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#con: tatiana campos.
blushdrunksaa · 9 months
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"do you know how much i love you?" she randomly asked him in the middle of dinner. "like i would do anything for you." tatiana smiled and she crisscrossed her legs on her chair. "i just thought you should know." / @ofginjxints
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scorcidipoesia · 7 months
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L’amicizia va coltivata e vissuta, non ‘richiesta’.
Il sociale è una piazza con gli amici e le sedie che si toccano, non un cellulare.
L’affetto sono le mani che si sfiorano è una pacca sulle spalle, non emoticon.
L’approvazione è un sorriso e un abbraccio non un like.
E l’amore è un contatto fisico e olfattivo non una chat.
I fiori donati profumano di campo non di Google immagini.
La realta è nel cielo, per le strade che pullulano di vita, passi, sorrisi, semafori, tra le onde del mare e sulle cime innevate.
Il nostro significato non è una app.
Tatiana Andena
2020
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gregor-samsung · 10 months
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" Adoravo i film sugli aviatori, e fu proprio uno di quei film a procurarmi una delle emozioni più forti della mia infanzia. Una volta, era una sera di dicembre cosmicamente nera, accesi il televisore della zia e sullo schermo vidi un aeroplano che oscillava sulle sue ali. Aveva un asso di picche e una croce sulla fusoliera. Mi chinai, avvicinai la faccia allo schermo e immediatamente apparve in primo piano la cabina: un volto che non sembrava neanche umano, con occhialoni tipo quelli da sciatore e un casco con cuffie di ebanite lucida, sorrideva attraverso i vetri spessi. Il pilota sollevò una mano coperta da un lungo guanto nero e mi salutò. Poi sullo schermo apparve un altro aereo, inquadrato dall'interno: dietro due cicche identiche erano seduti due piloti con i giubbotti imbottiti che, attraverso la lastra di plexiglas incorniciata nell'acciaio, erano impegnati a seguire le evoluzioni del caccia nemico che volava vicinissimo a loro. «È un M-109» stava dicendo un pilota all'altro. «Vedrai che ci faranno rientrare.» L'altro, che aveva un bel volto emaciato, annuì. «Non ti porto rancore» disse, riprendendo evidentemente una conversazione interrotta. «Ma ricordati una cosa: fa' che questa storia fra te e Varja duri per tutta la vita… Fino alla tomba!»
A questo punto smisi di seguire l'azione sullo schermo: mi aveva folgorato un'idea. Anzi, non si trattava proprio di un'idea, ma della sua ombra debolmente impressa nella mia coscienza (era come se quel pensiero mi fosse scivolato accanto alla testa, sfiorandola appena). L'idea era questa: se solo un attimo prima, guardando lo schermo, era stato come vedere il mondo dalla cabina di due aviatori in giubbotto, allora niente mi impediva di ritrovarmi in quella o in qualsiasi altra cabina, senza bisogno di alcun televisore. In fondo il volo si riduce a un insieme di sensazioni che io già da un pezzo avevo imparato a simulare, seduto nella soffitta della mia alata baracchetta dalle stelle rosse, quando osservavo il muro dell'ufficio reclute trasformarsi in cielo e producevo deboli ronzii con la bocca. Questa confusa intuizione mi aveva talmente scombussolato che continuai a guardare il resto del film distrattamente e rientravo nella dimensione televisiva soltanto quando sullo schermo apparivano scie di fumo o una schiera di aeroplani nemici fermi al suolo sembrava venirmi incontro. "Questo significa" pensavo "che è possibile guardare da dentro se stessi come da dentro un aeroplano e che non è affatto importante da dove si guarda: è più importante ciò che si vede…" Da quel momento in poi, passeggiando d'inverno per le vie della città, immaginavo spesso di volare dentro un aereo sopra un campo innevato; quando svoltavo, piegavo la testa e il mondo si inclinava docilmente a destra o a sinistra. "
Viktor Pelevin, Omon Ra, traduzione dal russo di Katia Renna e Tatiana Olear, Mondadori (Collana Strade blu), 1999. [Libro elettronico]
[Edizione originale russa: Омон Ра, casa editrice Издательство Текст, Mosca, 1992]
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ariannaminerva · 11 months
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Voci Sepolte, 1979
Tatiana si fermò e rimase a fissare quei fiori di camomilla in mezzo al campo. Come potevano essere così belli? Sembravano un mare di stelle cadute sulla terra, i petali bianchi come la neve che circondavano un cuore dorato. Oscillavano al vento come un coro di ballerine eleganti in un balletto naturale. Lei era lì, in mezzo a quella distesa idilliaca, in balia del destino che avrebbe dovuto ricominciare a riscrivere per se stessa.
