#genitori cattivi
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Nelle famiglie disturbate 🤯 i bambini si sentono responsabili dei problemi familiari e anche della loro soluzione. I modi in cui i bambini cercano di “salvare” le loro famiglie sono TRE: rendersi invisibili, diventare cattivi o essere bravi.
💣Rendersi invisibili significa non chiedere mai nulla, non avere esigenze, evitare preoccupazioni ai genitori. La sofferenza personale di questi bambini/adulti è essere intorpiditi, non sentire niente.
💣Essere cattivi significa essere ribelli. Il capro espiatorio, punto focale delle sofferenze della famiglia. I genitori si chiedono "cosa faremo di lei/lui?” invece di chiedersi "cosa faremo del nostro matrimonio?".
La rabbia copre il suo dolore.
💣Essere bravi significa essere vincenti nel mondo esterno. Sembrare felice e brillante serve a coprire la paura e la rabbia.
Apparire felice diventa più importante che sentirsi felice.
(R. Norwood)
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ci sono due genitori privi della capacità genitoriale, non cattivi semplicemente e banalmente incapaci di vedere il dolore i disagi e le sofferenze e mancanze dei loro figli e sembra che non si possa fare niente finché non accadrà qualcosa di veramente brutto.
ed è giusto allora sperare che accada qualcosa per cui si possa chiamare un'ambulanza o i carabinieri?
e magari sentirsi dire poi "ma nessuno si era accorto prima della situazione?" si, ce ne siamo accorti in tanti e nessuno può fare niente.
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Pausa pranzo. Vedo un mio collega disperato alla scrivania, gli prendo un caffè e vado da lui. Gli dico che spero non sia successo nulla di grave, che il lavoro ultimamente è uno schifo e che non vale la pena prendersela. "Da che pulpito..." risponde lui. Va bene, incasso. Io resto lì a guardarlo, in silenzio. "Il mio mutismo selettivo mi permette di stare qui anche sei ore a guardarti senza dire una parole, se necessario." Prima sbuffa poi chiude la porta. Mi racconta della sua crisi profonda con la moglie, del divorzio negato, delle terapie dallo psicologo, della sofferenza, dell'insonnia, e che all'ultimo la baby sitter gli ha dato buca e stasera non sa chi a lasciare il figlio. "E se ci rimanessi io, con lui?"
Finisce che vado a prenderlo dal dopo scuola, lui mi riconosce subito perchè a tutti i pranzi e le cene aziendali sono quella che fa le linguacce ai bambini di nascosto e dice "sei la collega di papà!" e lì il mio istinto materno vacillante inizia leggermente a intorpidirsi. Gli dico di farmi da navigatore, anche se so benissimo dove abita. Facciamo un po' di compiti (è in terza elementare) e prepariamo la cena. Dopo che si è fatto il bagno da solo mi chiede se lo aiuto ad asciugarsi i capelli. Si era messo il pigiama al contrario, inizio a ridere, lui con me, glielo sistemo e lui mi chiede se posso rimanere fino a che non si addormenta. Ma certo, gli dico, resto tutto il tempo che vuoi.
Diventa silenzioso, andiamo sul divano, accende disney+ e gli chiedo a cosa sta pensando. Lui mi strappa il cuore dicendomi che con me si sente molto al sicuro ed entriamo in un momento di confidenza, gli chiedo se lui si sentisse al sicuro con i suoi genitori. "No, perché loro litigano sempre e una volta li ho sentiti dire che se non c'ero io non stavano più insieme". Aldilà dei congiuntivi e della consecutio temporum cerco di rassicurarlo, dicendo che spesso i grandi dicono cose che non pensano, che quando sono arrabbiati diventano anche più cattivi, e che non doveva preoccuparsi se, a volte, i genitori litigano, può capitare.
E lì, quel piccolo esserino mi stupisce ancora. "Io se voglio bene a qualcuno non ci litigo. Se litighiamo sparisce il sorriso. Io voglio essere felice da grande, sentirmi sempre sulle nuvole senza paura di cadere. Non lo dire a mamma e a papà che li ho sentiti."
"Sarà il nostro segreto."
"Però ci torni a stare con me se mamma e papà escono?"
Dopo cinque minuti, piccolo esserino dolce si addormenta profondamente sul divano...e io pure.
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casa
mi dispiace che i miei genitori abbiano una visione di me diversa da come sono realmente.
purtroppo però la loro visione è giustificatissima
so che mi vedono come una buona a nulla
ma sono giustificati perché effettivamente quando sto a casa con loro l’unica cosa che faccio è stare rinchiusa in camera mia, tra l’altro disordinata come niente, dalla mattina alla sera, mi faccio vedere solo quella volta al giorno che mangio, per il resto non esisto
e quando non sono a casa, scompaio per ore se non giorni senza dire nulla
so anche che è irrispettoso, so che dovrei aiutare mia mamma a fare le faccende di casa visto che mio padre sta buttato sul divano senza far nulla, so che dovrei stare più tempo con loro quando si mangia, perché io solitamente ci sto giusto quei 10 minuti per qualche boccone e bere un bicchiere d’acqua e poi mi alzo e me ne vado
ma io non ci riesco. non ce la faccio.
non ce la faccio ad uscire da questa stanza, a girare per casa, a fare le cose anche più semplici come apparecchiare il tavolo o preparare un piatto di pasta.
è più forte di me, quando esco da camera mia sento una grande pressione, mi sento osservata, mi sento stretta, mi sento come se avessi paura di qualcosa, di essere vista, di esserci e di esistere.
in tutto ciò però quando resto per i fatti miei in camera la situazione non è delle migliori, la stanza è veramente tanto disordinata, sempre buia a causa delle tapparelle costantemente serrate
le volte che loro entrano in camera mia spesso mi vedono e mi dicono che non sapevano da tutto il giorno se io fossi a casa o meno, e poi mi guardano con quello sguardo di pietà, che mi fa sentire un peso ancora più grosso sulle loro spalle.
la mattina quando mi sveglio a volte non mi faccio nemmeno vedere, aspetto la fine della giornata e se tutto va bene esco giusto per andare in bagno.
vorrei tanto sapessero che io in realtà non sono così, perché io quando mi trovo nella mia casa cucino, pulisco, faccio spesa, giro per casa in continuazione, apro tutte le finestre per far entrare l’aria che serve, sono molto indipendente e soprattutto intraprendente, e questo sia la mia coinquilina che il mio ragazzo possono assicurarlo, non tralascio quasi mai nulla.
ma qui, dentro questa casa, tutto ciò che ne è di me si spegne, e non ne capisco nemmeno il motivo, loro non sono cattivi con me, anzi, la cattiva della storia qui sono io nei loro confronti.
ma è più forte di me, non riesco ad uscire da qui dentro.
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Ho visto troppi figli limitati e resi falliti dalle idee educative di certi genitori.
La cultura degli anni 80 vi ha resi dei cattivi educatori.
Lasciateci decostruire e ricostruire.
youtube
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Moving
In realtà avrei voluto saltare il solito commento poiché impegnatissima ma poi ho trovato la necessità di buttar giù almeno qualche riga.
Moving è una serie coreana che nonostante il suo altissimo badget, una bellissima storia, un cast con i controcazzi e una oggettiva mancanza di difetti, ho trovato poco conosciuta e poco vista. E' un peccato perché la serie merita sicuramente la visione.
