#Canzoni di fuga e speranza
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Canzoni di fuga e speranza, Yo Yo Mundi: la compilation
A volte, nel mondo della musica, accadono cose bellissime e questa compilation è esattamente questo: un atto bellissimo
A volte, nel mondo della musica, accadono cose bellissime e questa compilation è esattamente questo: un atto bellissimo. Tantissimi artisti del panorama indipendente italiano (ma non solo indipendente e non solo italiani) hanno reinterpretato con passione, arte e, davvero tanto amore, ventiquattro canzoni degli Yo Yo Mundi. Il risultato è straordinario, il loro punto di vista su queste canzoni,…
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DLEMMA - Il singolo d’esordio “Alien”

Il brano della rock band sugli stores digitali e nelle radio
“Alien” è il singolo d’esordio della giovane e talentuosa rock band romana dei DLEMMA, sui principali stores digitali e dal 31 maggio nelle radio italiane in promozione nazionale. La canzone veste una produzione artistica ben strutturata, dagli arrangiamenti attuali, di tendenza, che ben sposano il mood della band. Un rock fresco, potente, dalle sonorità d’oltreoceano con venature grunge. Melodie vincenti che entrano in testa sin dal primo ascolto e destinate a rimanerci. L’interpretazione vocale, sentita e autentica, dona al tutto un forte impatto emotivo, ed è sorretta da una sessione ritmica di tutto rispetto su cui le corde regnano sovrane in un mix equilibrato e proiettato verso nuovi confini. “Alien” è un brano emozionante che esplora temi universali di alienazione e inadeguatezza. Il testo è ricco di immagini evocative e il messaggio sebbene oscuro è pieno di speranza. Questa canzone vuole avvicinarsi a tutte le persone che si sono sentite perse e sole nella loro vita.
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Storia della band I DLEMMA sono una band rock/grunge romana composta da giovani musicisti tra i 15 e i 18 anni. La band si è formata nel 2023, ma i membri suonano da quando erano bambini. Si sono incontrati e formati grazie a una scuola di musica, dove continuano a studiare e a perfezionare il loro stile. Il nome DLEMMA trae ispirazione da una mostra di Lucio Dalla, dove una stampa con la parola "dilemma" ha colpito particolarmente i membri del gruppo. Questo termine richiama i nomi di Emma, la cantante, ed Emma, la bassista, e rappresenta anche le scelte difficili che caratterizzano la vita moderna, un tema che riecheggia nelle loro sonorità rock e grunge. Il repertorio dei DLEMMA include sia pezzi originali che cover di artisti leggendari come i Black Sabbath e Janis Joplin. Le loro influenze principali sono il grunge e il metal, generi che permettono di esprimere al meglio la loro energia e creatività. Quando compongono, partono spesso da una linea melodica sviluppata da Leo o Elisa alla chitarra, per poi aggiungere la sezione ritmica e infine la voce. I testi delle loro canzoni sono in inglese e scritti da Emma, la cantante. Avendo vissuto a Londra per molti anni durante l'infanzia, Emma trova naturale esprimersi in inglese. Tuttavia, il gruppo sta scrivendo un pezzo in italiano. I temi trattati nei loro brani riflettono spesso sentimenti di alienazione (Alien), incapacità di agire (Stuck) e desiderio di fuga (Why stay). I DLEMMA hanno già avuto l'opportunità di esibirsi in vari locali di Roma come Wishlist, Stazione Birra, Kill Joy, Chattanooga, Pentatonic e La Strada. Le loro performance sono state accolte positivamente sia dal pubblico che dagli organizzatori, che li hanno spesso richiamati per aprire altri concerti. La band ha scritto tre brani inediti, il primo dei quali, “Alien”, è stato pubblicato il 23 maggio. Stanno anche lavorando alla produzione del loro secondo pezzo e continuano a sviluppare nuove canzoni. L'obiettivo dei DLEMMA è di avere un EP pronto entro la fine dell'anno.
La band Batterista: Edoardo Leggieri Cantante: Emma Leggieri Chitarristi: Elisa Leggieri / Leonardo Zaffiro Bassista: Emma Sola
Instagram: https://www.instagram.com/dlemma_band/ TikTok: https://www.tiktok.com/@dlemma_band YouTube: https://www.youtube.com/@dlemma_band Spotify: https://open.spotify.com/intl-it/track/0Qok4N3YkNz6xNsamUuIy5?si=f3fd9da2394846c0
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AMORE CHE NON TI HO MAI AMATO Ti ho guardato, ti ho aspettato a lungo, a fondo ti ho guardato come si guarda il mare, il passato, una speranza. Eri tutto senza il bisogno di essere niente, ti ho sognato tanto e a tutto quello che ho fatto dopo di te ho dato il tuo nome, era anche per te, o forse, è sempre stato solo per te. Ma tu lo sai, lo so che lo sai, che ci siamo andati a Port Cros a guardare il raggio verde e ci siamo persi per le vie di Sant Michel ubriachi sotto le stelle, abbiamo cantato in macchina, abbiamo fatto l’amore al buio contro il muro e con la luce accesa e le mani legate. Abbiamo ballato a quella festa di paese e hai suonato per me, tu me le hai cantate tutte le canzoni che volevo sentire. Noi l’abbiamo bevuto quel caffè insieme, lo abbiamo fatto ogni mattina e abbiamo dormito vicini tutte le notti, anche a chilometri di distanza, ci siamo svegliati piano con le mani, abbiamo riso guardando film stupidi e ci siamo stati addosso leggendo tutti quei libri che ci piacevano tanto. C’era davvero quel posto che dicevi tu, quello in cui era tutto possibile. Dove c’eravamo solo io e te. Io lo so che lo sai. Lo so che ci credi ancora. Riesco ancora a vederti mentre abbassi lo sguardo e respiri come se volessi aggiungere qualcosa mentre resti in silenzio. Come se ti avessi visto farlo ogni giorno. Lo so a che pensi, li conosco tutti i tuoi motivi e riesco perfino a capirli, ma sai come la penso, c’è sempre un’altra scelta, amore che non ti ho mai amato. Dovevi imparare da me. Era l’unica cosa che sapevo fare bene, trovare sempre un’alternativa in una strada chiusa. Adesso avremmo altri sorrisi da inventare invece di scuse su cui poterci arrampicare per non morire di rimpianti. Dovevi imparare da me a sperare, invece di insegnarmi a lasciare andare. Avremmo ancora un sogno da annaffiare e una pianta di basilico da salvare, su qualche balcone, invece di questa via di fuga troppo stretta, dove non si riesce nemmeno a camminare. #karenlojelo #ioscrivo #scrittrice #libridaleggere #citazionilibri #margheritalamoreuccidelentamente #karenlojeloquotes #estratto #didascalia #captions #amore #lovequotes #loveyou #letteraturaitaliana #igwrites #wattpaditalia https://www.instagram.com/p/CC9KBNFHtgQ/?igshid=jc66jr5dnisg
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Canzoni che mi fanno pensare a cose (#1)
E i temi sociali, e gli exempla, e le recensioni delle tragedie di Siracusa, ed è finita l’estate, e ci siamo rotti tutti un po’ le palle di leggere cose serie, quindi oggi vi propino la manifestazione estrema di una delle mie principali ossessioni. La fissa in questione è: le canzoni mi fanno pensare alle cose. Quando si tratta di cose personali, queste cose restano naturalmente personali; ma siccome spesso mi fanno pensare anche a cose che poi sono argomenti di studio, ve ne rifilo un po’. Per divertimento puro, stavolta.
Ho come la sensazione che questo post sarà il primo di una lunga serie.