Aveva trascorso fin troppi anni a crogiolarsi nell'oscurità delle sue disgrazie, e ora era venuto il momento di prendere una decisione. Aveva avuto bisogno di qualcun altro per rendersi conto di una cosa che dentro di sé era sempre stata cristallina ma che si era rifiutata di osservare, preferendo accantonarla in un angolo riparato della sua coscienza nell'illusione inconscia che, così facendo, la ferisse di meno. Ma le stelle brillano nel cielo notturno, anche quando il mondo sembra avvolto nella totale oscurità, e lei aveva scelto di ignorare la propria luce interna per troppo tempo. Quanto era dannatamente bello quel campo di camomilla?
All'improvviso, era solo stanca. Stanca di quella ostinata, patetica lotta. Dentro di sé la travolse un desiderio travolgente di ritornare a vivere. Voleva poter godere di quell'incredibile scenario che si dipanava ai suoi piedi come un manto celeste senza le cortina oscurante dei suoi demoni, del suo incessante e perfettamente inutile chiacchiericcio mentale; voleva ritornare ad amare, amare se stessa e gli altri, senza i filtri inibitori appiccicati su di lei come una seconda pelle, amare con la stessa intensità con cui il sole bacia la terra al sorgere di un nuovo giorno. Non voleva più bere. Non voleva più rifiutare, per orgoglio altrettanto patetico, la mano esperta di qualcuno che sarebbe stato capace di aiutarla ad elaborare il trauma. Non voleva più seppellire la sua voce, non aveva fatto niente per essere così crudele con se stessa. Assorta, si chinò verso il terreno e raccolse un fiore. Se lo portò in mezzo ai capelli, poi sorrise. Le sarebbe piaciuto avere uno specchio per vedere quant'era carina con quel fiorellino in testa.
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burakrevista · 2 years
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Mi polis seductora. César Mundaca (segunda parte)
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MI POLIS SEDUCTORA
(Segunda parte)
Por César Mundaca
 Las calzadas y las aceras de Buenos Aires son, por lo general, muy anchas. Como ancha fue la hospitalidad que me brindó la poeta Paloma Raskovsky, la cuentista Paula Ruggeri (quien tuvo el generoso gesto de obsequiarme dos títulos de su autoría), el periodista Cristian Vázquez, el productor Alexis Leiva y el novelista Enzo Maqueira, con el cual mantuve una buenísima charla en Radio Provincia.
Pero no pude saldar toda la cuenta. Faltaron los encuentros con Eugenia Coiro, Tatiana Goransky, Fernanda Volpi, Natalia Orrego, Dana Babic, Gabriela Mayer, Bibiana Ricciardi y Luciana Strauss. Confío en el advenimiento de una nueva oportunidad para departir con cada una de ellas. Sea alrededor de unas medialunas, facturas, alfajores, tostadas de campo, bifes, asados, dulces de leche, panchos, bondiolas, mates, birritas o vinos mendocinos.
En la Avenida De Mayo, visité más de una librería de viejo. Impregné la mirada en los lomos de las publicaciones de Ovidio, Beatriz Guido, Borges, lienzos cortazarianos, recuadros de Gardel y textos sociológicos ochenteros. En la pila de estos últimos, descubrí un compendio titulado El modo de vida socialista, escrito por un conjunto de académicos pertenecientes a la República Democrática Alemana, Hungría, la ex Checoslovaquia, Polonia, Mongolia y Rumanía. Atrapé el compendio como si se tratara de una esmeralda al pie de un yacimiento bahiano.  
La avenida Corrientes es una arrolladora marea artística. Por sus largas cuadras, caminé estirando mis piernas, me detuve ante sus venerables teatros, ante sus cobijantes librerías como Losada, Hernández, Sudeste, Dickens, Galerna, Cúspide y tantas otras. Almorcé de cara al Obelisco, de cara a la magnánima avenida 9 de julio, dejándome llevar por la frescura de sus vientos, oxigenándome con la vibrante argentinidad al palo. Abandoné Corrientes con un texto parteaguas camuflado en mi morral, El 45, del historiador Félix Luna.
Tras pasear enamorado por la parisina calle Arroyo, la Estación Retiro-Mitre y la plaza Fuerza Aérea Argentina, enrumbé hacia Eterna Cadencia, nutrida morada cultural ubicada en el barrio de Palermo. Ni bien cerré la puerta, me deslumbró sus torres librescas de ficción y no ficción; sus mesas plagadas de narraciones impresas traducidas al castellano, la rizada muchacha de ojos azules que me atendió en caja, las intensas tertulias de sus comensales. Saqué los pesos y pagué por Hija de revolucionarios, de Laurence Debray; Los niños perdidos, de Valeria Luiselli; Los pichiciegos, novela ambientada en la guerra de Malvinas y escrita por Rodolfo Fogwill; Estertores de una década. Nueva York 78, de Manuel Puig y Rebeldes, soñadores y fugitivos; del marplatense Osvaldo Soriano.
