#finestra sul nulla
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Emil Cioran nasce a Rășinari (Transilvania) l’8 aprile del 1911.
“Finestra sul nulla” è una raccolta di frammenti lasciati allo stato grezzo con tante pagine “mal scritte” che lo scrittore Emil M. Cioran stese negli anni 1943-1955.
“Una volta espresso, il sublime perde tutto. Non ha stile. Trasferiti nella parola umana, gli ultimi paesaggi della natura o del cuore assomigliano a disastri di cattivo gusto, e a tremende insulsaggini. La perfezione bandisce qualsiasi brusio.”
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Non succede nulla di nuovo, cioè succede, ma sono cose già viste, già vissute. Un giorno farò una storia su IG in cui scriverò "AAA cercasi persona con cui andare a eventi mondani l'inverno, morire sul divano sotto le coperte, parlare male di qualunque cosa, bersi la bottiglia di vino a random, fumare spesso alla finestra, andare a vedere i Post Nebbia, giocare a geoguesser e perdersi nel magico mondo di internet tra twitch, live di tiktok e YouTube. Ricambio con dolci, cene e boh, non mi sono mai saputo valorizzare", tipo in preda alla disperazione. Tipello sarà l'unico a rispondere e conterrà tre lettere precise "gay" che nella sua testa di cazzo vale come un insulto, poi lo bloccherò per qualche giorno come al solito e la vita continuerà come sempre. Vivo questo magico momento di solidarietà verso me stesso (pare brutto chiamarlo solitudine) da 2 anni almeno, non mi dispiace, c'è di meglio come c'è di peggio, questo mezzo ha un buon calore al momento.
Qualche giorno fa mi sono annoiato a una serata, la tipa aveva organizzato un evento e mi aveva invitato, pensavo a una cosa con gente, musica, vino e cibo, invece era una cena (aperitivo con buffet e tanto vino) tra me e lei. Spero di averla annoiata terribilmente. Settimana scorsa invece c'era un concerto, in macchina accanto c'era una tizia, parliamo, fa il medico, le dico che è cancro di fine giugno, urla, mi chiede come abbia fatto, si fa mille complessi perché è risultata prevedibile, mi sono messo a giocare a pokemon pocket, ho sbustate un garyados full art, bello.
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Ch-ch-changes
🌟 Novità
Oggi non abbiamo niente da annunciare.
🛠 Correzioni
La settimana scorsa, la pagina per gestire le opzioni di pagamento non ha funzionato per un breve lasso di tempo, ma ora funziona di nuovo.
Sul web, quando si usa la palette di colori classica a basso contrasto, ora la finestra dei messaggi diretti usa colori a basso contrasto.
🚧 In corso
Abbiamo passato l'ultimo periodo dell'anno facendo un sacco di pulizia del codice dietro le quinte, ma non necessariamente cambia qualcosa per te. Però ci renderà la vita molto più facile in futuro per apportare aggiornamenti più velocemente!
Stiamo ancora lavorando all'aggiornamento dei nostri documenti. Se vedi qualcosa di obsoleto o confuso, scrivici!
🌱 In arrivo
Nulla da dichiarare, oggi!
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#aggiornamenti tumblr
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I grandi della terra sanno benissimo come sia impossibile dirigere le masse senza il falso nutrimento delle fedi. La loro occupazione consiste nell'imbottirle di menzogne ricoperte con la vernice della verità.
Emil M. Cioran (Finestra sul nulla)
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All’infuori di Bach, qualsiasi impeto sonoro assomiglia a una strofetta farfugliata.
E. M. Cioran, [Fereastră spre nimic] Finestra sul nulla, Milano, Adelphi, 2022, ebook [Trad. C. Fantechi]
Immagine: J.S. Bach - Manoscritto dalla partitura della cantata BWV 12 "Weinen, Klagen, Sorgen, Zagen". Online su YouTube.
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"La fine e l’inizio "
Wislawa Szymborska
Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare
i carri pieni di cadaveri.
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
Non è fotogenico
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
C’è chi con la scopa in mano
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.
Ma presto
gli gireranno intorno altri
che ne saranno annoiati.
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con la spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.
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TRINITY BLOOD
RAGE AGAINST THE MOONS
(Storia: Sunao Yoshida // Illustrazioni: Thores Shibamoto)
Vol. 1 - From the Empire
WITCH HUNT - Capitolo 2
Traduzione italiana di jadarnr dai volumi inglesi editi da Tokyopop.
