#società sovietica
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“ Per comprendere le dimensioni della tragedia in Ucraina è necessario risalire alle cause che determinarono il crollo economico, politico, culturale e sociale che ha visto il paese dividersi in due parti, che dal 2014 sono effettivamente in guerra. Il problema più grande della lacerazione dell’Ucraina non è riconducibile solo a ragioni etniche, esageratamente gonfiate e che in altre circostanze si ridurrebbero a una classica differenza regionale, diluita ulteriormente da una buona dose di ignoranza e di becero campanilismo. La spaccatura del sistema in Ucraina è dovuta soprattutto alle differenze che ci sono tra diverse culture del lavoro e organizzazione dell’impianto industriale. Mentre nelle regioni del Sudest, storicamente luoghi industrializzati, i sindacati sono forti – fattore sociale che non va assolutamente sottovalutato e che fa parte del quadro evoluzionistico della società del Donbass, dove la gente è abituata a legare il proprio destino alla realizzazione professionale presso le strutture industriali, e dove esiste una forma di aggregazione sindacale creata durante l’epoca sovietica – nelle regioni dell’Ovest questa mentalità è quasi assente, e prevale invece una visione più strettamente legata agli affari e alla speculazione, più vicina ai valori del capitalismo occidentale. Il confronto tra questi due mondi ha portato dai primi anni dell’indipendenza dell’Ucraina dall’URSS la società verso una spaccatura.
Gli oligarchi che privatizzarono le fabbriche e gli impianti industriali d’importanza strategica non erano veri e propri imprenditori, che di solito hanno la cultura e le capacità di gestire simili strutture, ma degli amministratori. Gli oligarchi ucraini sono in gran parte speculatori usciti dalla spartizione del paese tra bande criminali avvenuta negli anni Novanta. E se in Russia lo stesso fenomeno è stato fermato dalla politica autoritaria e dittatoriale di Putin, che riportò le strutture di importanza strategica sotto il controllo dello stato, eliminando, in pratica, gli oligarchi (spesso anche fisicamente), in Ucraina è avvenuto il contrario, ovvero l’oligarchia ha preso il controllo sullo Stato e di conseguenza ha iniziato a gestire gli impianti industriali in base ai propri interessi personali. Questo sistema, come ovvio, è risultato fallimentare perché, occupandosi soltanto del profitto e non avendo reali competenze per gestire al meglio un’industria, non ha investito nell’ammodernamento degli impianti, di fatto condannando il paese alla recessione. I prodotti ucraini non sono più concorrenziali rispetto ai prodotti di altri paesi. Ne consegue che nel tentativo di rimanere sul mercato, visti gli alti costi di produzione, i salari dei lavoratori sono stati ridotti, insieme ai loro diritti, fino a che la produzione è diventata insostenibile e l’intero impianto industriale è andato verso la totale rovina. Questa è una delle principali cause della mancanza di fiducia nel governo centrale da parte dei cittadini che vivono nelle zone industrializzate. “
Nicolai Lilin, Ucraina. La vera storia, Piemme (collana Saggi PM), Novembre 2022¹; pp. 65-66.
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La cultura del nulla.
Partirei col dire che oggi che è il giorno della memoria 'corta' ci si è dimenticati di una lezione dura, come detto altre volte non impariamo dai nostri errori, sapendo che l'olocausto non fu solo per gli ebrei ma anche per tutte quelle minoranze che non andavano bene al regime nazista come i nomadi, gli omosessuali e quelli dalla pelle non bianca, ma di norma questo giorno viene considerato solo per gli ebrei. Quei poveri cristi gassati o uccisi male non hanno niente a che fare con quello che sta succedendo adesso tra israele e la palestina, netanyahu e compagnia bella non sono gli stessi, decisamente, e su questo e quello che c'è attorno ci sarebbe molto da dire, ma mi fermo qua perché il post non è dedicato a loro o al massacro che stanno facendo da mesi sotto gli occhi di tutti senza che nessuno che abbia un minimo di voce in capitolo faccia qualcosa.
Ieri si è aperta la stagione che vede Tartu (la città estone dove vivo) come capitale europea della cultura. Sono andato a prendere un caffè con la piccoletta che a fine mese si trasferisce in Svezia e abbiamo visto nel gelo della giornata parecchie persone vestite con i costumi tradizionali e in piazza c'era un palchetto con musica terribile, facevano le prove. Li per li pensavo che è legato a una delle loro celebrazioni, ho letto qualche post del compleanno del paese o qualcosa del genere, ma mi sbagliavo. Poi la sera arrivava da non molto lontano l'eco di musiche tecno e house a volumi esorbitanti e la mia compagna mi ha detto che è iniziato il periodo della cultura. Quale cultura? Questo paese al confine del mondo conosciuto, di fatto non viene mai calcolato nelle statistiche europee, nato da pochissimo, se si considera che si sono liberati dall'unione sovietica nel 91 e che gli anni 90 li hanno passati ad assestarsi, si può capire che in realtà il paese ha più o meno 25 anni, niente se si paragona a paesi europei come il nostro o altri che hanno contribuito alla storia e alla creazione di questa civiltà in declino. Ma in quegli anni i governi hanno puntato sulla tecnologia, avrete sentito che l'Estonia è una piccola silicon valley e fin qua niente da dire se si pensa che alcuni software di successo sono stati creati qua, skype e nod32 in testa, ma quello che hanno fatto è stato creare una società stile americano, degli stati uniti, ma assorbendo la parte peggiore quella del puritanesimo per avere una facciata bella ma con un interno vuoto e spesso orribile. Questo ha influenzato la cultura, ovviamente, che è stata messa da parte per dare al popolo l'idea che il lavoro sia una priorità assoluta e che tutto il resto è superfluo. C'è anche da non sottovalutare l'enorme gap che hanno questi paesi, quelli del ex blocco sovietico, in termini di tempo (furono inglobati nel 1940) e siccome i russi non volevano che niente di occidentale venisse venduto o riprodotto o consumato dai popoli sottomessi ecco che tutto quello che abbiamo avuto noi, a livello culturale artistico e letterario nel bene e nel male, loro non l'hanno visto. Recuperare 50 anni di storia e di cultura mondiale non è facile, anzi è quasi impossibile perché i periodi storici e i cambiamenti sociali e culturali si devono vivere e capire per poi progredire, loro no, una volta liberi hanno preso quello che pochi e avidi personaggi propinarono loro attraverso i media, quindi parecchio mainstream e qualcosa che recuperavano dagli anni precedenti, per farvi un esempio quelli della mia età e più grandi ricordano con amore i nostri cantanti come Toto Cutugno, Al bano e Romina i ricchi e poveri e tutti quelli di quei San Remo primi anni 80, io dico che i russi li torturavano con il festival come battuta ma in pochi la capiscono perché il nostro festival non lo conosce quasi nessuno, è una cosa prettamente nostra e soprattutto poco esportabile. Si può capire da questa piccola storiella come l'interesse per le arti in generale non sia una priorità per l'estone medio, per carità ho conosciuto persone che hanno una buona cultura musicale, visto che sono del ramo, molti conoscono l'arte e così via, ma perché sono anche loro nel campo ed è logico che prendendo una nicchia cercano di esplorarla il più possibile, anche grazie al mezzo internet. Ma mi è capitato anche di parlare con persone che non conoscono neanche i loro di cantanti, non dico nomi astrusi di nicchia stranieri, ma neanche quelli locali che ve li sbattono ovunque in tutte le salse? Questo la dice lunga quanto sia bassissimo l'interesse.