Per cominciare mi butto solo su “canzoni che mi fanno pensare ad autori e opere della letteratura italiana”. Così, per cominciare con qualcosa di universalmente noto. Vi faccio la lista e vi spiego come mi sia venuto in mente ogni collegamento. Tanto mi prenderete per pazza comunque, ma fa nulla.
Ovviamente nessuno dei cantanti o delle band pensava davvero a quegli autori, ma lasciatemi divertire.
1. STRESSED OUT dei Twenty One Pilots e Giovanni Pascoli
Boh, questo è un po’ il mio abbinamento preferito, e volevo cominciare con qualcosa di bello. Una canzone che comincia con “I wish I found some better sounds no one’s ever heard“, che ci porta subito nel clima di sperimentalismo metrico e di fonosimbolismo. Senza contare il bellissimo gioco di parole alla fine della prima strofa: il verso “I wish I didn’t have to rhyme every time I sang“, in effetti, non rima con nulla.
“I was told when I got older all my fears would shrink” – ecco che, dopo aver finito con le considerazioni formali, siamo nel fulcro della tematica più ovvia, cioè l’infanzia. Che poi esplode nel ritornello: “Wish we could turn back time to the good ol’ days when our momma sang us to sleep, but now we’re stressed out“. Devo sottolineare davvero il ruolo del rimpianto per la famiglia e l’infanzia perduta nella poesia di Pascoli?
“Mi sembrano canti di culla,
che fanno che torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.“
Nella seconda strofa di Stressed out appare un fratello, che è un po’ la Mariù della situazione, cioè l’ultimo legame forte. Il cantante viene riportato al passato da un odore che vorrebbe trasformare in una candela da vendere esclusivamente il fratello, “‘cause we have the same nose, same clothes“.
E il punto è che la fissa per le fonti di luce non è solo dei Twenty One Pilots:
“Io sono una lampada ch’arda
soave!“
La lampada pascoliana è la poesia – e non escludo che la candela della canzone sia la canzone stessa, o la musica… Insomma a queste fantasticherie segue, nella canzone, il ricordo di qualche attività svolta col fratello da ragazzini, tipo costruire case sull’albero o buttare sassi nei ruscelli. Tra l’altro “out of student loans and tree-house homes we all would take the latter” è un primo riferimento ai problemi economici, che furono in effetti una costante nella vita di Pascoli. Poi lo stesso tema è riproposto nel finale della canzone: “«Wake up, you need to make money» – yo“. Non so se dica più yeah o più yo, ma a me piace yo.
2. CRYIN’ degli Aerosmith e la donna gentile (VITA NOVA)
Ok, per chi non conoscesse l’episodio, in due parole: Beatrice è defunta da relativamente poco; Dante se ne va in giro estremamente triste e si chiede “Chissà se qualcuno si accorge della mia tristezza?” Alza lo sguardo e vede una giovane donna che lo guarda dalla finestra con compassione, e lui allora comincia a piangere. Poi, dopo un po’ di incontri, di lacrime e di pallori vari, Dante capisce di starsi innamorando della nuova venuta, ma al tempo stesso si sente uno schifo, data la situazione. Segue una visione gloriosa di Beatrice che gli fa dimenticare la nuova fiamma. Poi nel Convivio ci ripensa e dice che non c’era nessuna donna ma era la filosofia che lo consolava. (Avreste voluto un racconto scritto bene? Allora avreste dovuto leggere le opere di Dante, non questo blog. Forza che siete ancora in tempo per chiudere il browser).
Insomma, c’è tutto. Dante ridotto una pezza all’inizio: “There was a time when I was so broken-hearted, Love wasn’t much of a friend of mine“, con una bella personificazione di Amore che fa tanto Stilnovo. Ma siamo pronti a una svolta (“tables have turned“) e a un amore che era diventato terribile sofferenza se ne è sostituito uno a cui è molto difficile resistere.
“Ei [il cor] le risponde: «Oi anima pensosa,
questi è uno spiritel novo d’Amore,
che reca innanzi me li suoi disiri;
e la sua vita, e tutto ‘l suo valore,
mosse degli occhi di quella pietosa
che si turbava de’ nostri martiri.“
“I was cryin’ when I met you, now I’m tryin’ to forget you” potrebbe essere il motto dell’intero episodio. “Love is sweet misery” potrebbe essere il motto di molte altre cose. La canzone prosegue fra dichiarazioni d’amore assortite (e un po’ troppo passionali per Dante, o almeno per questo Dante).
Gli ultimi versi che voglio sottolineare sono “Now the word out on the street is the devil’s in your kiss, if our love goes up in flames it’s a fire I can’t resist“. Inferno, condanna dell’affidarsi alla filosofia, condanna dello stinovismo giovanile, Paolo e Francesca, la fiamma di Ulisse, Dante-autore e Dante-personaggio… trippatevi pure voi stessi.
3. Alibi dei Thirty Seconds to Mars e la GERUSALEMME LIBERATA
Ci sta benissimo sin dal titolo, visto che per la gran parte del tempo i protagonisti della Liberata sono, beh, dovunque, tranne che dove dovrebbero. “Took our chance, crashed and burned: no, we’ll never, ever learn“, sempre nel peccato, sempre distratti da qualcosa, sempre in tentazione.
È una canzone che parla di cadute e di errori – come, guarda un po’, la Liberata. Cadute e risalite, in effetti. Una canzone del genere la deve inquadrare in una situazione dicotomica (bene-male). “I fell apart – but got back up again and then I fell apart, but got back up again“. Ognuno va a cercare quello che vuole, che sia l’onore o l’amore o qualunque cosa, e poi si rende conto dei propri errori, e poi ci ricade. Ma il finale deve essere una risalita definitiva (“We both could see, crystal clear, that the inevitable end was near“) e ciascuno dei personaggi principali deve scegliere, definitivamente, la causa cristiana (“made our choice, a trial by fire, to battle is the only way we feel alive“).
E poi c’è una delle frasi più tassesche di questo mondo, che contraddice e completa tutto un quadro che si è delineato, nei secoli, in poemi su poemi: “If I could end the quest for fire, for truth, for love, for my desire“. Eh già. Goffredo è d’accordo, poveraccio, mentre va in giro a recuperare guerrieri vaganti. Si deve risalire.
Senza contare il fatto che anche moltissime altre canzoni dello stesso album, per esempio This is war e Closer to the edge, restituiscono benissimo l’atmosfera della prima crociata come-la-vede-e-descrive-un-poeta-del-Cinquecento. (Osservazione tra parentesi: una di queste canzoni, Hurricane, mi fa pensare a Silence di Martin Scorsese. Forse questo film e Tasso hanno alcune cose in comune, tipo la Controriforma).
4. APPLAUSI PER FIBRA di Fabri Fibra e Vittorio Alfieri (VITA in particolare)
Ok, non è la prima volta che parlo qui di Alfieri. E neanche della Vita. E neanche della Vita in relazione a Fibra
(è già capitato in quest’articolo). Quindi mi toglierò questo sassolino-ossessione definitivamente, proclamando la mia idea in termini chiari: Fibra è un lontano discendente di Alfieri. Molto lontano, ma pur sempre un (inconsapevole) discendente. Fidatevi di me.
Ora, una delle prime prove di questa parentela segreta è il loro comune egocentrismo. Perché, sì, Alfieri sarebbe stato capacissimo di scrivere una tragedia, una poesia, un’opera di qualunque tipo e intitolarla Applausi per Alfieri, acclamato da lui medesimo.
Flashback: zoom sul piccolo Vittorio, anni sette, innamorato perso di un po’ di fraticelli come ho già raccontato. Preso da questa forte passione (vedete? già da piccolo le sue passioni sono forti), come racconta lui stesso, corre nel giardino e mangia fili d’erba fino a ingozzarsi, nella speranza che in mezzo al prato di casa sua cresca della cicuta. Sì, sempre a sette anni. Dopodiché vomita.