Sentitevi liberi di condividere, ma fatelo per piacere mantenendo i credits e il link al post originale 🙏
Grazie a @trinitybloodbr per il suo prezioso contributo alla revisione sul testo originale giapponese ✨
”Sta riprendendosi bene. Troppo bene, a dire il vero. Stiamo inibendo il suo processo di rigenerazione con l’acqua santa.” Stava spiegando il dottore a Tres.
Erano su un ascensore di servizio che li stava portando nel reparto di isolamento dell’ospedale. Nessuno poteva uscirne od entrarne senza passare diversi controlli di sicurezza. Non che alcun posto di blocco avrebbe potuto fermare Tres Iqus.
“Come da sua indicazione, abbiamo ridotto la dose di acqua santa. Dovrebbe essere in grado di parlare in pochi minuti.”
“Affermativo.” Rispose Tres, per poi ripiombare nel silenzio.
Erano all’Ospedale di San Simone, un ospedale del Vaticano situato in un quartiere meridionale della città di Marsiglia. I primi sei piani era dove venivano curati i normali pazienti, ma l’ultimo piano aveva delle stanze di isolamento riservate alla Chiesa. Non c’era un’atmosfera piacevole. L’aria condizionata andava sempre al massimo e la luce era debole. Sembrava di essere in una tomba. Ma ovviamente Tres non ne era per nulla disturbato, non potendo provare alcuna sensazione o emozione.
“Inizierò subito l’interrogatorio. Prepari la stanza e mi porti i referti delle autopsie degli altri vampiri uccisi.”
“Non c’era molto da riportare. Gli altri vampiri mostravano segni di morsi che coincidono con quelli delle zanne di questo vampiro. I segni dei graffi coincidono con le sue unghie. Sarebbe un caso già risolto se non fosse per il motivo per cui avrebbe attaccato dei suoi simili.” Constatò il dottore.
“E questo è il motivo per cui sono qui io. Ci sono altre informazioni che dovrei sapere?” Chiese Tres.
“C’è una cosa…” iniziò il dottore, ma poi si interruppe, spalancando gli occhi per lo shock.
Un’infermiera era appena uscita nel corridoio incespicando. Si aggrappò alle braccia del dottore, cercando di prendere fiato. Aveva un’aspetto orribile.
“Che sta succedendo?” Gridò il dottore.
“E’ m—morto.” balbettò l’infermiera. “Non ha battito…”
Tres si precipitò attraverso la porta di metallo e guardò verso il letto. Era vuoto, ad eccezione di una macchia di sangue a forma di croce. Le manette e le catene che lo tenevano ferme erano sparse sul pavimento, come serpenti morti. Sangue colava dal soffitto sulle lenzuola.
Tres guardò in alto.
“Mio Dio!” Urlò il dottore.
Era il vampiro trovato nel rifugio. Qualcuno lo aveva crocefisso piantando i chiodi dei polsi e delle caviglie al soffitto; aveva un paletto conficcato nel cuore. Aveva gli occhi strabuzzati e la lingua gli penzolava fuori dalla bocca.
“Chi ha permesso che succedesse tutto questo? Portatemi immediatamente il responsabile dello staff!” Sbraitò il dottore.
“S—subito.” Disse l’infermiera.
“Aspetti.” Una voce fredda interruppe l’infermiera che stava già lasciando la stanza asciugandosi le lacrime.
“Nessun battito ha detto.” Ripetè Tres calmo. “Ma come avrebbe potuto verificarlo se è inchiodato lassù?”
Tres scansò il dottore e tirò fuori la pistola, puntandola contro l’infermiera. L’ebbe nel mirino per mezzo secondo ma era già scappata quando premette il grilletto. Il tamburo della pistola scattò con un rimbombo assordante che fece scappare tutti ai ripari.
THOOM!
Un pezzo di parete della dimensione di una testa crollò. Ma l’infermiera era riuscita a scappare. Tres si spostò verso la finestra a prova di proiettile e ricaricò la pistola. Il vetro era anti proiettile, non sarebbe stato in grado di farlo a pezzi. Il cemento d’altro canto non era così resistente. La pistola esplose nove colpi. Una nuvola di polvere e detriti si alzò nell’aria. Tres calciò la finestra, che prima si crepò, poi tremò ed infine si infranse, lasciando un buco nel muro.