Quindi la domanda è : Quale cultura andate a celebrare in questo periodo visto che siete la città della cultura europea? Se poi considerate che schifate lo straniero e quindi non tollerate altre forme culturali, cosa andate a mostrare? La cultura dell'alcol? O quanto siete copia e incolla fatto male di un mondo che non ha niente a che vedere con l'Europa?
Questo è a grandi linee un paese che sulla carta è moderno e innovatore, ma che se sposti la carta vedi tanto di quel marcio che diresti 'Ok, statevi per fatti vostri per altri 150 anni poi ne riparliamo'. A me non frega molto fra 2 settimane torno in Trinacria per un periodo XY a rigenerarmi da tutto questo e non so neanche se tornerò più a vivere qua, ma questo dipende molto da come si mettono le cose con lei. Da noi si dice "comu finisci si cunta" (quando finisce si racconta). Penso che l'album giusto sia l'immortale capolavoro del Banco
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1984 è il titolo di un libro di George Orwell scritto tra il 1948 ed il 1949 divenuto ormai famosissimo e, considerato da molti, un vero precursore dei tempi moderni.
Orwell era britannico anche se nato nell'India coloniale e l'ormai iconico suo libro, famoso per aver descritto così accuratamente la realtà distopica recente, non aveva inventato nulla di nuovo.
Fu in realtà lo scritto di un sovietico che lo ispirò; si trattava del libro Noi di Evgenij Zamjatin scritto nel 1919.
Noi di Zamjatin racconta di una società futura in cui gli individui sono controllati da un governo totalitario e devono seguire delle regole rigidissime. Il protagonista, D-503, è un ingegnere che lavora alla costruzione di un'astronave per conquistare altri pianeti. La sua vita cambia quando incontra una donna ribelle, I-330, che lo introduce a un mondo sotterraneo di libertà e resistenza
Ma 1984 fu anche l'anno in cui venne inventato il gioco elettronico più famoso del mondo
Infatti il 6 giugno di 39 anni fa, un giovane ricercatore dell'Unione Sovietica che lavorava al Centro di Calcolo dell'Accademia delle Scienze dell'URSS di Mosca, Aleksej Leonidovič Pažitnov, inventò TETRIS!
Pažitnov si ispirò ai tetramini, delle figure geometriche composte da quattro quadrati uniti tra loro e giustapposti lungo i lati.
Tetris divenne presto molto popolare tra i dipendenti dell'Accademia e poi in tutta l'Unione Sovietica.
A quei tempi, qualsiasi invenzione dei ricercatori sovietici che lavorassero in enti dello Stato (praticamente tutti) divenivano automaticamente invenzioni di proprietà dello stato; nessun ricercatore poteva brevettare a suo nome ed a suo esclusivo beneficio il frutto del proprio genio.
Ma Pažitnov non voleva brevettarlo, voleva che fosse di libero utilizzo.
Rischiò grosso quando si scontrò con il Direttore del Centro di Ricerca di Mosca Nikoli Belikov
Pažitnov anticipò di circa un decennio, l'epoca dell'informatica condivisa degli anni '90.
All'epoca la grafica computerizzata era agli arbori, non esisteva nulla di quello a cui siamo abituati oggi, infatti le ormai famose figure del Tetris formate ognuna da 4 quadratini, erano visualizzati come una successione di 2 parentesi quadre: [ ]
Ma le invenzioni geniali non possono essere tenute nascoste a lungo al mondo ed infatti ben presto si diffusero versioni diverse sia in Europa che in Giappone e Stati Uniti.
A quei tempi i 3 mercati principali erano molto chiusi uno all'altro, ed ognuno di loro aveva proprie licenze di utilizzo distinte dalle altre. Fu quindi così che la Nintendo giapponese sviluppò la sua versione e la Atari Games statunitense la sua.
Ci furono feroci ed estenuanti scontri legali tra l'Unione Sovietica contro il Giappone e gli Stati Uniti; The Tetris Effect: The Game that Hypnotized the World di Dan Ackerman è un libro che spiega bene tutte queste fasi
Ma la Nintendo e la Atari avevano ottenuto le licenze da intermediari diversi e questo generò scontri ulteriori.
Fu infine la patria del capitalismo, gli Stati Uniti, che con un proprio Tribunale, decise chi avrebbe dovuto guadagnarci dalla distribuzione del Tetris, infattu nel 1989 decise che Nintendo aveva i diritti esclusivi per la distribuzione di Tetris per le console mentre la Atari Games, li avrebbe avuti per le sale giochi.
(Luperco)
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SE QUESTO E' UN UOMO, OTTANT'ANNI DOPO
Piaccia o non piaccia, come e più dell’anno scorso, il Giorno della Memoria esercita una funzione scomoda: nel reclamare la dovuta attenzione sui milioni di ebrei sterminati in Europa fra il 1941 e il 1945, sospinge l’opinione pubblica a un confronto con la malasorte dei milioni di palestinesi che l’”ebreo nuovo”, scampato all’estinzione, si è ritrovato per vicini di casa. Dentro e fuori i confini dello Stato d’Israele sorto nel 1948.
E’ una forzatura logica, alimentata dal risorgere di antichi pregiudizi? Un paragone che vilipende chi in famiglia reca ancora i segni delle sofferenze patite ottant’anni fa? Siamo sinceri. Fatichiamo a disgiungere nella nostra sensibilità queste due tragedie in apparenza così lontane, benché la loro incommensurabilità numerica dovrebbe risultare evidente: milioni di innocenti persero la vita nell’industria dello sterminio pianificato nei lager; decine di migliaia sono le persone uccise a Gaza dai soldati israeliani in una sorta di punizione collettiva ininterrotta di quindici mesi.
Se non bastassero le reciproche accuse di “nazismo” che i due nemici inferociti si scagliano addosso, perduto “ogni senso di affinità umana”, per dirla con Primo Levi, a rendere ancor più difficile eludere tale connessione mentale è sopraggiunta una circostanza che ha del clamoroso: lunedì prossimo 27 gennaio, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa sovietica, è improbabile che alla cerimonia ufficiale convocata in quel luogo possa presenziare il primo ministro israeliano, soggetto com’è a un mandato di cattura internazionale perché fortemente indiziato di crimini di guerra. Ci sarà re Carlo d’Inghilterra mentre non sono invitati i russi. Parleranno solo gli ultimi sopravvissuti perché la politica mondiale oggi non è in grado di ritrovarsi unita neppure nella promessa infranta troppe volte del “Mai più Auschwitz”.
Inutile girarci intorno. L’insistenza con cui molte persone (che si offenderebbero a essere tacciate di antisemitismo) pretendono, in particolare da noi ebrei e ancor più dai sopravvissuti alla Shoah, l’uso della parola “genocidio” riferita a Israele, quasi che fosse lo strumento con cui misurare la sincerità o meno dell’indignazione nostra nei confronti dei crimini di guerra perpetrati in risposta al 7 ottobre, segnala il punto di non ritorno a cui siamo arrivati.
