#Ada Gobetti
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Ada Gobetti, 1902-1968
Anti-fascist, educator, journalist, activist.
#Ada Gobetti#history#Italian history#women's history#WWII#antifascism#Partisan Diary: A Woman's Life in the Italian Resistance is incredible
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Lina Merlin. Omaggio alle donne
Lina Merlin Angelina Merlin, meglio nota come Lina, nasce a Pozzonovo, (PD), il 15 ottobre 1887, da Giustina Poli, maestra elementare e Fruttuoso Merlin, segretario comunale del Paese. Trascorre molti anni a Chioggia dalla nonna. Ricordata anzitutto per la Legge Merlin”, è stata invece donna di raro valore, per la grande passione politica, l’impegno nella difesa dei più deboli e l’affermazione…
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#Ada Gobetti#Basso#Claudia Maffioli#Dante Galliani#Giacomo Matteotti#Laura Conti#Lina Merlin#Morandi#Oriana Fallaci#Pertini
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Il 17 settembre il Comando si stabiliva in Val Sangone presso il comando della brigata partigiana autonoma comandata da Nicoletta
Nel corso dell’estate [del 1944] l’esigenza di collegamenti stabili tra le formazioni partigiane della Val di Susa e le formazioni delle vallate vicine diventava sempre più pressante in virtù dello svolgersi rapido degli avvenimenti militari a favore degli eserciti alleati, che presupponevano un coinvolgimento immediato delle forze partigiane nella liberazione dell’Italia. L’estate per i…
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#1944#1945#Ada Gobetti#Angelo Mussa Ivaldi#Antonio Guermani#autonomi#Carlo Drago#Chisone#comando#corpo#CVL#Dante Livio Bianco#fascisti#Franco Venturi#garibaldini#generale#gennaio#Germanasca#Giovanni Gonella#GL#ispettori#IV#Marco Pollano#Osvaldo Negarville#partigiani#Pellice#Piemonte#Roberto Malan#Sangone#settembre
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Il 17 settembre il Comando si stabiliva in Val Sangone presso il comando della brigata partigiana autonoma comandata da Nicoletta
Nel corso dell’estate [del 1944] l’esigenza di collegamenti stabili tra le formazioni partigiane della Val di Susa e le formazioni delle vallate vicine diventava sempre più pressante in virtù dello svolgersi rapido degli avvenimenti militari a favore degli eserciti alleati, che presupponevano un coinvolgimento immediato delle forze partigiane nella liberazione dell’Italia. L’estate per i…
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Il 17 settembre il Comando si stabiliva in Val Sangone presso il comando della brigata partigiana autonoma comandata da Nicoletta
Nel corso dell’estate [del 1944] l’esigenza di collegamenti stabili tra le formazioni partigiane della Val di Susa e le formazioni delle vallate vicine diventava sempre più pressante in virtù dello svolgersi rapido degli avvenimenti militari a favore degli eserciti alleati, che presupponevano un coinvolgimento immediato delle forze partigiane nella liberazione dell’Italia. L’estate per i…
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Il 17 settembre il Comando si stabiliva in Val Sangone presso il comando della brigata partigiana autonoma comandata da Nicoletta
Nel corso dell’estate [del 1944] l’esigenza di collegamenti stabili tra le formazioni partigiane della Val di Susa e le formazioni delle vallate vicine diventava sempre più pressante in virtù dello svolgersi rapido degli avvenimenti militari a favore degli eserciti alleati, che presupponevano un coinvolgimento immediato delle forze partigiane nella liberazione dell’Italia. L’estate per i…
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L'Unità: il quotidiano torna in edicola
L'Unità, il quotidiano fondato da Gramsci nel 1924, è tornato in edicola. Dopo sette anni, ieri 16 maggio, è uscito il primo numero di quella che promette di essere un nuovo giornale. Edito da Romeo editore e diretto da Piero Sansonetti, il programma del quotidiano, disponibile in versione cartacea e online, è chiaro. L'Unità, il quotidiano degli operai e dei contadini L'Unità - Quotidiano degli operai e dei contadini nasce nel 1924 per idea di Antonio Gramsci come organo del Partito Comunista Italiano. Dal 1926 al 1945 il quotidiano esce come giornale clandestino. Viene editato prima in Francia e, dal 1942, torna in Italia. Dalle sue pagine segue le vicende del nostro Paese fino agli anni Novanta. In occasione del rapimento di Aldo Moro non esita a condannare le Brigate Rosse definendole "nemici della democrazia". Vede il crollo del muro di Berlino, lo scioglimento del Partito Comunista Italiano, e la nascita da allora di Partito Democratico della Sinistra e i Democratici di Sinistra. Con gli anni