“Chiamate le guardie all’ingresso.” Ordinò Tres, poi attraversò il varco che aveva creato.
Volò in caduta libera per sette piani. Cadde in piedi, i suoi stivali polverizzarono l’asfalto sotto di essi. L’impatto inaspettato creò il panico tra i passanti. Tres non ci badò. Rientrò nell’ospedale, ricaricando le sue pistole con efficienza meccanica. Nonostante fosse quasi sera, la sala di aspetto era ancora affollata.
Proprio in quel momento, l’infermiera del reparto di isolamento girò un angolo. Quando vide Tres avvicinarsi puntandole addosso l’arma senza alcuna espressione, si fermò per un istante.
“Non muoverti, cane del Vaticano!”
Afferrò una sfortunata bambina tra i presenti immobili. La madre strinse forte il braccio di sua figlia, che iniziò a strillare e scalciare. Niente di tutto ciò sembrò turbare l’infermiera. Dal nulla tirò fuori una pistola e la puntò alla tempia della bambina, ma lei si stava contorcendo talmente tanto che non riuscì a prendere la mira con precisione.
Si concentrò allora su Tres.
“Se solo provi a—“
BOOM!
La pistola di Tres scattò, e l’aria fu attraversata dal proiettile. Colpì l’infermiera dritta nel petto e la fece volare in aria con un tempismo perfetto. La madre e la bambina caddero al suolo nel momento in cui l’infermiera arretrò per il colpo. Andò a colpire il muro dietro di lei con un tonfo, con un buco fumante della dimensione di un pugno che le squarciava il petto. Mentre Tres superava la madre e la figlia ancora sotto shock, notò che avevano uno sottile strato di qualcosa di oleoso sulle mani e le braccia dove erano state afferrate dall’infermiera.
“Gel protettivo contro gli UV?” Domandò Tres al vampiro sprofondato nel muro. “Fai per caso parte dei Fleur du Mal?”
Tres afferrò il Metuselah per il collo, osservando per bene lo strato protettivo di gel sulla pelle. Il Gel UV poteva bloccare completamente i raggi ultravioletti del sole. Se se lo spalmava addosso, un vampiro poteva camminare tranquillamente in pieno giorno tra gli umani, passando inosservato. Gli esseri umani avevano bannato la sostanza anni prima, e di quei tempi raramente se ne trovava in circolazione.
“Dieci giorni fa, perché quel massacro al vostro rifugio? Cosa state cercando di nascondere?” Chiese Tres in tono monocorde.
Il vampiro tentò di ridergli in faccia, ma finì per strozzarsi col suo stesso sangue. Allora si limitò a sorridere sarcasticamente mostrando a Tres le sue zanne.
“Non penserai davvero che ti dica qualcosa! Muori, cane del Vaticano.”
BOOM!
Un colpo di pistola la mise a tacere. Il vampiro aveva perso una mano. Si divincolò nella presa di acciaio di Tres, ma per quanto si sforzasse non riusciva liberarsi.
“Per ucciderti dovrei strapparti il cuore e romperti il collo. Non morirai per così poco. Ma questo non ti impedirá di provare dolore.” Tres, affondò la canna della pistola nella ferita all’addome dell’infermiera, poi iniziò a muoverla, come se stesse frugando in cerca di qualcosa.
Il vampiro cercò di urlare, ma il dolore era così grande che dalla bocca non le uscì alcun suono.
“Allora? Hai deciso di parlare?”
L’infermiera annuì con un gorgoglìo. Poi iniziò a parlare sommessamente. Tres ascoltò con attenzione, prendendo nota di ogni parola, poi scaraventò sul pavimento il vampiro morente. Dopodiché gli voltò le spalle ed iniziò a camminare verso l’uscita, come se avesse improvvisamente perso ogni interesse. La folla lo guardava ammutolita, facendosi da parte mentre passava, come il mare che si separava al passaggio di uno degli antichi profeti. Tutti i loro volti erano tesi, ma ce n’era uno in particolare che mostrava solo rabbia.
“Voi non siete umano!” Gridò una voce, mentre un vaso di fiori colpiva Tres alle spalle. Quando si voltò, vide che era la madre di prima con la bambina in braccio.
“Non siete un essere umano! Avreste potuto uccidere mia figlia! E se lo avreste fatto, giuro che vi avrei ucciso io!”