Orribile a dirsi ma sembrerebbe che gli ebrei abbiano esaurito il credito loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima della Shoah. Basta, credito esaurito. Con sollievo autoassolutorio di chi manteneva il vecchio sospetto che gli ebrei fossero dei privilegiati. Una svolta che elettrizza perfino gli ammiratori della brutalità d’Israele interpretata come se fosse una virtù connaturata agli ebrei da assumere come modello. Naturalmente l’esaurirsi del credito concesso alle vittime della Shoah si porta dietro la seconda domanda scomoda sempre più in voga man mano che il conflitto si estendeva e inferociva: un mondo senza Israele non sarebbe forse un mondo migliore? Interrogativo mendace ma insidioso che non riguarda solo il futuro di sette milioni di ebrei nati laggiù ma la possibilità stessa che prosperino in pace società multietniche e multiculturali.
Mi sono sentito dire di recente da persona bene addentro nell’establishment di Netanyahu: “Con questa guerra Israele si è messo al sicuro. Decapitato Hamas, in malaparata gli Hezbollah, l’Iran costretto sulla difensiva, caduto il regime siriano di Assad, uomini affidabili al vertice dello Stato libanese… i palestinesi continueremo a tenerli a bada e Trump ci coprirà le spalle. I problemi ce li avrete voialtri ebrei della diaspora perché ricadrà sulle vostre spalle l’odio sempre più diffuso per Israele e la nuova ondata di antisemitismo che ne deriva”.
In apparenza sembra un ragionamento cinico di realpolitik che non fa una grinza. Affaracci vostri, ebrei che vi ostinate a non capire che in futuro solo in Israele potrete star sicuri. La pensa così chi è convinto che -tregua o non tregua- questa guerra debba continuare perché fa parte di una guerra mondiale più grande. E insiste nell’illusione che bastino i rapporti di forza militari e tecnologici per garantirsi la sicurezza. Come se il 7 ottobre non gli avesse insegnato nulla. E come se bastasse una scrollata di spalle per levarsi di dosso il discredito caduto su Israele. ***
Se questo è il clima, ben si capisce perché il Giorno della Memoria (istituito in Italia su proposta del nostro caro Furio Colombo) accumuli un gran numero di detrattori: da chi lo liquida come inutile esercizio di retorica, ignorando l’ottimo lavoro preparatorio che tante scuole gli dedicano; a quelli che non ne possono più di “rendere omaggio” agli ebrei per riceverne in cambio nuove accuse; a non pochi esponenti delle stesse Comunità ebraiche che ormai lo vivono come un boomerang, pretenderebbero che la celebrazione venisse depurata da qualsivoglia riferimento all’attualità di Gaza e Cisgiordania o meglio ancora che venisse polemicamente abolita.
Dopo avere riletto i due testi fondamentali del principale testimone della Shoah in Italia (e non solo), cioè Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi, mi sono convinto del contrario. Non solo il Giorno della Memoria va celebrato ma deve servire proprio ad affrontare le domande più scomode che per tutta la sua vita Primo Levi ripropose martellanti nei suoi testi circa la ripetibilità e la comparabilità dell’orrore di cui era stato testimone ad Auschwitz.
Il riconoscimento del sistema concentrazionario nazista come unicum non solo non gli impedì, ma lo spronò a studiare il riproporsi successivo di forme di crudeltà di massa basate su meccanismi analoghi. Levi non adopera mai la parola “genocidio”, neanche riguardo allo sterminio degli ebrei, ma quando deve descrivere “i diligenti esecutori di ordini disumani” ci tiene a precisare che “non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque��…”fatti della nostra stessa stoffa”… “non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”.
Educati male. Nell’appendice a Se questo è un uomo pubblicata nel 1976 paragona i nazisti ai “militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria” e ai “militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Altrove elenca gli “imitatori” dei nazisti “in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sud-Africa”. E potrei continuare. Ignoriamo, certo, se avrebbe inserito in un simile elenco Israele con cui manteneva un rapporto “affettuoso e polemico” fondato su “un nostro appoggio sempre condizionato”.
Di certo, Primo Levi non ha fatto che scriverlo e ripeterlo: “E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”. Se poi qualcuno pensasse che Levi escludesse a priori gli ebrei dal novero dei potenziali “educati male”, lui stesso replica: “Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.
Gad Lerner
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Gli anni Trenta sono davanti a noi
Nel novembre del 1990 Gérard Granel, una delle menti più lucide della filosofia europea di quegli anni, tenne nella New School for Social Research di New York una conferenza il cui titolo, certamente significativo, non mancò di provocare fra i benpensanti qualche reazione scandalizzata: Gli anni trenta sono davanti a noi. Se l’analisi condotta da Granel era genuinamente filosofica, le sue implicazioni politiche erano infatti immediatamente percepibili, dal momento che in questione, nel sintagma cronologico apparentemente anodino, erano puramente e semplicemente il fascismo in Italia, il nazismo in Germania e lo stalinismo nell’Unione sovietica, cioè i tre tentativi politici radicali di «distruggere e sostituire con un “ordine nuovo” quello in cui l’Europa si era fin allora riconosciuta». Granel aveva buon gioco nel mostrare come la classe intellettuale e politica europea fosse stata altrettanto cieca di fronte a questa triplice novità di quanto lo fosse – negli anni Novanta come oggi – di fronte alla sua inquietante, anche se mutata, risorgenza. Si fatica a credere che Leon Blum, leader dei socialisti francesi, potesse dichiarare, commentando le elezioni tedesche del luglio 1932, che, di fronte ai rappresentanti della vecchia Germania, «Hitler è il simbolo dello spirito di cambiamento, di rinnovamento e di rivoluzione» e che pertanto la vittoria di von Schleicher gli sarebbe parsa «più desolante ancora di quella di Hitler». E come giudicare la sensibilità politica di Georges Bataille e di André Breton, che, di fronte alle proteste per l’occupazione tedesca della Renania, hanno potuto scrivere senza vergogna: «noi preferiamo in ogni caso la brutalità antidiplomatica di Hitler, più pacifica, nei fatti, dell’eccitazione bavosa dei diplomatici e dei politici». La tesi di questo saggio, di cui consiglio vivamente la lettura, è che a definire il processo storico in corso, negli anni Trenta come negli anni Novanta in cui scriveva, sia uno stesso primato dell’infinito sul finito, che, in nome di uno svolgimento che si vuole assolutamente senza limiti, cerca di abolire in ogni ambito – economico, scientifico, culturale – le barriere etiche, politiche e religiose che l’avevano fin allora in qualche modo contenuto. E, insieme, anche attraverso gli esempi del fascismo, del nazismo e dello stalinismo, Granel mostrava come un simile processo di infinitizzazione e di mobilitazione totale di ogni aspetto della vita sociale non possa che condurre all’autodistruzione.
Senza entrare nel merito di questa analisi certamente persuasiva, mi interessa qui piuttosto sottolineare le analogie con la situazione che stiamo attraversando. Che gli anni Trenta del Ventesimo secolo ci stiano ancora davanti non significa che noi vediamo oggi riproporsi esattamente nella stessa forma gli eventi aberranti in questione; significa piuttosto quello che Bordiga aveva inteso esprimere scrivendo, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che i vincitori sarebbero stati gli esecutori testamentari dei vinti. Dovunque i governi, quali che sia il loro colore e la loro collocazione, agiscono come esecutori di uno stesso testamento, accettato senza beneficio d’inventario. Da ogni parte vediamo continuare ciecamente lo stesso illimitato processo di incremento produttivo e di sviluppo tecnologico che Granel denunciava, in cui la vita umana, ridotta alla sua base biologica, sembra rinunciare a ogni altra ispirazione che non sia la nuda vita e si mostra disposta a sacrificare senza riserve, come abbiamo visto negli ultimi tre anni, la propria esistenza politica. Con la differenza, forse, che i segni dell’accecamento, dell’assenza di pensiero e di una probabile, imminente autodistruzione, che Granel evocava, si sono vertiginosamente moltiplicati. Tutto fa pensare che stiamo entrando – almeno nelle società postindustriali dell’Occidente – nella fase estrema di un processo di cui non è possibile prevedere con certezza la fine, ma le cui conseguenze, se la consapevolezza dei limiti non tornerà a destarsi, potrebbero essere catastrofiche.