Partendo dal cast che ho trovato perfetto. Tutti gli attori hanno dato il 100% nei loro ruoli, anche gli attori stranieri - che spesso sono cani come ricordo il tizio italiano di Vincenzo - ed i ragazzi più giovani. Nota di merito per Han Hyo Joo , interprete di Lee Mi Hyun . L'avevo già vista in Shining Inheritance e più recentemente in W ma qui sboccia completamente. Intensa, letale ma amorevole e capace di divenire fredda come il ghiaccio quando serve.
Anche Jang Joo Won è stato uno dei miei personaggi preferiti poiché un vero e proprio tenerone. Grande, grosso, letale ma capace di mostrare umanità e sofferenza, solitudine e smarrimento. Ho amato la parte dove Jang Joo Won si perde per la strada e piange sentendosi smarrito. Non è una perdita reale ma sta parlando della sua vita. E' lì che lui si è perso e non sa più cosa fare di essa. Queste parti poetiche forse sono state le mie preferite.
Da notare poi come la serie offra a tutti i personaggi una caratterizzazione, un background, una psicologia che li rende umani, vivi, reali e non figurine di cartone messe lì a fare numero. Questo è particolarmente vero per i "villain" della storia: ho apprezzato molto che essi non fossero cattivi perché sì, perché lo richiede la trama. In questo caso, faccio spoiler ma sti cazzi, i nord coreani sono risultati i personaggi più interessanti della storia. Le loro vite distrutte, in ostaggio, per il loro paese e contro il loro paese... le loro storie sono tristissime e diventa difficile, nonostante siano i villain, non avere empatia verso di loro.
Ho percepito la disperazione della Corea del Nord nel tentativo raffazzonato di trovare super uomini da mandare contro i loro vicini: troppo veloci, troppo superficiali, troppo crudeli. Ma questo reclutamento forzato mostra benissimo il tormento del Paese.
Parlando della trama poi, è interessante. Moving prende una classica storia di gente con i superpoteri - alla Avangers per intenderci - che non deve lottare contro il Thanos di turno ma li mostra nelle difficoltà relazionali, di scelte di vita, di sopravvivenza.
Come dice giustamente Jang Joo Won, Moving non è una storia di combattimenti ma un romanzo d'amore. Amore verso i genitori ma anche verso i figli, verso la patria (qualunque essa sia), verso l'interesse amoroso di turno, verso la vita... @suzuran-s-rooftop
Le scazzottate, i proiettili in testa, lo splatter, la distruzione, diventa quindi solo uno sfondo dove i personaggi navigano sopravvivendo, crescendo e maturando.
Punto focale della serie è la relazione genitori-figli e cosa i primi sono capaci di fare una volta che vedono i loro pargoli in pericolo. Per la loro sicurezza sono disposti a rinunciare a tutto: sicurezza, libertà... è un bellissimo messaggio. In questo caso i tre genitori Jang Joo Won, Lee Mi Hyun o Lee Jae Man dotati anch'essi di poteri che annusando i loro figli in difficoltà non esistano nemmeno un secondo per proteggerli e salvarli.
Vorrei poi porre l'accento sulla questione dei servizi segreti Sudcoreani e sul Vicedirettore Min. Tralasciando tutte le imprecazioni che gli ho tirato, diventa difficile non essere almeno un po' d'accordo con lui: sappiamo e abbiamo visto come anche gli altri paesi abbiano i super uomini ( Frank sempre nei nostri cuori) e che non esitano a mandarli in missione in Corea. Può essa rimanere senza protezione? Ma allo stesso tempo, nessuno vuole fare davvero questo lavoro. Discorso difficile.
Altra nota poi è la quantità impressionante di splatter. Ora, io sono sensibilissima su questo frangente e per me è stato davvero troppo. La serie infatti non lesina su arti mozzati, occhi cavati, impalamenti ecc ecc ed io ho trovato difficoltoso vedermi certi combattimenti che infatti ho skippato con la morte nel cuore perché amo le scene di rissa.
La serie offre anche delle storie d'amore anche se la mia preferita è stata quella di Kim Doo Shik e Lee Mi Hyun : lenta, delicata, romantica e pericolosa. Ho amato poi, tutti i rimandi che sono stati inseriti, come nel finale il tetto della casa viola, in richiamo alle parole passate della madre su come il viola fosse il suo colore preferito. Tetto fatto di quel colore per indicare al padre la via di casa. Carini da morire.
Anche Kim Bong Seok e Jang Hee Soo sono stati adorabili: mi è piaciuto come abbiano legato sin da subito e fossero uno il sostegno dell'altro. Come Bong aiutasse Hee sia nei suoi allenamenti sia nella relazione con il padre e come Hee fosse sempre super gentile con Bong.
Ultima nota, il finale.
Ho apprezzato che il finale della serie tornasse all'inizio: gli americani. La loro storyline si era conclusa con la morte di Frank nel quarto episodio e poi non se ne era saputo più nulla. Ma con la fine della serie, tornano in tutta la loro gloria e mi è piaciuto che gli autori non se ne siano dimenticati e anzi, probabilmente saranno la base per una seconda stagione.
E adesso, il vero motivo perché ho sentito il bisogno di scrivere queste righe:
Nonostante le mie belle parole, nonostante non abbia trovato criticità oggettive, nonostante l'ottima produzione, Moving non è riuscito a farmi innamorare. Mi è piaciuto, ho visto una bella storia fatta benissimo e potrei parlare per ore delle cose positive di questa serie. Ma non mi ha preso il cuore.
Non è stato come Someday o Circle o anche High and Low, drama da produzione più "brutte" a volte, con anche errori e cagate che però hanno saputo conquistarmi.
Ed è proprio la ricerca del perché questo non sia avvenuto ad avermi spinto a scrivere: ho pensato che mettendo "su carta" la serie, mi sarebbe giunta l'illuminazione.
Spoiler: non è arrivata.
Ci dovrò riflettere sopra ma in compenso mi sono data due risposte: la prima è il troppo splatter. Come detto sopra non solo non ne sono un amante ma proprio non riesco a vedere queste scene, portandomi quindi a non potermi godere metà dei combattimenti.
La seconda motivazione potrebbe essere la coralità. Tanti personaggi, tante storie, tanti background che mi hanno fatto volteggiare come una pallina impazzita da una parte e dall'altra. Non sono riuscita a concentrarmi su nessuno dei protagonisti perché tutti in un modo o nell'altro lo erano.
Detto questo, che rimane una mia opinione da considerare con il tempo, Moving rimane una serie assolutamente da vedere!
VOTO 8.3
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Il nostro Paese visto da lontano e con gli occhi della cultura e dell'arte ormai fa impressione. Come diceva Schopenhauer: la nostra massima aspirazione è avere «un’Italia modernamente confusa e livellata»
Ercole custodiva un gregge. Un vitello disubbidiente e riottoso fuggì. Il mitico eroe lo dovette inseguire. Nella sua fuga, la bestia attraversò al galoppo una penisola che, come una gamba, si stendeva nel mare. Arrivato al piede, si gettò nelle acque in tempesta, attraversò uno stretto e raggiunse un’isola a tre punte. Di quest’isola Goethe dirà: «Senza vedere la Sicilia non ci si può fare un’idea dell’Italia. È lì che si trova la chiave di tutto».