La folla cercò di allontanarla dal prete, ma nessuno fu in grado di trattenere la furia di una madre mentre riversava il suo odio contro il volto impassibile del sacerdote. Secondo il sistema di simulazione di Tres, sparare era stata la soluzione migliore. Ogni altra opzione avrebbe provocato almeno nove vittime innocenti. La bambina sarebbe stata presa in ostaggio ed uccisa in ogni scenario alternativo. Ma non avvertì il bisogno di giustificare le proprie azioni, per cui si limitò ad alzare un braccio verso la sua accusatrice.
“Affermativo. Non sono un essere umano.”
Un istante dopo, si sentì un nuovo colpo di pistola, e la testa della giovane madre fu colpita da schizzi di liquido rossastro. La donna cadde in ginocchio, mentre una pozza di liquido si allargava verso le sue gambe. Davanti ai suoi occhi increduli vide che, dal braccio che Tres aveva usato per farle scudo, stavano fuoriuscendo scintille blu e bianche, insieme a del liquido scuro. La sua pelle artificiale era squarciata nel punto in cui la pallottola, ora conficcata nel suo muscolo artificiale, avrebbe dovuto colpire lei e la sua bambina.
Continuando a fare da scudo alla donna ed a sua figlia, Tres puntò l’M13 contro l’ascensore. Era lì che il vampiro se ne stava accovacciato, in procinto di sparare un ultimo colpo con quelle poche forze che le rimanevano.
“Sono Hercules Tres Iqus, agente AX dello Stato del Vaticano HC III X. Nome in codice Gunslinger. Non sono un essere umano. Sono una macchina.”
Tres Iqus sparò un colpo che fece saltare la testa al vampiro.
#trinity blood#sunao yoshida#rage against the moons#trinity blood novels#traduzione italiana#tres iqus#witch hunt#thores shibamoto
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Il caso riferito da Metzger: un ex ufficiale in pensione si è affezionato al figlio della sua affittacamere. Un giorno, “senza nessun motivo e senza che fosse in gioco nessuna passione, come può essere la collera, l’orgoglio, la vendetta”, si getta sul bambino e lo colpisce per due volte con un martello, senza ucciderlo.
Il caso di Sélestat: in Alsazia, durante il rigidissimo inverno del 1817, sotto la minaccia della carestia, una contadina approfitta dell’assenza “dell’assenza del marito, che se ne è andato a lavorare, per uccidere la loro figlioletta, tagliarle una gamba e cuocerla nella minestra.
A Parigi, nel 1825, una serva, Henriette Cornier, va a trovare la vicina dei suoi padroni e le chiede insistentemente di affidarle per un po’ la figlia. La vicina esita, acconsente e poi, quando torna a riprendere la bambina, scopre che Henriette Cornier l’ha appena uccisa, le ha tagliato la testa e l’ha buttata dalla finestra. A Vienna Catherine Ziegler uccide il figlio bastardo. In tribunale spiega di essere stata spinta da una forza irresistibile. Viene assolta per follia e liberata. Ma lei dichiara che farebbero meglio a trattenerla in prigione, perché lo rifarà. Dieci mesi dopo, partorisce un bambino che uccide immediatamente e al processo dichiara di essere rimasta incinta al solo scopo di uccidere il neonato. Viene condannata a morte e giustiziata.
In Scozia un certo John Howison penetra in una casa, ucci de una vecchia che non conosce e se ne va senza aver rubato nulla, ma non cerca di nascondersi. Arrestato, nega contro ogni evidenza; ma la difesa sostiene che si tratta del crimine di un demente, giacché privo d’interesse. Howison viene giustiziato e, retrospettivamente, sarà interpretato come un ulteriore segno della sua follia il fatto che avesse detto a un funzionario lì presente che aveva voglia di ammazzarlo”
Michel Foucault, Estetica dell’esistenza, etica, politica. Archivio Foucault 3. Interventi, colloqui, interviste. 1978-1985 (Feltrinelli)
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Non so altrove,
ma qui sulla Terra c’è abbondanza di tutto.
Qui si producono sedie e afflizioni,
forbicine, violini, tenerezza, transistor,
dighe, scherzi, tazzine.
Forse altrove di tutto ce n’è di più,
solo per certe ragioni là mancano dipinti,
cinescopi, ravioli, fazzolettini per il pianto.
Qui ci sono luoghi con dintorni in quantità.
Ad alcuni puoi essere molto attaccato,
chiamarli a tuo modo
e preservarli dal male.
Forse ci sono luoghi simili altrove,
ma nessuno li considera belli.
