella Sda appartenenti al Sindacato Generale di Base. Anche quest' anno non mancheranno manifestazioni del 1° Maggio, a Bologna, a Roma, a Milano, a Taranto dove all'Ilva è stata sospesa la trattativa per la volontà della nuova società di ridurre salari e organici aziendali. Ma tutte queste manifestazioni sono frutto di singole organizzazioni sindacali, i rapporti anche tra le sigle conflittuali non sono idilliaci e così vengono meno appuntamenti unitari, parole d'ordine comuni e per portare in piazza numeri maggiori di lavoratori e lavoratrici.
Il 1° Maggio per troppi anni è stata una giornata di festa all'insegna del pic nic all'aria libera, partiti di sinistra e sindacati hanno fatto di tutto perché si rientrasse nella normalità, quella normalità che scambia ormai la parola liberazione con libertà o il primo maggio come rimembranza del passato.
Di motivi per lottare nel 2018 ce ne sono fin troppi, basta solo ricordare le pensioni ormai alla soglia di 70 anni di età, le troppo numerose malattie contratte sui luoghi di lavoro, la lista troppo corta delle malattie professionali riconosciute dall'Inail, i quasi 4 morti sul lavoro al giorno, la precarietà del lavoro trasformatasi ormai in precarietà esistenziale.
I licenziamenti politici sono in continua crescita, magari travestiti da provvedimenti disciplinari, in questi anni hanno alimentato codici disciplinari, codici etici, le imprese impiegano loro consulenti e uomini per spiare i dipendenti, per passare in rassegna le pagine dei social network e colpire ogni commento giudicato lesivo per la immagine aziendale.
Basta un semplice like per essere licenziati, nel pubblico impiego poi il danno di immagine costa doppio per l'inchiesta della Corte dei Conti.
Mai come oggi le agibilità sindacali e politiche nei luoghi di lavoro sono state così ridotte, hanno alimentato un clima di paura e di rassegnazione, la paura di perdere il posto determina atteggiamenti di passività e spesso di collaborazione con i vertici aziendali.
Dove esisterebbero maggiori spazi di iniziativa non si intravedono segnali di cambiamento, parliamo del pubblico impiego dove alle ultime elezioni Rsu i consensi di Cgil Cisl Uil e sindacati autonomi sono rimasti invariati nonostante abbiano taciuto davanti a 9 anni di blocco dei salari e della contrattazione.
Memoria corta o subalternità? Non siamo di fronte a un accordo tacito tra sindacati complici del governo e lavoratori? Un accordo tacito costruito in anni di clientelismo, di quieto vivere, di luoghi comuni, per esempio pur in presenza di scarsa produttività il nostro lavoro sarebbe al riparo da licenziamenti, un compromesso rafforzato dal welfare aziendale, da sanità e previdenza integrativa che trasformano il sindacalista in una sorta di piazzista.
I lavoratori non sono più capaci di indignarsi, non lo fanno che sporadicamente e individualmente ma quasi più come forza collettiva. E senza l'agire collettivo non potranno esserci forze sufficienti in grado di cambiare lo stato delle cose presenti.
Il 1° Maggio 2018 costituisce motivo di riflessione oltre che di partecipazione alle poche iniziative conflittuali previste. In Toscana noi saremo davanti alla base Usa di Camp Darby, nel Nord alle manifestazioni di Torino e di Milano, appuntamenti importanti che vedranno protagonisti e partecipi i lavoratori subordinati, i rider, i pensionati e gli studenti, i collaboratori con partita iva, i precari. È il variegato mondo del lavoro all'insegna della precarietà il terreno dove operare per ricomporre un soggetto conflittuale, non dimentichiamoci delle fabbriche, del terziario e del facchinaggio, non siamo certo noi a stabilire acriticamente una figura lavorativa per eccellenza elevandola a emblema del conflitto.
Potremmo parlare dei facchini, dei rider, dei raccoglitori di pomodoro o degli operai in Fiat, lavoratori così diversi tra di loro ma uniti dallo sfruttamento che ogni giorno subiscono da differenti datori di lavoro.
Non ci siamo mai innamorati delle formule astratte, siamo invece convinti che la ricomposizione di un percorso conflittuale possa avvenire nel rispetto di tutte le vertenze in corso senza primogeniture o schematismi. se vogliamo cambiare lo stato delle cose presenti bisogna avere l'umiltà di ascoltare, capire, interagire con tutte le vertenze in corso, farlo per arricchire la conoscenza del mondo del lavoro e rilanciare una iniziativa di lotta all'altezza della situazione, per ricomporre e non dividere, per andare avanti e non guardarci indietro.