Sostituisci l’erba del prato con qualcosa di, beh, peggiore, e ottieni “Io mangiavo lucertole aperte da ragazzino, tornavo a casa e vomitavo in mezzo al giardino“. “Non ho mai smesso un giorno di fantasticare” si spiega da sé, “non ho mai fatto grandi successi in generale” sembrerebbe una negazione del solito orgoglio, se non fosse che Alfieri evitava i “grandi successi” di proposito perché il popolo fa schifo e la borghesia è sesquiplèbe.
Un po’ di (auto)emarginazione, un riferimento alla morte prematura del padre, qualche altro accenno alla situazione familiare un po’ disastrata e giù applausi.
Altra sequenza: il piccolo Vittorio che viene punito per ragioni varie, incluso il suddetto vomito, (“Ho perso la testa troppe volte, da ragazzino“). Rinchiuso in qualche ripostiglio, umiliato con qualche indumento ridicolo da indossare in pubblico, diventa una persona francamente poco amichevole (“Ho ancora qualche problema a socializzare ma tutto sommato non diresti che sto andando male“).
Dopodiché la canzone deraglia, e non c’entra più molto. Peccato. Altri applausi, altre cose che non c’entrano, altre applausi. Sarebbe potuta essere una delle canzoni più azzeccate, se non fosse stato per il finale.
5. Captain Jack di Billy Joel e Giacomo Leopardi (almeno quello giovanile)
Sì, sto chiudendo associando a Leopardi una canzone che parla palesemente di droga. Fa nulla. Tanto già si sente l’aria recanatese nella prime parole (“Saturday night“) se le si unisce con il “village” della seconda strofa. Lo so – non vi ho convinti, ma vi convincerò.
Il giovane della canzone se ne va in giro di sabato sera (poco leopardiano, lo ammetto), “tired of living in your one-horse town“. La fuga dal provincialismo, disgusto da paesello, sconforto – c’è tutto. ” You’d like to find a little hole in the ground for a while“.
Ed ecco la prima apparizione di questo Captain Jack, pronto a salvare il protagonista, a portarlo “to your special island“, a farlo evadere. Per Billy Joel è droga; per Leopardi magari l’unica fuga dalla noia di quel postaccio era lo studio, o magari il carteggio con Giordani.
La sorella ha un appuntamento (Paolina!) e il protagonista della canzone resta a casa a farsi le seghe (eviterò facili ironie) ed aspettare qualcosa che non avverrà. Succedono un po’ di cose poco leopardiane, o interpretabili in senso leopardiano con molto molto sforzo, e io sono stanca. Dopo un tentativo di fuga (“ah, there ain’t no place to go anyway, what for?” – vedo pure la delusione della visita effettiva a Roma, quando questa avvenne), la canzone butta giù qualche spunto filosofico non lontano dalle idee di Leopardi. “So you got everything, ah, but nothing’s cool” e “but still you’re aching for the things you haven’t got, what went wrong?” ricordano molto l’idea della differenza fra quello che si può ottenere, che è comunque limitato, e il desiderio umano, che è illimitato.
“And you can’t understand why your world is so dead […] well, you’re twenty-one and still your mother makes your bed, and that’s too long.“
Tanto bello quanto triste. Wo, ma a me che frega? Tanto entro martedì avrò mollato la mia vita provinciale. Vado a farmi deludere pure io!
Bonus: In a heartbeat e Guido Cavalcanti
Bonus e non in lista naturalmente perché non è una canzone, ma un corto (anche se ha una gran soundtrack). Questa non ve la spiego. Guardatelo e basta. Guardate quel cuoricino bellissimo e sentite l’averroismo che vi si radica (ah! ah!) nell’anima.
Arrivederci. È stato più stancante del previsto, vi assicuro. Però ne seguiranno in futuro. Ho un intero arsenale di roba malcollegata.
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Non è solo musica, è un modo di vivere: il metal
Primo appuntamento con una nuova rubrica che cercherà di dare uno spaccato dei movimenti giovanili negli anni ’80
‘Non è solo musica, è uno stile di vita’. Quante volte è stata detta o si è sentito ripetere questa frase? Innumerevoli. E mai frase fu più adeguata per descrivere quelli che potremmo definire come ‘movimenti giovanili’. Non si sta parlando del ’68 e di tutto quello che ne è conseguito. Parliamo di tutti quei fenomeni che hanno raccolto sotto una sola bandiera, o quasi, intere generazioni o parte di esse.
Dai Beat alla psichedelia, dalla scena prog alla new wave, dal movimento skin al metal passando attraverso il punk, il kraut rock e il dark. Non si tratta solo di generi musicali. Ognuno di essi ha attratto sotto la propria bandiera musica, libri, film, opere d’arte, mete di viaggio e chi più ne ha più ne metta. Tutto perché, appunto, non sono semplici generi musicali ma veri e propri modi di intendere e vedere la vita.
Se ascolto Endstufe o i Dead Kennedy fa un’enorme differenza perché mi caratterizza socialmente, politicamente, umanamente. Ascoltare l’uno o l’altro gruppo dice come la penso rispetto alla vita.
Ed è un discorso che vale per tutti i fenomeni giovanili. Spesso non è la semplice voce dei giovani a parlare, ma le loro canzoni, i loro poster, le bandiere, le magliette che indossano, i concerti a cui vanno, i film che vedono, i libri che leggono.
Noi a tutto questo, a questi movimenti, vogliamo dedicare uno spazio, per farli conoscere, per avere anche un riscontro con i nuovi fenomeni giovanili e la nuova cultura dei più piccoli. Siccome nessuno è omniscente, questo spazio non vuole e non può essere esaustivo. Si invitano quindi coloro i quali hanno vissuto i movimenti, a dire la loro al fine di riuscire a costruire un documento il più affidabile possibile.
E visto che in redazione siamo tutti, o quasi, metallari o residui metallari post industriali, è da li che iniziamo.
Per poter parlare di metal come fenomeno culturale giovanile, come per tutti gli altri, si deve obbligatoriamente inquadrare storicamente. Era l’inizio degli anni ’80. la musica, così come la società, arrivava da un periodo piuttosto intenso.
Il decennio precedente in Italia, e non solo, era stato molto duro. Il terrorismo aveva imperversato mettendo a dura prova il sistema. Culturalmente il decennio dei ’70 aveva visto la consacrazione di diversi artisti. Era nato il J27, morto John Bonzo Bonham, batterista di una delle più influenti band del nascente hard rock.
John Lennon era appena stato assassinato, chiudendo un’epoca di attivismo pacifista e politico. Usa e Urss si stavano fronteggiando portando il mondo in piena guerra fredda. Da li a poco sarebbe nato il flagello Aids. Stava iniziando a decadere il fenomeno punk che, pur se nato come gioco, aveva in soli 4 anni spazzato via radicate certezze culturali.
Da una parte anche come risposta a quella che era stata tutta la magniloquenza progressive. Corsi e ricorsi. Il prog era troppo cervellotico, il punk risponde con qualcosa di immediato ed estremamente semplice. Dall’altra parte lo stesso punk diventa la ribellione a quanto di socialmente codificato ci fosse in quel periodo.
I figli dei fiori erano da poco caduti sul pianeta terra alla fine del loro viaggio lisergico liquefacendosi. Insomma un bel fermento quasi in ogni settore sociale. Il metal del 1980 non fu altro che la naturale evoluzione di ciò che c’era prima, si legga per la musica Deep Purple, Black Sabbath, Judas Priest, Lez Zeppelin, Pink Floyd, e una perfetta codifica di quello che avvenne da quel momento in poi.