Forse come in nessun posto, o in pochi,
qui trovi un torso a sé stante,
e insieme a lui gli accessori che servono
per aggiungere bambini propri agli altri.
E poi le mani, le gambe e una testa stupita.
L’ignoranza qui ha molto lavoro,
conta, confronta, misura di continuo qualcosa,
ne trae conclusioni, ne estrae le radici.
So bene cosa pensi.
Qui non c’è nulla che dura,
perché da sempre e per sempre in balia degli elementi.
Bada però – gli elementi si stancano in fretta
e ogni tanto devono riposare a lungo
fino alla volta successiva.
E so cos’altro pensi.
Guerre, guerre, guerre.
Però anche fra loro capitano intervalli.
Attenti! – Gli uomini sono cattivi.
Riposo! – Gli uomini sono buoni.
Sull’attenti si producono luoghi deserti.
A riposo col sudore della fronte
si costruiscono case e ci si vive alla svelta.
La vita sulla Terra costa abbastanza poco.
Per i sogni ad esempio qui non paghi un soldo.
Per le illusioni – solo se perdute.
Per il possesso del corpo – solo con il corpo.
E come se ciò non bastasse,
si va senza biglietto sulla giostra dei pianeti,
girando a sbafo, nella tormenta di galassie,
in tempi così vertiginosi
che niente qui sulla Terra potrebbe fare un passo.
Su, su, osserva bene:
il tavolo sta dove stava,
sul tavolo il foglio, come è stato messo,
dalla finestra socchiusa solo una folata d’aria
e neanche una crepa paurosa sui muri,
per la quale ti si soffi via – da nessuna parte.
Wislawa Szymborska – “Qui”
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Se ieri uno si guardava i tg della rai, di mediaset e la7, sembrava che la Meloni era andata in visita in Francia, da Macron e che lui si era detto daccordo su ogni cosa che l'Italiana ha proposto nel corso dell'incontro. Insomma, lei dettava e lui scriveva mettendo alla fine un bel 10&lode sul foglio. Detta cosi', un capitano (lei) e un gregario (lui). Migranti, patto di stabilita', expo 2030 a Roma. Italia 3 - Francia 0. Lei che torna in patria con il canestello pieno di successi e il francese che sta alla finestra a mani vuote e saluta estasiato la Meloni fin quando lei non sparisce all'orizzonte. Poi, leggi bene tra le righe e ti accorgi che la Meloni non ha portato a casa nulla se non una accoglienza cortese e un rinnovato attestato di amicizia che lega Italia e Francia da decenni. Un po' ricorda il 2022, quando giornaloni, tv e potentati economici si sono ritrovati tutti a spingere Draghi. Addirittura Lui era il Divino predestinato a guidare l' Europa per decenni, Draghi piu' della Merkel. Poi non e' andata come scrivevano gli oracoli di potere e cosi eccoli tutti pronti ad osannare il nuovo brocco spacciandolo come l'erede di Varenne, donna Giorgia Meloni.. @ilpianistasultetto
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Ha fatto anche cose
L'assessor Pignazzoni C'era una volta, neanche troppo tempo fa, un paesino di nome Ferbello. Ferbello aveva pochi abitanti, poche case, strade polverose, una chiesa col campetto da calcio e un bar. La gente si lamentava perchè a Ferbello si faticava ad andare avanti, i soldi erano pochi e le prospettive per il futuro erano incerte. Così un giorno al signor Pignazzoni venne in mente di farsi eleggere in consiglio comunale per cambiare le cose come diceva lui. Alle elezioni nessuno se lo filò, così iniziò a dare la colpa a destra e a manca inventando scuse sul perchè non fosse stato eletto. Successe però che le difficoltà di Ferbello impedirono al consiglio comunale di poter mettere mano ai molteplici problemi del paese, così gli abitanti di Ferbello dovettero tornare ad elezioni. Pignazzoni divenne assessore. "C'E' DA ASFALTARE LA STRADA!" disse. A chi gli faceva notare che i soldi non c'erano, lui rispondeva che li avrebbe trovati lui, poi si annotava il nome e cognome di chi lo aveva contestato e qualche tempo dopo quello o quella si trovavano con le ruote bucate, o le finestre rotte o il magazzino dato alle fiamme. Per asfaltare la strada Pignazzoni portò degli africani con la promessa che sarebbero diventati cittadini di Ferbello e li avrebbe pagati, in realtà non videro un soldo e quando