Ottanta iniziano i primi problemi legati alle vendite. Le numerose iniziative editoriali riescono a tenerlo a galla per alcuni anni ma gli anni Novanta e i primi Duemila sono caratterizzate da continue chiusure e rinascite. Come indicato da Gramsci, l'Unità continuerà ad essere dalla parte dei più deboli. E se all’origine era rivolto a contadini e operai, oggi sarà la testata anche di migranti e detenuti. Pur mantenendo sempre netta la propria indipendenza, l’Unità sarà vicina al Pd, principale forza politica della sinistra, e al pensiero di Papa Bergoglio che, attualmente, rappresenta un punto di riferimento ideologico.Piero Sansonetti alla presentazione della nuova edizione de l'Unità La Festa dell'Unità Nei suoi sessant'anni e più, l'Unità curato non solo la riflessione più strettamente legata all'attualità e alla politica ma si è proposto come luogo di scambio culturale. Ha ospitato scritti, tra gli altri, di Cesare Pavese, Italo Calvino, Ada Gobetti, Pier Paolo Pasolini. Ha editato i settimanali satirici Tango, curato dal vignettista Sergio Staino, e Cuore curato da Michele Serra. Quel legame tra appartenenza politica di sinistra e interesse culturale si esprimeva ancora maggiormente in quella che possiamo considerare un'iniziativa iconica del quotidiano: la Festa de l'Unità. Organizzata originariamente per finanziare il partito, la Festa de l'Unità diventa ben presto una rete di appuntamenti in diverse città d'Italia. La nuova Unità Dopo la direzione da parte di nomi quali Ottavio Pastore, Pietro Ingrao, Emanuele Macaluso, Massimo D'Alema, Walter Veltroni, Furio Colombo, la nuova edizione dell'Unità è diretta da Piero Sansonetti, ex direttore de Il Riformista. Come dichiarato dallo stesso Sansonetti, il quotidiano sarà "garantista, socialista, cristiano, liberale, non liberista". In edicola a 1,50 euro, la redazione del cartaceo conterà sei redattori, altri per la redazione online e diversi collaboratori esterni. Il giornale si comporrà di 12 facciate e ospiterà ogni settimana la rubrica Nessuno tocchi Caino, curata da Sergio D'Elia ed Elisabetta Zamparutti. Ogni giorno, infine, sarà pubblicato un articolo dall'archivio de l'Unità. Un archivio che ben presto sarà a disposizione di tutti online. In copertina foto di Pexels da Pixabay Read the full article
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ventitré luglio
Sabine Weiss, Shoes, Paris 1955
Se compiendo questo semplice atto: annusare i capelli dell’amata non si rischia la vita non s’impegna il destino dell’ultimo atomo del proprio sangue e dell’astro più lontano
se in questa frazione di secondo in cui si compie non importa cosa sul corpo dell’amata non si risolvono nella loro totalità i nostri interrogativi, le nostre inquietudini e le…
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#Ada Gobetti#Antonio Faeti#Davis Grubb#Elio Vittorini#Gherasim Luca#Hubert Selby Jr.#Jørn Riel#Jurij Pavlovič Annenkov#Ludvík Vaculík#Maria Antonietta Macciocchi#Pierre Vidal-Naquet#Raymond Chandler#Sabine Weiss#Steve Lacy
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Ho conosciuto Anna Maria Levi nella sua casa di Trastevere a Roma nel 2009. In occasione della ricerca del CDEC, Memoria della Salvezza, avevo voluto intervistare anche lei, per sapere come si fosse salvata dalla shoah. Era una donna di 88 anni, vivace, curiosa e brillante. Raccontò a me e alla mia collega Chiara Ferrarotti la sua vita movimentata, piena di interessi e anche di bizzarrie, della sua avventura (così la chiamava) come partigiana del Partito d'Azione, dei suoi amici (nomi altisonanti della Resistenza come Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Vittorio Foa, Franco Momigliano, Gigliola e Franco Venturi), della sua relazione strettissima d'affetto e di stima con suo fratello Primo, della loro infanzia spensierata, delle loro vacanze al Saccarello sulla collina di Superga con i cugini, della madre amatissima, Ester Luzzati, che lei cercò di proteggere in ogni modo, sottraendola appena in tempo alla pensione di Col de Joux dove si trovava assieme al figlio Primo e ai suoi compagni, poco prima dell' irruzione della polizia fascista. Annamaria ci mostrò decine di foto di lei, della sua famiglia, dei suoi amici di gioventù. Davanti ad ognuna si fermava per commentare, scherzare, ridere di se stessa e della sua vita un po' randagia. Di fronte alla fotografia di lei con suo fratello da bambini a Piossasco, nella casa che il nonno, dopo molte fatiche, si era comprata (vedi il racconto di Primo: Il fondaco del nonno) dice: "Non so più quale pedagogista ha detto: fortunati quei bambini che hanno avuto un giardino nella loro infanzia. Aveva ragione, io quel giardino me lo sogno ancora".
