#divulgatori
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giambonierebolle · 2 years ago
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Analfabeti funzionali e dove trovarli.
Di idiozia, fra "esponenti della divulgazione", ne troviamo in gran quantità.
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Il mestiere del divulgatore (esattamente quanto per un insegnante) richiede come primo requisito essere persone pazienti: deve arrivare l'Informazione al pubblico, il più vasto possibile, e non il tuo carattere autoritario, scortese.
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pier-carlo-universe · 25 days ago
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Montagna, fanno assaporare sorpresa-sapere, ecco i 386 'divulgatori'
386 ‘divulgatori’ Sono gli operatori naturalistico-culturali del Cai, a Modena loro congresso Modenese. Ci sono le guide alpine ei maestri di sci, ma a ‘guidare’ in montagna ci sono anche loro: gli operatori naturalistico-culturali, gli ‘Onc’. Si tratta di figura titolata che promuove la divulgazione degli aspetti scientifici, naturalistici, antropici e culturali della montagna, attraverso…
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abr · 5 months ago
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Il dubbio appartiene al regno della scienza, la certezza a quello dei boccaloni.
Uno dei dogmi oggi più diffusi, è che la crescita di CO2 in atmosfera dipenda esclusivamente dalle attività umane. (Notare, CO2 rappresenta solo lo 0.0415% dell'aria in cui siamo immersi, in altre epoche anche storiche ce n'era di più ma sempre % irrilevanti sul totale; su Venere, pianeta "serra" per antonomasia, la CO2 è il 95,6% dell'atmosfera).
Nel 2020, a causa della pandemia c’è stata una diminuzione del 6% della emissione di combustibili fossili. Se la Co2 dipende dall’uso dei combustibili fossili, ci dovremmo aspettare una conseguente sua diminuzione. Verifichiamo:
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Quello sopra è il grafico delle emissioni di CO2 a fatte dall’osservatorio di Mauna Loa, Hawaii, tra il 2016 e il 2021. La quantità di CO2 nell’atmosfera continua a crescere con lo stesso tasso degli anni precedenti. I fatti smentiscono l'ipotesi antropica.
Ma andiamo avanti. Si sa che nell’emisfero Nord le emissione sono circa 15 volte più elevate che nell’emisfero sud, dato che i paesi industrializzati, la popolazione e le aree continentali emerse sono concentrati lì. La zona equatoriale è una sorta di muro nella circolazione delle correnti - barriera delle cosiddette "calme equatoriali"; il risultato è che, sostanzialmente, mentre l'aria da ovest a est si mescola molto, quella tra i due emisferi meno. Dovremmo quindi aspettarci una maggiore quantità di CO2 nell’emisfero nord rispetto a quella dell’emisfero sud.
I dati di 4 osservatori, due nell’emisfero Nord e due nell’emisfero Sud, mostrano che non ci sono sostanziali differenze dal 1975 al 2020 nella presenza di CO2 nei due emisferi.
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Sono ancora tutte intere le granitiche certezze sulla origine antropica dell'aumento di CO2 nell'atmosfera? Non tra chi coltiva DATI e DUBBI prima di formarsi opinioni.
Sottolineo: DATI, DUBBI, OPINIONI. Qui non si spacciano certezze ma nemmeno Fedi, quello lo lasciamo fare ad illetterati "divulgatori" per come la capiscono naturalisti, geologi, medici, giurisprudenti e altri addetti a discipline dogmatiche accademiche top-down alla TozziMario et alter, da zelanti chierici anelanti a Fedeli più che a Fedi.
elaborato via https://x.com/climacritic
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falcemartello · 2 years ago
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Seguono...
Cicciolina: noi vergini
Schlein: noi poveri
Bonaccini: noi capelloni
Di Maio: noi diplomatici
Conte: noi statisti
LaRussa: noi amanti nostalgici della libertà
Meloni: noi che abbiamo la stessa armocromosta di Elly
Renzi: noi amanti della lingua inglese
Bassetti: noi scienziati
Capua: noi virologi
Cecchi Paone: noi divulgatori
Gassmann: noi attori
Bergoglio: noi difensori del Vangelo e della parola di Dio
Fedez: noi musicisti
Mentana: noi giornalisti
Hannibal Lecter: noi buongustai.
[etc.]
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empaticamentesblog · 1 year ago
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Il giorno della memoria...corta e inesistente.
A sentire i politici e vari personaggi italiani, il giorno della memoria è un giorno da ricordare perché è un passato che deve insegnare a costruire un mondo migliore; un passato che deve fare in modo che certe cose non si ripetano più.