15 gennaio 2024
Giorgio Agamben
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GUERRIGLIERI E DISCOTECHE
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La Casa del Popolo di San Martino in Strada (Forlì) fu fondata nel 1949 dai socialisti e comunisti del paese per avere un luogo di svago e attività politica. Negli anni ’50 nacque il Giardino d’estate, uno spazio per le feste da ballo e le proiezioni cinematografiche che negli anni ’60, coperto da una cupola, diventò Giardino d’Inverno. Negli anni ’70 fu allestito un palcoscenico per spettacoli teatrali di carattere nazionale, tra i quali quelli di Dario Fo e Franca Rame e fu restaurata l’area dedicata al cinema: quello che era Cinema Lux diventò Cinema Neva, ispirandosi al fiume russo. Il nome fu scelto da un gruppo di amici durante un viaggio in Unione Sovietica, tra i quali mio padre. Dal '93 la gestione del cinema passò a Nanni Moretti e la sala fu da lui rinominata Nuovo Cinema Sacher. Io ero piccolo ma ricordo bene l'insegna. All’inaugurazione, il regista fu accolto da applausi e fette di torta al cioccolato. Intanto, anche il Giardino d’inverno aveva cambiato nome ed era diventato il Ciaika, altro nome russo come si usava ai tempi, diventando uno dei locali più grandi della Romagna. Vi suonarono Dalla, De André, Venditti, Vasco Rossi e ci furono spettacoli di Walter Chiari e Benigni. Nacque una biblioteca per i ragazzi del quartiere e un laboratorio di sperimentazione educativa centrato su tematiche politiche e sociali. E poi i congressi del PC, le Feste dell’Unità, fino alla visita di una delegazione di guerriglieri e politici del Fronte di Liberazione Nazionale del Vietnam davanti a 2.000 persone. Negli anni ’80 iniziò la collaborazione con il Naima Club e iniziarono i concerti jazz con l’obiettivo di rendere accessibile un genere musicale elitario. Chet Baker ci suonò nel 1984 tra l'entusiasmo del pubblico. Alla fine degli anni '80, divenuti insostenibili i costi di gestione, il Ciaka fu ceduto a una società privata e nacque la discoteca Empyre, chiusa nel 2012. Nel ’97 anche l’area bar era stata affittata a privati che avevano ridisegnato la struttura in chiave moderna, ponendo fine al modello popolare e aggregativo del circolo. Oggi non esiste più nulla della struttura originale né delle iniziative a esse legate. Al suo posto ci sono appartamenti e negozi.
(nelle foto: la facciata esterna, De Andrè il 26 dicembre 1975, Chet Baker nel 1984, l'interno del Ciaka, i Giovani Comunisti del paese accolgono i guerriglieri vietnamiti)
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Karl Marx,not a legend but a man of flesh and bone as much as me and you. The scientist of the international proletariat, the father of our never ending strugle, today we remember him in his date of birth and honour him with our actions!
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⚠️ XI JINPING: "RICORDIAMO IL GRANDE CARATTERE E LE AZIONI STORICHE DI KARL MARX, E RICONOSCIAMO IL SUO NOBILE SPIRITO E IL SUO BRILLANTE PENSIERO" ⚠️
🇩🇪 Il 05/05 del 1818, nasceva a Treviri, in Germania, Karl Marx ⭐️
🚩 Nel 2018, durante il 200° Anniversario della nascita di Marx, il Partito Comunista Cinese adornò la Grande Sala del Popolo di Pechino con il ritratto del Filosofo Tedesco, dove solitamente è appesa la Falce e Martello e l'Emblema della Repubblica Popolare Cinese 🚩
🇨🇳 Il Presidente Cinese rilasciò un discorso su Karl Marx di fronte ai Delegati del Congresso Nazionale del Popolo, dichiarando: «Oggi teniamo questo grande con enorme venerazione per celebrare il 200° Anniversario della nascita di Marx, per ricordare il suo grande carattere, le sue azioni storiche e riconoscere il suo Nobile Spirito e il suo Brillante Pensiero» ⭐️
💕 Con nobili ideali e senza timore per le avversità, dichiarò il Presidente Xi Jinping, «Marx si dedicò alla lotta per la liberazione dell'Umanità, scalando l'apice del Pensiero nella sua Ricerca della Verità, e combattendo incessantemente per rovesciare il vecchio mondo e stabilirne uno nuovo» ⭐️
🇨🇳 Il Presidente Cinese definì il Marxismo come «il bene spirituale più prezioso e influente» lasciato da Marx ⭐️
💬 «Come un'alba spettacolare, il Marxismo ha illuminato il percorso dell'Umanità nell'esplorazione della Legge della Storia. [...] Il Pensiero e la Teoria di Marx vanno oltre il suo tempo, e costituiscono l'Essenza dello Spirito del suo Tempo e l'Essenza dello Spirito dell'Umanità intera» ⭐️
🇨🇳 Indicando il Marxismo come una Teoria della Praxis atta a indirizzare le persone a cambiare il Mondo, il Presidente Cinese ha dichiarato che la sua diffusione a livello globale ha aumentato la Forza del Socialismo, che «Potrebbero esserci battute d'arresto nello sviluppo del Socialismo nel Mondo, ma la tendenza generale per lo sviluppo della società umana non è mai cambiata, e non cambierà mai» 🚩
🇷🇺 «Il rombo della Rivoluzione d'Ottobre ha portato il Marxismo-Leninismo in Cina», e il CPC, fin dalla sua nascita, ha «combinato i Principi Fondamentali del Marxismo con la Realtà della Rivoluzione Cinese» 🇨🇳
💬 «Abbiamo adattato il Marxismo alle Condizioni Materiali della Cina. [...] Solo applicando il Materialismo Dialettico e il Materialismo Storico possiamo analizzare e affrontare ogni questione, e assicurare la continua vitalità e innovazione del Marxismo» ⭐️
🔍 Per chi volesse approfondire:
🔺Xi Jinping: "La Repubblica Popolare Cinese è il risultato della Lotta del Popolo Cinese" - I, II, III 🇨🇳
🔺 Dialettica Economica della Cina del Compagno Cheng Enfu: I, II, III 🚩
🔺国家发改委, l'Agenzia di Pianificazione Macro-Economica della Cina: I, II 🚩
🔺La Rivoluzione d'Ottobre e il suo legame con la Nuova Cina 🇨🇳
🔺Zjuganov: "La Cina continua l'Esperienza Sovietica, ha sollevato 800 milioni di persone dalla povertà, è una Potenza Spaziale e sono i primi al Mondo da trent'anni nel ritmo di sviluppo" 🇷🇺