la strada fu finita gli amici di Pignazzoni li picchiarono. Ora Ferbello aveva una strada asfaltata, Pignazzoni pensò che poteva essere il momento giusto per un gemellaggio oltre confine, magari con un paesino con una squadra di calcio più forte della Ferbellese che faceva abbastanza pena. Pignazzoni curò personalmente il gemellaggio con una squadra d'oltralpe che era famosa per essere forte, ma ancora più famosa per la sua tifoseria violenta. Fece arrivare gli ultras per il gemellaggio i quali appena misero piede a Ferbello andarono a picchiare i tifosi della squadra ospite contro cui stava giocando la Ferbellese. Tutti gli abitanti di Ferbello che non erano d'accordo con questa situazione vennero intimiditi o fatti trasferire, alcuni addirittura uccisi. Pignazzoni guardava la strada asfaltata e lo stadio con gli ultras ed era contento, però sentiva che mancava qualcosa a Ferbello. "UNA STATUA!" così chiese ai Ferbellesi di dargli tutto il ferro possibile, non importava smontare sedie, auto, trattori, finestre e porte. La statua si doveva fare. Fu così che la fonderia fece un'enorme statua di Pignazzoni che lui stesso inaugurò davanti al campo da calcio, ai bordi della strada asfaltata con la placca "All'assessore Pignazzoni, eroe di Ferbello". Gli ultras e gli amici di Pignazzoni però non avevano capito la situazione e credendosi imbattibili e intoccabili avevnao iniziato a cagare il cazzo anche ad altre squadre e tifoserie che poco o nulla avevano a che fare con Ferbello. Così un bel giorno, guardando fuori dalla finestra, Pignazzoni vide una ventina di pulman di tifosi di altre squadre, incazzati che volevano fare il culo a lui, a quelli del gemellaggio e ai suoi amici. Pignazzoni che era un codardo, si travestì e provò a scappare. Purtroppo per lui che non solo i ferbellesi, ma una moltitudine di persone ormai lo riconosceva e detestava, e tutti gli fecero fare una brutta fine. Una volta uscito di scena, a Ferbello si decise di rimuovere la statua e di fonderla con tutta la targa. Passarono gli anni e la memoria di quello stronzo di Pignazzoni si fece sempre più vaga. Così oggi ogni tanto qualcuno che passa da Ferbello dice "Eh però, bella strada asfaltata. Chi l'ha fatta?" "Pignazzoni" si sentono rispondere. "Bravo no?" "Ma quale bravo e bravo, ma vaffanculo a Pignazzoni e aquesta strada di merda."
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Pedro Salinas
Il bacio che non ti ho dato
Ieri ti ho baciato sulle labbra.
Ti ho baciato sulle labbra.
Intense, rosse.
Un bacio così corto durato più di un lampo,
di un miracolo,
più ancora.
Il tempo
dopo averti baciato
non valeva più a nulla ormai,
a nulla era valso prima.
Nel bacio il suo inizio e la sua fine.
Oggi sto baciando un bacio;
sono solo con le mie labbra.
Le poso non sulla bocca,
no, non più - dov'è fuggita?
Le poso sul bacio che ieri ti ho dato,
sulle bocche unite dal bacio che hanno baciato.
E dura, questo bacio più del silenzio, della luce.
Perchè io non bacio ora
né una carne né una bocca,
che scappa, che mi sfugge.
No. Ti sto baciando più lontano.
Edvard Munch - Il bacio alla finestra
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Il bisogno di menzogne elevate e immediate, emana da tutti gli strati dell'anima e della società. Queste menzogne hanno la loro polizia: non perdonano; e uno Stato: non risparmiano nessuno.
E.Cioran -finestra sul nulla.
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Un uomo come tanti
Vecchio che soffre (sulla soglia dell'eternità)
⠀6:21
Il mattino scivolava placidamente sui tetti, illuminandoli a sfregio, intiepidendo le strade e destando le genti.
È qui, affacciandoci a una finestrella qualsiasi, che notiamo un signor nessuno, ma che può esser chiunque. Si sveglia di buon'ora, come solito suo, per farsi baciare dai primissimi raggi di sole. Sbuffa una nuvola di fumo macchiando l'aria e osserva la pipa che si rigira tra le tozze e fredde dita, da cui filtra la luce chiara dell'alba che, goffamente, gli finisce negli occhi, quei suoi occhietti incurvati e vitrei, intrisi d'una malsana umidità.