Ma in che modo non si ripetono più? Nel fornire armi per una guerra in corso, anziché fungere da mediatori? Oppure manipolando i cittadini inducendoli ad odiare chi non fa i loro interessi? Un po' come fece Hitler inducendo i tedeschi, stanchi e incazzati per il Precariato, ad odiare gli ebrei fino allo sterminio. Un po' come fecero qui in Italia, durante la pandemia, tra pro vax e no vax inducendo l'uno ad odiare l'altro, ma la gente assorta nel panico più totale neppure lo notò. Ma per fortuna non c'erano i presupposti per arrivare ad uno sterminio Hitleriano. E poi un po' come fecero nei confronti dei percettori del reddito di cittadinanza, facendo credere che i richiedenti erano solo parassiti... inducendo così la maggior parte delle persone ad odiarli e schifarli senza neppure sapere se fossero parassiti o in vera difficoltà. Un po' come fecero verso gli stranieri immigrati, inducendo il popolo ad odiare una persona solo perché immigrata clandestina. Però erano "boni" i soldi che vi entravano per ogni clandestino sbarcato... Ah... Un immigrato violentava? Ed ecco lì che, pur di colpire l'avversario politico, concentravano il problema delle violenze sugli immigrati convincendo gli italiani ad odiarli, quando in realtà siamo pieni di italiani stupratori e spesso ci mangiamo insieme senza neppure sapere che lo sono. Come si può credere che questi politici piangano la morte di milioni di poveri ebrei, quando lo stesso Stato in cui viviamo lascia morire ogni giorno, nel silenzio, il popolo meno abbiente tra tagli sulla Sanità, Precariato causato dalle loro stesse leggi inefficaci nel mondo del lavoro, tagli alle Forze dell'ordine oramai quasi prive di ogni potere e intervento diretto per i cittadini?! Manipolatori e divulgatori di odio, incapaci di gestire il proprio Stato oramai alla deriva tra Malasanità, Malagiustizia, Malaistruzione, Precariato, mancanza di controlli e ordine, pronti a mietere vittime fornendo armi anziché tentare altre strade, ma parlano del giorno della memoria... Ma di quale memoria si parla? Io vedo sempre gli stessi scenari e purtroppo non si salva nessuno. Come fate ancora a credere in loro? Come fate ancora a difendervi un Partito? Come fate ancora a farvi manipolare da questi sciacalli?
Beati voi che credete ancora in qualcuno, io ho smesso da un pezzo...
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susieporta · 2 months ago
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Cinque di Coppe
"Ai piedi del Varco".
Si sta esaurendo la potente ondata di trasformazione interiore che ha investito in questi ultimi giorni ogni cellula del nostro "sentire".
Il Portale si è aperto davanti ai nostri occhi.
E per molti è stato davvero complesso "sostare" ai suoi piedi, tentando di attraversarlo, con la atterrita sensazione di "perdere", "di abbandonare", di "cancellare" parti di noi a cui eravamo da troppo tempo identificati.
Mancano ancora poche "spinte" e il grande Varco sarà accessibile all'ingresso delle Anime che hanno scelto di attraversarne l'uscio e di percorrerlo fino in fondo.
E' un Varco del "Sentito".
Esso si muove letteralmente senza preconcetti, schemi precostituiti, mappe del Passato.
E' per questo che terrorizza.
Le persone all'oggi hanno perso la loro originale "Fede nel Sentito".
Confidano più nella loro Mente, che nel loro profondo Intuito.
Non si abbandonano alla possibilità di essere pienamente in grado di "autodeterminarsi", di essere "colme di maestria".
Non si concedono di credere alla loro ancestrale capacità di "cogliere il sottile", senza doverlo per forza spiegare, capire, analizzare.
Non sono ancora pienamente consapevoli che "il Cuore sa". Sempre. In ogni istante. Lui "sa".
"Cosa sa", a volte non è neppure importante portarlo a divenire "conoscenza" o "spiegazione razionale".
Molte Antiche Anime della Divulgazione continuano a concentrarsi sui "contenuti", sulle parole, sui concetti.
E dimenticano che il "vero cambiamento" avviene sempre prima sul piano Emozionale. Perché è quello il piano che impedisce il dispiegarsi dei Doni interiori.
All'oggi, la Parola (il cosiddetto "Verbo"), se vibra solo di nozioni, non ha più alcun senso per chi la riceve. Non produce "suono". Non smuove alcuna "assonanza".
Ed è per questo che il linguaggio deve svuotarsi di "contenuto" e riempirsi di "ascolto".
Non è necessario infarcire l'Umanità di "conoscenza", ma di "frequenza allineata" e di "armonia di riferimento".
Allora ognuno diventa "libero" di accedere a ciò che gli serve veramente. Dentro se stesso, non fuori.
Indottrinare di contenuti che andavano bene per il "vecchio sistema" all'oggi può divenire una traccia totalmente fuorviante.
Ciò che è stato il percorso di ciascun Messaggero, ciò che "sa", ciò che ha "imparato" o "ereditato", può non corrispondere in alcun modo a ciò di cui necessita l'Altro per se stesso.
Ma c'è una "Nota", che vibra per tutti allo stesso modo: ed è il Cuore.
E ciò che dovrebbe portare l'Attivatore oggi, è solo e semplicemente il ricordo vibrazionale di quella straordinaria Nota di riferimento, con la sola presenza.
Senza utilizzare tante parole o concetti, credenze, storie antiche, vecchi costrutti pronti ad infarcire di sterili informazioni le già oberate teste delle persone.
Il "sentito" salverà l'Umanità.
E la fiducia in esso.
Null'altro.