De vuelta al microcentro, hurgué en las estanterías de La librería de Ávila, la más antigua de Buenos Aires. Muy señorial. Encontré desde los duros volúmenes de literatura griega hasta lo último de Caparrós. Miraba, ojeaba, decía sí, luego dudaba, para volver a decir sí, tal vez, puede ser, no o después me lo llevo. Qué lector más estresante, ¿verdad?, pues, así parece.
La Casa Rosada no me fue indiferente. Planté la mirada frente a su puerta central, frente a su entrada lateral izquierda, frente a sus balcones, frente a sus cortinas, frente a los avatares de la historia. Cuando escudriñé al icónico Cabildo, rememoré aquella mañana primaveral que alumbró el retorno a la democracia en 1983.
El postre Balcarce fue el apoteósico concierto ofrecido por la Orquesta Estable del Teatro Colón. Prístino espectáculo que difícilmente olvidaré. San Telmo me regaló un buen tango en la Plaza Dorrego, la serenidad del extenso Parque Lezama y un cartel metálico donde Mafalda decreta esto: “No permitiré que nadie camine por mi mente con los pies sucios”. Otro indicio de su restallante lucidez.
También deambulé por la avenida Rivadavia. Arteria movida que algunos citadinos la catalogan como la más larga del mundo. En el trayecto, aproveché para tomar fotografías a los impetuosos afiches políticos del momento. Luego, descansé en una banqueta de Caballito por poco más de tres cuartos de hora.
Plaza de Mayo y tu memoria vivificante/Parque Rivadavia y tu feria sexagenaria/Núñez y tu predilecto hijo multicampeón, River/Palermo y tu simpático Ecoparque/Recoleta y tu conmovedora esencia francesa/Puerto Madero y tu encanto colosal/Buenos Aires, buenas lindas, buenas bellas, ¿cómo no querés que te quiera?
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César Mundaca 
Youtube
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Foto: Lucía Montenegro
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lamilanomagazine · 6 months
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Farnesina: Tajani alla presentazione del "107mo Giro d'Italia. L'Italia che corre"
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Farnesina: Tajani alla presentazione del "107mo Giro d'Italia. L'Italia che corre". Il Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Antonio Tajani ha preso parte alla presentazione del "107mo Giro d'Italia. L'Italia che corre", svoltasi oggi alla Farnesina. Il Vicepremier ha evidenziato come "lo sport rafforzi la reputazione dell'Italia all'estero, contribuendo alla crescita economica e sociale del Paese grazie all'attrazione di flussi turistici e investimenti, valorizzando così il territorio". Il Giro d'Italia, ha proseguito Tajani, "rappresenta anche all'estero l'immagine di un Paese che corre verso nuovi traguardi". A seguire, il Presidente di RCS, Urbano Cairo, ha osservato che "il Giro è un grande avvenimento sportivo e un'importante vetrina di promozione del Made in Italy: tale riconoscimento eleva il Giro al ruolo di Ambasciatore dello sport italiano all'estero e conferma la vicinanza delle Istituzioni alla Corsa Rosa". Sono inoltre intervenuti alla presentazione del Giro d'Italia il Presidente di ICE-Agenzia, Matteo Zoppas, il Presidente di Confindustria ANCMA, Mariano Roman e, in rappresentanza delle aziende sponsor del Giro, l'Amministratore Delegato del Gruppo Manifattura Valcismon - Castelli, Alessio Cremonese. Testimoni d'eccezione, i campioni italiani Tatiana Guderzo e Diego Gastaldi. La presentazione del Giro d'Italia (Torino, 4 maggio – Roma, 26 maggio), giunto alla sua 107ma edizione, si inserisce nel solco dell'intensa attività di promozione integrata che la Farnesina mette in campo in Italia e all'estero (con oltre 11.000 iniziative realizzate dalla rete MAECI solo nel 2023), in sinergia con tutti gli attori del Sistema Italia, al servizio della diplomazia della crescita. L'evento è stato inoltre occasione per annunciare la nuova campagna di comunicazione che, in raccordo con ICE-Agenzia, quest'anno verterà anche sugli elementi di innovazione, ricerca tecnologica e sostenibilità ambientale, sugli aspetti collegati alla salute e all'alimentazione, nonché sull'inclusività, essendo il ciclismo uno sport per tutti. Al termine dell'evento, il Vice Presidente del Consiglio Tajani ha consegnato una pergamena e una targa al Presidente Cairo per insignire il "Giro d'Italia" del titolo di "Ambasciatore della Diplomazia dello Sport", evidenziando come lo sport sia uno strumento di pace. Il Presidente Cairo, a sua volta, ha donato al Ministro una maglia rosa personalizzata.... #notizie #news #breakingnews #cronaca #politica #eventi #sport #moda Read the full article