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⚠️ XI JINPING: "WE REMEMBER THE GREAT CHARACTER AND HISTORICAL DEEDS OF KARL MARX, AND WE RECOGNIZE HIS NOBLE SPIRIT AND BRILLIANT THINKING" ⚠️
🇩🇪 On 05/05 of 1818, Karl Marx was born in Trier, Germany ⭐️
🚩 In 2018, during the 200th Anniversary of Marx's birth, the Communist Party of China adorned the Great Hall of the People in Beijing with the portrait of the German Philosopher, where the Hammer and Sickle and the Emblem of the People's Republic of China usually hang 🚩
🇨🇳 The Chinese President gave a speech on Karl Marx in front of the National People's Congress Delegates, declaring: «Today we hold this great one with enormous reverence to celebrate the 200th Anniversary of Marx's birth, to remember his great character, his historic actions and recognize his Noble Spirit and Brilliant Thought" ⭐️
💕 With noble ideals and fearless of adversity, President Xi Jinping declared, «Marx devoted himself to the struggle for mankind's liberation, climbing the pinnacle of Thought in his Pursuit of Truth, and fighting unceasingly to overthrow the old world and establish a new one» ⭐️
🇨🇳 The Chinese President defined Marxism as "the most precious and influential spiritual asset" left by Marx ⭐️
💬 "Like a spectacular sunrise, Marxism illuminated the path of Humanity in exploring the Law of History. [...] Marx's Thought and Theory go beyond his time, and constitute the Essence of the Spirit of his Time and the Essence of the Spirit of all Humanity »⭐️
🇨🇳 Indicating Marxism as a Theory of Praxis capable of directing people to change the World, the Chinese President declared that its global diffusion has increased the Strength of Socialism, that «There may be setbacks in the development of Socialism in the World, but the general trend for the development of human society has never changed, and will never change" 🚩
🇷🇺 «The roar of the October Revolution brought Marxism-Leninism to China», and the CPC, since its inception, has «combined the Fundamental Principles of Marxism with the Reality of the Chinese Revolution» 🇨🇳
💬 «We have adapted Marxism to the Material Conditions of China. [...] Only by applying Dialectical Materialism and Historical Materialism can we analyze and address every issue, and ensure the continued vitality and innovation of Marxism» ⭐️
🔍 For those who want to learn more:
🔺Xi Jinping: "The People's Republic of China is the result of the Chinese People's Struggle" - I, II, III 🇨🇳
🔺 Comrade Cheng Enfu's Economic Dialectic of China: I, II, III 🚩
🔺国家发改委, the Macro-Economic Planning Agency of China: I, II 🚩
🔺The October Revolution and its link with New China 🇨🇳
🔺Zjuganov: "China is continuing the Soviet experience, it has lifted 800 million people out of poverty, it is a Space Power and they are the first in the world for thirty years in the pace of development" 🇷🇺
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RUSSIA NASCOSTA - OLEG GAZMANOV AL CREMLINO, IL "MAESTRO" CHE ONORA LA RUSSIA
Russia nascosta 27 Ottobre 2024 di Marco Marangoni Metti una serata al Cremlino per il concerto di Oleg Gazmanov, il cantante, il cantore, il ‘maestro’ che con le sue canzoni melodiche e patriottiche ha prima onorato l’Unione Sovietica e ora la Russia, e ti immergi nella società di questo grande Paese. Dal palco del Palazzo di Stato Oleg Mikhaylovich Gazmanov ha 73 anni e sul prestigioso…
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Come allora, anche oggi l’idea che le colpe fondamentali dell’infelicità umana ricadano sulle malvagie società capitalistiche, che poi erano la stesse che nazismo e fascismo denominavano plutocrazie occidentali, continua a fare proseliti, e con essa ha ripreso a mietere successo anche un’altra idea, già prediletta dai nazisti, ma non solo: quella che gli ebrei siano in realtà coloro che di questa società capitalistica, di queste plutocrazie occidentali, tengono le fila, di cui architettano lo sviluppo nel loro interesse e in quello dei borghesi loro complici. Si tratta, naturalmente di un’idea semplicemente delirante, di cui è però impossibile spiegare la natura a chi tale delirio condivide. Sotto traccia, quest’idea ha continuato a circolare senza sosta insieme ai pregiudizi sulla società capitalistica, che poi null’altro è in realtà che la società liberaldemocratica, e questi pregiudizi hanno continuato a propagarsi imperterriti nonostante un breve periodo di appannamento negli anni immediatamente successivi al crollo dell’Unione sovietica.
Dopo la reazione israeliana al 7/10, questa visione della società e della storia è tornata improvvisamente di moda e sta riportando in auge l’antisemitismo in tutte le democratiche società occidentali, con grande soddisfazione delle dittature più o meno criminali che lo alimentano e di quell’intellighenzia marxista-leninista che, dopo essere rimasta per qualche anno un po’ acquattata, oggi è tornata scopertamente a lavorare per la soppressione delle società liberaldemocratiche, a iniziare ovviamente da quella israeliana. In questo, naturalmente, ha trovato un prezioso alleato in quelle componenti nazifasciste ancora ben presenti nella nostra società, che non vedevano l’ora di poter essere sdoganate dai loro tradizionali e apparenti avversari per sferrare, insieme a loro e agli islamisti, l’attacco definitivo alle plutocrazie capitalistiche occidentali.
In questo desolante scenario, purtroppo non si può non prendere atto che i pochi liberaldemocratici resilienti, oltre che di fatto accerchiati, sono anche piuttosto litigiosi, mentre in un momento così delicato della storia dovrebbero fare del loro meglio per essere uniti e combattivi, onde evitare di trovarsi raccolti in una stanza grigia sotto l’effigie di qualche dittatore criminale, magari uno con il sorriso algido di Putin, oppure uno con la Kefiah in testa e un bambino in braccio, mentre sorride anche lui per la vittoria appena conquistata, mostrando orgoglioso il suo kalashnikov sopra il cadavere di una ragazza appena massacrata.