L’aspetto musicale, soprattutto per i testi, fu la prima chiave di lettura degli sconvolgimenti di quel periodo. Si passa da testi di speranza e libertà, vita vissuta, onirici o criptici dei gruppi rock a racconti raccapriccianti ed apocalittici. Tutto questo nell’arco di un decennio per poi andare a morire (anche se sarebbe meglio dire ‘tornare negli scantinati da cui era nato’) dopo il grunge, negli anni ’90.
Il metal quindi non fu una rivoluzione ma una evoluzione. Fu la perfetta voce, sia per gli aspetti più negativi sia per i più positivi, di quell’epoca. Circa la negatività lezione fu quella dei Judas Priest, accolta, interiorizzata e superata. Il nichilismo punk portato all’estremo così come la velocità di esecuzione, la saturazione dei suoni, il modo di cantare.
Non si deve dimenticare che ad alimentare questo fenomeno c’era la paura della bomba atomica e del’hiv. Insomma, non era difficile intravvedere un no future. Così il metal nichilista fece proprie anche altre espressioni artistiche che andavano in quella direzione. Il cinema in primo luogo. Forse l’apice in questo senso può essere visto ne I guerrieri della notte, di Walter Hill del 1979.
Qui c’è forse il senso vero dell’essere metallaro: un guerriero urbano che lotta per difendere più che se stesso, il proprio mondo e il proprio modo di vivere. Un altro fu Interceptor, 1979, di George Miller, per l’iconografia culminata nel terzo capitolo Oltre la sfera del tuono, seguito da 1997 Fuga da New York di John Carpenter.
Era un film metal in tutto e per tutto. Dalla descrizione del personaggio, un cavaliere solitario duro e puro, misantropo ma pronto a sacrificare se stesso (più o meno visto che nel film è costretto da una bomba inserita nel corpo) per un bene superiore pur se in una società malata e corrotta.
Decine di altre pellicole andarono a rimpolpare l’immaginario del metallaro medio. Alcune furono proprio film di genere, come Morte a 33 giri. La commistione tra musica e cinema thriller, dell’orrore, fu così forte che molti registi scelsero colonne sonore esclusivamente metal per i propri film. Due su tutti: Brivido, di Steven King, colonna sonora degli Ac/Dc e Sotto Shock, di Wes Craven, colonna sonora thrash. Poi i Gremlins con gli Wasp e Young Guns con Bon Jovi. Non bisogna poi dimenticare quella che allora era solo una trilogia, Nightmare.
I film, ma non solo, le citazioni di scrittori all’interno dei testi non si contano, portarono con sé l’interesse per i libri. Steven King divenne un classico per i metallari, affiancato dal misconosciuto H.P. Lovecraft, così come lo diventò un certo filone della fantascienza, il neonato cyberpunk.
Ancora, non mancò neppure l’adozione dei fumetti tra la cultura metal. In Italia il più gettonato, ma non per questo esclusivo, fu certo Dylan Dog e il suo mondo dell’incubo che vide i natali proprio in quegli anni.
Pur se ci si sposta fuori da questo universo, le tematiche nichiliste restano evidenziando una più forte critica alla società vista come decadente, destinata all’autodistruzione e ad un repentino peggioramento. Ma non c’è solo il buio, nel metal. Ci sono anche feste, festini, macchine veloci, ragazze formose, droga e moto.
Si parla dell’hard rock o air metal. Qui la morte e la distruzione lasciano il posto ad un mondo fatto di ragazze facili, lunghe corse in auto, il vento tra i capelli, la descrizione della vita on the road, il tramonto e il Messico. Anche alcuni dei più cattivi si ispirano comunque a questo universo, si legga Wasp.
Ma non è finita. Anche per l’hard rock non erano tutti lustrini, capelli cotonati e fusò. A dirlo, diventando vessillo di miriadi di giovani, furono i gruppi street. Questi raccontavano la dura vita di strada, appunto, costellata di alcool, droga e guai di vario genere.
Così come per il thrash e lo speed metal è il mondo dei film e dei libri dell’orrore a farla da padrone, per parte dell’hard rock si apre uno spiraglio verso la direzione della college music. Miriadi di band scrivono canzoni o fanno video ispirandosi al mondo adolescenziale.
Anche in questo caso alla musica si affianca l’universo visivo e cinematografico che vede il proliferare del filone college e dei film generazionali. Tutto va nell’enorme calderone della cultura metal del momento. Resta poi molto attivo quello che potremmo definire come l’iconografia classica del metal fatta di guerrieri con enormi spadoni, asce bipenne, muscoli e razzie (il mondo epico dei Manowar) che continua indisturbato per la propria strada facendo proselitismo.
Non tantissimo, ma quanto basta a non farlo scomparire come genere. Pure in questo caso letteratura e film hanno fatto la propria parte, il Signore degli anelli su tutti, ovviamente si parla del libro. Tuttavia il metal non è un genere chiuso su se stesso. Alla fine degli anni ’80, inizio ’90, non mancano tentativi e progetti di contaminazione con altri generi.
Sforzi culminati nella nascita dei Korn e degli Slipknot e che hanno visto in Mordred, Bad Seed, Livin Color, e decine di altre band i loro natali. Tutto questo fino al primo lustro degli anni ’90. Fino, cioè, alla nascita del grunge.
Nevermind, Ten, Ultramega ok, Man in a box, hanno messo a durissima prova la resistenza del metal che se, in un primo momento, ha cercato di combattere, in un secondo ha tentato di inglobare, senza successo, il nuovo fenomeno al suo interno.
I gruppi grunge non ci sono stati. Si sono aperti una strada tutta loro creando il primo step che avrebbe fermato il metal da li a pochi anni. Sono state molto poche le band metal che si sono sapute reinventare ed adeguare ad una società che ha cambiato voce, che non si vede più rappresentata dai testi e dalle sonorità del rock.
Chi ha seguito il metal in queste fasi non lo ha fatto solo perché gli piacevano i suoni o c’erano belle canzoni. Lo ha fatto perché ne ha condiviso l’idea di base. Al di là del bisogno di appartenenza tipico dell’adolescenza, è stato proprio il volersi sentire non uniformato, il voler urlare la propria ribellione, in maniera punk, contro un sistema che tendeva a schiacciare e massificare.
Non dimentichiamo che accanto al metallaro esisteva un mondo perfettamente contrapposto che seguiva mode e griff.
Quindi, essere metallaro, non voleva dire solo ascoltare un determinato tipo di musica ma sposare una filosofia di vita che diceva di essere se stessi al di là delle imposizioni sociali, del pensiero dominante, delle convenzioni. Voleva dire anche essere solidali, senza giudicare niente e nessuno. Rispetto era la parola d’ordine.
E altro non poteva essere. Se si vuole rispetto, si deve dare rispetto. Per quanto riguarda l’aspetto politico, non è mai stato particolarmente incisivo nel movimento. Non che non esistessero metallari e gruppi di destra o di sinistra, ma quello che ha sempre contato di più è sempre stata la musica. Idem per l’aspetto spirituale.
Vero è che c’erano e ci sono band e singoli artisti apertamente satanisti, ma questo non ha mai fermato nessuno, o quasi, dall’ascoltarli. Un’altra caratteristica del metal è stato il meticciato ideologico e di razza. Se qualcuno volesse fare una cernite in tal senso resterebbero davvero poche band. Idem per quanto riguarda la libertà sessuale, non inteso solo come promiscuità ma anche come omosessualità.
Molti sono gli elementi, se non intere band, apertamente omosessuali, ma non per questo discriminati. Probabilmente la parola che meglio descrive il metallaro, oltre a rispetto, è libertà. Di pensiero, di azione e di espressione. E questo non è solo musica. È, appunto, un modo di vedere e intendere la vita.