Il primo maggio 2018 per noi è anche l'occasione per denunciare le crescenti disparità economiche e sociali, crescono le disuguaglianze e se ne rende conto anche il Documento economico finanziario del Governo. Poi abbiamo le gabbie salariali, le gabbie sociali con la fidelizzazione della cittadinanza che ha preso piede in Inghilterra ma che poi ritroviamo in Cina con una sorta di punteggio assegnato ai cittadini e vincolante per accedere al sistema di credito sociale in via di sperimentazione. I comportamenti dei singoli saranno dirimenti per accedere ai servizi, una grande gabbia dentro la quale saranno ammessi solo comportamenti compatibili con la salvaguardia di un sistema da cui dipenderà anche la condizione di vita, il tipo di lavoro e l'accesso alla istruzione e ai servizi statali. La società della performance è ormai dilagante, si manifesta ovunque con le sue imposizioni sociali a difesa dello status quo.
E nella gabbia delle compatibilità capitalistiche non c'è futuro per il protagonismo delle classi sociali meno abbienti ma perfino per i diritti di cittadinanza con la crescente disuguaglianza, la povertà assoluta, il limitato accesso alla istruzione, la speranza di vita che sta diminuendo, etc.
La desertificazione della scuola e dell'università, la crisi che colpisce gli under 40 figli della precarietà lavorativa e sociale, la crisi delle famiglie e dei loro consumi dimostrano che la società odierna è sempre più caratterizzata da disuguaglianze e da meccanismi totalitari contro i quali dovremo costruire un conflitto a tutto campo, dalla cultura al mondo del lavoro, dalla società alle scuole. Sta qui il significato del 1° Maggio conflittuale di cui ci facciamo carico.
I COMPAGNI E LE COMPAGNE DELLA REDAZIONE DI LOTTA CONTINUA.
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Consulente Welfare

Primaria società di Brokeraggio ricerca consulenti assicurativi e welfare da inserire nel proprio organico, caratteristiche ...
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Primaria società di Brokeraggio ricerca consulenti assicurativi e welfare da inserire nel proprio organico, caratteristiche ...
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Equo compenso, indici sintetici di affidabilità (Isa), welfare, revisione dei compensi per i consulenti tecnici 3 d'ufficio, Testo unico sull'abbattimento delle barriere architettoniche, Jobs Act del lavoro autonomo
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Welfare, una piattaforma gratuita per i Consulenti del Lavoro
Welfare, una piattaforma gratuita per i Consulenti del Lavoro was originally published on ITALREPORT
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Nuove energie che accompagnano il welfare degli italiani. L’Inps avvia l’assunzione di 3.507 consulenti della protezione sociale
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Abitanti senza case, case senza abitanti
Abitanti senza case, case senza abitanti
Anna Lombroso per il Simplicissimus Sono passati 52 anni dallo sciopero generale e dalle manifestazioni indette in tutta Italia dalle tre confederazioni sindacali per il “diritto alla casa”. E’ cambiato tutto, i sindacati si sono trasformati in promoter di Welfare aziendale, in patronati e consulenti che procacciano assicurazioni e fondi integrativi, le proteste dei lavoratori sono soffocate…

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Selezionate con Google Alert - #INPS - Consulenti della protezione sociale, 3507 funzionari Inps che accompagnano il welfare degli italiani https://t.co/wddKDhisJi
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— Cortexlan (@cortexlan) June 29, 2019
from Twitter https://twitter.com/cortexlan June 29, 2019 at 10:04PM via IFTTT
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di NICOLA R. PORRO ♦
Fischia il vento, urla la bufera e l’ombrello non si apre
Ho sognato la sinistra: una donna ancora attraente, sorpresa da un nubifragio durante una passeggiata. Una folata di vento le solleva maliziosamente la gonna. Ha il capo coperto da un cappello da uomo e come solo riparo un ombrellino rosso che non riesce ad aprire. Sola, smarrita nella tempesta, stenta a trovare la strada di casa. Pensa di essere stata imprudente: forse doveva dar retta al meteo, coprirsi meglio, non avventurarsi da sola in un ambiente divenuto improvvisamente estraneo e inaspettatamente ostile. E quel maledetto ombrello rosso: servirà ancora?