Anna Maria e Primo Levi Un inedito racconto fotografico
#Anna Maria Levi#Primo Levi#fotografia#fotografie#vita#XX secolo#Partito d'Azione#Ada Gobetti#Gobetti#Bianca Guidetti Serra#Vittorio Foa#Franco Momigliano#Gigliola Venturi#Franco Venturi#antifascismo#resistenza#italia#storia italiana del XX secolo#storia d'Italia del XX secolo#piemonte#Piossasco#natura#infanzia#ricordi#ricordi fotografici#roma#trastevere#Superga#Fondazione CDEC#ebraismo
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Uncredited Photographer Italian Anti-fascist Partisan Hero Ada Gobetti 1944
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Libri per oggi:
- L’Agnese va a morire di Renata Viganò
- Io, Partigiana. La mia resistenza di Lidia Menapace
- Diario Partigiano di Ada Gobetti
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Sabato mi vedo con un ragazzo dell'esercito e verrà quasi sicuro a casa mia. Sul mio comodino ho un fumetto di ZeroCalcare e "Diario partigiano" di Ada Gobetti.
Prevedo fuoco e fiamme.
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L’Agnese va a morire di Renata Viganò, l’unico romanzo della Resistenza scritto da una donna, l’Agnese del titolo diventa partigiana quasi senza rendersene conto. Dopo la firma dell’Armistizio l’8 settembre 1943, i tedeschi irrompono in casa della lavandaia Agnese per catturare il marito Palita, un militante comunista quasi del tutto infermo. Un giorno dei compagni la vanno a trovare per chiederle di trasportare la “roba da scoppiare” nei cesti del bucato: l’Agnese diventa una staffetta, trasporta le armi e fa le calze per i partigiani. Ma non si limita a questo. Una sera, presa da un impeto di rabbia contro il soldato che uccide la sua gatta per divertimento, fa “quella cosa”: mentre dorme, ruba il suo mitra e glielo scaglia in testa, uccidendolo. Da quel momento, l’Agnese entra a far parte a tutti gli effetti di una brigata, dandosi alla macchia e partecipando alle azioni.
Quella de L’Agnese va a morire e della sua autrice Renata Viganò, che prese parte alla Liberazione come staffetta e infermiera, è la storia di tantissime donne non politicizzate che, toccate in prima persona dagli eventi che seguirono l’Armistizio, decisero di compiere questa scelta estremamente difficile e radicale. Tuttavia, il sacrificio di queste donne è rimasto per lungo tempo ai margini della corposa storiografia dedicata alla Resistenza, che spesso si è concentrata solo sull’eroica e archetipica figura del partigiano giovane e maschio. Viganò ci racconta invece di una donna matura, goffa, molto pragmatica, lontana da ogni romanticismo ideologico, e lo fa nel 1949, pochissimi anni dopo la Liberazione. Eppure, nonostante la nostra memoria letteraria disponga di questo incredibile personaggio che va oltre ogni aspettativa, se parliamo di Resistenza pensiamo subito al partigiano Johnny o a Pin de Il sentiero dei nidi di ragno, e non a un’Agnese.