Ercole diede un nome alla terra che aveva attraversato, la chiamò Vitalia da Vitulo, vitello (in greco italós).Nei secoli, i luoghi meravigliosi percorsi dal galoppo tuonante dell’animale e del mitico eroe inseguitore si popolarono di Vitaliani (bovini indisciplinati). Questi Vitaliani costruirono, subirono e fusero diverse civiltà prima di arrivare ai tempi moderni e perdere l’identità.
L’identità si perde nella scuola, per la strada, nelle stanze di casa…
… Nella scuola. Quando non si insegna la necessità vitale di cercare il tempo, lo spirito, il significato delle esistenze dei genitori e dei genitori dei genitori. Perché un essere umano che non sa rivivere il lungo e sofferto percorso che lo ha portato a nascere in un dato luogo e in un dato tempo, vivrà procedendo alla cieca e girando intorno a se stesso. Nessuno scappa dalle proprie radici. E, se non le vede e non se le racconta, vive con addosso una specie di maledizione, come gli orfani.
… Per la strada. Quando si cammina pensando soltanto ai propri passi e non si è capaci di armonizzarli ai passi che ci hanno preceduto. Non si riconoscono allora le eredità di armonia e di violenza che ci circondano. E si smarriscono la capacità e il piacere di rifletterci sopra.
… Nelle stanze di casa. Quando il pensiero e l’azione sono governati dall’angoscia di non essere capaci di afferrare il futuro. Allora il presente è insicuro come un pavimento nel terremoto e il passato è perduto.
Leopardi lamentava che gli stranieri «… considerano l’Italia presente, cioè noi italiani moderni e viventi come tanti custodi di un museo, di un gabinetto e simili…». Qual è l’animo di questi custodi? C’è orgoglio per i musei? C’è vergogna per l’odore dei gabinetti? O la vista e l’olfatto dei custodi sono stanchi, pigri e annoiati e non percepiscono più né il museo né il gabinetto? O, peggio ancora, i custodi ignorano quello che contengono i musei e invidiano i soldi e la furbizia ignorante di chi ha costruito e possiede i gabinetti?
Leggendo uno dei miei autori preferiti, mi sono imbattuto in una pagina in cui si parla di noi italiani: «… Sono di nuovo fra questa gente malfamata, che ha volti così belli e animi così cattivi… essi sono fini e astuti e, quando vogliono, sanno perfino sembrare onesti e leali; e nondimeno sono così perfidi, disonesti e impudenti, che la meraviglia ci fa dimenticare lo sdegno. Le loro voci sono orribili: se a Berlino uno solo urlasse per la strada in maniera così rimbombante come fanno qui a migliaia, accorrerebbe tutta la città. Ma a teatro trillano a meraviglia… Il tratto principale, nel carattere nazionale degli italiani, è un’impudenza assoluta. Questa dipende dal fatto che essi da un lato non si sentono inferiori a nulla, sono quindi presuntuosi e sfacciati, dall’altro non si ritengono buoni a nulla e sono quindi vili. Chi ha pudore, invece, �� per certe cose troppo timido, per altre troppo fiero. L’italiano non è né l’una cosa né l’altra, ma, a seconda delle circostanze, è tutt’al più pusillanime o borioso».
Non prendiamocela con Arthur Schopenhauer che ha scritto di noi queste parole. I suoi compatrioti li liquidava più frettolosamente: «Disprezzo la nazione tedesca per la sua infinita stupidità e mi vergogno di appartenervi».
Siamo ancora così assolutamente impudenti? Insieme presuntuosi e vili? È ancora questa l’immagine che trasmettiamo? Incapaci di uscire dalla confusione inconcludente e rumorosa in cui boria e vigliaccheria ci trascinano. Siamo cambiati? In meglio? In peggio? Dobbiamo smentire o confermare le parole di Schopenhauer? Guardiamo allora la vita pubblica, i comportamenti delle persone che decidono e che influiscono nella nostra storia presente. Guardiamo la vita di tutti i giorni, interroghiamo la nostra esperienza nei luoghi di lavoro e di svago. Ciascuno troverà la sua risposta.
Torno a Schopenhauer. È in punto di morte: «Che i vermi avrebbero presto roso il suo corpo non costituiva, per lui, un pensiero triste. Pensava con orrore, invece, a come il suo spirito sarebbe stato ridotto tra le mani dei professori di filosofia. Chiese le ultime novità in politica e in letteratura, e espresse la speranza che l’Italia potesse avere l’unità. Aggiunse, però, che in tal caso avremmo dovuto scambiare la vecchia Italia riccamente individualizzata, alle cui molteplici divisioni in fatto di carattere, di spirito e di costumi era legata, forse inconsapevolmente, gran parte dell’Europa colta, con un’Italia modernamente confusa e livellata».
Dunque, prima di morire aveva pensato all’Italia. Un breve, folgorante pensiero che, come sempre, vedeva lontano. Il giorno dopo, il medico lo trovò morto, seduto nell’angolo del sofà e riverso sulla schiena. «Aveva sempre sperato di morire dolcemente, perché chi è stato solo tutta la vita capisce meglio degli altri questa faccenda solitaria».
Il momento in cui è stato pronunciato dà una particolare forza simbolica a questo richiamo, per noi che viviamo in «un’Italia modernamente confusa e livellata», a non perdere quella identità fatta di ricchezza individuale che nasceva proprio da antiche, radicate differenze di carattere, spirito e costumi.
Se è grande il debito dell’Europa colta verso quell’Italia, non possiamo noi italiani farla dimenticare ai nostri figli. Non possiamo perdere la coscienza e la memoria dei sogni e degli incubi vissuti nel nostro lungo percorso, unico nella storia. Diventeremmo altrimenti nient’altro che degli zotici, forse benestanti, provinciali d’America. Noi eravamo, secondo Milton, «il centro della civiltà e il domicilio ospitale di ogni specie di erudizione».
-Giacomo Battiato
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Cara Me,
Forse sei nata nel posto sbagliato, nemmeno i tuoi genitori ti volevano, figuriamoci le persone intorno a te se ti vogliono.
Sei nata fragile in un mondo cattivo e l’essere buona non è un pregio ma soltanto un difetto perché le altre persone ti pugnalano alle spalle e tu sei li, a guardarle e a non riuscire a fare niente perché sei troppo buona.
Sei una persona di quelle che non vuole nessuno come amica perché ti piace il silenzio anzi che tante parole messe li a caso dalle persone che la maggior parte non hanno nemmeno un senso, la gente parla e stra parla ma di cose che nemmeno sanno.
Sei un anima fragile da tenere con delicatezza e invece le persone ti sballano da una parte all’ altra e tu crolli perché non sei in grado di sopportare tutta quella cattiveria in loro.
Sei troppo buona ti dicono e poi sono cattivi con te come se fosse un difetto essere troppo buoni e un pregio essere cattivi in questo mondo.
Sei una persona che ormai non sa più di chi fidarsi perché anche la persona più vicina a lei da anni l’ ha messa sotto i piedi come se non le importasse più nulla, come se fosse solo uno zerbino da pulirsi i piedi, un oggetto che ormai usato va buttato via.
Me
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“Being a part of a twin set” -Miya Twins [Haikyuu!!]