I "divulgatori" dovranno lavorare più degli altri per corrispondere la Parola alla Vibrazione originale. Dovranno compiere un profondo lavoro interiore prima su loro stessi, radicato e presente, e solo dopo potranno coscientemente ritornare tra il pubblico.
Non a parlare. Ma ad "ascoltare".
Con il "Cuore".
E "toccare" con delicatezza e rispetto i Doni degli Altri.
Cosicché essi si "ricordino" della loro originale Bellezza. E riaccendano il Cuore alla Vita e al mondo delle "Possibilità".
Oltre il trauma, oltre ciò che non vedono, oltre il vecchio schema.
Questo è il compito delle Guide.
Non "sostituirsi", non indottrinare, non distrarre con "storie e credenze antiche".
Non infarcire di concetti.
Solo "toccare" il Cuore.
Qualche secondo.
Ed esso si "accorda". E ricomincia a "battere per la Vita".
Per se stesso.
Oltre il dolore. Oltre la perdita. Oltre la confusione.
Le Anime Diamantine già lo sanno.
Quelle del Cristallo faticano ancora a ricongiungersi a questa nuova Realtà. Che è immediata, rapida, essenziale. Non è anticamente "lunga, biblica e bibbiosa".
Non necessità di "spiegoni".
Ma di "attimi".
Attimi di "ricordo".
La Storia sta per cambiare. Noi "stiamo per cambiare".
Non pensate, non leggete, non riempitevi la Mente di concetti.
Sentite. E basta.
L'Anima parla attraverso il Cuore.
E d'ora in poi sarà la nostra unica "certezza".
Mirtilla Esmeralda
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softevral · 6 months ago
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Dicono che, in Italia, esistano scienziati; mi meraviglio, poiché, fino ad oggi, io ho rilevato, anche fra sedicenti divulgatori scientifici "pop", solo leccatori di ani papali, mangiatori di tarzanelli ecclesiastici, e postatori di "miracoli" ricevuti dal divulgatore, da qualche loro affezionata bimba (minchia).
Ieri Padre Pio; oggi: Barbe Porcodio.
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chez-mimich · 5 months ago
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DANILO REA_OPERA IN JAZZ
Per rendere “simpatico” il jazz al grande pubblico non c’è strada migliore che cercare di renderlo digeribile con ibridazioni e ammiccamenti con i ritmi della grande musica popolare. Operazioni simili si sono già viste alla televisione, per esempio per la danza, basta ricordare le trasmissioni televisive di Roberto Bolle che si è prestato a questa operazione di grande divulgazione (e quindi forse anche Andrea Bocelli andrebbe ascritto ai grandi divulgatori in campo musicale per la lirica). Un’operazione simile con il jazz la fa Danilo Rea che a JazzMI ha presentato, sabato scorso al Teatro della Triennale di Milano (ex-Teatro dell’arte), “Opera in jazz”, operazione piuttosto compressa, volta a portare il jazz a dialogare con i grandi interpreti del passato della lirica italiana. Pezzi ed arie celeberrime dell’opera lirica sono rielaborate al pianoforte in chiave jazzistica, mentre su uno schermo scorrono immagini, fotografie e filmati storici degli interpreti dell’opera. Si incomincia con una “Casta diva” nella memorabile e irraggiungibile interpretazione di Maria Callas da “Norma” di Vincenzo, Bellini, si prosegue con “Una furtiva lagrima” dall’ “Elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, cantata da Enrico Caruso, e via via fino ad arie meno consumate dall’uso, ma sempre di grande impatto, concludendo, per il bis, con la canzone italiana per eccellenza, ovvero quel “O sole mio” di  Alfredo Mazzucchi e Eduardo Di Capua, celebrata, cantata e ricantata in tutto il mondo con una impennata di celebrità in questo nuovo millennio. E il jazz? Bisogna riconoscere che, nonostante queste operazioni siano sempre un po’ rischiose, il risultato è assolutamente pregevole, date anche le capacità tecniche di prim’ordine di Danilo Rea. Non era facile, come lo stesso Rea ha ricordato dal palco al folto pubblico, dialogare con un cantante o una cantante che in realtà non ti ascolta, la cui voce, anzi la cui registrazione monofonica della voce, proviene dalla notte dei tempi della musica riprodotta. Rea riesce eccellentemente nell’operazione, tanto che qualche aria sembra continuare naturalmente nella sua tastiera poliedrica. Se qualche dubbio resta, almeno a me, è il senso generale dell’operazione, come se il jazz non bastasse a sé stesso e altrettanto vale per l’opera lirica. Ma io oltre a non fare testo, sono sempre un po’ troppo esigente e un po’ troppo rigoroso, anche con me stesso, e queste “scampagnate musicali” mi sembrano sempre un po’ delle operazioni azzardate. Quelle che invece sembrano proprio di difficile digestione, sono le immagini proiettate sullo schermo, di una bruttezza e di un cattivo gusto esemplari: elaborazioni elettroniche di rose che fioriscono, fiocchi di neve da centro commerciale, bolle, riflessi, ombre e tramonti napoletani degni di una pizzeria. Forse, se proprio necessario, sarebbe bastato proiettare le rare immagini della Callas, di Beniamino Gigli, di Mario del Monaco o di Mascagni, Rossini e Puccini nel loro originale e fascinosissimo b/n. Spero soltanto che il Roberto Grossi che ha curato la parte video della serata, non sia lo stesso Roberto Grossi, ex studente nella mia stessa scuola e scenografo di mia conoscenza, perché sarebbe la fine di una amicizia…
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crazy-so-na-sega · 11 months ago
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invero lo storico a tutto tondo si sforza di non dare giudizi, e in questo sforzo (che vien fuori nel linguaggio che usa) sta la sua grandezza, ..poi ci sono gli altri (storici divulgatori) che hanno una tesi.