Le partigiane erano e sono considerate come delle aiutanti degli uomini, principalmente perché il loro lavoro nella Resistenza, come racconta bene il romanzo, fu soprattutto quello che la teoria femminista chiama lavoro riproduttivo e di cura: cucinare, lavare, curare le ferite, dispensare affetto e compagnia, organizzare la parte “burocratica” delle missioni. Questo contributo è considerato minore rispetto a quello di chi invece imbracciava il fucile. Tuttavia, si tratta di un duplice pregiudizio: da un lato, si ignora completamente che molte di queste donne a un certo punto presero effettivamente parte ad attentati e agguati; dall’altro si considera il lavoro riproduttivo come qualcosa di accessorio e non di essenziale come invece è avere vestiti puliti e rammendati, mangiare bene, dormire, trasportare di nascosto armi e munizioni e riceve cure mediche in una situazione di clandestinità. Le donne erano l’unico ponte tra la macchia e la vita civile, anche grazie al ruolo che ricoprivano nella società di allora: insospettabili, considerate incapaci di commettere violenza e deputate alla cura della casa. Questo significava poter eludere facilmente i controlli e disporre della tessera annonaria, una fonte di cibo imprescindibile in tempo di guerra.
Renata ViganòCome scrive Pino Casamassima in Bandite! Brigantesse e partigiane – Il ruolo delle donne col fucile in spalla, “Sebbene la guerra sottoponga il concetto di politica a tensioni fortissime, pochi fra i protagonisti sembrano capaci di vedere nelle pratiche delle donne qualcosa di diverso dal prolungamento dei ruoli di assistenza e di cura, espansi al di fuori del privato in deroga alla ‘naturale’ divisione degli spazi”. C’era quindi anche un problema interno alla Resistenza e connesso al maschilismo della società italiana di allora, non estraneo ai partiti di sinistra. Comunisti e socialisti non volevano estendere il suffragio alle donne per paura che, per natura, avrebbero votato quello che diceva loro il prete: non ci deve quindi stupire se, nella maggior parte dei casi, vennero escluse da qualsiasi processo decisionale all’interno delle brigate e degli organismi di autogoverno.
Le donne diventarono così le maggiori esponenti di quella che lo storico francese Jacques Sémelin ha chiamato “Resistenza civile”, cioè tutte quelle pratiche di lotta messe in atto dai civili che non prevedevano l’uso della violenza, ma del coraggio, dell’astuzia e della capacità di influenzare gli altri. Una “guerra senz’armi”, come l’hanno chiamata Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone in un saggio sulla storia della Resistenza femminile in Piemonte. Questo non fu il destino di tutte le partigiane, ovviamente. L’Anpi riconosce 35mila “partigiane combattenti” (a fronte di 150mila uomini), che hanno ottenuto il ruolo di tenenti, sottotenenti o al massimo maggiori, e 20mila “patriote”, con compiti di supporto, assistenza e organizzazione. Le donne decorate con la Medaglia d’oro al valor militare sono 19, di cui 15 alla memoria e 4 in vita; gli uomini con questa onorificenza sono 572. Ma secondo la storica Simona Lunadei, questo si spiegherebbe anche col fatto che molte donne si rifiutarono di chiedere un riconoscimento a guerra terminata: molte, come il personaggio di Renata Viganò, sentivano solo di aver fatto quello che andava fatto.
Oltre a quelle che si trovarono a combattere per caso”, per senso del dovere o per seguire mariti, fidanzati e talvolta figli, ci furono anche donne già impegnate in politica o nelle associazioni comuniste e cattoliche che pretesero un ruolo più attivo all’interno dei nuclei partigiani. Da queste esperienze nacquero i Gruppi di difesa della donna (Gdd), un’associazione comunista e femminista fondata da Lina Fibbi, Pina Palumbo e Ada Gobetti, che partecipò a molte azioni di sabotaggio e lotta armata, e l’Unione donne italiane di sinistra (Udi). Anche molte donne cattoliche parteciparono alla Resistenza, mettendo a frutto le esperienze maturate nella Gioventù femminile di Azione Cattolica (come ad esempio la futura ministra della Sanità Tina Anselmi). Se questi gruppi nacquero con l’esplicito obiettivo di aiutare gli uomini impegnati nella Liberazione, già dal 1944 si organizzarono in maniera più autonoma e, oltre a partecipare attivamente alle azioni, fornirono supporto alle vedove, alle contadine o alle madri lavoratrici. Nel 1944 l’Udi fondò anche il proprio giornale clandestino, Noi donne, in cui si discuteva di politica e del ruolo della donna, si commemoravano le cadute e si riportavano le notizie sulle lotte femminili. I Gdd organizzarono anche numerosi scioperi e manifestazioni, su esempio della “rivolta del pane” del 16 ottobre 1941, quando un gruppo di donne parmensi assaltò un furgone della Barilla per ridistribuire il pane alla popolazione.