Fuor di metafora: la crisi viene da lontano, non è circoscritta all’orticello della politica italiana e non la si supererà rifugiandosi nelle antiche certezze o, al contrario, cambiando frettolosamente cappello. I populismi di nuova generazione sono allo stesso tempo i barometri di una crisi dell’ordine globale e uno dei suoi moltiplicatori. Le difficoltà che investono tutta la sinistra europea hanno ragioni profonde e non contingenti. Il cosiddetto turbocapitalismo ha distrutto il sistema industriale tradizionale e drasticamente ridimensionato il ruolo politico dei suoi attori sociali. Il valore ideale del Welfare si è perso nel tempo lasciando spazio a un risentimento diffuso e indistinto contro la burocrazia, la sfera pubblica, le élite. Sin dalla fine degli anni Ottanta il pensiero progressista sembra ripiegato su sé stesso, incapace di immaginare un altro orizzonte. Ha ispirato sacrosante campagne sui diritti civili ma sembra aver disertato il campo dei diritti sociali. Si sono così logorate lealtà e appartenenze. I nuovi populismi si sono avventati come sciacalli sul corpo inerte delle socialdemocrazie, come del resto sulla carcassa del liberalismo democratico. Hanno acceso a proprio beneficio paure irrazionali ed enfatizzato ad arte preoccupazioni diffuse, non sempre infondate. Denunciare la propaganda dei manigoldi, il ricorso sistematico alle tecniche della manipolazione e della falsificazione, è però servito a poco nella seconda decade del Duemila come servì a poco contro le campagne di ispirazione totalitaria fra le due guerre del Novecento.

Alle paure diffuse occorreva fornire risposte che non si riducessero all’esorcismo o alla lamentazione. Le narrazioni fasulle dei populismi di ogni colore non sono state contrastate efficacemente ed è mancato persino un appello emotivo che mobilitasse l’indignazione, l’orgoglio, i sentimenti di solidarietà. La sinistra anti-populista non si è fatta “popolo”, del resto in coerenza con la metamorfosi socio-economica del suo elettorato. Si sono così materializzati eventi impensabili solo pochi anni or sono: la secessione britannica dalla UE, la vittoria di Trump, il fenomeno delle democrazie illiberali, l’onda montante dei populismi xenofobi nel cuore dell’Europa comunitaria, di cui l’Italia è vittima designata, complice il sovranismo autolesionista di Salvini e dei suoi.
In Italia, laboratorio della saldatura al governo di radicalismo xenofobo e gentismo grillino, il Pd ha subito una vistosa erosione del proprio consenso sociale, come hanno dimostrato le disfatte elettorali consumatesi fra marzo (politiche) e giugno (amministrative) del 2018. Ma a preoccupare è soprattutto la risposta del partito sotto scacco. Nessuna linea d’azione condivisa, nessun confronto su programmi e contenuti, un’interminabile guerra di posizione fra generali senza eserciti, l’incombente figura di un Capo che non vuole governare il partito ma non rinuncia a comandarlo. Eppure questo sarebbe il tempo per aprire una riflessione autentica e coraggiosa. Sugli esiti di quella fusione a freddo che diede origine al Pd. Sulla necessità di un pensiero capace di andare oltre l’eredità del Novecento senza rinnegarne i valori fondanti. Sulla capacità di formare un ceto politico che non rappresenti un puro prodotto di casting (modello Berlusconi) o l’esito, inevitabilmente opaco, di una lotteria telematica a conduzione aziendale (cinquestelle).

Alla signora sorpresa dalla bufera non basterà riaprire l’ombrellino rosso, cambiare il cappello demodé o coprire pudicamente le gambe svelate dal vento. Nemmeno la sinistra potrà invocare le attenuanti generiche. Certamente l’inasprirsi delle relazioni internazionali ha giocato contro le forze europeiste e la cultura solidaristica. Sicuramente la manovra a tenaglia, condotta talvolta con argomenti canaglieschi contro l’unica forza di governo rimasta in campo dopo il 2013, ha colpito duro. E c’è da riflettere con preoccupazione sulla comparsa in campagna elettorale di tecniche della persuasione mutuate da esempi come la Russia di Putin o i consulenti di Trump.