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Gregory David Roberts è tornato. L’autore di “Shantaram”, esperto in evasioni da carceri di massima sicurezza, ci spiega come sopravvivere al lockdown
L’avevamo perso di vista, dopo L’ombra della montagna – The Mountain Shadow – tradotto, come il best seller (e libro culto) Shantaram, da Vincenzo Mingiardi e in Italia grazie a Neri Pozza. E Gregory David Roberts infatti aveva annunciato, sei anni fa, di ritirarsi dalla scena per “andare verso una reclusione creativa”. E, di colpo, il 21 aprile scorso, alle 18.47, su Facebook, l’annuncio del ritorno, con una guida di un condannato all’isolamento: “After 6 years in spiritual reclusion, Gregory David Roberts is coming back. GDR’s first post, A Convict’s Guide to Isolation Lockdown, will be online in 48 hours”. E la guida, puntualmente, è arrivata il 23 aprile. L’australiano di Melbourne, nato nel 1952, il “James Bond con un bel taglio di capelli”, come l’avevano battezzato, con la sua trecciolina, Gregory David Roberts, il rapinatore a mano armata, l’evaso dal carcere di massima sicurezza che si è rifugiato in India dove ha trascorso dieci anni. Non poteva non evadere, oggi, al tempo in cui tutto il mondo è chiuso in casa alle prese con la reclusione forzata da coronavirus.
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Il suo ritorno al mondo dall’isolamento coincide con l’isolamento del mondo. “Sono molto felice di essere tornato e ho un nuovo lavoro da offrire: un nuovo libro di saggistica sul mio viaggio nell’esperienza spirituale e un album di 16 canzoni”. Ma ne scriverà nel prossimo post. Si vede che è diventato social. Fine del percorso spirituale. In effetti, ha vinto l’ennesima scommessa. Agli arresti domiciliari, mi sento di credere di più a un evaso e a uno scrittore, a un autentico bugiardo, che a mille psicologi. Oltre a ringraziare i suoi fan e i soccorritori, ha un pensiero di gratitudine per le persone “coraggiose e laboriose che mantengono in funzione l’elettricità, l’approvvigionamento idrico, il sistema fognario, la gestione delle emergenze, la sicurezza alimentare, lo smaltimento dei rifiuti e le telecomunicazioni”. In effetti non ci si pensa mai a chi butta via la nostra spazzatura, pericolosamente contaminata. Ma la parte che mi appunto riguarda la sua esperienza da carcerato: è stato prigioniero per dieci anni e in tre continenti. Due anni di pena in isolamento per essere evaso. Ironia della sorte: oggi evasi come lui sono diventati grandi esperti, i consiglieri di chi li ha messi dentro. E giustamente, sottolinea. Perché meritava di perder tempo. Certo che alcuni potrebbero arricciare il naso, offendersi di fronte ai consigli di un cattivo maestro, di uno che è stato in carcere, lui se ne rende ben conto. Ma ci prova comunque a dispensare la sua guida per combattere lo stress da lockdown. Il suo decalogo non è molto diverso dai consigli più disparati che sentiamo ogni giorno alla tivù o leggiamo sui giornali (fare ginnastica, comunicare il proprio stato di salute…). La differenza è che lui parla (almeno così siamo indotti a credere) per esperienza personale. Intanto non aiuta pensare al dopo, a cosa potrai fare quando sarà tutto finito. Trovare un senso nel presente sembra la soluzione migliore, paradossalmente.
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I suoi esempi sono emblematici: “camminare 5 chilometri al giorno in una cella lunga 3 passi. L’ho fatto una volta strappando 100 piccoli pezzi di carta e gettandone uno sul mio letto ogni volta che ho completato 2 giri della cella, poi raccogliendoli e facendolo di nuovo”. In galera, c’era un ladro di nome Fabrizio. L’ha sentito cantare, dalla sua cella di prigione due piani sotto di lui. Iniziava sempre con lo stesso ritornello: “chi canterà con me stasera?”. Come la maggior parte dei detenuti, ha passato tutta la mia prima fase a pensare a cosa avrebbe fatto una volta libero. “Quando esco, lo faccio… Quando esco, lo farò sicuramente… Poi sono fuggito e in realtà ero libero. Sono stato ricatturato, 10 anni dopo”. Negli anni da fuggiasco Roberts ha viaggiato in gran parte del mondo, ha amato ed è stato ricambiato, ha imparato nuove lingue e incontrato molti insegnanti. “Le mie prospettive erano cambiate. Sapevo, mentre ero solitario, che non potevo vivere la mia vita immaginando cosa avessi potuto fare alla scadenza della pena. Sapevo che sarei potuto scivolare sotto la doccia e morire domani. Non vedevo l’ora che iniziasse la mia vita: dovevo vivere nel momento e fare qualcosa di significativo”. Forse è così che si sopravvive all’isolamento domestico. Forse è così che si diventa grandi scrittori. Forse è solo un inno alla fiducia e alla libertà dell’anima, alla libertà di cambiare ciò che siamo e ciò che facciamo. Il bello di Gregory David Roberts è che non perde (quasi) mai la fiducia. Non c’è retorica, dopotutto, nella scrittura, ha copiato da se stesso, dalla sua vita da fuorilegge, contraddittoria e spesa senza coerenza: da brillante studente di filosofia impegnato nella contestazione, da eroinomane e fuggiasco, da evaso a scrittore di fama internazionale. Dopo il fallimento del matrimonio, l’allontanamento dalla figlia, la caduta nell’abisso della tossicodipendenza. La prima rapina a mano armata, con una pistola giocattolo. Altre rapine, la condanna a ventitré anni e la fuga, dal carcere di massima sicurezza, di Pentridge diventando, in un colpo, il best seller dei ricercati in Australia, sul finire degli anni ’70. Evaso australiano, ex drogato e scrittore esattamente come il protagonista dei suoi libri, battezzato Shantaram, “l’uomo della pace di Dio”, anche se sa maneggiare le armi e alzare le mani. Giocare pericolosamente con i coltelli.
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Una parte cospicua della biografia di Gregory David Roberts è diventa la letteratura che abbiamo negli occhi e nel cuore. E che doveva diventare un film con Johnny Depp, che aveva acquistato i diritti del film per la Warner Bros, con Amitabh Bachchan. Eppure, dopo la cattura, nel 1990 a Francoforte, il carcere di massima sicurezza a Preungesheim, l’estradizione in Australia, inizia la redenzione, attraverso la scrittura. Ci si salva solo con la scrittura. Lo rivela nei ringraziamenti del suo primo romanzo, Shantaram: “ho impiegato tredici lunghi tormentati anni per scrivere Shantaram. Le prime due bozze del libro – sei anni di lavoro, seicento pagine – sono state distrutte in prigione. Le mie mani, afflitte dai postumi del congelamento, erano messe a dura prova dagli inverni trascorsi nel reparto punitivo: molte pagine del manoscritto, che conservo tuttora, portano tracce del mio sangue”. All’ombra della montagna, nella luce fatta dalla tenebra del male, c’è la speranza di essere migliori di come siamo, una fiducia che alberga nelle nostre anime, nonostante la dissipazione, senza pace, delle nostre vite. Lo precisa in una nota, che sa di excusatio non petita, l’autore: “Alcuni personaggi del romanzo vivono esistenze autodistruttive. Per descriverli in modo autentico è necessario che bevano, fumino e assumano droghe. Non sostengo l’uso di alcol, fumo e droghe, e allo stesso modo non sostengo il crimine come scelta di vita, e la violenza come mezzo valido di risoluzione dei conflitti. Ciò che sostengo, invece, è lo sforzo di fare del nostro meglio per essere giusti, onesti, positivi e creativi con noi stessi e con gli altri”.
Linda Terziroli
L'articolo Gregory David Roberts è tornato. L’autore di “Shantaram”, esperto in evasioni da carceri di massima sicurezza, ci spiega come sopravvivere al lockdown proviene da Pangea.