Note: ↓[Engl. version]↓
Prologo: “La necessità di un equilibrio”
Essere un fratello non è una cosa semplice.
Non lo è affatto, soprattutto quando ti ritrovi a condividere anche il tuo aspetto.
Perché in una casa dove è rimasto solo uno dei genitori, inevitabilmente cresci con la necessità di capire quanto importante sia l'equilibrio.
Per questo motivo Atsumu ed Osamu avevano imparato a comportarsi come il sole e la luna: se il biondo non sapeva trattenersi, era il cenerino ad essere paziente; se il maggiore (di soli sette minuti!!) aveva in bocca la parola voglio, il minore scuoteva la testa fingendo disinteresse; se il primo si faceva travolgere dalle emozioni, era il secondo a farsi abbastanza forte da sostenere entrambi...
Insieme facevano di tutto pur di non gravare sulle spalle della loro adorata Ma'.
Anche se alle volte questo significava rinunciare ad una parte di loro stessi.
"Se sono felici loro, lo sono io" è il motto che sforzavano di ricordarsi quando diventava difficile e stringevano i denti, serravano i pugni, si mostravano invincibili per poter cautelare quell'equilibrio, per far sì che la sua bilancia non pendesse da un solo lato quando uno dei due osava essere un poco egoista, senza mai farlo vacillare né cedere.
Superficialmente la gente ha da sempre additato la loro interdipendenza come un legame morboso, ignorando il vero motivo latente: se sei da solo come faresti mai a sbarazzarti della tua immagine speculare, l'unica indissolubilmente a te legata per geni per sangue, l'unica che capisce e resta al tuo fianco nonostante tutto?
Osamu avrebbe tanto voluto chiederlo a quei bambini cattivi che alla materna prendevano in giro Atsumu, poiché incapace di relazionarsi con chiunque non fosse il suo gemello, ma tra i due era proprio lui ad essere fatto di parole e allora rispondeva ai bulli con le botte.
Solo il cenerino aveva il diritto di schernire il biondo e nessun altro.
Per calmare i suoi pianti mocciosi aveva provato a ragionare con lui, tuttavia Atsumu continuava comunque a voler fare amicizia con gli altri, ugualmente desiderava far parte del gruppo... quello stesso gruppo che irrazionalmente accoglieva Osamu, ma non anche lui. Ed allora incominciava a diffidare di quelle "amicizie", rinunciava loro dubitando della loro onestà dato il comportamento esclusivo che avevano nei confronti del suo gemello. Il cenerino cresceva sempre più cinico con il passare del tempo ed imparava a mostrare agli altri solo la sua apatica superficie, stanco della gente intenta a confrontarli per capire quale dei due potesse essere il migliore.
Le lagne di uno e l'asocialità dell'altro avevano portato la loro Ma' a preoccuparsi per loro, quindi assieme avevano cercato un modo per far parte di un gruppo in cui la loro sincronia sarebbe stata impossibile da rinnegare, fondamentale. All'Inarizaki High tutti conoscevano i Gemelli Miya, la coppia incredibile ed intercambiabile divenuta l'incubo dei professori e di chiunque si azzardasse a sfidarli ma soprattutto il mostruoso duo nel campo da pallavolo.
Per forza di abitudine Osamu assecondava i capricci del biondo, come spendere ore extra in palestra per allenarsi o partecipare ad eventi sociali per conoscere persone, al caro prezzo della sua porzione di budino. Esatto, perché sarebbe andato anche il capo al mondo per suo fratello e la sua Ma', però il cibo aveva la sua priorità. Era in grado di restare impassibile ad una rovinosa caduta di Atsumu davanti ai suoi occhi, se fra le mani stringeva un caldo dorayaki, e di spezzare braccia se qualcuno tentava di rubargli un morso.
"Samu ama mangiare di gusto come Tsumu ama giocare a pallavolo!" scherzava di tanto in tanto Ma', facendogli passare l'appetito inconsapevolmente.
L'amore non c'entrava nulla con il suo peccato di gola.
No, lui non provava quel genere di sentimenti...
Quello ad agire di cuore era Atsumu, non lui.
No, lui era il gemello noioso, silenzioso e (anche si, dai) goloso, mentre Atsumu...
Beh, Atsumu era definitivamente il più solare dei due, quello più bello con il sorriso stirato sulle labbra, gli occhi vispi e vivaci ed il ciuffo dorato. Per questo aveva un fan club di ragazze che gli sbavavano dietro, anche se stranamente bastavano cinque minuti delle sue chiacchiere senza filtri a farle scappare via. Già, via per andare a cercare la sua copia e fare il paragone.
Se il biondo era stronzo per innocente natura, Osamu lo era diventato per esaurimento.
Era una cosa insopportabile, la odiava, la odiavano entrambi.
Come mai avrebbero potuto essere la loro libera persona, se la ricerca di comprendere quale dei due fosse quello giusto li perseguitava dovunque?
Al secondo anno di liceo Atsumu ed Osamu vennero divisi in due classi diverse e parallele.
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No. I tassi da strozzini non sono una buona analisi.
Basti ricordare che veniamo dalla crisi dei subprime seguita da un periodo in cui i tassi erano addirittura negativi (si lo so che i tassi della banca centrale e mutui non sono la stessa cosa).
Le banche dovrebbero prestare i soldi alla gente che può permettersi di fare investimenti.
Se tu non hai i soldi ADESSO e quello che acquisti non incide sulla tua capacità di risparmiarli o aumentare la tua capacità di fare soldi, ha poco senso prestarteli.
Solo che la casa non dovrebbe essere un investimento per dire... e nemmeno la macchina dovrebbe essere una NECESSITÀ.
E l'educazione dovrebbe essere un investimento collettivo, perchè offrire l'opportunità a TUTTI di studiare È un INVESTIMENTO di e per tutti. (ricordiamo altresì che se si pensa che un negro non possa avere le stesse capacità di un Einstein o una Montalcini (o di un Turing??) è perchè si è RAZZISTI... tanto quanto quando si vorrebbe che agli europei di atletica vincessero solo italiani bianchi...).
Poi le banche hanno altri problemi... come quello di prestare i soldi agli amici ed esternalizzare il rischio...[*].
Lasciamo perdere quelli che si lamentano del fatto che non bisognerebbe fare educazione sessuale nelle scuole (che si ostinano a chiamare "teoria gender") e dicono che dovrebbe occuparsene la famiglia e poi al primo caso di regazzina menata dai genitori perchè non porta il velo... non dicono "brava ragazzina" e "brava scuola" ma dicono "cattivi musulmani".
O al primo stupro... "portava la minigonna"... "era ubriaca"... "si sapeva che era un po' zoccola"...
[*] pigliarsela con le banche o con il "mercato" o con la finanza e come pigliarsela con il martello perchè chi ti faceva reggere il chiodo ti ha picchiato un dito.

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COME SIAMO ARRIVATI A TONY EFFE?