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eva248 · 2 years
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Lecturas de octubre. Segunda semana
Lecturas de octubre. Segunda semana
Vista Chinesa / Tatiana Salem Levy. Editorial Libros del Asteroide, 2022 Río de Janeiro, 2014. Con el Mundial de Fútbol y los Juegos Olímpicos a la vuelta de la esquina, todo el país está eufórico y esperanzado. Júlia es una joven y prometedora arquitecta encargada de diseñar el campo de golf de la futura Villa Olímpica. El día en el que tiene prevista una importante reunión para el proyecto…
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corallorosso · 3 years
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Sergio De Simone aveva sei anni quando fu deportato nel campo di sterminio di Auschwitz. Era la sera del 21 marzo 1944 e Sergio si trovava nella città di Fiume insieme a sua madre, Gisella Perlow, a sua zia, Mira Perlow, a sua nonna e alle piccole cuginette di 4 e 6 anni, Andra e Tatiana Bucci. Fu un delatore a segnalarli ai nazifascisti, perché "colpevoli" di essere ebrei. E loro si presentarono a casa. Li arrestarono, li condussero nel campo di concentramento della Risiera di San Sabba, nella città di Trieste, per poi deportarli nel lager di Auschwitz-Birkenau. La nonna, Rosa, morì il giorno stesso, all'interno di una camera a gas. Gisella e Mira superarono le selezioni e furono destinate ai lavori forzati. Le sorelline Andra e Tatiana, scambiate per gemelle, furono risparmiate perché considerate preziose per gli esperimenti dello pseudo dottore Josef Mengele. E Sergio? Anche lui fu considerato interessante, utile agli studi, e con Andra e Tatiana finì nel "kinderblock", la baracca numero 11 di Auschwitz-Birkenau. Qui, la blockova, ossia la guardiana del blocco, si affezionò ad Andra e Tatiana. Si affezionò a tal punto da tentare di salvar loro la vita. Così, un giorno, le prese in disparte e disse loro: "Bambine, se vi dovessero mai chiedere di voler rivedere la mamma, non rispondete. Non muovetevi. Non fate un passo avanti". Andra e Tatiana, a loro volta, lo riferirono a Sergio, nel tentativo di proteggerlo. E quel giorno arrivò. Quella domanda venne fatta: "Chi vuole rivedere la mamma?". Andra e Tatiana non si mossero. Ma venti bambini fecero il passo in avanti. Venti bambini, tra cui Sergio. L'ultimo ricordo che Andra e Tatiana hanno di lui è il suo saluto, sorridente, mentre saliva sul camion che lo avrebbe trasportato nel campo di concentramento di Neuengamme, presso Amburgo. Qui, Sergio non rivide la sua mamma. Qui incontrò solamente una cosa: la morte. Perché Sergio, insieme agli altri 19 bambini, era stato selezionato, con quel passo in avanti, come cavia per degli esperimenti sulla tubercolosi. Gli furono iniettati i bacilli tubercolari. Poi, una volta ammalatosi, gli vennero asportati i linfonodi dalle ascelle perché quegli pseudo-dottori credevano che gli anticorpi della tubercolosi si sviluppassero lì. Infine, quando l'esercito Alleato era ormai prossimo a sopraggiungere, i nazifascisti presero Sergio, lo condussero nei sotterranei della scuola di Bullenhuser Damm e lo impiccarono ai ganci che si usano nelle macellerie. Sua madre Gisella, sopravvissuta insieme ad Andra e Tatiana, era convinta che, prima o poi, sarebbe tornato. Non sapeva della sua morte e credeva che Sergio fosse stato adottato da una famiglia in Unione Sovietica: "Ma un giorno qualcuno busserà alla porta, io aprirò e di fronte a me ci sarà Sergio". Scoprirà la verità solo negli anni '80. Alla sua porta, Sergio non busserà mai. Perché colpevole, a 7 anni, di voler rivedere la mamma. Quando vi chiederanno cosa fu il nazifascismo, raccontate di lui. Raccontate di Sergio. Pasquale Videtta
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Dedicato al piccolo Sergio e tutte le altre vittime
“Una mattina di novembre del 1944 le SS entrarono nella baracca dei bambini e con uno spregevole, avido e crudele tranello dissero:
-chi vuol vedere la mamma faccia un passo avanti!
Sergio De Simone, 7 anni, alla parola “mamma” non vi pensò due volte e fece un passo avanti. Con lui altri 19 bambini. Furono mandati al campo di concentramento vicino ad Amburgo, destinati agli esperimenti in laboratorio. A loro venne iniettato il germe della tubercolosi. Sergio ed altri bambini poi furono drogati di morfina e impiccati nei sotterranei della scuola.”
Tratto dalle parole di Tatiana e Andra Bucci, sopravvissute alla Shoa perchè credute gemelle.
Per non dimenticare.