Denunce e recriminazioni sono legittime, ma rimangono lettera morta. Il doppio populismo italiano replica i modelli stranieri. Per tutti, come aveva intuito mezzo secolo fa McLuhan, il medium è sempre il messaggio. Non conta ciò che fai, ma come lo racconti ed è patetico appellarsi al fair play contro avversari che considerano la verità stessa un optional. I tempi e i repertori sono quelli insegnati dai persuasori occulti ingaggiati da Trump. Si tratta di sollevare prima del voto una bufera di argomenti falsi mescolati a notizie autentiche (ma abilmente manipolate) per accreditare il messaggio. Dopo, a vittoria ottenuta, toni e argomenti della campagna elettorale non verranno abbandonati. Un diluvio di tweet, di fake news, di proclami sostituiranno la comunicazione istituzionale prevista dalla sintassi di ogni democrazia. È la tecnica teatralmente esibita ogni giorno da Salvini, ministro della propaganda in servizio permanente effettivo, sprezzantemente incurante di competenze, responsabilità, obblighi e persino linguaggi consoni al ruolo rivestito.
Sono segnali di un degrado crescente della sfera pubblica, ma recriminare serve a poco se non si impara la lezione e non si approntano difese e strumenti per la controffensiva. Annibale aveva negli elefanti la sua arma totale. Li scaraventò contro le attonite forze romane mettendole in rotta. Ma alla fine fu Cartagine a essere rasa al suolo da un esercito che aveva saputo vincere le proprie paure, imporre al nemico il terreno della battaglia e far tesoro dei propri errori.
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Forse non è inutile interrogare i corsi e i ricorsi della Storia, come ci ha insegnato Giambattista Vico. Già Antonio Gramsci, ad esempio, aveva liquidato nel sesto dei suoi Quaderni dal carcere il “populismo” italiano del primo Novecento come un fenomeno di travestimento. Ai suoi occhi non era altro che la destra che si camuffa da sinistra, accogliendo e declinando a proprio vantaggio anche concrete istanze sociali: il lavoro, le tasse, le domande di protezione, l’appartenenza alla comunità. Un’operazione vincente, ammoniva, se a contrastarla non ci sono un’idea e un progetto di società alternativi. Non bastava fare opposizione: occorreva piantare solidi pilastri per quella che chiamava l’egemonia culturale. Formula che indicava un processo ad ampio raggio, innescato di solito dagli intellettuali democratici e dai leader politici, ma capace di mobilitare identità, emozioni, interessi capaci di di sventare derive reazionarie senza farsi trascinare nel vortice della violenza. All’epoca le cose non andarono come Gramsci sognava. L’appello populista, che aveva diviso e lacerato la sinistra del tempo (tanto quella riformista quanto quella massimalista), sarebbe degenerato nel “nazionalismo popolare” del sangue e del suolo sfociando nella dittatura fascista. Lo stesso fascismo avrebbe mescolato elementi di populismo ideologicamente eterogenei, non esclusi quelli di matrice classista (l’appello mussoliniano all’Italia “proletaria e fascista”). Se la politica non conquista il popolo, osservava ancora Gramsci, il popolo respingerà la politica, pervertendo legittime aspettative di cambiamento e di riscatto sociale in pura e rancorosa «avversione verso la burocrazia» o in «odio per il funzionario». A prevalere, scriveva, sarà «un odio ‘generico’ ancora di tipo ‘semifeudale’, non moderno», estraneo tanto alla “coscienza di classe” marxiana quanto al progetto di egemonia (Fabio Vander “Populismo e trasformismo, la lezione di Gramsci”, Il Manifesto del 12 giugno 2018).
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Il fenomeno del populismo ambiguo, come quello che stiamo conoscendo a un secolo di distanza, appariva particolarmente significativo in Italia. Qui, infatti, la formazione tardiva dello Stato e del sistema industriale aveva rallentato la costituzione di movimenti di massa organizzati, come era stato per il sindacalismo operaio britannico. I partiti post-unitari si erano costituiti entro un orizzonte localistico e in funzione del sostegno elettorale a qualche maggiorente. Il risultato, scriveva Gramsci, fu un ceto politico composto «di galoppini e maneggioni elettorali, un’accolita di piccoli intellettuali di provincia». La stessa sinistra gli appariva popolata di «bande zingaresche» e incline al «nomadismo politico». Fenomeno proprio di quel trasformismo che a fine Ottocento Depretis aveva promosso al rango di strategia di governo. Dopo di lui Giovanni Giolitti l’avrebbe sfacciatamente identificata con “la capacità di ridurre la politica ad amministrazione”. Mentre era appena iniziato il radicamento sociale dei movimenti di massa, Gramsci poteva perciò legittimamente associare l’“apoliticismo” – “non siamo di destra né di sinistra” – all’affermazione del fascismo. E sarà proprio il giudizio sull’ “apoliticismo” a ispirare, in un articolo del 1917, quell’invettiva contro gli indifferenti che sembra applicarsi benissimo alla categoria dell’antipolitica contemporanea.