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precisazioni · 2 years ago
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ieri ho partecipato alla presentazione che la domenica il collettivo ultima generazione tiene su zoom; vorrei, infatti, inserirmi nel giro o almeno sperare di fare un minimo contro il cambiamento climatico. le misure che intraprendono sono talvolta sufficientemente accese da non risultare dai più condivisibili; d'altro canto, penso non siamo nella condizione in cui possiamo permetterci di criticare, passivamente e senza far nulla, le azioni intraprese dagli attivisti, sentenziando cosa è opportuno e cosa no: agire in modo non violento, provando a fare ogni cosa possibile per smuovere l'opinione pubblica e da lì, si spera, il potere. non che abbia fiducia, ma non rimane altro da fare
a presentare il collettivo era un ragazzo che, con una evidente nota di disperazione e nervosismo, ha parlato di come l'aumento di 1,5 gradi sia da tempo inevitabile, in quanto le temperature odierne risentono dell'inquinamento effettuato circa vent'anni prima; come dire, se avessimo dovuto evitare il tetto degli 1,5 gradi avremmo dovuto agire a inizio degli anni duemila; e se dieci anni fa mi canzonavano per il mio interesse sul tema, non immagino quanto l'informazione a inizio millennio era inesistente. oltre a questo, ha anche parlato di come il famigerato aumento di 1,5 gradi comprenda non solo le terre emerse ma anche le acque che invece hanno temperature inferiori all'incirca di 7 gradi, e che quindi porterebbe l'innalzamento delle temperature su terraferma non di 1,5 gradi ma di 7-8 gradi come media globale
vorrei dunque tornare a una riflessione che ho scritto qualche giorno fa. quanto la comunicazione sul cambiamento climatico arriva al lavoratore medio? se da un lato sono contento che vox, in spagna, non abbia raggiunto la maggioranza, dall'altro mi ha preoccupato leggerne il programma, pregno di negazionismo. mi spaventa che in molti abbiano votato per quei punti ma al contempo mi chiedo le ragioni; trovo sia urgente partire dal modo in cui sono comunicate queste cose: infatti, ho l'idea che i concetti relativi alla lotta climatica non vengano approvati da molti perché non spiegati con semplicità - ovvio che poi gli estremisti di destra veri e propri purtroppo esistano, ma molti di quegli elettori non lo sono. stessa situazione accade con l'npd tedesca: a votarli spesso sono contadini i cui provvedimenti contro il riscaldamento globale attuati dal governo in carica stanno portando grossi problemi economici. come biasimarli, dopotutto?
gli scienziati ne parlano da decenni ma probabilmente non sono tra i migliori divulgatori. serve un'azione informativa trasparente, che spiega quanto il fenomeno sia tragico e come riguarda tutti noi in ogni parte del mondo, tra morti per caldo, acque acide, migrazioni di massa, tornadi ed eventi tropicali in zone insospettabili. dobbiamo superare l'allarmismo e pressapochismo che spiega nulla: non serve e crea inimicizie. d'altro canto, non amo l'approccio di slogan su cui estrema destra e populismo hanno aumentato il loro consenso, una diretta conseguenza di neoliberismo e social; forse però, quella comunicazione, privando al contempo la sinistra della narrazione da colti ed elitisti perché riprenda lo spirito operaio del novecento, potrebbe essere lo spiraglio per arrivare alle persone che non sono state educate o non hanno voglia né tempo di comprendere la complessità e la gravosità del cambiamento climatico
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queerographies · 2 years ago
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[Corpi ribelli][Giulia Paganelli]
Nelle pagine di Corpi ribelli, divulgatori, professionisti e attivisti portano le loro testimonianze dando vita a un racconto corale appassionato, formato da tanti sguardi diversi, ma tutti rivolti verso un futuro di inclusione.
Lo sappiamo: i corpi non sono tutti uguali. Pur facendo parte di un Tutto, come i pianeti all’interno delle galassie, ogni corpo ha caratteristiche proprie che lo rendono unico e diverso. Diverso, non meno valido. Tuttavia, esiste un posto, la «terra dei corpi che nessuno vuole», in cui sono confinati quei corpi che, non rispecchiando canoni imposti dal sistema dominante, vengono definiti «non…
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pier-carlo-universe · 4 months ago
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"Il Mistero di Darwin": Massimo Polidoro al Teatro Menotti per un viaggio tra scienza e misteroDal 3 all'8 dicembre, un racconto avvincente sulle origini dell'umanità e il genio di Charles Darwin
Massimo Polidoro, noto divulgatore scientifico e scrittore, porta in scena uno spettacolo che mescola parole, musica e immagini al Teatro Menotti di Milano. 