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ballorita1010 · 4 years
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🐄Jazmin❤
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Granjera Chilena😊💗
Tiene 17 años y es amiga de Daniela y Tatiana.
Es Chilena❤.
Trabaja a veces en el campo con los animalitos💜.
Su familia exporta producto natural para grandes empresas.
Tiene variooos hermanos xd.
Es muy alegre, paciente, MUY inocente, le cuesta comprender algunas cosas ;; también es sociable como puede💛.
Normalmente se la mantiene muy sonriente sjsj.
Ella no sabe bien que su cuerpo es de grandes tetas y gran trasero unu, ella solo se viste como le gusta jsjs.
Su mami le compra medias con manchas de vaquita💖.
Trata demasiado bien a los animales nwn.
Mide 1.70.
Su madre también le peina con trenzas y un moño grande (en este caso coloque el que más usa, pero tiene de varios colores).
Y....eso sería 💕💕💕
En serio espero les guste me tarde 3 días haciendola xDD❤❤, pero me gustó mucho el resultadooo
Disfruten😄💜
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blushdrunksaa · 9 months
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"come on...just one more, pretty please?" she pouted at them and canted her head to the side before stepping closer. "i love you. i'll even let you take photos of me!" she never let that happen, honestly. / @mindsbroke
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iltrombadore · 4 years
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L’Egenio Oneghin, Puskin e il primo dèmone del nichilismo russo
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Il ritratto di Eugenio Oneghin che Puskin dipinge nel primo capitolo del suo romanzo in versi offre più di un motivo a chi voglia apprezzare la qualità di una poesia non riducibile alle maniere romantiche della tradizione europea. Vi è nella coloritura del personaggio di Onegin una baldanza e un ritmo canzonatorio (e anche di ‘canzone’) che travalica le affettazioni di altri acclamati eroi  ‘byroniani’, inclini a suggellare nel disincanto una sorta di passionale autoaffermazione.
In Onegin la erosione dell'ideale non esalta la personalità individuale ma la dispone al gioco distruttivo fine a sé stesso della ironìa. Proprio perché in lui non vive più la coscienza di un ‘io’ da opporre al mondo ma la percezione di un distacco irrimediabile dal senso e dalla esperienza collettiva. Entra in funzione un elemento tipico dello spirito russo quando  perde lo stimolo alla coralità ("Il popolo compone, noi ci contentiamo di elaborare",disse il contemporaneo Glinka, enunciando indirettamente le condizioni della esperienza estetica e lirica russa).
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Seguiamo lo sguardo di Puskin sul protagonista: Onegin si afferma nel dettaglio, nel ritmo di un carattere individuale come la silhouette di un figurino su carta. Vi si nota un’ immedesimazione quasi autobiografica e compiacente che bordeggia il tono sarcastico quando Eugenio entra in società abbigliato come un ‘dandy’ all'ultima moda -ovviamente ‘di Londra’- e parla perfettamente francese ballando la polacca mazurca con tanto di inchino (‘volete di più? Per la gente/ era assai caro e intelligente’).
Sulla innaturalezza dello Onegin giovin signore occidentalizzato e pietroburghese, ’artificiale’ come la sua città, si concentra il nucleo della ispirazione poetica: ne derivano antitesi efficaci e congeniali ad una melodia dei versi che lascia trasparire l' ordito di un dramma  appartenente alla Russia risvegliata alla modernità del  secolo XIX. Onegin, si sa, ‘aveva il dono fortunato/ di sfiorare in conversazione/ agevolmente ogni argomento’; e da ‘bravo alunno delle mode’ derideva Teocrito e Omero, ‘ma Adamo Smith però leggeva’ e non era punto dalla minima voglia ‘di rovistare in profondo/ la polverosa storia del mondo’.
Eugenio Onegin appare il protagonista di un già annunciato fallimento: è in sé stesso una caricatura, un derivato, il prodotto psicosociale di un connubio impossibile, anima ‘russa’ e ‘moda’ europea. Un ritratto intraducibile al punto che il dettaglio, dice ironicamente Puskin, non si può riferire senza l'ausilio della espressione forestiera: ‘ma parola russa non c'é/ per 'pantalons','frac' e  ‘gilet'… ".
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Nell'animo del poeta, del decabrista, del raffinato intellettuale Puskin si agitano molte passioni: cosa è veramente Onegin? Ci si può leggere il suo autoritratto? Nella scrittura poetica Puskin diventa lo spietato osservatore della sua immagine pubblica, mondanamente ridotto a letterato alla moda tra  appuntamenti cortesi, salotti e spettacoli di teatro.
E' una dissociazione che si riconosce al momento di definire il suo disagio di vivere: quasi uguale al britannico ‘spleen’ ma esprimibile piuttosto con la parola russa ‘chandrà’, uno stato dell'anima che guarda freddamente alla vita (‘nulla ormai più lo smuoveva/ di niente più si accorgeva"…).