Sarebbe tuttavia scorretto applicare l’analisi gramsciana a un contesto temporale e politico tanto diverso come l’attuale. I teorici di un possibile populismo ‘di sinistra’ – penso a studiosi come Ernesto Laclau, a politici come Jean-Luc Mélenchon, fondatore di France insoumise, o a personalità come il compianto premio Nobel Dario Fo – hanno sostenuto un’interpretazione indulgente del populismo, inteso come una potenziale risorsa per rigenerare una sinistra disorientata come la signora in mezzo al nubifragio. Soprattutto Laclau, l’occhio rivolto al contesto sud-americano, abbonda in richiami a precedenti storici in cui i populismi avrebbero rappresentato lo “stato nascente” di durature esperienze democratiche. Mélenchon ne fa lo strumento essenziale per restituire alla sinistra imborghesita la sua matrice giacobina. Nessuno ha però avallato possibili convergenze fra “populismi” democratici e movimenti xenofobi, nazionalisti e razzisti. Anche studiosi italiani, come Domenico De Masi, che avevano contribuito a elaborare il programma del M5s, hanno risolutamente preso le distanze dall’intesa con la destra leghista e dalla filosofia che ha ispirato il “contratto di governo”.
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Un’operazione quest’ultima che ha fatto emergere un aspetto meno appariscente della questione populista: il suo rapporto con quello che proprio Gramsci aveva chiamato privatismo. Dietro l’invettiva demagogica, l’intransigenza moralistica e la presunzione palingenetica si affaccia sempre l’inclinazione dell’antipolitica a considerare il potere, sebbene legalmente conseguito attraverso il voto, come una sorta di preda. Uno scalpo da agitare per giustificare ogni tipo di potenziale abuso, come nel caso di un ministro degli Interni pronto a occupare qualsiasi spazio e qualsiasi funzione nella latitanza di fatto di presidente del Consiglio riconosciuto come tale. Il costituzionalista Gaetano Azzariti ha richiamato l’attenzione sulla «gestione del tutto privata della crisi» e sul «programma di governo trasformato in un contratto tra due signori stipulato davanti a un notaio, le cui obbligazioni sono assolte da un loro fiduciario» (G. Azzariti, “La crisi politica tracima in crisi costituzionale”, Il Manifesto del 29 maggio 2018). Populismo e privatismo, insomma, tornano a sposarsi nel governo gialloverde, come nei giorni peggiori dei governi Berlusconi. L’impudente tentativo di coinvolgere le competenze del Capo dello Stato nella questione giudiziaria legata agli interessi economici dalla Lega rappresenterà una conferma, quasi un logico corollario, di questa torsione del diritto.

Mauro Calise (“La macchina è tutto: la sinistra non ha mai cambiato motore”, intervista di Wanda Marra, Il Fatto3.7.18) si è invece concentrato sugli antefatti del progressivo ripiegamento della sinistra (meglio: delle sinistre). Senza risalire alle radici remote del populismo italiano, indagate da Gramsci e da numerosi storici – non solo italiani – ha ricordato come l’Italia abbia conosciuto in poco più di venti anni tre sfide populiste vincenti. Prima il partito azienda di Berlusconi, poi il Movimento Cinque Stelle di Grillo e Casaleggio e infine la stupefacente innovazione di prodotto che ha trasformato la vecchia Lega secessionista di Bossi in un partito nazionalista e xenofobo guidato da un leader organico al fronte anti-europeista internazionale. Processi che, con le opportune distinzioni, non hanno risparmiato altre potenze democratiche dell’Occidente. L’elezione di Trump e il caso Brexit hanno rappresentato risposte aggressivamente isolazionistiche rispetto ai problemi reali posti da una globalizzazione governata dalle logiche del mercato più che da lungimiranti politiche di coesione. In questa cornice le democrazie “del leader” sono in qualche caso già degenerate in democrazie illiberali. È accaduto in grandi Paesi come la Russia, l’India, la Turchia. Sta accadendo nel cuore dell’Unione Europea, con il regime fascistoide ungherese a fare da battistrada. Calise isola tre elementi cruciali – comunicazione, personalizzazione della leadership e organizzazione del partito – che, diversamente combinandosi, sono perfettamente rintracciabili nel caso italiano.