Quando qualcuno critica la musica di oggi, immancabilmente qualcun altro interviene facendo presente che anche i nonni storcevano il naso di fronte alle canzoni di Claudio Baglioni e Lucio Battisti, oggi incensate. I nonni però avevano ragione, almeno in parte, perché i loro termini di paragone erano Claudio Villa e il Quartetto Cetra, vocalmente superiori. A loro volta, però, avevano sentito i loro genitori (i bisnonni) ricordare i bei tempi in cui le arie di Puccini e Verdi erano cantate per la strada: per loro, passare da Enrico Caruso a Claudio Villa, era già stato un passo indietro e per i nonni passare dal “reuccio” a De André voleva dire essere scesi di un ulteriore gradino. Sia chiaro: De Andrè, come Battisti e Dalla, del resto, sono stati stupendi interpreti di un cantautorato che aveva ed ha un sua dignità ed un suo spessore, quindi, se i nonni potevano avere ragione per quanto riguarda i loro mezzi vocali, imparagonabili a quelli di un Narciso Parigi o di un Aurelio Fierro, avevano sicuramente torto sottovalutando i testi e la musica di “La canzone di Marinella”, “Emozioni”, e “La sera dei miracoli”. Nonostante tutto, i cantanti fino a qualche anno fa, avevano almeno come minimo sindacale la dote dell’intonazione. Oggi no.
Se già passare da Lucio Battisti a Jovanotti, vocalmente, era stato un bel passo del gambero, arrivare a Fedez e Tony Effe è stato un salto triplo carpiato all’indietro. Mortale, direi.
Inoltre le canzoni di questi giovani rampanti non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelle dei cantautori della grande stagione degli anni Sessanta e Settanta.
Insomma, se i bisnonni e i nonni avevano, sì, un po’ di ragione, ma non consideravano la differenza dei generi, quindi avevano anche un po’ di torto, nel criticare le novità, oggi il giudizio è inappellabile e oggettivo: siamo caduti in basso e purtroppo sarà difficile risalire la china perché è risaputo che uno mangia quello che si trova in tavola, e finché saranno servite delle porcherie, i commensali le mangeranno come se fossero prelibatezze, perché loro non conoscono altro ed il loro palato si è ormai assuefatto, come l’olfatto ai cattivi odori.
Stefano Burbi
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COSA SIGNIFICA ESSERE FIGLI ANZIANI DI GENITORI ANZIANI?
Uno degli aspetti più affascinanti del viaggiare da soli è la maggiore facilità con cui si fanno incontri e addirittura la possibilità di entrare in poco tempo in relazioni anche profonde.
Con questi amici abbiamo condiviso tanti bei momenti e mi ha colpito quanto fosse ricorrente parlare del rapporto con i genitori, in particolare mamme anche ultra centenarie.
La cosa è nata dalla curiosità che avevano nel vedere una donna ultracinquantenne, sola e con tanto di ricrescita senza tinta, dormire in macchina.
La mia battuta sul fatto che vacanza per me significa ridurre al minimo le cose e le persone di cui occuparmi, solleva sempre un certo sconcerto.
Credo perché da una donna non ci si aspetti uno sdoganamento così sfacciato di un tabù di genere: sola - o meglio non in coppia con un uomo -, autonoma negli spostamenti, indipendente, apparentemente felice della sua situazione, incurante delle apparenze e soprattutto che non si sente in colpa nell'esprimere il desiderio e la necessità di stare unicamente in rapporto con sé stessa.
Certamente attraggo tante curiosità, specie dalle donne over cinquanta che vengono confrontate indirettamente con il proprio rapporto con la libertà all'età a cui sono arrivate.
Così le persone si avvicinano, mi chiedono del perché di questa scelta, che pensavano fossi straniera perché non è da italiane girare da sole, men che meno " ad una certa età ".
E allora iniziano a parlare, specie le donne, di quanto ancora si sentono incastrate nelle loro vite famigliari, in particolare nei loro ruoli di accudimento in quanto mamme, nonne e figlie.
È un tema questo che ricorre sovente in quest'ultimo anno.
Le persone con cui ne ho parlato finora mi hanno tutte confermato una certa fatica e irritazione nell'essere trattati ancora come figli piccoli, nonostante si abbiano abbondantemente superato gli "anta".
Persone che a settant'anni si sentono ancora di dover giustificare delle scelte oppure che debbono fare ciò che il genitore si aspetta per non sentirsi cattivi.
Le figlie femmine - ovviamente - sono le più vessate.
Genitori da mantenere, conflitti famigliari tra fratelli, donne eternamente impegnate sul fronte dell'accudimento dei nipoti e dei genitori e magari invischiate in eterni conflitti con fratelli, in particolare maschi, che si sentono più liberi di stare distanti.
Di questo genere di esperienze, specie in un paese come il nostro ad alto tasso di invecchiamento, se ne parla pochissimo eppure credo incida nella vita delle persone statisticamente di più delle problematiche adolescenziali o giovani adulte.
Perché non se ne parla secondo voi? perché non esistono esperti che danno indicazioni come si vede di sovente in altri campi delle relazioni umane?
Esistono testi che si occupano della relazione genitori-figli in tarda età?
Qual'è la vostra esperienza? Ditemi cosa ne pensate.
Gloria Volpato
#donnelibere #equità #ruolidigenere #esserevecchicongenitorianziani
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Nome: 𝐇𝐮𝐬𝐡 (Thomas Elliot)
Pv: Oscar Isaac/ Matt Damon
Data creazione: 2002
Thomas Elliot, era un amico di infanzia di Bruce Wayne, proprio come lui proveniva da una famiglia ricca di Gotham, però cresciuto in un contesto totalmente opposto. Il padre era un violento e alcolizzato e la madre dovette sostare al marito per motivi economici.
Sin dall'infanzia, Thomas odiava i suoi genitori e anzi, provó anche ad ucciderli in un incidente d'auto, sabotando il mezzo così che da prendere l'eredità alla fine dell'avvenimento. Il tutto però venne poi smantellato da Thomas Wayne, il padre di Bruce. Da allora Thomas odia Wayne e tutta la sua famiglia. Crebbe sempre più violento e instabile, litigava con altri bambini per ogni minima cosa, fin quando i suoi non decisero di portarlo da uno psicologo, ovvero Jonathan Crane 𝐒𝐜𝐚𝐫𝐞𝐜𝐫𝐨𝐰 che lo dichiaró perfettamente normale e sano di mente, affascinato dal suo temperamento folle. A Thomas, venne suggerito di mascherare questo suo comportamento aggressivo con una maschera di gentilezza. Da grande divenne un noto chirurgo, ma allo stesso tempo divenne anche Hush, uno dei più violenti e geniali cattivi di Batman, destinato ad essere una sua nemesi. Generalmente Hush si presenta come una specie di investigatore privato, con soprabito da Detective, guanti e soprattutto una maschera fatta di bende a coprire il suo volto. Hush non ha super poteri, ma ha comunque un intelletto sviluppato che gli consente una mente da stratega quasi al pari di quella di Batman, ha abilità mediche quasi fuori dal normale, ingrado di "curare" molti nemici di Batman e metterli K.O., ama usare delle doppie pistole come armi e da nemesi che si rispetti di Bruce Wayne, è molto ricco, quindi può attuare i piani più costosi pur di uccidere Batman e far cadere Gotham nel Caos totale.
In futuro, Hush collaborerà anche con 𝐄𝐧𝐢𝐠𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚 e 𝐂𝐥𝐚𝐲𝐟𝐚𝐜𝐞, ma ciò porterà ad una svolta imprevista per lui...