Massimo Polidoro, noto divulgatore scientifico e scrittore, porta in scena uno spettacolo che mescola parole, musica e immagini al Teatro Menotti di Milano. “Il Mistero di Darwin” affronta il viaggio intellettuale e umano di Charles Darwin, svelando dubbi, paure e scoperte che hanno rivoluzionato la nostra comprensione della vita sulla Terra. Lo spettacolo: un’indagine sulle origini…
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abr · 10 months ago
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(I)l cosiddetto Modello standard della fisica delle particelle, un impianto teorico che descrive la natura e il comportamento della materia ordinaria (cioè non oscura), (...) è il più solido e verificato sperimentalmente per (...) fare previsioni accurate sui fenomeni naturali. Ma non è ancora perfetto: nel corso del secolo scorso, infatti, astronomi e cosmologi hanno cominciato ad accumulare osservazioni sperimentali, legate soprattutto a fenomeni che hanno a che fare con la gravità, che non potevano essere spiegati né previsti dal Modello standard. (...)
Per questo motivo, già nel 1932, l’astronomo olandese Jan Oort propose la presenza di un altro tipo di materia – la materia oscura, per l’appunto – con la quale riconciliare osservazioni sperimentali e modelli teorici. (Sinora) questo tipo di materia non è mai stata osservata direttamente e non abbiamo ancora un’idea precisa di quali dovrebbero essere le sue caratteristiche.
(S)tando alle stime attuali, questa elusiva entità rappresenterebbe addirittura la maggior parte dell’Universo – l’85% circa di tutta la materia esistente e il 27% circa della massa totale.
via https://www.wired.it/article/materia-oscura-gravita-massa-universo-studio/
Il caso della materia oscura lo uso da tempo ad esempio di come ragioni la scienza, dei limiti che ha e di quel che invece ne ricavano i sarchiaponi col diploma o i laureati con lode e phd in fisica ma recenti, con docenti sessantottini e il pubblico sciolto dal profondo bisogno di FEDE.
Fuorviati da divulgatori cani, esemplificati in quel "ma (il modello) non è ancora perfetto" degno di espulsione da tutte le scuole del regno con calcio in chiulo. Al contrario, gli scienziati ben sanno che non esistono "modelli perfetti" ma solo modelli che approssimano la realtà; di più, quelli che sembrano "perfetti" lo sono solo temporaneamente, come il modello standard fino al 1932.
Torniamo all'esempio Materia Oscura - btw, l'articolo accenna - male - a tentativi di superare il concetto. In sintesi: l'esistenza della materia oscura viene postulata da Oort nel 1932 per "far tornare" le equazioni del modello standard, a fronte di osservazioni che mostravano come in certi casi non fosse affatto preciso, anzi proprio sbagliato.
Lo scienziato "postula" perché vorrebbe salvare il modello standard che al 95% funziona ("é elegante") e inoltre, non esistendo ancora una nuova teoria che lo superi, meglio la toppa dello strappo destabilizzante, del salto nel buio, nell'ammissione "non abbiamo capito bene come funzioni".
Lo scienziato vero però sa bene che trattasi di ipotesi, di roba che esiste nelle equazioni non nella realtà, fin che non si osserva sperimentalmente. Siamo nelle condizioni di fine Ottocento, quando gli scienziati postulavano l'esistenza di una sostanza pervasiva detta "Etere Luminifero" che esisteva all'unico scopo di propagare le onde elettromagnetiche, ad es. la luce delle Galassie, non potendo farlo il vuoto. Poi arrivò Einstein e il suo fotone a dargli il Nobel - non la Relatività - e tanti saluti all'Etere. Oggi il nuovo Etere Oscuro siamo ancora costretti a tenercelo stretto, fino a quando non si sa.
Ripeto, lo scienziato vero sa che il teorico naviga a vista tra teorie (modelli) e ipotesi di lavoro ("postulati") in attesa della spada di Damocle di nuove misure che spacchino regolarmente tutto, tipo quelle sull'accelerazione dell'espansione dell'Universo. En attendant il nuovo Einstein di turno che sistemi la cucina.
Il Fedele, fomentato dal Divulgatore cane, invece tutto questo non lo sa: è convinto che la Scienza rimpiazzi le Scritture, occupandosi di Fatti e Certezze e stabilendo le Verità incontrovertibili. Estendendole stiracchiate sino ai modelli del clima futuro!!! Poveretti, le delusioni che li aspettano.
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montagne-paesi-news · 8 days ago
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bongianimuseum · 18 days ago
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La presentazione di Sandro Bongiani
“L’arte inquieta tra corpo, ossessione e creatività”
Presentazione di Sandro Bongiani, Salerno 10 marzo 2025
A 80 anni esatti da quando Jean Dubuffet coniò il termine “Art Brut” per descrivere le opere degli autori “outsider” e a 40 dalla scomparsa dell’artista francese (1985), viene ricordato in Italia con un progetto internazionale “Outsider Art Brut” a cura di Sandro Bongiani con la presentazione di 51 opere di altrettanti artisti internazionali invitati che hanno voluto essere presenti a questo importante appuntamento collettivo.