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Burqa in tribunale, le donne afghane dicono basta
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Talebani al banco degli imputati: un processo storico per le donne afghane. C'era una volta, in un lontano paese chiamato Afghanistan, un gruppo di signori un po' troppo legati alle tradizioni che decidevano cosa potevano e cosa non potevano fare le donne. Ma questa volta, le donne afghane non ci stanno più e hanno deciso di far sentire la loro voce, anche dall'altra parte del mondo. I talebani, infatti, sono finiti nel mirino del Tribunale dell'Aia, accusati di aver messo in atto una vera e propria campagna di violenza di genere. La denuncia presentata al Tribunale dell'Aia rappresenta un momento storico nella lotta per i diritti delle donne afghane. È un atto coraggioso che porta alla luce le atrocità commesse dai Talebani e chiede giustizia per le vittime. La denuncia contiene una dettagliata descrizione delle violazioni dei diritti umani commesse dai Talebani nei confronti delle donne afghane. Tra queste potrebbero esserci: - Violenza fisica: Percosse, torture, stupri e altre forme di violenza sessuale. - Violenza psicologica: Minacce, umiliazioni, discriminazioni e restrizioni alla libertà di movimento. - Violenza economica: Negazione del diritto al lavoro, al possesso di proprietà e all'indipendenza finanziaria. - Violenza culturale: Imposizione di norme culturali e religiose discriminatorie, come il divieto di studiare, lavorare e uscire di casa senza un accompagnatore maschile. La denuncia presentata al Tribunale dell'Aia rappresenta una speranza per le donne afghane. È un segnale che il mondo non dimentica le loro sofferenze e che sta facendo tutto il possibile per garantire loro un futuro migliore. Il contesto per le violazioni dei diritti delle donne è estremamente complesso e segnato da decenni di conflitti e instabilità. L'Afghanistan è stato a lungo un terreno di scontro tra le superpotenze durante la Guerra Fredda. L'invasione sovietica negli anni '80 ha scatenato una lunga guerra civile, che ha portato al potere i mujaheddin, sostenuti dagli Stati Uniti. Alla fine della guerra civile, i Talebani, un movimento fondamentalista islamico, hanno preso il controllo di gran parte del paese, instaurando un regime teocratico estremamente repressivo, soprattutto nei confronti delle donne. Gli attacchi terroristici dell'11 settembre 2001 hanno portato gli Stati Uniti a invadere l'Afghanistan, rovesciare il regime talebano e installare un nuovo governo. Negli ultimi anni, i Talebani hanno riconquistato gradualmente il potere, fino a prendere il controllo completo del paese nel 2021. La denuncia dei Talebani al Tribunale dell'Aia si inserisce in un contesto storico complesso e doloroso. Per comprendere appieno la portata di queste violazioni e le sfide che devono affrontare le donne afghane, è necessario tenere conto di tutti questi fattori. La speranza, in un futuro migliore, delle donne afghane è un faro in un'oscurità opprimente. Nonostante le sfide immense e le violenze subite, le donne afghane continuano a lottare per i loro diritti. Le donne afghane vogliono garantire alle nuove generazioni un futuro libero dalla violenza e dalla discriminazione. La speranza principale è quella di poter tornare a godere dei diritti fondamentali, come il diritto all'istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento. Le donne afghane aspirano a partecipare attivamente alla vita politica, sociale ed economica del loro paese. La speranza è quella di costruire una società più equa e giusta, dove uomini e donne abbiano le stesse opportunità. È nostro dovere sostenerle in questa lotta per la giustizia e l'uguaglianza. Perché intanto il regime talebano continua a opprimere le donne e a limitare i loro diritti. Molte donne afghane vivono in condizioni di insicurezza e temono per la loro vita. Le organizzazioni che lavorano per i diritti delle donne afghane spesso mancano di risorse sufficienti. La società afghana è profondamente divisa e le donne afghane non sempre sono unite nella loro lotta. I Talebani ammettono ma dicono che interpretano correttamente la legge coranica, ma la correttezza dell'interpretazione coranica dei Talebani è complessa e suscita un ampio dibattito, sia a livello religioso che politico. I critici sostengono che i Talebani selezionano e interpretano i versetti coranici in modo parziale e strumentale, estremizzandone il significato per giustificare le proprie azioni. Molte delle pratiche imposte dai Talebani, come la discriminazione delle donne, la violenza fisica e le punizioni corporali, sono condannate da gran parte del mondo islamico e contraddicono i principi fondamentali dell'Islam, come la compassione e la giustizia. L'interpretazione dei Talebani non è condivisa dalla maggior parte degli studiosi islamici e delle comunità musulmane. Come detto, l'Islam ammette una pluralità di interpretazioni. Stabilire quale sia la "corretta" è estremamente complesso e dipende da una serie di fattori culturali, storici e teologici. Spesso, le interpretazioni religiose vengono strumentalizzate per scopi politici. È difficile distinguere tra una sincera convinzione religiosa e un uso politico della religione. L'interpretazione dei testi sacri è sempre influenzata dal contesto storico e sociale. Ciò che era considerato accettabile in passato potrebbe non esserlo oggi. Il dibattito sull'interpretazione coranica e sulle azioni dei Talebani è destinato a continuare. È importante promuovere un dialogo costruttivo e basato sul rispetto reciproco. In definitiva, affermare che l'interpretazione dei Talebani sia "giusta" o "sbagliata" è una semplificazione eccessiva. È più corretto affermare che la loro interpretazione è estremamente controversa e che le loro azioni hanno conseguenze gravissime per le donne afghane e per l'intera società. È importante sottolineare che la maggior parte degli studiosi islamici e delle comunità musulmane condanna le azioni dei Talebani e le considera in contrasto con i principi fondamentali dell'Islam. Creato con l'ausilio di Gemini Read the full article
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GIURO DI ESSERE FEDELE ALLA REPUBBLICA
"GIURO DI ESSERE FEDELE ALLA REPUBBLICA, DI OSSERVARE LEALMENTE LA COSTITUZIONE E LE LEGGI DELLO STATO, DI ADEMPIERE AI DOVERI DEL MIO UFFICIO NELL'INTERESSE DELL'AMMINISTRAZIONE PER IL PUBBLICO BENE".
Cari Concittadini,
È per me un grandissimo onore rivolgermi a voi oggi come il vostro nuovo sindaco.
Prima di tutto, voglio ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile questo momento, grazie alla mia famiglia, a tutti gli amici, ai volontari, ai sostenitori, all' amministrazione precedente per l'ottimo lavoro svolto e a voi cittadini che avete riposto la vostra fiducia nella squadra di Più Solbiate.
Sono consapevole delle grandi sfide che ci attendono. Viviamo in tempi complessi, in cui problemi come il cambiamento climatico, le guerre nel mondo e le disuguaglianze sociali richiedono risposte concrete e immediate. Affronteremo queste sfide insieme.
Questo mandato, come il precedente, sarà caratterizzato da trasparenza, inclusione e partecipazione. Credo fermamente che il dialogo aperto e la collaborazione con tutti i cittadini siano fondamentali per prendere decisioni che riflettano le esigenze di tutti. Prometto di essere sempre disponibile ad ascoltare le vostre preoccupazioni, le vostre idee e i vostri sogni.
Lavoreremo per migliorare i servizi pubblici, rendendoli più efficienti e accessibili a tutti. L'educazione, la salute, la sicurezza e il benessere dei nostri cittadini saranno al centro delle nostre priorità. Investiremo nelle infrastrutture, promuovendo uno sviluppo sostenibile che rispetti l'ambiente e valorizzi il nostro patrimonio culturale e naturale.
Desidero anche rafforzare il senso di comunità e appartenenza che ci unisce. Vogliamo un paese in cui ogni persona si senta rispettata, accolta e valorizzata. Insieme, possiamo lavorare per una società più giusta e solidale, in cui nessuno venga lasciato indietro, perché questo mi è stato insegnato.
Vorrei così introdurre un po' della mia storia personale. Ho avuto la fortuna di incrociare la vita di tante persone che hanno vissuto, subito o fatto la Storia, non posso citarli tutti. Mi limiterò a quelli da ragazzo, nel cortile dove sono nato: Mio nonno Mario che amante della libertà fu costretto per alcuni anni a riparare in Francia in quando i fascisti di Castellanza lo volevano uccidere. Zio Mimi, sopravvissuto all'offensiva sovietica a nord del Don che travolse gli Alpini: mal equipaggiati e a corto di rifornimenti, intrapresero una ritirata lungo un impervio cammino nella steppa in preda di grandi sofferenze. Mio papà, giocatore della Pro Patria e allenatore dell'U.C. Solbiatese, con i suoi amici, mi ha trasmesso la passione per lo sport. Nella mia stessa via abitavano Luciano Prada e Renato Pinnari, tra i fondatori del G.S. Solbiatese, dove ho avuto la possibilità di praticare lo sport agonistico, dove ho anche imparato i valori dell'associazionismo e del volontariato e che vedo ancora oggi in tutte le nostre associazioni e nei nostri volontari. Don Mario, cosa si può dire di Don Mario... grazie! Sempre dal mondo cattolico vorrei ricordare Luigi Giudici, fratello di mio suocero, che dall'Oratorio a 17 anni, risalì le montagne della Val Grande come partigiano per riguadagnare la libertà ma fu catturato e fucilato dai nazisti.