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Non esistono ragazzi cattivi: un incontro per comprendere il disagio giovanile. Don Claudio Burgio al Teatro Municipale di Casale Monferrato per il progetto "A scuola di... genitori"
Martedì 26 novembre 2024, alle ore 21, il Teatro Municipale di Casale Monferrato ospiterà un appuntamento imperdibile del progetto "A scuola di... genitori", curato dall’associazione I Care Family ETS e presieduto dalla dottoressa Renza Marinone.
Martedì 26 novembre 2024, alle ore 21, il Teatro Municipale di Casale Monferrato ospiterà un appuntamento imperdibile del progetto “A scuola di… genitori”, curato dall’associazione I Care Family ETS e presieduto dalla dottoressa Renza Marinone. L’evento vedrà come protagonista Don Claudio Burgio, figura di spicco nel mondo dell’educazione e della prevenzione del disagio giovanile. Fondatore e…
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Reposted from @sassenach77yle
Italian version from : Quando accadrà dillo alle api.
Capitolo 24
NON POTEVO ANDARE A DORMIRE. Avevo dato a Fanny il suo tè, le avevo procurato degli stracci adatti – non mi sorprese affatto scoprire che sapeva già come usarli – e le parlai con gentilezza, attenta a non destare altri spettri del suo passato. Quando Fanny era venuta con noi, Jamie e io avevamo deciso di comune accordo che non avremmo cercato di interrogarla riguardo ai frammenti di ricordi che aveva condiviso ad alta voce – gli uomini malvagi sulla nave, quello che era successo al cane Spotty – a meno che non ci avesse dato l’impressione di volerne parlare. Credevo che l’avrebbe fatto, prima o poi. Anche Bree e Roger avevano acconsentito, per quanto non mi fosse sfuggita la curiosità di Brianna.
Fanny aveva nominato Jane, di tanto in tanto, con disinvoltura, ma in un modo – mi era parso – studiato per tenere viva la sensazione della sorella. Tuttavia, davanti alla sua angoscia di quella sera… avevo compreso che le era molto più vicina di quanto avessi immaginato. E adesso che avevo visto il viso di Jane… non avrei dimenticato. Le poche informazioni che avevo sulla vita delle due sorelle nel bordello di Philadelphia erano già sconvolgenti; non avevo proprio avuto il desiderio di scoprire come ci fossero arrivate. Non l’avevo nemmeno adesso… ma non riuscivo a tenere a bada le congetture che, come vermi, si erano scavate un solco nel mio cervello, e si dimenavano tutto il tempo nei miei pensieri, uccidendo il sonno. Uomini cattivi sulla nave. Un cane gettato in mare. Un cucciolo? Una famiglia – se Fanny e Jane si erano imbarcate con i genitori su una nave che poi si era imbattuta nei pirati… o addirittura un capitano malvagio, come Stephen Bonnet… Mi si rizzarono i peli degli avambracci, al pensiero di quell’uomo, ma era un ricordo pieno di rabbia, non di paura. Facile immaginare che uno come lui avesse dato un’occhiata alle due belle bambine e avesse deciso che i genitori non servivano. Faith. “Nostra madre” aveva detto Fanny. Avevo guardato più di una volta la miniatura nel medaglione, ma era troppo piccola per mostrare qualcosa di più rispetto a una giovane donna con i capelli scuri, i ricci naturali oppure no, vestita secondo la moda dell’epoca. “No. Non può essere.” Rotolai su me stessa per la dodicesima volta, mettendomi prona e affondando il viso nel cuscino, con la speranza di perdermi nel profumo della biancheria pulita e della piuma d’oca. «Non può essere cosa, Sassenach?» mi chiese Jamie all’orecchio, assonnato e rassegnato. «E, se non può essere, non può aspettare che faccia giorno?» Mi rotolai sul fianco in un fruscio di coperte, e lo guardai.
«Mi dispiace» dissi, e lo toccai per chiedergli scusa. La sua mano afferrò la mia meccanicamente, calda e decisa. «Non mi ero resa conto di averlo detto ad alta voce. Ero… stavo solo pensando al medaglione di Fanny.» “Faith.” «Ach» disse, e si allungò un pochino, lasciandosi andare a un gemito. «Ti riferisci al nome? Faith?» «Ecco… sì. Voglio dire… non può essere… non può avere niente a che fare con…» «Non è un nome non comune, Sassenach.» Con il pollice mi accarezzò delicatamente le nocche. «Naturale che dovessi… percepirlo. È successo anche a me.» «Davvero?» dissi in un sussurro. Poi mi schiarii un pochino la voce. «Io… adesso non lo faccio più, ma per un po’, solo… di tanto in tanto… mi è capitato di pensare a lei, alla nostra Faith… così, dal niente. Immaginavo di sentirla vicina a me.» «Immaginavi come sarebbe… adulta?» Anche la sua voce era sommessa. «A me è successo, qualche volta. In prigione, soprattutto; troppo tempo per pensare, la notte. Solo.»
Emisi un gemito, e gli andai più vicina, appoggiando la testa sulla curva della sua spalla, e lui mi circondò con un braccio. Restammo immobili, in silenzio, ascoltando la notte e la casa intorno a noi. Piena perché c’era la nostra famiglia… ma anche un piccolo angelo che si librava nell’aria calma e dolce, silenzioso come un filo di fumo che si sollevava. «Il medaglione» dissi alla fine. «Non può avere alcun legame con…» «No, non può» rispose, una nota cauta nella voce. «Ma a che cosa stai pensando, Sassenach? Perché non pensi quello che hai appena detto, e lo so bene.» Era vero, e mi irrigidii in preda al senso di colpa per essere stata scoperta. «Non può essere» ripetei, e deglutii. «Solo…» Le parole mi morirono sulle labbra, e con la mano lui mi massaggiò tra le scapole.