Art Brut è il termine coniato nel 1945 dall'artista francese Jean Dubuffet per indicare gli artisti autodidatti che indagano con le loro esperienze al di fuori dei limiti restrittivi della società, condividendo appieno i valori degli emarginati della società e con il desiderio altresì di legittimare in senso espressivo le opere d'arte create anche da pazienti psichiatrici nate spesso da fragili stati mentali e soprattutto da problemi esistenziali e sociali, frutto spontaneo di una tensione e carica espressiva non mediata dalla logica del mercato dell’arte. In tempi non recenti Dubuffet scriveva:  “La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee. L’Art Brut non è  da considerarsi "arte brutta", ma spontanea, non ricerca il bello, ma si concentra sulla natura e sulla vita per contrapporsi agli orrori e oggi alle difficoltà dell’esistenza. Una ricerca per certi versi condivisa in parte dal mondo degli artisti dell’arte postale per quanto riguarda, soprattutto, la marginalità e l’inattualità rispetto il prodotto artistico proposto dal mondo del sistema ufficiale dell’arte. Brut significa altro e primitivo in opposizione a “culturale”, ma anche puro, autentico, incontaminato. L’Art Brut nasce da una imperiosa necessità interiore e convive duramente le più importanti  tensioni della vita gettando un ponte tra il visibile e l’invisibilein cui le inaspettate convergenze sono intessute di libertà e di cammino solitario. 
In tal senso, Dubuffet  polemizzando con il sistema dell’arte ufficiale nel 1978 scriverà a Guglielmo Achille Cavellini una lettera in cui si rimarcherà di come viene gestita male la creatività dai “divulgatori” e dagli improvvisatori dell’arte contemporanea, scrivendo: “Caro Guglielmo Achille Cavellini, noi tutti abbiamo all’inizio dedicato la nostra fede (il nostro entusiasmo giovanile) a degli schemi che si sono rivelati ingenui. Abbiamo creduto innocentemente che la capacità producesse il merito e che dal merito venisse la gloria. Abbiamo scoperto via via nel tempo che ciò non accade. Abbiamo imparato che, nei rapporti sociali, è la gloria che crea il merito e la capacità. Ed ecco che ora scopriamo che questo concetto di capacità è scomparso divenendo un’idea ingannevole che i divulgatori introducono a loro piacimento. Ridiamo ora attraverso di lei dei nostri sbagli precedenti. Ridiamo del merito e della gloria. Ridiamo del pubblico e della  società, ridiamo delle loro beffarde mitologie. Questo è il messaggio che sgorga dalla sua sferzante e  singolare attività. La saluto e la elogio. Vivissimi auguri”. (Da una lettera di Jean Dubuffet  a Guglielmo Achille Cavellini, del 15-10-1978 conservata nell’Archivio Guglielmo A. Cavellini di Brescia).
L’artista francese era nato a Le Havre nel 1901 ed era morto nel 1985 a Parigi. A circa vent’anni aveva iniziato a dipingere, ma è soprattutto nella seconda metà del secolo che aveva trovato, grazie alla complicità dei malati di mente, gli stimoli e la situazione adatta per dare una “sterzata vitale” a tutta la storia dell’arte. In tanti lunghi anni di lavoro, Dubuffet ha sempre lavorato per cicli, dalla “Preistoria” (1917-1942), dove si alternano momenti di abbandono e di ripresa dell’ attività, fino alla produzione continua che va dal 1942 al 1984, dalla materia e dell’informale degli anni 50 al ciclo dell’Hourloupe del 1974, tutto proteso verso un’arte totale, per poi concludere con l’ultimo ciclo di lavoro in cui cerca di riprendere le vecchie ricerche e definire strani grovigli di materia che stanno sospesi tra la figurazione e l’astrazione, tra l’essenza selvaggia e la natura. Nell'immediato dopoguerra Dubuffet scopre nella Svizzera romanda la collezione dello psichiatra Walter Morgenthaler. La raccolta di Morgenthaler comprendeva diverse migliaia di opere, eseguite da artisti schizofrenici ricoverati nella clinica psichiatrica di Waldau (BE).
A partire dal 1945, inizierà a raccogliere e collezionare opere espressamente di Art Brut, lavori spontanei, immediati, creati da persone prive di una specifica formazione artistica che vivono spesso ai margini della società o sono internate in ospedali psichiatrici, che nella stagione del 1954, appunto, proverà a definire col termine di  “Art Brut”. Nel 1951 la collezione di Dubuffet, costantemente ampliata grazie all'acquisizione di opere di autori prevalentemente europei, venne trasferita provvisoriamente a East Hampton, nei pressi di New York, dove rimase fino al 1962. Nel 1971 Dubuffet preoccupato di trovarle una definitiva collocazione presso un ente pubblico, considerò l’opportunità di riportarla in Svizzera, Paese in cui era nata. La Collection de l'art brut venne inaugurata nella sua nuova sede, il castello settecentesco di Beaulieu, nel febbraio del 1976, con oltre 5000 opere realizzate da quasi 500 artisti. Oggi, la “Collection de l'Art Brut” di Losanna possiede una straordinaria raccolta di oltre 70.000 opere nate dal nucleo iniziale della donazione Dubuffet e arricchita nel corso di diversi anni. Di fatto, questo museo risulta un punto di riferimento inscindibile e prioritario se si vuole comprendere concretamente il pensiero e le opere d’impronta Art Brut. Libero da preconcetti, attento a riflettere silenziosamente su possibili “nuove situazioni” e soprattutto, a rimettersi continuamente in gioco, cambiando spesso i connotati al suo lavoro e progettando situazioni sempre più imprevedibili. Insieme ad André Breton fonderà la “Compagnie de l’art brut” supportata dalle riflessioni personali scritte nei “Cahiers de l’Art Brut. Dubuffet rimane nell’arte il personaggio più singolare del novecento, l’unico che ha saputo liberarsi dalle costrizioni della cultura ufficiale, e alla bisogna, dare fiato al flusso   del pensiero spontaneo e selvaggio.