E' la presenza della ‘chandrà’ a suggerire il motivo nichilistico che sostiene l'andamento del poema. Esso procede per otto capitoli che snodano il romanzo in versi tra puntigliose descrizioni di oggetti, azioni, ambienti e situazioni umane .
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L' amore ‘wertheriano‘ appare sottotono come appendice della trama la quale va oltre il destino dei personaggi -da Tatiana a Lenskij alla volubile Olga- e non suggerisce architetture conclusive proprio perché non vi è altro al di fuori dell' avventura senza limiti e cioè sprofondata nel ‘nulla’ di Eugenio Onegin, questo ‘dandy’ insoddisfatto della sua identità la quale ormai gli appare come abito tagliato in foggia d'altre lingue, d' altre culture, d' altre civiltà.
Ben oltre il tributo alle nuove mode poetiche – ‘quello stile oscuro e fiacco-scrive Puskin-che chiamiamo Romanticismo’- siamo in presenza di una temperie espressiva corrispondente ad elementi tipici dello ‘spirito russo’, al contrastato rapporto con la cultura occidentale europea, abito troppo misurato per un sentimento che si riconosce nella perdita di misura, quando abbandona le vie di una liturgìa dei suoni, delle immagini, delle parole tradizionali.
Puskin supera molti codici espressivi riducendoli alla vena sincera di un canto che mescola citazioni culturali  a motivi della tradizione russa: dalla invocazione alla terra (con omofonìa tra l'oraziano ‘O rus!‘ e la parola Russia) ai romanzi di formazione (Rousseau, Richardson) a Shakespeare e Chateaubriand, tutto è ragione di presentare l'anima bella di Tatiana, questa Gretchen col samovàr destinata ad incarnare la persistenza di costume morale, grazia e  regola, che aveva  nel nome sentore ‘di antichità e di serva’, stemperando il suo sentimentalismo nel gioco permanente delle felici abitudini’.
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E spetterà significativamente a Tatiana, personificazione dei valori tradizionali, il ruolo di eroina di una catastrofe da camera come quella dell'amore non corrisposto da Onegin e vissuto idealmente-letterariamete come vuole la ‘moda romantica’, come il ribelle infelice Werther o il senza pari Grandison (‘che invece a noi fa venir sonno’). E sarà Vladimir Lenskij, l'amico aspirante poeta, innamorato e tradito dalla vivace Olga, testimone ancor più fedele di un certo sentimentalismo mescolante ‘Lindori e Leandri del cuore’ con la lettura di Chateaubriand e Goethe per avvincere nel tono elegiaco il cuore della amata.
Sappiamo come andrà a finire: con Tatiana respinta e congiunta in matrimonio ad un onesto benestante e Lenskij ucciso in duello dall'amico Onegin dopo avere egli teso con successo una trappola di seduzione ad Olga durante un ballo in una residenza di campagna.
Morale: sono i sentimentali e i beneducati a soccombere nel gioco della vita, o pure nel sogno leggero di un gioco passionale ‘accomodato’ da versioni letterarie, o meglio inautentiche. Così il pensiero poetante e ‘spiritoso’ (‘Geistreich’, ricco di spirito, aveva scritto Hegel nella Fenomenologia sul potere della ironìa ) perviene ad una composizione davvero ‘diabolica’ del  romanzo in versi,  capo d'opera della letteratura russa.
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Onegin, eroe del tempo moderno, è già in qualche modo aldilà del bene e del male, supera l'orizzonte romantico ed anticipa nel connubio caratteriale di freddezza e ironìa la temperie di un Kirillov e di un Raskolnikov.
Non a caso Dostoevskij  apporrà in calce a  ‘I dèmoni’ i versi di una omònima poesia di Puskin la cui allusività è più che eloquente: ‘...Non c'é traccia! Siamo perduti, cosa fare? / Un demònio ci conduce per il campo / e ci fa girare di qua e di là / Quanti sono ? Dove ci portano ? / Perché si lamentano così ? / Forse seppelliscono un folletto / O pure celebrano le nozze di una strega....’.
Quel che in Dostoevskij è definizione psicologica in Puskin è azione, situazione, ambiente e fisiognomica. Onegin mette in scena con più di mezzo secolo d'anticipo il tipo  del dèmone dostoevskijano. Questo profilo umano che lascia dietro di sé la romanticheria letteraria e fissa lo sguardo senza mèta del nichilismo non fu perseguito da Puskin in consapevolezza piena: ma scomponendo i tratti della sua stessa personalità-metà Onegin, metà Lenskij- egli ottenne uno straordinario effetto lirico con voce narrante fuori campo che assume i tratti del canto popolare, storia sceneggiata da intepretare coralmente in una pubblica recita di versi.