«Be’, farai meglio a parlarmene, Sassenach. Non importa quanto sia stupido, nessuno di noi riuscirà a dormire, finché non lo fai.» «D’accordo… sai quello che mi ha detto Roger del dottore che aveva conosciuto nelle Highlands, e della luce blu?» «Sì. Cosa…» «Roger mi ha chiesto se avessi mai visto una cosa simile… mentre curavo la gente.» La mano sulla mia schiena si fermò. «E ti è successo?» Sembrava circospetto, anche se non sapevo se avesse paura di scoprire qualcosa che non voleva sapere, o di scoprire che stavo perdendo la testa. «No» dissi. «O… be’, no. Ma… l’ho vista. Sentita. Due volte. Solo un lampo, quando il bambino di Malva morì.» “Tra le mie mani, coperte dal sangue di sua madre.” «E quando partorii Faith, quando stavo male… quando stavo per morire. Allora la sentii… e arrivò Mastro Raymond.» «Questa parte me l’avevi raccontata. C’è dell’altro?» «Non lo so» dissi, onestamente. «Ma questo è quello che pensavo fosse successo.» E gli spiegai di come avessi visto le mie ossa illuminate da una luce blu che traspariva attraverso la carne delle braccia, gli descrissi la sensazione della luce che si diffondeva nel mio corpo e dell’infezione che moriva e mi lasciava debole e molle, ma intera e in via di guarigione. «Quindi… ehm… so che non è che una mera fantasia, il genere di cose che ti vengono in mente nel cuore della notte, quando non riesci a dormire…» Emise un verso sommesso, facendomi capire che dovevo smettere di chiedere scusa e andare avanti. Così presi un respiro profondo e lo feci, sussurrando le parole contro il suo petto. «Mastro Raymond era lì. E se… avesse trovato… Faith… e fosse riuscito… in qualche modo… a riportarla indietro?» Il silenzio assoluto. Io deglutii e andai avanti. «Le persone… non sempre sono morte, anche se sembra che lo siano. Guarda la vecchia Mrs Wilson! Ogni dottore sa – o ha sentito – di gente dichiarata morta che poi si è svegliata in obitorio.» «O dentro a una bara.» Il tono era cupo, e fui percorsa da un brivido. «Aye, ho udito storie del genere. Ma… una bambina nata prematura… come…» «Come non lo so!» sbottai. «L’ho detto che è solo una fantasia, che non può essere vera! Ma… ma…» Mi si chiuse la gola e la voce mi uscì come uno squittio. «Ma vorresti che lo fosse?» Mise la mano a coppa dietro la mia nuca, e la voce era di nuovo sommessa. «Aye. Ma… se lo fosse, mo chridhe, perché non dirtelo? Lo hai rivisto, no? Dopo che ti aveva guarita, intendo.» «Sì.» Rabbrividii, per un momento, e sentii la Camera Stellata del Re di Francia chiudersi intorno a me, l’odore del profumo del sovrano, del sangue di drago e di vino nell’aria, e i due uomini davanti a me, che aspettavano la mia sentenza di morte. «Sì, lo so. Ma, quando le comte morì, Raymond venne bandito e portato via. Non avrebbe potuto dirmelo in quel momento, e potrebbe non essere riuscito a tornare a Parigi prima della nostra partenza.» Suonava folle anche per me. Ma riuscivo a… vederlo: Mastro Raymond che sgattaiolava fuori dall’Hôpital des Anges dopo essere stato da me, magari defilandosi senza dare nell’occhio, per nascondersi dove le suore, forse, avevano deposto la salma di Faith avvolta in fasce. L’avrebbe riconosciuta, come con me…
«Tutti noi siamo circondati da un colore» disse semplicemente. «Tutt’intorno, come una nube. La tua è blu, madonna. Come il mantello della Vergine. Come il mio.» Uno dei suoi. Il pensiero arrivò dal nulla, e mi feci tesa. «Gesù Cristo d’un Roosevelt.» E se… d’accordo, ero folle, ma era troppo tardi perché questo facesse la differenza. «E se lui… se io, noi… se Mastro Raymond fosse… fosse stato… collegato a me in qualche modo?» Jamie non disse niente, ma sentii la mano muoversi sotto i miei capelli. Il suo dito medio si piegò e mignolo e indice si sollevarono, facendo il segno delle corna, contro il male. «E se non lo fosse?» chiese, asciutto. Mi fece scendere da lui e poi mi fece voltare così che fossimo faccia a faccia. Il buio si stava lentamente facendo meno fitto, e potevo vedere il suo viso tirato per la stanchezza, con una nota di dolore e di tenerezza, ma pur sempre determinato. «Anche se tutto quello che hai voluto pensare fosse vero, in qualche modo – e non lo è, Sassenach… lo sai… – ma, se in qualche modo lo fosse… non farebbe alcuna differenza. La donna nel medaglione di Frances è morta, e così la nostra Faith.»
Quelle parole toccarono la parte viva del mio cuore, e annuii mentre arrivavano le lacrime. «Lo so» sussurrai. «Lo so anch’io» sussurrò lui, e mi tenne stretta mentre piangevo.

Outlander 7x16 "A Hundred Thousand Angels"
I COULDN’T GO to sleep. I’d given Fanny her tea, provided her with suitable cloths—not at all to my surprise, she already knew how to use them—and talked gently to her, careful not to raise any more of her personal ghosts. When Fanny had come to us, Jamie and I had agreed that we wouldn’t try to question her about any of the bits of memory she dropped aloud—like the bad men on the ship and what had happened to Spotty the dog—unless she seemed to want to talk about them. I thought she would, sooner or later. Bree and Roger had agreed as well, though I could see how curious Brianna was. Fanny had mentioned Jane now and then, offhandedly, but in a way designed—I thought—to keep a sense of her sister alive. Seeing her distress tonight, though … Jane was much closer to her than I’d thought. And now that I’d seen Jane’s face … I couldn’t forget it. Knowing only what I did know about the girls’ lives in the brothel in Philadelphia was upsetting; I really hadn’t wanted to find out how they’d come there. I still didn’t … but I couldn’t keep the worm of speculation at bay; it had burrowed into my brain and was squirming busily through my thoughts, killing sleep. Bad men on a ship. A dog thrown into the sea. A pet dog? A family—if Fanny and Jane had been with their parents on a ship that encountered pirates … or even a wicked captain, like Stephen Bonnet
… I felt the hairs rise on my forearms at thought of him, but with remembered anger, not fear. Someone like him could easily have taken a look at the two lovely young girls and decided that their parents could be dispensed with. Faith. Our mother, Fanny had said. I’d looked more than once at the miniature in the locket—but it was too small to show anything more than a young woman with dark hair, maybe naturally curly, maybe curled and dressed in the fashion of the times. No. It can’t be. I rolled over for the dozenth time, settling on my stomach and burying my face in the pillow, in hopes of losing myself in the scent of clean linen and goose down. “It can’t be what, Sassenach?” Jamie’s voice spoke in my ear, sleepily resigned. “And if it can’t, can it not wait ’til dawn?” I rolled onto my side in a rustle of bedding, facing him. “I’m sorry,” I said, and touched him apologetically. His hand took mine automatically, warm and firm.
“I didn’t realize I’d said it out loud. I was … just thinking about Fanny’s locket.” Faith. “Ach,” he said, and stretched himself a little, groaning. “Ye mean the name. Faith?” “Well … yes. I mean—it can’t possibly … have anything to do with …” “It’s no an uncommon name, Sassenach.”
His thumb rubbed gently over my knuckles. “Of course ye’d … feel it. I did, too.” “Did you?” I said softly. I cleared my throat a little. “I—I don’t really do it anymore, but for a time, just—just every now and then—I’d think of her, of our Faith—out of nowhere. I’d imagine I could feel her near me.” “Imagine what she might look like—grown?” His voice was soft, too. “I did that, sometimes. In prison, mostly; too much time to think, in the nights. Alone.” I made a small sound and hitched closer, laying my head in the curve of his shoulder, and his arm came round me. We lay still, silent, listening to the night and the house around us. Full of our family—but with one small angel hovering in the calm sweet air, peaceful as rising smoke. “The locket,” I said at last. “It can’t possibly have anything whatever to do with—” “No, it can’t,” he said, a cautious note in his voice. “But what are ye thinking, Sassenach? Because ye’re no thinking what ye just said, and I ken that fine.” That was true, and a spasm of guilt at being found out tightened my body. “It can’t be,” I said, and swallowed. “It’s only …” My words died away and his hand rubbed between my shoulder blades.