La normalità “anormale”
Di sicuro la nostra società malata di protagonismo e di solitudine, per comodo, ha sempre fatto una netta distinzione tra un’arte ingenua e quella colta, innestando un alto spartiacque che ha sempre delimitato le due esperienze, purtroppo, si è capito troppo tardi che non esiste una chiara linea di demarcazione che possa separare facilmente le due situazioni. Oggi, in un contesto assai alienato e diffuso è molto più facile trovare la cosiddetta “anormalità”; quante persone vanno a curarsi dall’analista perché soffrono di strane fobie, di nevrosi e persino di allucinazioni. Come è possibile tracciare una linea che demarchi concretamente la normalità dall’anormalità, la logica dal delirio e il gioco dall’ossessione. Tutto ciò risulta difficilmente credibile. Certamente, uno degli artisti che capì per primo questo grosso dilemma è stato Jean Dubuffet, che con”l’Art Brut” creò quel movimento capace di evidenziare l’arte dei malati di mente da quella cosiddetta ”accademica”. Il binomio “arte e follia” si era posto già nel mondo greco con la “ispirazione”, che faceva dell’artista un esecutore prediletto degli dei.  Cesare Lombroso, nell’Ottocento, capì anche che l’arte era sinonimo di follia e che la follia era una esigenza prioritaria per produrre arte, infatti, nel 1882, scriveva: “La follia soventemente sviluppa l’originalità dell’invenzione parchè si  lascia  più libero il freno dell’immaginazione  dando  luogo a creazioni da cui rifuggirebbe una mente troppo calcolatrice per paura dell’illogico e dell’assurdo...”. Lo stesso Dubuffet, spesso, confessava: ”Credo che in Occidente si abbia torto a considerare la follia come valore negativo, credo che la follia sia un valore positivo molto prezioso”. Una lucida presa di coscienza verso il fascino indiscreto dell’insolito, del mistero, essendo  sempre stato  interessato ad indagare sul versante “non logico e razionale” della visione e quindi a dare degna dignità alla follia e all’ossessione della creazione.
Apparire e non essere
Mai come oggi l’uomo è stato relegato a una condizione di insostanziale e semplice comparsa in cui l’apparire non corrisponde a un “esserci”, un uomo omologato anche per suo stesso volere “a una dimensione” come lo intendeva Herbert  Marcuse nella pubblicazione del 1964,  in cui il sistema ha privato persino la possibilità di sognare. Un apparire dell’uomo contemporaneo che alla ricerca ansiosa del successo sociale rimane imbrigliato per essere soltanto l’emblema  più deviante di questa falsa e inquieta società. Di certo, nessuna epoca storica, per quanto assolutistica e dittatoriale ha conosciuto come oggi un simile processo di massificazione, poiché nessun tiranno era in grado di creare un sistema di condizioni d'esistenza tali in cui l'omologazione e la solitudine fosse l'unica possibilità di vita per essere accettati.” Pertando, nella vita come nell’arte e in qualsiasi campo di rapporti sociali si procede oggi per inerzia con  proposte  e messaggi decisamente  “deboli” prelevati momentaneamente  dal presente, che non hanno la forza e il carattere di resistere al tempo e alla vita, spesso  annichiliti   già dall’inizio per essere facilmente assorbiti da un sistema sociale e culturale destinato all’omologazione collettiva.
La follia, lo specchio della nostra esistenza
La follia non è semplicemente una patologia da confinare negli ambiti della psichiatria. È, prima di tutto, una condizione umana che ci riguarda tutti, perché ognuno di noi si muove su un confine sottile tra razionalità e smarrimento. La follia è lo specchio della nostra esistenza, le fragilità che tentiamo di nascondere sotto la maschera della normalità, una forma di linguaggio spezzato, rotto come un giocattolo di un bambino che urla verità profonde sull’essere al mondo, perché  la sola razionalità, la logica, essendo limitante non ci permette di comprendere appieno Il disordine, l’imprevisto e persino il dolore. Secondo il Filosofo, psicanalista e saggista Umberto Galimberti: “la follia originaria, “comprende i bambini, i poeti, i folli e noi stessi  ogni qualvolta che sogniamo. Nel sogno collassa il principio della contraddizione e d’identità, il principio di casualità per cui invece della causa-effetto ci troviamo a vivere l’effetto-causa, il collasso del tempo e dello spazio, e non appena la coscienza si eclissa collassa tutto l’ordine della ragione.  Questa è la prova inconfutabile  che la follia ci appartiene. Noi siamo follia”.