Berlusconi esercitava la sua leadership esasperando tratti personalistici alimentati da un narcisismo debordante. Disponeva però anche di una poderosa ed efficiente struttura organizzativa, che associava nella Forza Italia delle origini la potenza di Mediolanum e Publitalia con il modello mutuato dalle tifoserie calcistiche e con la struttura propria dell’associazionismo di élite (mi permetto di rinviare in materia a un mio vecchio articolo: “L’innovazione conservatrice. Fininvest, Milan Club e Forza Italia”, in L. Gallino e P. Ceri, a cura di, La società italiana. Cinquant’anni di mutamenti, Rosenberg & Sellier, Torino 2002: 541-555).
Il M5s è stato invece a lungo scambiato come il prodotto della verve iconoclasta di un professionista dell’intrattenimento come il comico Beppe Grillo. L’idea di un movimento antipartitico, a struttura leggera, capace non solo di eccitare sentimenti e risentimenti da convogliare in blocco contro la “casta” e le élite politiche, ma anche di proporsi come modello alternativo a queste, aveva però un retroterra meno visibile. Era stata la simbiosi del comico furente con un meno appariscente ma meglio attrezzato specialista della comunicazione, l’imprenditore Gianroberto Casaleggio, a dar vita a un uso verticistico della rete, contrabbandata per la terra di elezione di una nuova agorà civica. Un ferreo controllo sul movimento, la selezione dei candidati e le carriere degli eletti, la gestione delle risorse economiche, la promozione e il confezionamento delle campagne d’opinione: nulla sarebbe sfuggito all’occhio vigile del potere digitale. Per cinque anni, nella fase di stato nascente del suo movimento, Grillo, l’elevato, eserciterà poteri di fatto insindacabili sviluppando strumenti di partecipazione gregaria veicolati solo dal server. È quello che verrà battezzato leninismo digitale o centralismo cybercratico.

Il sistema Lega è invece il prodotto di trasformazioni progressive che finiranno per snaturare l’originario paradigma secessionista di Bossi. Il suo modello comunicativo non si strutturerà mai in conformità del modello televisivo berlusconiano o del feticismo grilino della rete. Il partito, recise le radici localistiche delle origini, continuerà a privilegiare il radicamento territoriale e a costruire una ragnatela di avamposti organizzativi sul modello dei vecchi partiti di massa. Il cambio di paradigma avverrà alla fine della seconda decade del Duemila, quando Salvini, trasformerà il vecchio partito padano in una punta di diamante del radicalismo antieuropeista e xenofobo. Un caso di radicale innovazione di prodotto e di parziale innovazione di processo, che consentirà a una forza del 4% di moltiplicare esponenzialmente i consensi approfittando del declino di FI e cavalcando tutti gli umori nutriti di demagogia populista in un regime di competizione e cooperazione con il M5s. Vecchie dirigenze e antichi programmi verranno liquidati alla spiccia. Il nuovo leader concentrerà in sé tutte le risorse comunicative. I tweet del Capo diventeranno il verbo del movimento, mentre prenderà forma un paradigma ibrido, in cui all’invadenza mediaticae agli slogan di fuoco del Capo si affiancano una solida struttura territoriale e un ceto elettivo sperimentato. Nel miscuglio di campagne xenofobe, privatismo, demagogia moralista e suggestioni pauperiste che costituisce il bouquet dell’intesa di governo, antipolitica e post-politica si sovrappongono e si confondono avendo per solo collante l’esercizio di un potere la cui rappresentanza formale è affidata dai dioscuri di governo a un’innocua e defilata figura terza.

A fronte di sconvolgimenti tanto radicali del panorama politico, riuscirà l’elegante signora nella bufera a ritrovare la strada? Saprà farsi non solo solo opposizione ma alternativa? Proverà a costruire un’egemonia, nel senso ancora attuale attribuitole da Gramsci un secolo fa? Avrà ancora bisogno di un’ideologia, o quanto meno di un rinnovato bagaglio di idee? Per quanto sembri strano, i contributi più stimolanti a questa riflessione mi sembrano provenire sinora da commentatori e opinionisti estranei alla sinistra. Ne parleremo molto presto.