La finestrella da cui s'affaccia lo incornicia come un'opera d'arte, un uomo piccolo che gode della calma del mattino silenziosa e perfetta che lo fa sentire tranquillo. Sa di poter esistere industurbatamente, anche in quella sua miserabile autocommiserazione, dove spesso si crogiola. Non gli piace dover dare spiegazioni: è per questo che ha cominciato a disprezzare tutti, oltre che sé stesso. Salvo questo suo rancore appariva, dopotutto, un simpaticone, bello paffuto, con due baffoni ispidi che gli si posavano sul labbro; gli occhi piccoli che scomparivano nel suo viso davano un'immagine amichevole di lui, pareva un mansueto e rispettabile omuncolo, con niente di veramente particolare ma comunque indimenticabile.
Nell'insieme era, dunque, una buffa maniera della vita di rappresentare la malinconia, con quel baffo bianco e l'occhio piccino, con la pipa tenuta tra le grasse dita e l'aria sporca del suo sbuffare.
Posso ben vedere un riso comparire sul vostro volto, perché compatite quest'uomo ma lo trovate troppo adorabile per prendere sul serio il suo malumore. Così, di conseguenza, lui si atteggia da signorotto per bene, allegro, ma sempre si percepisce in lui una sorta di affanno per la vita frenetica di città (o, in generale, per la vita, ma il passo è breve).
⠀
Posa ancora per qualche minuto nel quadro della sua finestra e poi si prepara, quasi si affretta come fosse in ritardo: la vita lo aspetta!
Si mette il suo bel completo, parendo un'uomo di tutto rispetto, con la camicia un po' sgualcita di chi, sgraziatamente, s'è dimenticato di stirarla. Passa per poco nel bagno, il tempo di lavarsi i denti e sciacquarsi il viso; s'osservò con cura gli occhi stemperati, si disse di non valere nulla, poi volse lo sguardo altrove e finse di vivere ancora una vota.
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Le cicatrici dell'anima
Mi guardo allo specchio. L’immagine riflessa è quella di un uomo senza età ma stanco, con gli occhi spenti e la consapevolezza che nella vita si è legato a sogni o legami che ha perso. Allontanandosi da essi, venendo allontanato.
Le cicatrici, quelle visibili sulla pelle, non sono molte e neanche un granché. L'unica che chiunque possa notare è quella sotto l'occhio destro. Un monito, un promemoria di come sarebbe potuta andare peggio. Pensandoci non tutti la notano, solo chi ha avuto davvero attenzione per me.
Ma le cicatrici più profonde, quelle dell’anima, sono invisibili agli occhi degli altri. Anche queste notate da pochi, solo da coloro che hanno scrutato nella mia anima. E non parlo di quelli a pagamento.
Mi siedo sul bordo della vasca da bagno, accarezzo la pelle screpolata delle mani. Non mi sono mai voluto bene e questo lo si vede anche fisicamente. Un'esistenza priva di piaceri personali, come a punirmi e per non piacere agli altri. Un modo per sentirmi vivo solo in me stesso, con la fottuta paura dell'abbandono. Ma ora, avvolto nel silenzio degli anni passati, mi sento più solo che mai anche se in mezzo ad altri.
Ricordo l’infanzia, un tempo in cui il mondo era un luogo pieno di meraviglia e di possibilità. Di una madre che mi sorrideva a cui stavo sempre attaccato. Ma la vita, con la sua crudele ironia, mi ha costretto a non crescere in fretta. Per proteggermi da delle responsabilità che poi sono arrivate come uno tsunami.
Ho imparato a indossare una maschera, a nascondere le mie emozioni per paura di essere giudicato. Questa mattina proprio mia madre, in preda alla demenza senile mi ha maledetto. Sentendosi tradita, anche se non l'ho mai fatto e chi lo ha fatto davvero si è goduto i suoi anni migliori; lasciando a me una persona consumata dalla rabbia e dalla delusione.
Domani se ne sarà dimenticata e come sempre dirà che sono l'unica "cosa" che ha, non "figlio" ma una "cosa".
Mi sento come un re di un regno decadente, circondato dalle rovine del mio passato. I miei pensieri sono complessi, come tessere di un puzzle che vanno completati. La neurodivergenza mi porta ad avere un cervello senza interruttore, che macina chilometri su chilometri come una vecchia locomotiva nel Far West.