È proprio ogniqualvolta si cerca di celare il dubbio vi è la tirannia e l’inutilità della logica e della ragione, per tale motivo dobbiamo smettere di relegare la follia al margine e iniziare a dialogare con essa, per ascoltare ciò che può dirci di più di quello che sappiamo e sul nostro essere al mondo. Una verità decisamente scomoda e di disagio che non intendiamo affatto ascoltare e che spesso nascondiamo per paura di essere diversi. Di certo la follia è un’esperienza dell’anima, un tentativo di comprensione che può emergere solo dentro  uno sfuggente  sfondo abissale che è soprattutto caos e anche sofferenza, per cui, per accedere agli abissi della follia occorre per forza di cose distanziarsi dal recinto protetto dalla ragione e abbandonare le solite certezze. Infatti, soltanto nella dimensione folle la ragione collassa e nel profondo tormento visionario la follia prende il sopravvento per scandagliare gli oscuri umori del nostro essere. -sottolinea Galimberti- ”solo nell'immersione nella follia e nella confusione dei codici, è possibile un evento creativo”. La follia è più potente di quando non sia la ragione, che di certo non crea niente di nuovo perché è solo uno strumento per costringerci a integrarci e non una verità” assoluta.
Il corpo e la follia poetica della creazione
La follia è la componente essenziale di qualsiasi uomo, non a caso, Dubuffet scriverà “Tout le monde est peintre”, “Ognuno è pittore”, -aggiungiamo- “di se stesso”. Nella vita come nell’arte non esistono  campi scindibili, come la normalità, l’anormalità, l’alterità e la pazzia, tutti siamo folli dal momento che tutti noi sogniamo entrando in una dimensione non logica e irrazionale; è sufficiente che di notte ci addormentiamo  e incomincia il calvario della pazzia, la follia ci abita divenendo inquietudine e espressione disarticolata dalla logica. In un abisso oscuro dove tutto diventa possibile, volare, cadere e persino  intraprendere accadimenti non ancora vissuti, tutti conseguenti viaggi invisibili tra realtà immaginata e  ossessione che si collocano provvisoriamente  in uno spazio sospeso e ignoto in cui il confine tra reale e immaginazione si dissolve per diventare qualcos’altro di inaspettato. La vita degli uomini, al pari dell’arte abita l’incerto  confine tra ragione e follia. La follia è il fondamento della nostra creatività e di ogni produzione artistica e solo gli artisti sono in  grado di attingere appieno nell’abisso della follia,  di certo se non entri nell’abisso non puoi creare; da ciò nasce il mondo espressivo e poetico. L’urgenza della creazione è una capacità degli dei, ovvero la capacità di catturare la follia per essere creativa e poetica. Solo l’artista può decidere di entrare o uscire da un abisso e condividere la forma inquieta, tuttavia, se non viene controllata dal viandante distratto può divenire visione subita  e punizione psichiatrica. Un’opera d’arte non può nascere  senza la follia creativa e poetica dell’artista.
Pertanto, ogni creazione artistica è il frutto della follia. L’opera d’arte è il prodotto della follia dell’artista,  che sacrifica l’io razionale, scandaglia il profondo dell’animo e rinvia ad un’altra verità  disponendosi a uno sguardo di  un qualcosa di più significativo  rispetto alla logica  del già conosciuto. Poeti, artisti e creatori outsider sono dei sacrificanti visionari  perché ogni volta che creano si devono congedare  dall’’ordine razionale della logica  per condividere il mistero oscuro delle cose in una dimensione che alberga  tra i meandri oscuri  e impervi dell’irrazionale e dell’ignoto. Da ciò si evidenzia  la grande lezione e la straordinaria potenza di un atto resistente, senza freni inibitori, che deve necessariamente  implicare l’alta febbre della follia e soprattutto dell’ossessione per essere credibile e autentica; tutto ciò può mai essere considerata un’espressione normale?
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softevral · 6 months ago
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Probabilmente, non otterremo mai una spiegazione logica del perché, durante il picco di pandemia COVID, la "scienzah italiana" ha permesso che le chiese restassero aperte, mentre il resto dei luoghi pubblici era blindato.
Sarebbe una spiegazione scomoda, per 𝗰𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗹𝗮𝘂𝗿𝗲𝗮 come Roberto Burioni e i suoi colleghi, poiché li costringerebbe, da offensivi divulgatori, ad ammettere che l'unico lavoro adatto alle loro reali propensioni, è zappare la terra.
Non esiste una scienza che terrebbe aperte le Chiese sulla base di ridicoli protocolli di intesa con una religione (come è accaduto in Italia), durante una pandemia: non si chiama scienza, quella robaccia là, e nemmeno "Ministero della Salute": la definizione corretta è "coglioni con la laurea".
La scienza non scende mai a patti con trogloditi che fanno riti magici sugli altari.
Non esiste una scienza democratica: se è democratica, non è scienza.
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