Di alcune figure straordinarie si ricordano ancora gli atti coraggiosi: Mimma Bandiera, la partigiana bolognese che, una volta catturata, resistette per sette giorni alle torture senza mai tradire i propri compagni. O Carla Capponi, dei Gruppi di azione patriottica (Gap) romani, che prese parte all’attentato di via Rasella. Quest’ultima ci ha lasciato un’autobiografia molto importante per capire il ruolo delle donne nella Resistenza, Con cuore di donna. Capponi racconta la difficoltà nello stabilire un rapporto paritario con i compagni del Gap, la loro riluttanza a consegnarle un’arma (che infatti dovrà rubare a un soldato fascista su un autobus affollato), ma anche il vantaggio di essere una bella ragazza in grado di distrarre fascisti e tedeschi, unito alla costante minaccia della violenza sessuale.
Mimma BandieraChe fossero staffette o dinamitarde, lavandaie o tiratrici scelte, senza le donne non si sarebbe compiuta la Liberazione. “Non consideratemi diversamente da un soldato che va su un campo di battaglia”, dice una delle tante testimonianze che compongono La donna nella Resistenza, documentario del 1965 di Liliana Cavani. Il loro contributo, al pari delle altre “Resistenze dimenticate”, come quella degli Internati militari italiani o quella creola e jugoslava, non può e non deve essere archiviato come qualcosa di marginale. In un momento in cui la memoria della Liberazione è sempre più osteggiata, in cui il 25 aprile viene considerata una festa “divisiva”, non possiamo permetterci il lusso di una memoria parziale.
Da Jennifer su The Vision
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E se Berlino chiama
ditele che s'impicchi:
crepare per i ricchi
no! non ci garba più.
E se la Nato chiama
ditele che ripassi:
lo sanno pure i sassi:
non ci si crede più.
Se la ragazza chiama
non fatela aspettare:
servizio militare
solo con lei farò.
E se la patria chiama
lasciatela chiamare:
oltre le Alpi e il mare
un'altra patria c'è.
E se la patria chiede
di offrirgli la tua vita
rispondi che la vita
per ora serve a te.
Improvvisata nel settembre 1961 da Franco Fortini e Fausto Amodei durante la marcia della pace Perugia-Assisi, "manifestazione popolare contro l'imperialismo, il razzismo, il colonialismo, lo sfruttamento". Incisa da Maria Monti in "Le canzoni del no" (1966), questa canzone provocò il sequestro dell'intero disco e Fortini subì un processo dal quale venne però presto assolto.
https://m.youtube.com/watch?v=oWrRxpjPQWE
(Foto di Ada Prospero Gobetti)
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Il fallimento del sabotaggio del ponte dell’Aquila fu d’insegnamento per la preparazione di un nuovo grande “colpo”
Il viadotto dell’Arnodera dopo l’esplosione qui citata. Fonte: Wikipedia Così, all’annuncio dell’armistizio, i tedeschi occuparono senza grandi difficoltà il territorio italiano contrastando l’avanzata alleata. Il “Diario partigiano” di Ada Gobetti si apre con il racconto dell’occupazione di Torino[…] Infatti se il movimento resistenziale nacque dall’opera di piccoli gruppi di esponenti…
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#1943#29#Ada Gobetti#Arnodera#attentati#dicembre#dinamite#Don#esplosione#Exilles (TO)#fascisti#ferrovia#Francesco Foglia#Marco Pollano#nazisti#partigiani#Perosa#Ponte#preti#provincia#Remo Bugnone#Resistenza#Sergio Bellone#Susa#tedeschi#Torino#Val#Vittorio Blandino#Wu Ming 1
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Il fallimento del sabotaggio del ponte dell’Aquila fu d’insegnamento per la preparazione di un nuovo grande “colpo”
Il viadotto dell’Arnodera dopo l’esplosione qui citata. Fonte: Wikipedia Così, all’annuncio dell’armistizio, i tedeschi occuparono senza grandi difficoltà il territorio italiano contrastando l’avanzata alleata. Il “Diario partigiano” di Ada Gobetti si apre con il racconto dell’occupazione di Torino[…] Infatti se il movimento resistenziale nacque dall’opera di piccoli gruppi di esponenti…
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