NICOLA R. PORRO
POPULISMO E POPULISTI (XV) di NICOLA R. PORRO ♦ Fischia il vento, urla la bufera e l’ombrello non si apre
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SN BENEDETTO – Ha riscosso grande interesse e una partecipazione massiccia il convegno, organizzato a San Benedetto da Costruire-Centro Studi e Formazione insieme al consiglio provinciale dell’ordine dei consulenti del lavoro di Ascoli e al Fondo Interprofessionale Fonarcorm, sul tema “Decontribuzione e welfare aziendale – Gli aspetti pratici – Legge di stabilità”.
Dopo il saluto introduttivo del presidente del consiglio dell’ordine dottoressa Carla Capriotti, ha preso la parola il dottor Massimo Giorgi, rappresentante del Fonarcorm, seguito dal presidente dell’Ordine provinciale di Vercelli, dottor Luca Caratti. Si è poi entrati nel vivo del convegno con le relazioni sul tema “La nuova normativa sul welfare aziendale, cosa cambia con la legge di stabilità 2017”, esposte dal dottor Luca Salvi di Costruire-Centro Studi e Formazione, che ha parlato del “Credito per le piccole e medie imprese”, seguito da Maria Pompei e Roberta Procaccini, sempre di Costruire, e dal dottor Luca Caratti che ha illustrato il tema “La detassazione dei premi di risultato – Note operative per la redazione di un piano welfare e di un contratto di produttività”.
Agli interventi dei relatori ha poi fatto seguito un dibattito serrato, nel corso del quale sono state poste dal pubblico presente in sala domande su questioni specifiche di interesse degli intervenuti.
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FAMIGLIE IN FIERA – dal 9 al 17 Settembre 2017 – Fiera del Levante (Bari)

“Famiglie in Fiera”, il progetto ideato e realizzato dallo scorso anno dall’associazione di promozione sociale “Città dei Bimbi“ Fiera del Levante _BARI_
Il comunicato stampa ufficiale della Fiera del Levante.
Dal 9 al 17 settembre workshop, consulenze mediche, talk show istituzionali, attività ludico-ricreative nel padiglione 138 della Campionaria.
“Famiglie in Fiera”, il progetto ideato e realizzato dallo scorso anno dall’associazione di promozione sociale “Città dei Bimbi“, torna dal 9 al 17 settembre in un nuovo spazio della Fiera, il padiglione 138, per offrire servizi per le famiglie e le scuole, iniziative di networking, confronti, dibattiti e giornate di sensibilizzazione sui temi che spaziano dalla conciliazione vita-lavoro alle città family friendly, dalla genitorialità all’insegnamento scolastico. “Famiglie in Fiera” sarà realizzato in collaborazione con l’assessorato al Welfare della Regione Puglia, presente con il progetto Puglia Loves Family.
Il ricco programma di “Famiglie in Fiera” sarà rivolto a tutti, dai bimbi che sono ancora nella pancia della mamma, ai genitori, ai dirigenti scolastici ed insegnanti, nonni, e abbraccerà un’utenza dai – 9 (meno 9) mesi fino ai 99 anni.
Per i più piccoli saranno organizzati Giocodanza, Danza Acrobatica, Laboratori di Arte per decorare i righelli per la scuola o preparare un segnalibro, Laboratori di cucina, Art attack, Face Painting, spettacoli di bolle di sapone, di burattini e di micromagia, baby dance, truccabimbi e sculture di palloncini, creazione di Squizzy e Trolls di sale colorato. Previsto un servizio di presa in carico dei minori che consentirà di affidare i propri figli ad educatori e pedagogisti per una massimo di due ore, fino ad esaurimento posti. Nel frattempo i più grandi potranno visitare la Fiera in autonomia oppure assistere ai workshop, alle presentazioni di libri e agli open talks con i consulenti di www.cittafamiglie.it, il nuovo magazine tematico per scuole e famiglie, online da settembre.
FAMIGLIE IN FIERA – dal 9 al 17 Settembre 2017 – Fiera del Levante (Bari) FAMIGLIE IN FIERA – dal 9 al 17 Settembre 2017 – Fiera del Levante (Bari) “Famiglie in Fiera”, il progetto ideato e realizzato dallo scorso anno dall’associazione di promozione sociale “Città dei Bimbi“ Fiera del Levante _BARI_…
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