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“Il tempo si è spostato”
Giovedì sera. Erano le 10 di mattina qualche anno fa. Sono le 19 di sera.
E’ il due aprile, ma non c’è niente che sappia di primavera. Era uno dei mille pranzi a casa mia, tutto come sempre. Mamma è nera con me, perchè infondo siamo andate d’accordo per troppi giorni di fila. C’è mio fratello nell’altra stanza che ascolta della buona musica italiana a volume 60, perchè magari piace anche ai vicini che abitano tre palazzi più avanti. Mio papà chissà dov’è, esce ogni mattina, si rifugia nel “cantiere”, una seconda casa che abbiamo, qualche via più su. Una casa senza porte, con finestre economicamente ricavate da qualche immondezzaio o qualche anima pia che voleva sbarazzarsene, una casa senza doccia o termosifoni, una casa che più che una casa è un deposito nel quale mio papà può dar libero sfogo al suo accumulare compulsivo. Piena di vecchi televisori e computer di 10 anni fa che mio padre millanta di aggiustare. Descrivere ogni cosa con il quale mio papà potrebbe riempire 6 piani non è mio attuale scopo. Una casa in costruzione, ecco. Una casa senza amore, senza famiglia, un pò come la prima casa, qualche via più giù. Io sul letto, come sempre quando la mia voglia di vivere chiede di uscire allo scoperto, che gonfiavo i miei occhi di insulse serie tv, aspettavo che mio padre tornasse per il solito pranzo alle 4 di pomeriggio...apericena? Merenda-pranzo? Era pronto il pranzo, lo avevo capito dal fatto che la musica di mio fratello fosse finita, era andato in cucina a mangiare. Lui è l’unico che mamma chiama a tavola. Rimaniamo soli, io, papà e mamma. Loro due iniziano a litigare su fatti acceduti un mese prima, due, due anni fa, quando si sono conosciuti... Ed è lì che capisco tutto. Io ero come loro. Avevo preso i loro peggior difetti e fatti miei. Mia mamma così pedante, così astiosa, così paurosa di lasciarsi voler bene e conseguentemente così incapace di amare. Lei che sorride quando ti odia e ti ignora quando sopporta la tua presenza un pò più del solito. Lei che trova ogni pretesto per litigare, lei che è così brava con le parole come un flautista incantatore con i serpenti, così brava che appena ti distrai un attimo il serpente ti sta attaccando. Lei che è la donna del “mai” e quella del “sempre”. le sue preferite? Non lo fai mai. Fai sempre così. Lei che parlava per ore, rianimando una discussione ormai morta solo per avere ragione. Ah... la ragione, più dolce della Nutella e più agognata dell’aria sotto terra. Lei che è capace di farsi odiare, poi di farti odiare te stesso per averla odiata, la regina dei sensi di colpa. Lei che se hai attorno tira fuori il peggio di te. Avercela attorno è respirare veleno.
Lei urlava contro il mio papà. Lui che è così dolce, lui che è buono. Lui che combatte ogni giorno con questi suoi due opposti. Lui che è capace di farti piangere solo minacciandosene di andarsene. Lui che è incapace di fidarsi fino in fondo, lui che non capisce mai perchè non ascolta, la sua idea è l’unica possibile nella sua testa. Lui che pensa sempre di essere un passo avanti a te. Lui che è geloso come un marito tradito. Lui che ha tradito (questo non posso averlo preso da te, questo non è ereditario). Lui che ha una visione tutta sua dell’amore. Lui che mente, dice bugie. Lui che vede la realtà distorta o alterata perchè è meglio raccontarla così, è conveniente, è più divertente... Loro che non hanno mai capito che l’amore è fare un passo indietro, l’amore è andare insieme verso la stessa meta, l’amore è che io combatto con te, anche se tu sbagli ti sto accanto. L’amore è fiducia e rispetto. L’amore non è avere ragione. L’amore non è possesso e aspettative vuote. Il prezzo è perdersi.
Così me ne sono andata, me ne sono andata via dalla cucina. E nella mia testa suonava questa canzone che ho imparato diversi anni fa:
“Ruggero corre da ore Non è mai stanco Già il sole insegue la luna è la sfortuna La sua sfortuna E poi si guarda le mani È ancora forte Del mondo immaginato Che cosa resterà? E poi si guarda le mani Ora è tutto chiaro Che il tempo si è spostato e Ruggero correrà”
E nella mia testa rimbombava “il tempo si è spostato”. E’ una canzone indie e come per tutte le canzoni indie non ho mai perso molto tempo ad analizzarne il testo e il significato. E invece in quel momento avevo capito perchè la vita mi aveva fatto imbattere in quella canzone. Era così. Dovevo sostituire i “lei” e “lui” con “io” e conseguentemente fare con i verbi e gli aggettivi. Il tempo della gelosia, delle liti ad ogni costo, dell’egoismo, della paura e degli amori mancati si era spostato su di me. Io avevo tutto quello che aveva rovinato loro. E allora, “del mondo immaginato, che cosa resterà?”. Che cosa resterà del futuro che a 23 anni avevo immaginato, dell’amore e della speranza che un giorno, a prescindere da loro, avrei imparato a voler bene, a fidarmi e a farmi conoscere. Che cosa ne restava? Quando pensi che ti stai costruendo la tua via di fuga, come il cantiere per mio papà, capisci che non era mai stato una fuga. Così per me, nessuna fuga, solo la stradina dietro l’angolo di casa, che se continui a percorrerla fai il giro intorno e ti trovi di nuovo davanti al portone di casa. Dove posso andare ora?
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Ciao a tutti !
Marzo è stato il mese delle montagne russe, dei colori primaverili, delle nascite, delle tonalità fredde e poi calde, della pioggia e poi del sole battente, delle poesie, e poi delle canzoni, dei film strappalacrime e di quelli romantici, dei nuovi vestiti, e poi della giacca invernale, dei sandali e poi degli stivali.
E’ stato un mese colorato e quindi partiamo subito ! Questa volta, oltre a libri, film e musica c’è anche…L’opera d’arte del mese!
LIBRI
Dieci donne, Marcela Serrano
Questo è un libro che parla di nove donne. Nove donne più una. Nove donne radunate nello studio della loro psicoterapeuta raccontano la propria storia. Ogni capitolo è dedicato a una donna . Marcela Serrano, scrittrice nata a Santiago del Cile (1951), é molto sensibile ai temi femminili; i suoi libri raccontano delle donne della sua terra. In questo, le protagoniste hanno storie diverse. C’é Lupe, adolescente lesbica; Luisa, vedova di un desaparecido; Andrea, giornalista di successo un po’ solitaria; e poi Francisca, Mané, Juana, Simona, Layla, Guadalupe , Ana Rosa e, ovviamente, Natasha, la psicologa. E’ davvero un caleidoscopio del femminile, pieno di sentimenti e diversità. Ho amato come la scrittrice sia riuscita, tramite lo stile di scrittura, ad arrivare al cuore delle sue protagoniste, così diverse per ceto sociale, ideologia. All’interno possiamo trovare la figura femminile con cui più ci rispecchiamo, ma anche immedesimarci in tutte le storie perché sono storie comuni, ma allo stesso tempo avvincenti. Quando ho terminato il libro è stato come se qualcosa in me fosse cambiato, proprio perché nel corso dei racconti le donne cambiano, anche il lettore è coinvolto in una metamorfosi, che spesso non è altro che accettazione di sé e di ciò che la vita ha messo in serbo per ognuno di noi. L’autrice sembra dirci che nelle donne c’é una potenza trasformatrice e generatrice. Il femminile é quella parte che riesce a far emergere un fiore dal cemento.