Ho sempre avuto l'ansia di deludere le persone che ho amato, di far loro del male. Eppure, nonostante i miei sforzi, ho commesso degli errori facendomi fraintendere e perdendo chi ho desiderato più della mia stessa vita.
“Cosa sono diventato?”, mi chiedo spesso. Una vittima? Un impostore? Un semplice spettatore della mia vita?
Chiudo spesso i miei occhi, anche ora, cercando di immaginare un futuro diverso, un luogo lontano da tutto questo dolore. Un luogo dove poter ricominciare da capo, dove poter essere me stesso senza paura. Ma una notifica mi riporta con i piedi per terra.
Ci sono momenti, però, in cui capisco che la serenità non è una meta da raggiungere, ma un percorso da intraprendere. Che devo imparare ad accettare me stesso, con i miei difetti e le mie fragilità. Dovo perdonare me stesso per i miei errori, prima che quelli degli altri, solo così posso ambire a un futuro migliore. Per quanto mi rimane.
Mi alzo dal bordo vasca e mi avvicino alla finestra. Osservo il cielo pieno di nuvole cariche di acqua, sento il rumore della pioggia che come sempre mi crea una sensazione di pace.
Forse è proprio da queste piccole cose che si inizia a guarire, ora mi metterò della crema sulle mani screpolate. Devo guarire dai dolori che mantengo perché mi legano ancora a qualcuno che non ho rinunciato ad amare. Un dolore che mi porto dentro.
Perché nulla dev'essere per sempre, neanche il dolore.
Immagine: “La Riproduzione Vietata” di René Magritte Nei miei auricolari: Johnny Cash - Hurt 🎶
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"Ferdydurke".
"Il fatto stesso che la ragazza avesse una camera tutta sua e dormisse in un angolo del soggiorno era già di per sè fonte di fascinose ed inebrianti suggestioni. Suggeriva la provvisorietà caratteristica del nostro secolo, il nomadismo delle liceali e un certo quel carpe diem che, per vie segrete, si collegava alla natura facile, modellata sull'automobile, della gioventù contemporanea. Faceva pensare a una ragazza che si addormenta all'istante, appena posata la testolina (occhietti non si poteva più dire, ma testolina ancora sì) sul guanciale, il che a sua volta faceva pensare all'intensità, al ritmo frenetico della sua vita odierna. (...) In realtà la liceale non dormiva in privato ma in pubblico, non possedeva una vita notturna privata, e questa dura assenza di privacy l'appartentava all'Europa, all'America, a Hitler, Mussolini, Stalin, ai campi di lavoro, agli accampamenti militari, agli alberghi, alla stazione ferroviaria, creava uno spazio sconfinato escludendo la possibilità di un angolino privato. Le lenzuola, nascoste nel divano letto, avevano un carattere accessorio, erano un'appendice del sonno e nulla più. Del tavolino da toilette non c'era traccia. La liceale si guardava in uno specchio a parete. Niente specchietto a mano. Accanto al divano letto un piccolo tavolino nero, da studentessa liceale, con libri e quaderni. Sui quaderni una limetta da unghie, sul davanzale della finestra un temperino, una stilografica a buon mercato, una mela, un programma di manifestazioni sportive, una foto di Fred Astaire e Ginger Rogers, un pacchetto di sigarette, uno spazzolino da denti, una scarpa da tennis con dentro un fiore, un garofano buttato lì a caso. Nient'altro. Che modestia, e che forza! Mi soffermai in silenzio sul garofano. Non potei impedirmi di ammirare la liceale. Che artista! Con quel fiore nella scarpa prendeva due piccioni con una fava: da un lato insaporiva l'amore con lo sport, dall'altro condiva lo sport con l'amore! Mica aveva buttato il fiore in una scarpa qualunque: aveva scelto apposta una scarpa da tennis intrisa di sudore, ben sapendo che solo il sudore sportivo non danneggia i fiori. Associando il sudore sportivo al fiore suscitava simpatia per il suo sudore in generale, gli aggiungeva un non so che di fiorito e di sportivo. Che maestra! Mentre le ragazze all'antica, ingenue, banalotte coltivavano azalee in vaso, lei i fiori li buttava nelle scarpe, nelle scarpe da tennis! E magari, brutta carogna, l'aveva anche fatto così, senza pensarci, per puro caso!"
"Ferdydurke", Witold Gombrowicz, 1937.
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