Oggi, molti non hanno un buon giudizio della vita politica italiana. La politica deve esprimere valori e come affermava Aristotele: “L’uomo nasce per vivere con gli altri”. Ma anche per la nostra Costituzione tutte le persone possono e debbono concorrere, con le proprie attitudini e con le proprie attività, al bene comune della comunità. Ho avuto la fortuna di conoscere e di avere come amici tanti amministratori solbiatesi che dimostravano impegno, voglia di fare, costanza, energia, onestà e non ultime le competenze come mia mamma quando faceva la cuoca al' asilo. La Politica è un’arte, la più alta, al servizio per la propria comunità e per le generazioni future. La Politica è il passaggio di testimone tra una generazione all’altra. E ci tengo che a chi verrà dopo di noi venga consegnato un mondo migliore di quello che abbiamo avuto, di quello che abbiamo oggi. Voglio che la Politica sia servizio e impegno.
Questo è quello che mi hanno insegnato e ho imparato, vorrei, vogliamo, così riuscire a riavvicinare tanti altri giovani alla vita amministrativa e politica, come una volta e come voleva Elena.
Vorrei ribadire il mio, nostro impegno a servire Solbiate Olona con dedizione, integrità e passione. Sarà un percorso impegnativo, ma come ha recentemente detto il direttore Riccardo Muti: «l’orchestra è il sinonimo di società. Ci sono i violini, i violoncelli, le viole, l’oboe, il trombone… Ognuno di loro spesso ha parti completamente diverse, ma devono concorrere tutti a un unico bene, che è quello dell’armonia di tutti».
Grazie ancora per la vostra fiducia. Insieme, cercheremo di costruire il futuro di Solbiate Olona e della Valle Olona.
Lucio Giuseppe Ghioldi
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“ Cos'era la bomba lanciata su Hiroshima? Il tentativo di ammazzare duecentomila giapponesi quando già il Giappone era sull'orlo della resa? Certamente no. Era un fatto che contava per la notizia che diventava: messaggio degli Stati Uniti al loro prossimo avversario, l'Unione Sovietica. E cos'è oggi il deposito di bombe nucleari coltivato da ambo le potenze in lotta (per trascurare detentori minori)? Queste bombe saranno tanto più efficaci in quanto non scoppieranno, ma resteranno lì a dire agli altri "io potrei scoppiare". Si producono bombe nucleari perché l'avversario sappia che ci sono, guai a tenerle segrete, la funzione dei servizi segreti è quella di fare sapere al nemico quel che si vuole che sappia.
Nasce quasi il dubbio che l'intera organizzazione dell'universo oggi non sia altro che una conferenza stampa, così come un tempo il vescovo Berkeley asseriva che l'intera organizzazione del mondo, di per sé non esistente materialmente, altro non fosse che un insieme di segni che Dio trasmetteva all'uomo. La produzione di notizie per mezzo di notizie ha prodotto una situazione di idealismo oggettivo. È compito di partiti che si dicono materialisti sapere riconoscere questo nuovo statuto dei rapporti materiali. Ci può essere un limite oltre il quale la fiducia che esistano solo cose che si toccano costituisce l'estremo della perversione idealistica. “
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Brano tratto dalla relazione tenuta da U. Eco il 15 aprile 1978 ad un convegno milanese organizzato dalla Casa della Cultura e dall'Istituto Gramsci su Realtà e ideologie dell'informazione, testo raccolto in:
Umberto Eco, Sette anni di desiderio. Cronache 1977-1983, Bompiani, 1983. [Libro elettronico]
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Sport e Guerra: Un connubio complesso e controverso
Lo sport e la guerra sono due concetti che, all'apparenza, appaiono diametralmente opposti. Lo sport celebra l'abilità fisica, la disciplina, il fair play e la cooperazione, mentre la guerra rappresenta la violenza, il caos, la distruzione e la sopraffazione. Tuttavia, nel corso della storia, questi due mondi si sono spesso intrecciati in modi complessi e controversi. Lo sport come strumento di propaganda e di potere Fin dall'antichità, lo sport è stato utilizzato come strumento di propaganda e di potere. Le prime Olimpiadi, ad esempio, erano strettamente legate alla religione e alla cultura greca, e servivano a celebrare la forza e la supremazia del popolo greco. In tempi più recenti, regimi totalitari come la Germania nazista e l'Unione Sovietica hanno utilizzato lo sport per promuovere la propria ideologia e per rafforzare il senso di identità nazionale. Lo sport come strumento di pace e di riconciliazione Nonostante il suo utilizzo per scopi nefasti, lo sport può anche essere un potente strumento di pace e di riconciliazione. Eventi sportivi internazionali come i Giochi Olimpici e i Mondiali di calcio possono riunire persone di diverse culture e nazionalità, creando un senso di unità e di fratellanza. Lo sport può anche essere utilizzato per promuovere il dialogo interculturale e per abbattere le barriere tra gruppi in conflitto. Esempi di sport e guerra nella storia La storia è ricca di esempi di come lo sport sia stato utilizzato sia in tempo di guerra che di pace. Durante la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, diverse partite di calcio furono giocate tra soldati nelle trincee. Le Olimpiadi del 1936 a Berlino furono utilizzate da Hitler per propagandare la sua ideologia nazista. Al contrario, i Giochi Olimpici del 1992 a Barcellona furono un simbolo di unità e di pace dopo la fine della Guerra Fredda. Il dibattito attuale Oggi, il dibattito sul rapporto tra sport e guerra continua. Alcune persone sostengono che gli atleti e le squadre sportive non dovrebbero essere coinvolti in conflitti politici o militari. Altri, invece, ritengono che gli sportivi abbiano la responsabilità di utilizzare la loro piattaforma per promuovere la pace e la giustizia. Il rapporto tra sport e guerra è complesso e sfaccettato. Lo sport può essere utilizzato sia per scopi positivi che negativi, e il suo impatto sulla società può variare a seconda del contesto storico e politico. È importante essere consapevoli delle diverse implicazioni dello sport e di utilizzarlo in modo responsabile per promuovere la pace e la comprensione tra le persone. Foto di ds-grafikdesign da Pixabay Read the full article
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Rage Against The Machine - Evil Empire
A distanza di 4 anni l’avversione verso la società dei Rage Against The Machine, verso l’impero del male riprende con Evil Empire, titolo che si riferisce al nome con cui nei primi ’80 Ronald Reagan e vari conservatori americani appellavano l’Unione Sovietica. Il secondo album della band di Los Angeles è carico di rabbia nei testi, nei sentimenti, i suoni risultato meno aggressivi e violenti…
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Oggi è in futuro.