Il fatto che il libro fosse diviso per capitoli, ognuno dei quali contenenti una storia, mi ha permesso di assaporare una storia al giorno, e di affezionarmi a tutte queste donne che mi hanno raccontato la loro vita.
Margherita dolcevita, Stefano Benni
Stefano Benni è stata una scoperta piacevolissima, è forse uno dei pochi autori che mi ha davvero fatta ridere. Ci sono state parti del libro che mi hanno divertita e trattenere la risata é stato quasi impossibile. La protagonista è Margherita, ragazzina di quindici anni, molto sensibile, circondata da una famiglia un po’ stramba: il papà Fausto, metereopatico, pensionato, e “avvocato difensore di oggetti” ( “dice che non è giusto chiamare vecchie le cose: perchè vivranno più di noi”) . La madre si chiama Emma, casalinga, larmotossica (“non può stare a lungo senza piangere”) , dipendente da una serie TV. Il fratello maggiore Giacinto, diciotto anni (“la sua visione ecologica del mondo é terrificante : io la definisco “palentopandismo”. Cioé lui mangerebbe polenta e panda, anche se fosse l’ultimo esemplare del mondo”). Poi c’é Erminio, il fratello minore, di dodici anni, il classico genietto un po’ rompiscatole. Margherita é un po’ cicciotella, timida, inventa poesie brutte, sa guardare il mondo in modo diverso dai suoi coetanei. Improvvisamente, di fronte alla casa di Margherita appare un cubo di vetro nero circondato da un giardino sintetico. Prende la scena a questo punto anche la famiglia Del Bene, che sembra essere la portatrice della novità, del consumo. La metafora con il mondo odiurno si rende così molto evidente e originale perché entriamo in una specie di fiaba, una storia irrealistica che grazie agli occhi di Margherita riusciamo a vedere con occhi distanti, a renderci conto della stoltezza dei personaggi e alle conseguenze che questa stoltezza porta con sé . Libro breve ( 206 pagine) e gradevole.
Il paese dei bambini che sorridono, Pam Cope
Una una storia vera, commuovente, ispirante. Un bestseller che è stato pubblicato in tredici paesi. Annientata da dolore per la morte del figlio, Pam trova una via di fuga partendo per il Vietnam. Qui scopre un mondo diverso e lontano da ogni sua immaginazione, lontano dal confortante Texas in cui vive con il marito e la seconda figlia. E’ un mondo in cui i bambini vivono in condizioni disastrose, ed esposti ad ogni genere di pericolo. Questo viaggio permette alla donna di trasformare la sua dolorosissima esperienza in un dono per il mondo, a ritrovare la speranza e la determinazione per il bene di quei bambini in condizioni così gravi. Ogni bambino é un po’ come se diventasse suo e nell’aiuto verso il prossimo é come se suo figlio vivesse ancora. Un libro che parla di lutto e questo è reso evidente e toccante come solo il racconto di una storia vera può essere. Un lutto che necessita di moltissimo tempo prima di essere elaborato, ma che si trasforma in una nuova fiamma , che rende la vita di Pam una vita piena di significato. Non solo il Vietnam: la donna, sempre sostenuta dal marito, aiuta a creare scuole in Ghana e a salvare i bambini malati gravemente. Bambini disabili, orfani e abusati. Questa esperienza è diventata con il tempo un’associazione, che esiste tutt’ora e si chiama Touch a Life ( se volete saperne di più il sito è : http://www.touchalifekids.org)
Questo è un libro che mi ha lasciato tantissimo, non tanto per lo stile di scrittura, ma per la storia in sé. Il percorso di questa donna mi ha messo dentro quella spinta di determinazione e trasformazione, e mi ha fatto capire che dentro di noi c’é un germoglio che aspetta di fiorire. Una cosa che ho apprezzato è il fatto che nel libro il dolore non abbandona, rende anche dopo tanto tempo vulnerabili, ma in Pam si è trasformato in una ricchezza che lei stessa non avrebbe mai creduto possibile.
I 4 colori della personalità, Lucia Giovannini e Nicola Riva
Arriviamo all’ultimo libro, un saggio che offre un metodo per relazionarsi in modo efficace e non conflittuale con le persone, in tutte le aree della nostra vita, come lavoro, famiglia, amici. Inoltre, questo metodo è utile per prendere decisioni migliori e ottenere di più, per essere più produttivi. Psicologi e ricercatori hanno, a partire dall’approccio Junghiano, individuato 4 tipi di energia o personalità identificati con 4 colori (rosso, giallo, verde e blu)
Il libro quindi fornisce, in modo molto pragmatico, elementi per comprendere qual é il nostro colore dominante, quali possono essere i nostri punti di forza e i nostri talenti e anche le oltre debolezze per poterle sfruttare al meglio. Inoltre, fornisce strumenti per comunicare meglio con “gli altri colori”. Infine, aiuta a comprendere anche la nostra energia secondaria, per fornire in modo più dettagliato cosa ci caratterizza maggiormente. Questo è un libro pratico, che può essere soggetto a numerose critiche, proprio perché si basa su un approccio solo che può essere molto riduttivo, ma d’altra parte l’ho trovato gradevole, scorrevole, e un ottimo metodo per conoscermi e comprendere di più le motivazioni degli altri, il come e perchè per alcune persone sia normale un approccio alle cose di tutti i giorni più analitico o, viceversa, più creativo.
E secondo voi, qual é la vostra energia dominante ?
FILM
Premetto che é stato il mese in cui ho rivisto i miei film preferiti , quindi possiamo definire il mese di marzo come un rewind :) . Ho infatti rivisto il favoloso mondo di Amelie, Moulin Rouge, e Pearl Harbor. Per motivi diversi mi sono ritrovata a rivederli e direi che è sempre piacevole.
Il diritto di contare, Theodore Melfi (2016)
E’ altamente probabile che questo film rientrerà nei miei preferiti dell’anno.
L’ho visto al cinema e l’ho amato. Il titolo originale è Hidden Figures, titolo del libro da cui é tratto il film ( direi che entrambi i titoli rendono bene l’idea della tematica del film. Donne nascoste dalla società, donne che rivendicano il diritto di contare). La vicenda è ambientata nella Virginia degli anni ’60 e tratta la storia di tre donne che lavorano per la NASA: la matematica Katherine Johnson, Dorothy Vaughan e l’aspirante ingegnere Mary Jackson.
Tutte e tre subiscono la loro condizione di donne afroamericane , impossibilitate a scalare la vetta di una carriera che a fatti meriterebbero. Nel film viene mostrata la enorme differenza razziale presente in quegli anni: autobus divisi per zone dedicate alle persone di colore, bagni per le persone nere, paga del lavoro ridotto, discriminazioni anche velate, che celano una cultura maschilista e razziale.
Queste tre donne però non demordono, imponendosi piano piano sulla mentalità dei colleghi, e riescono a emergere con competenza, dimostrando enormi abilità.
Una cosa che mi ha colpito è anche la grazia con cui lo riescono a fare, e questo a sottolineare ancora una volta come il femminile non debba celarsi in mascolinità, ma restare femminile con orgoglio e questo penso sia l’insegnamento più bello che si può dare alle giovani generazioni femminili oggi: rimanere femmine, battere per il diritto di essere femmina.
Il film è riuscito quindi a raccontare una storia poco conosciuta avvenuta alla Nasa, facendo leva su temi estremamente attuali.
CANZONI
Put it toghether , Langhorne Slim, The Law
https://m.youtube.com/watch?v=4o8xcRm72Do
La canzone che quasi ogni mattina ha accompagnato il mio tragitto casa-tirocinio, casa-università. Una canzone allegra che ho scoperto grazie a Spotify e questo gruppo è sicuro uno dei miei gruppi preferiti del momento, la carica giusta per queste giornate primaverili!