Non a caso del resto la lettera d'amore di Tatiana a Onegin è mandata a memoria ancora oggi dalle ragazze russe (‘…Perché da noi siete venuto ? / In questo villaggio spento / io non avrei mai conosciuto / né voi né il mio aspro tormento…’) e tutto il poema in versi è ricco di digressioni (paesaggi di Russia, coloriture fiabesche, vita di campagna, canti di giovincelle in primavera, vita di società, inverni ghiacciati, sogni divinatori) che sposano il sottile e raffinato gusto letterario ad un impulso emozionale di grande portata per la vita russa, i suoi colori, le sue forme, le sue immagini inconfondibili.
Se molti guardarono a Puskin come fonte di ispirazione letteraria o musicale lo si deve alla sua capacità di riassumere i più disparati fattori del sentimento russo. Anche l' occidentalizzante Ciaikovskij nel suo arioso sinfonismo lo amò (come del resto per altri versi Musorgskij) riconoscendovi gran parte di quel  patetismo eloquente che pure gli apparteneva: languore ed esultanza, attimi di esaltazione e di depressione, e la capacità di stemperare in architetture brillanti e garbate le pulsioni del sentimento.
Temperamento lirico, amante del ritmo nella parola e nella strofa, Puskin si nutre della intensità di immagine e del suo potenziale figurativo (amico e protettore di pittori, è da ricordare la sua intimità col raffinato ritrattista di gran dame, Brijullov). Valga la precisionedi dettaglio, istante, sensazione e immagine con cui si narra un attimo del duello tra i due ex amici, Onegin e Lenskij: "…Brillano le pistole / lucenti e sollevate contro il sole./ Si sente già picchiettare / la bacchetta, i piombi che entrano / in canna e il cane scattare. Grigiastro rivolo scende / nel fondello la polvere, mentre / rialzano l'acciarino avvitato / stretto....".
In questa poesia del particolare Puskin rivela originali qualità per il motivo lirico dell'immagine che scandisce ritmi di azione, modula i toni della parola in una perfezione di verso. Capriccioso e folleggiante, temperamento visivo e rappresentativo, Puskin ebbe il merito di fare ‘poesia solenne, grandiosa e come fuori del tempo con elementi e oggetti particolari, minuti, consistenti, insomma quotidiani e contingenti’( T. Landolfi). In questa paradossale leggerezza è tutta la sua profondità: il fine intellettuale allevato alla scuola europea, il decabrista non slavofilo, l' uomo elegante attraversato dalle passioni, poteva solamente accennare al profilo di una vita morale della poesia.
Ma il suo Onegin, nato come romanzo byroniano, prese col tempo una andatura che rovesciava le sue premesse, mettendone radicalmente in dubbio la consistenza. E quel progressivo rigetto di moduli romantici, oltre a segnare il più autentico travaglio del poeta, avrebbe anticipato la fioritura successiva di una delle più straordinarie stagioni della letteratura russa.
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tatianareallyknows · 4 years
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Madre Luna
En el campo de amapolas, Me arrodillo como fiel soldado, Guerrero rro y penitenciario, Que soy de la vida que he llevado, Y le rezo a La Luna.
Le pido perdón en mis plegarias, Confieso mis pecados y mentiras. Le ruego limpiar mi alma, Con la sangre más pura, Le pido abrirme una salida.
En el campo de amapolas, Me arrodillo o mirándola a Ella. Como fiel soldado criminal, De la vida que he llevado, Le confieso mis pecados.
“Madre Luna le pido perdón, Le ruego de todo corazón, Que me abra una salida...”
-Tatiana Flores, 10.06.2020
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letrasacidas · 5 years
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Agradezco ser un animal, porque los hombres han puesto en peligro la supervivencia del planeta.
Agradezco ser hembra, porque el hombre no es el centro del universo, sino apenas un eslabón más en la cadena de la vida.
Agradezco que me digan que soy irracional, porque la razón ha conducido a los peores actos de barbarie.
Agradezco no haber inventado la tecnología, porque la tecnología ha envenenado el agua y el ozono.
Agradezco que me hayan colocado más cerca de la naturaleza, porque nunca estaré sola.
Agradezco que me hayan confinado al hogar y a la familia, porque puedo hacer de toda la Tierra mi hogar y mi familia.
Estoy feliz de que me llamen ama de casa, porque puedo apoderarme de la mía.
Estoy feliz de no ser competitiva, porque entonces seré solidaria.
Estoy feliz de ser el reposo del guerrero, porque puedo cortarle el pelo mientras duerme.
Estoy feliz de que me hayan excluido del campo de batalla porque la muerte no me es indiferente.
Estoy feliz de haber sido excluida del poder porque lejos del poder me alejo de la ambición y la codicia.
Estoy feliz de que me hayan excluido del arte y la ciencia, porque los puedo inventar de nuevo.
Me agrada saber que mi cerebro es más pequeño que el cerebro del hombre, porque entonces mi cerebro cabe en todas partes.