Benché non sia facile e sempre stimolante provare a fare delle previsioni sul futuro prossimo. Al momento, abbiamo una Russia con progetti imperialistici, governata da un autocrate e una classe di privilegiati. Una guerra contro l'Ucraina e una Europa che ha passato gli ultimi decenni in uno stato di pace e prospero sviluppo. Il benessere europeo è messo in dubbio dalla guerra ucraina e dalle divisioni politiche tra conservatori moderati e radicali, che hanno approcci diversi verso la guerra russo ucraina. Il risultato è che gli aiuti all'Ucraina non sono adeguati ai bisogni degli ucraini. In Europa ci sono diversi movimenti di persone che vorrebbero una pace ad ogni costo, ma non a costo del loro benessere e tranquillità. Se l’Ucraina dovesse cedere e dovesse accettare la pace imposta da Mosca, gli scenari che si prospettano sono diversi e oscuri. Mosca potrebbe essere tentata di proseguire la sua conquista verso i Paesi dell' ex Unione sovietica, al Nord e al centro Europa. Per creare una fascia di Paesi sotto il suo controllo politico e smilitarizzati. Il rischio di conflitto con la Nato è alto, come pure il rischio di conflitti interni agli stessi Paesi europei, tra i favorevoli alla guerra e i contrari. Paesi disposti a trattare con Mosca e quelli disposti a combattere. Cosa agognata da Mosca, perché renderebbe tutto più facile. Fino a che punto sarà disposta Mosca ad alzare l’asticella delle minacce? Fino a che punto saranno disposti a combattere gli europei? Una guerra costringerebbe le democrazie Europee a irrigidire le forme di governo e questo potrebbe causare ulteriori conflitti interni. Le economie diventerebbero economie di guerra, le società cambierebbero profondamente. Il rischio dell' uso dell' atomica sarebbe alto. Cosa farebbero gli Usa e la Cina? In caso di conflitto tra Europa e Russia, quale sarebbe l'obiettivo minimo da raggiungere per gli europei? Segue....
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I POVERI MUOIONO PRIMA
I comunisti e i problemi di oggi
Il progresso sanitario nell'URSS
Dall'epoca schiavistica al feudalesimo, da questo al capitalismo, ha scritto Gramsci, << tutti i mutamenti del modo di essere e di vivere sono avvenuti per coercizione brutale, cioè attraverso il dominio di un gruppo sociale su tutte le forze produttive della società: la selezione o educazione dell'uomo adatto ai nuovi tipi di civiltà, cioè alle nuove forme di produzione e di lavoro, è avvenuta con l'impiego di brutalità inaudite, gettando nell'inferno delle sottoclassi i deboli e i refrattari o eliminandoli del tutto >>. Non è certo a caso che questa << tradizione >> sia stata spezzata dalla rivoluzione socialista. Lo stato di salute, la condizione sanitaria di una popolazione rappresenta uno degli specchi più limpidi del suo grado di benessere. E' perciò opportuno riferire alcuni dati sulla situazione dell'Unione Sovietica, a cinquant'anni dalla rivoluzione, partendo dalle notizie statistiche sulla mortalità generale, sulla durata della vita, sulla mortalità infantile. La mortalità generale (numero di morti in un anno, su mille abitanti) era nella Russia prerivoluzionaria la più alta, fra le grandi nazioni europee, ed è oggi la più bassa, fra tutte le Nazioni del mondo. Dal 1913 ad oggi i dati sono i seguenti:
Anno Mortalità Generale 1913 30,2 1926 20,3 1940 18,0 1946 10,8 1955 8,2 1966 7,3
La mortalità generale si è ridotta in mezzo secolo di oltre quattro volte. Il paragone con alcuni paesi capitalistici mostra quale è stato l'andamento comparativo del fenomeno:
Nazione Anno Anno 1913 1966 URSS 30,2 7,2 Inghilterra 14,2 11,8 Italia 19,3 9,9 Stati Uniti 13,2 9,5 Francia 19,0 11,1 Svezia 13,9 10,1
La durata media della vita nella Russia prerivoluzionaria era di 32 anni, nello stesso periodo in cui il cittadino inglese viveva in media 50 anni, il francese 47 anni, lo statunitense 49 anni. Attualmente la vita media del cittadino sovietico è di 70 anni, cioè al livello dei paesi capitalistici più sviluppati: con la differenza che le medie dell'URSS rappresentano situazioni relativamente omogenee fra città e campagna, fra zona europea e repubbliche sovietiche asiatiche, mentre nei paesi capitalistici esistono profonde differenze fra le classi sociali. La mortalità infantile (numero di morti di età inferiore ad un anno, su mille nati vivi) ha avuto nell'URSS la seguente evoluzione:
Anno Mortalità infantile 1913 273 1926 174 1940 182 1946 87 1955 60
Mentre fino alla Rivoluzione d'ottobre morivano ogni anno due milioni di bambini di età inferiore ad un anno, ora la mortalità infantile si è ridotta a meno di un decimo, è scesa dal 273 al 26 per mille. Questo indice, raggiunto nel 1966, è assai inferiore a quello dell'Italia, ove i morti di età inferiore ad un anno sono 35 su mille nati vivi. Un pediatra che ha visitato l'URSS, il sen. Gatto, ha scritto: <<Certo un progresso in questo campo si è poi riscontrato in tutte le nazioni civili, soprattutto in virtù dei progressi terapeutici, ma in nessun paese del mondo la riduzione della mortalità infantile è avvenuta con tale ampiezza di scarto. E sì che la cifra del 26 per mille è riferita a tutta l'Unione Sovietica, che comprende repubbliche al centro dell'Asia e paesi ancor più meridionali del nostro Mezzogiorno. Se si considera questo quoziente nelle singole repubbliche si scontrano dati che vanno da appena il 19 per mille nelle zone più occidentali al 32 per mille nelle zone asiatiche, che appena qualche decennio fa avevano un tipo di società pastorale e nomade. Eppure lo scarto fra questi due dati non è così forte come quello che si rileva ancora in Italia, dove si va da un quoziente di circa il 20 per mille in Emilia a quasi il 50 per mille in Lucania. Segno evidente che l'attività di medicina preventiva e sociale dell'infanzia si è sviluppata in modo organico in tutta l'URSS, superando squilibri territoriali che parrebbero a prima vista insormontabili >>. Questi dati sommari sulla mortalità generale, sulla durata della vita e sulla mortalità infantile mostrano che l'URSS ha raggiunto e spesso superato, come livello sanitario complessivo, i paesi capitalistici più sviluppati, pur partendo da condizioni assai arretrate e pur soffrendo le distruzioni e le battute d'arresto di due terribili guerre. Questi dati mostrano che il processo rivoluzionario, l'emancipazione delle classi e dei popoli oppressi modifica radicalmente le condizioni di esistenza, e costituisce di per sé la fonte di maggior risparmio di vite umane, il miglior programma di sanità pubblica, il modo più rapido e completo per consentire ad ogni essere umano di godere la più elementare fra le libertà: quella di vivere. Accanto al mutamento della struttura sociale si è sviluppata nell'URSS una rete sanitaria capillare, che consente di prevenire e curare le malattie in tutti gli strati della popolazione. L'URSS è oggi il paese del mondo che ha il più alto numero di medici rispetto alla popolazione.
Nazione N. di abitanti per ogni medico URSS 406 Inghilterra 680 Italia 613 Stati Uniti 537 Francia 649
Il numero di medici, del personale sanitario ausiliario (per ogni medico vi sono altri 7 fra infermieri, tecnici, laboratoristi, etc.), dei letti ospedalieri (10 per mille abitanti), della rete di ambulatori e dispensari copre praticamente tutte le necessità sanitarie di attrezzature e di personale. I traguardi successivi per l'URSS, una volta raggiunti i livelli di organizzazione che sono considerati l'optimum dall'Organizzazione mondiale della sanità, consistono nel miglioramento della qualità e dell'efficienza del servizio, nell'adeguarlo continuamente ai progressi della scienza ed all'evolversi delle malattie.
Continua...
Testo di Giovanni Berlinguer, 1968
-A cura della Sezione centrale stampa e propaganda del PCI
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