Pearl’s a singer, Elkie Brooks
https://m.youtube.com/watch?v=IxwBjfrwpPY
Meravigliosa la versione live di questa canzone , adoro queste voce calda ! Ho scoperto questa artista proprio durante il mese di marzo e piano piano spero di conoscere altre canzoni.
Strange kind of woman , Deep Purple
https://m.youtube.com/watch?v=bAzjVdD06z8
Grazie alle prove con la band, ho potuto imparare questo classico del rock, che ha un arrangiamento molto bello!
Piece of my heart, Janis Joplin (versione Company of Thieves, Daryl Hall)
https://m.youtube.com/watch?v=Gd_Q-1pwUxE
Crendo davvero che con Janis Joplin non si possa competere: la sua storia personale unita ad una voce così graffiante, la rende una delle cantanti più influenti del nostro secolo a mio avviso. Questa, però, é una versione arrangiata bene da un gruppo rock ( o meglio indie rock) molto meno conosciuto ma che vale la pena di approfondire ( loro canzoni: Oscar Wilde, Pressure)
OPERA D’ARTE
La Fleur Qui Ecoute (1891) , Paul Gauguin (1848-1903) , Olio su Tela, 29,7 x 26,2 cm .
Chi mi conosce sa quanto amo Paul Gauguin. Amo la sua ricerca suni popoli , oltre che sui colori, che è una ricerca che rende esso puro, protagonista indiscusso. Questo é un quadro poco conosciuto, dalle dimensioni molto piccole. Di questa opera non si sa molto, se non che la data coincide con il periodo di permanenza del pittore a Tahiti.
E’ stato il quadro del mese perché raffigura una donna, perché é una donna avvolta dal mistero, perché é una donna giovane, e perché questa donna ha un fiore giallo in testa e quando lo guardo penso: se non ci fosse il giallo questo quadro non sarebbe così vibrante. Il colore del fiore, unito allo sguardo della ragazza e al colletto bianco della maglia , é un mix che rende la giovane donna affascinante. Penso che guarderò questa opera nei miei momenti di introspezione.
Bene, anche il mese di marzo ci ha salutati, ma ora aprile è pronto a sfoggiare ancora mille colori. Vi auguro un mese bellissimo, magari senza allergie o sfighe stratosferiche, ma anzi tanta salute e fortuna 🍀
Glo
Marzo, il mese dei colori Ciao a tutti ! Marzo è stato il mese delle montagne russe, dei colori primaverili, delle nascite, delle tonalità fredde e poi calde, della pioggia e poi del sole battente, delle poesie, e poi delle canzoni, dei film strappalacrime e di quelli romantici, dei nuovi vestiti, e poi della giacca invernale, dei sandali e poi degli stivali.
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AMORE CHE NON TI HO MAI AMATO Ti ho guardato, ti ho aspettato a lungo, a fondo ti ho guardato come si guarda il mare, il passato, una speranza. Eri tutto senza il bisogno di essere niente, ti ho sognato tanto e a tutto quello che ho fatto dopo di te ho dato il tuo nome, era anche per te, o forse, è sempre stato solo per te. Ma tu lo sai, lo so che lo sai, che ci siamo andati a Port Cros a guardare il raggio verde e ci siamo persi per le vie di Sant Michel ubriachi sotto le stelle, abbiamo cantato in macchina, abbiamo fatto l’amore al buio contro il muro e con la luce accesa e le mani legate. Abbiamo ballato a quella festa di paese e hai suonato per me, tu me le hai cantate tutte le canzoni che volevo sentire. Noi l’abbiamo bevuto quel caffè insieme, lo abbiamo fatto ogni mattina e abbiamo dormito vicini tutte le notti, anche a chilometri di distanza, ci siamo svegliati piano con le mani, abbiamo riso guardando film stupidi e ci siamo stati addosso leggendo tutti quei libri che ci piacevano tanto. C’era davvero quel posto che dicevi tu, quello in cui era tutto possibile. Dove c’eravamo solo io e te. Io lo so che lo sai. Lo so che ci credi ancora. Riesco ancora a vederti mentre abbassi lo sguardo e respiri come se volessi aggiungere qualcosa mentre resti in silenzio. Come se ti avessi visto farlo ogni giorno. Lo so a che pensi, li conosco tutti i tuoi motivi e riesco perfino a capirli, ma sai come la penso, c’è sempre un’altra scelta, amore che non ti ho mai amato. Dovevi imparare da me. Era l’unica cosa che sapevo fare bene, trovare sempre un’alternativa in una strada chiusa. Adesso avremmo altri sorrisi da inventare invece di scuse su cui poterci arrampicare per non morire di rimpianti. Dovevi imparare da me a sperare, invece di insegnarmi a lasciare andare. Avremmo ancora un sogno da annaffiare e una pianta di basilico da salvare, su qualche balcone, invece di questa via di fuga troppo stretta, dove non si riesce nemmeno a camminare. #karenlojelo #ioscrivo #scrittrice #libridaleggere #citazionilibri #margheritalamoreuccidelentamente #karenlojeloquotes #estratto #didascalia #captions #amore #lovequotes #loveyou #letteraturaitaliana #igwrites #wattpaditalia https://www.instagram.com/p/CgTjS-4MKwo/?igshid=NGJjMDIxMWI=
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AMORE CHE NON TI HO MAI AMATO Ti ho guardato, ti ho aspettato a lungo, a fondo ti ho guardato come si guarda il mare, il passato, una speranza. Eri tutto senza il bisogno di essere niente, ti ho sognato tanto e a tutto quello che ho fatto dopo di te ho dato il tuo nome, era anche per te, o forse, è sempre stato solo per te. Ma tu lo sai, lo so che lo sai, che ci siamo andati a Port Cros a guardare il raggio verde e ci siamo persi per le vie di Sant Michel ubriachi sotto le stelle, abbiamo cantato in macchina, abbiamo fatto l’amore al buio contro il muro e con la luce accesa e le mani legate. Abbiamo ballato a quella festa di paese e hai suonato per me, tu me le hai cantate tutte le canzoni che volevo sentire. Noi l’abbiamo bevuto quel caffè insieme, lo abbiamo fatto ogni mattina e abbiamo dormito vicini tutte le notti, anche a chilometri di distanza, ci siamo svegliati piano con le mani, abbiamo riso guardando film stupidi e ci siamo stati addosso leggendo tutti quei libri che ci piacevano tanto. C’era davvero quel posto che dicevi tu, quello in cui era tutto possibile. Dove c’eravamo solo io e te. Io lo so che lo sai. Lo so che ci credi ancora. Riesco ancora a vederti mentre abbassi lo sguardo e respiri come se volessi aggiungere qualcosa mentre resti in silenzio. Come se ti avessi visto farlo ogni giorno. Lo so a che pensi, li conosco tutti i tuoi motivi e riesco perfino a capirli, ma sai come la penso, c’è sempre un’altra scelta, amore che non ti ho mai amato. Dovevi imparare da me. Era l’unica cosa che sapevo fare bene, trovare sempre un’alternativa in una strada chiusa. Adesso avremmo altri sorrisi da inventare invece di scuse su cui poterci arrampicare per non morire di rimpianti. Dovevi imparare da me a sperare, invece di insegnarmi a lasciare andare. Avremmo ancora un sogno da annaffiare e una pianta di basilico da salvare, su qualche balcone, invece di questa via di fuga troppo stretta, dove non si riesce nemmeno a camminare. #karenlojelo #ioscrivo #scrittrice #libridaleggere #citazionilibri #margheritalamoreuccidelentamente #karenlojeloquotes #estratto #didascalia #captions #amore #lovequotes #loveyou #letteraturaitaliana #igwrites #wattpaditalia https://www.instagram.com/p/B3v8yj3ouKR/?igshid=1mafbdrdqjn68
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