Me agrada que me digan que carezco de lógica, porque entonces puedo crear una lógica menos fría y más vital.
Me agrada que me digan que soy vanidosa, porque puedo mirarme al espejo sin sentirme culpable.
Me agrada que me digan que soy emocional, porque puedo llorar y reír a gusto.
Me agrada que me digan que soy histérica, porque entonces puedo lanzar los platos a la cabeza de quien intenta hacerme daño.
Me gusta que me llamen bruja, porque entonces puedo cambiar la dirección de los vientos a mi favor.
Me gusta que me llamen demonio, porque puedo quemar el lecho donde me abusan.
Me gusta que me digan débil, porque me recuerdan que la unión hace la fuerza.
Me gusta que me digan chismosa, porque nada de lo humano me será ajeno.
Pero lo que más agradezco, lo que más me agrada, lo que más me gusta y lo que me hace más feliz, es que me digan loca, porque entonces ninguna libertad me será negada.
Una y mil veces me quemó la Inquisición y aprendí a nacer de las cenizas.
Me encerraron en un harén y encerrada no dejé de reír.
Me pusieron un cinturón de castidad y adquirí las artes de un cerrajero.
Cargué fardos de leña y me hice fuerte.
Me pusieron velos en la cara y aprendí a mirar sin ser vista.
Me despertaron los niños a medianoche y aprendí a mantenerme en vigilia.
No me enviaron a la universidad y aprendí a pensar por mi cuenta.
Transporté cántaros de agua y supe mantener el equilibrio.
Me extirparon el clítoris y aprendí a gozar con todo el cuerpo.
Pasé días bordando y tejiendo y mis manos aprendieron a ser más exactas que las de un cirujano.
Segué trigo y coseché maíz, pero me quitaron la comida y con hambre aprendí a vivir.
Me sacrificaron a los dioses y a los hombres y volví a vivir. Me golpearon y perdí los dientes y volví a vivir. Me asesinaron y me ultrajaron y volví a vivir. Me quitaron a mis hijos y en el llanto volví a la vida.
Con tanta fortaleza acumulada, con tantas habilidades y destrezas prendidas, MUJER, si lo intentas, puedes volver el mundo al revés.
Tatiana Lobo
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lamilanomagazine · 1 year
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Macerata: a Collevario prenderà il via la XVII edizione della rassegna teatrale “Dialetto che piacere”
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Macerata: a Collevario prenderà il via la XVII edizione della rassegna teatrale “Dialetto che piacere”. Sei serate all’insegna del divertimento e della spensieratezza nel quartiere di Collevario dove, dal 23 agosto, prenderà il via la XVII edizione della rassegna teatrale “Dialetto che piacere”. L’iniziativa, promossa dall’associazione Palcoscenico, dal Centro sociale anziani e patrocinata dal Comune di Macerata, si svolgerà nel campo polivalente, nei pressi della parrocchia Buon Pastore, fino al 28 agosto. Il primo appuntamento, il 23 agosto, sarà con “Atti unici” a cura dell’associazione Palcoscenico con testi di Pirandello, De Filippo e Cipriani. Il giorno seguente, 24 agosto, in scena la compagnia La Rama di Monte San Vito con “Villa gioiosa” di Tatiana Bronzini per la regia di Walter Salvadori. Il 25 agosto toccherà alla compagnia La Nuova di Belmonte Piceno che si esibirà in “Lu vaulle” di Gabriele Mancini mentre il 26 la compagnia I Gira…Soli di Castelfidardo proporrà la commedia “E chi se la pija” di Roberto Perini e Stefano Pesaresi, quest’ultimo cura anche la regia dello spettacolo. Domenica 27 agosto sarà la volta della Compagnia della Luna di Ancona in “La soffitta di via Orsi” di Mario Cacciani che veste anche i panni del regista. La rassegna si concluderà lunedì 28 agosto con la compagnia Madonna del Monte di Macerata con “Lu paccu” di David Monachesi da un’idea di Cristiano Cacchiarelli. L’inizio di tutti gli spettacoli è alle 21.30 mentre il costo del biglietto è di 5 euro.... #notizie #news #breakingnews #cronaca #politica #eventi #sport #moda Read the full article
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scorcidipoesia · 5 years
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L’amicizia va coltivata e vissuta, non ‘richiesta’.
Il sociale è una piazza con gli amici e le sedie che si toccano, non un cellulare.
L’affetto sono le mani che si toccano è una pacca sulle spalle, non emoticon.
L’approvazione è un sorriso e un abbraccio non un like.
E l’amore è un contatto fisico e olfattivo non una chat.
I fiori donati profumano di campo non di Google immagini.
La realta è nel cielo, per le strade che pullulano di vita, passi, sorrisi, semafori, tra le onde del mare e sulle cime innevate.
Il nostro significato non è una app.
Tatiana Andena
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