“Well, ye’d best tell me, Sassenach,” he said. “Nay matter how foolish it is, neither one of us will sleep until ye do.” “Well … you know what Roger told me, about the doctor he met in the Highlands, and the blue light?” “I do. What—” “Roger asked me if I’d ever seen blue light like that—when I was healing people.” The hand on my back stilled. “Have ye?” He sounded guarded, though I didn’t know whether he was afraid of finding out something he didn’t want to know, or just finding out that I was losing my mind. “No,” I said. “Or not—well, no. But … I have seen it. Felt it. Twice. Just a flash, when Malva’s baby died.” Died in my hands, covered with his mother’s blood. “But when Faith was born, when I was so ill. I was dying—really dying, I felt it—and Master Raymond came.” “Ye told me that much,” he said. “Is there more?” “I don’t know,” I said honestly. “But this is what I thought happened.” And I told him, about seeing my bones glow blue through the flesh of my arms, the feeling of the light spreading through my body and the infection dying, leaving me limp, but whole and healing. “So … um … I know this is nothing but pure fantasy, the sort of thing you think in the middle of the night when you can’t sleep …” He made a low noise, indicating that I should stop apologizing and get on with it. So I took a deep breath and did, whispering the words into his chest. “Master Raymond was there. What if—if he found … Faith … and was able to … somehow bring her … back?” Dead silence. I swallowed and went on. “People … aren’t always dead, even though it looks like it. Look at old Mrs. Wilson! Every doctor knows—or has heard—about people who’ve been declared dead and wake up later in the morgue.” “Or in a coffin.” He sounded grim, and a shudder went over me. “Aye, I’ve heard stories like that. But—a wee babe and one born too soon—how—” “I don’t know how!” I burst out. “I said it’s complete fantasy, it can’t be true! But—but—” My throat thickened and my voice squeaked. “But ye wish it were?” His hand cupped the back of my head and his voice was quiet again. “Aye. But … if it was, mo chridhe, why would he not have told ye? Ye saw him again, no? After he’d healed ye, I mean.” “Yes.” I shuddered, momentarily feeling the King of France’s Star Chamber close around me, the smell of the King’s perfume, of dragon’s blood and wine in the air—and two men before me, awaiting my sentence of death.
“Yes, I know. But—when the Comte died, Raymond was banished, and they took him away. He couldn’t have told me then, and he might not have been able to come back before we left Paris.” It sounded insane, even to me. But I could—just—see it: Master Raymond, stealing out of L’Hôpital des Anges after leaving me, perhaps ducking aside to avoid notice, hiding in the place where the nuns had, perhaps, laid Faith on a shelf, wrapped in her swaddling clothes. He would have known her, as he’d known me … Everyone has a color about them, he said simply. All around them, like a cloud. Yours is blue, madonna. Like the Virgin’s cloak. Like my own. One of his. The thought came out of nowhere, and I stiffened. “Jesus H. Roosevelt Christ.” What if—all right, I was insane, but too late for that to make a difference. “What if he—if I, we—what if Master Raymond is—was—somehow related to me?” Jamie said nothing, but I felt his hand move, under my hair. His middle finger folded down and the outer ones stood up straight, making the sign of the horns, against evil. “And what if he’s not?” he said dryly. He rolled me off him and turned toward me so we were face-to-face. The darkness was slowly fading and I could see his face, drawn with tiredness, touched with sorrow and tenderness, but still determined. “Even if everything ye’ve made yourself think was somehow true—and it’s not, Sassenach; ye ken it’s not—but if it were somehow true, it wouldna make any difference. The woman in Frances’s locket is dead now, and so is our Faith.” His words touched the raw place in my heart, and I nodded, tears welling. “I know,” I whispered. “I know, too,” he whispered, and held me while I wept.
24 Alarms by Night~GO TELL THE BEES THAT I AM GONE
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Forse era meglio aspettare, aspettare, aspettare. Tanto, quell'aria gialla mi sembrava così naturale, e poi c'erano i pensieri, a tenermi compagnia, giacché non di rado mi riaffioravano alla memoria alcuni insegnamenti ricevuti all'epoca in cui anche io avevo dovuto imparare le cose della vita. In particolare, ve ne era uno che mi risuonava in mente di continuo, anche se non ricordavo le fattezze di colui che lo aveva pronunciato, né il suo nome. LE BAMBINE NON RINGHIANO. Tuttavia, conservavo nitido nella memoria il ricordo di una storiella ascoltata chissà quando e chissà da chi, con protagonista una bambina dai poteri prodigiosi. Le genti di un villaggio sulle alpi avevano cercato di rinchiuderla in un recinto, al cospetto di occhi che giudicano, ma lei si era messa a tirar loro calci e pugni, con una foga tale da lasciarli tutti sbigottiti. Le sue labbra sputavano lamenti perversi, sbagliati, osceni. Le bambine non latrano, non sbraitano, non ringhiano a quel modo.
La piccola non comprendeva l'empietà dei suoi versi. Era convinta che i suoi lamenti dovessero suonare come pianti e grida disperate in chi le udiva, e confidando che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a consolarla, continuava a strillare con tutto il fiato che aveva in gola. La paura l'aveva portata a perdere ogni consapevolezza di sé: non si accorgeva di ciò che diceva, degli abiti candidi che le era stato imposto di indossare per addolcire la sua mostruosità. Non si accorgeva neanche più di essere una bambina. Arrivava a negare la sua stessa natura. Rigiratela, voltatela, rendetela presentabile. Costringetela a inchinarsi al cospetto del re. Fate sì che nessuno, dai sudditi all'ultimo del popolo, abbia a vergognarsi di una concittadina così meschina. Raccontatele la storia di quel bambino che, prima di lei, aveva osato sfidare la volontà degli adulti. Per punizione era stato catturato dai gendarmi, che l'avevano condotto in un fienile e lasciato lì da solo.
All'inizio lui era ben contento di giocare per i fatti suoi, e si lanciava sulle balle di fieno da altezze sempre maggiori, illudendosi di aver finalmente trovato un posto dove starsene in pace. Dopo qualche tempo però, guardandosi le braccia, si era visto spuntare dei filamenti gialli come l'oro del sole su tutta la superficie della pelle e allora, spaventato, aveva chiamato i genitori a gran voce, ma non era arrivato nessuno perché i bimbi cattivi non meritano né abbracci, né carezze. Poi, una notte, un manipolo di soldati fece irruzione nel fienile, sollevò di peso il corpicino del malcapitato mentre ancora dormiva e lo portò via. Si risvegliò in mezzo a un campo desolato, solo, immobile. Laggiù non c'era anima viva, fatta eccezione per un pettirosso che rompeva il silenzio di tomba con il suo cinguettio. Fu proprio quel flebile cip cip a inondargli di speranza il cuore. Forse il pettirosso era giunto li per tenergli compagnia, forse le sue preghiere erano state esaudite.
VIENI QUI, UCCELLINO. NON ABBANDONARMI.
Ma la bestiola, dopo essersi avvicinata, era subito fuggita via, tornando dai compari pennuti. Intanto, la gente del villaggio aveva iniziato a mormorare. Misericordia, ripetevano. Dove andremo a finire. Oggigiorno il mondo funziona al contrario. E questa, poi! Uno spaventapasseri che si mette in testa di farsi amici gli uccellini! Che pensi al suo dovere, o bruci sul rogo insieme ai sogni sciocchi e insensati che si ostina a inseguire. ~ tratto dal mio romanzo "La bambina che ringhia", un viaggio negli incubi di un uomo che tenta di rimettere insieme i pezzi della sua storia familiare andata tragicamente in frantumi 🦋🦋🦋🦋🦋🦋🦋
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