#affermazione di sé
Explore tagged Tumblr posts
Text
Il Tutto e il Niente: Una Poesia di Rinascita e Autodeterminazione. Cinzia Perrone esplora la trasformazione interiore attraverso versi intensi e profondi. Recensione di Alessandria today
Nel suo componimento poetico intitolato "Il tutto e il niente", pubblicato su Alessandria Today il 24 novembre 2024, la poetessa Cinzia Perrone offre una riflessione intensa sulla fine di una relazione e sulla riscoperta di sé.
Nel suo componimento poetico intitolato “Il tutto e il niente”, pubblicato su Alessandria Today il 24 novembre 2024, la poetessa Cinzia Perrone offre una riflessione intensa sulla fine di una relazione e sulla riscoperta di sé. Analisi del testo La poesia si apre con immagini di intimità e affetto: sussurri d’amore, carezze sui capelli, ammirazione per la bellezza femminile. Tuttavia, questi…
#affermazione di sé#Alessandria today#Arte poetica#assenza#autodeterminazione#Cinzia Perrone#connessione emotiva#consapevolezza#Crescita Personale#Emozioni#empowerment femminile#esperienza umana#Esperienza universale#espressione artistica#fine di una relazione#forza personale#Google News#Il tutto e il niente#Immagini Quotidiane#Indipendenza emotiva#Inno alla Resilienza#introspezione#introspezione emotiva#italianewsmedia.com#linguaggio evocativo#maestria letteraria#narrativa personale#perdita#Pier Carlo Lava#poesia contemporanea.
0 notes
Text

Secondo questa affermazione, Friedrich Nietzsche suggerisce che per creare qualcosa di strabiliante bisogna accettare il disordine dentro sé stessi. Perché è proprio all'interno del caos emotivo e della lotta interiore che si trovano le energie che possono suscitare ispirazione e cambiamento.
Proprio come un temporale può creare le condizioni per una rinascita della naturalezza circostante, così le tempeste interiori possono contenere il potenziale per spingere un individuo a esplorare nuove visioni ea sfidare vecchi schemi e dare origine a qualcosa di autentico e pienamente vibrante.
In breve Nietzsche ci spinge ad abbracciare il caos dentro di noi anziché temerlo; solo accogliendo e armonizzando le nostre sfumature e ambiguità possiamo consentire alla nostra vera essenza di brillare “like a dancing star”.
19 notes
·
View notes
Text
Eternal war 1, spoilers
Notando come il capitolo IV insista sul rappresentare Guido come qualcosa di anormale e incatalogabile. Non è la conoscenza di Kabal che lo porta allo sradicamento e perdita di sé, semmai lui li esaspera ma le premesse c'erano già tutte:

Guido non è come il padre Cavalcante, e Cavalcante lo riconosce. Cavalcante riconosce una distanza tra loro, una discontinuità, una non-identità che va contro il concetto stesso del termine figlio che implica una qualche condivisione con il padre. In un certo senso, Cavalcante non riconosce in Guido suo figlio.
Guido anche riconosce questa cosa, rifiuta Cavalcante e i suoi metodi, rifiuta la continuità dunque rifiuta di riconoscere in lui una figura di padre.
Così vediamo Guido, agli inizi della saga, nella prima scena dove appare adulto, già come orfano — ancora prima di diventarlo davvero, peraltro poco dopo — e quindi sradicato dal primo ambiente, la famiglia, dove una persona impara a costruire la propria identità.
Infatti Guido poi dice

la sua affermazione di sé non è in forma positiva ma negativa. Lui sa solo cosa non vuole essere, e ciò è il figlio di Cavalcante.

però il rifiuto non è tout-court, Guido ancora guarda al passato splendore. Ha ancora un punto di riferimento, seppur labile, che lo stimola alla virtù. È successivamente che perderà tutto e si smarrirà completamente.
Allo stesso modo, Guido in un certo senso è già sradicato da Kabal sin dal suo concepimento:

Kabal non sapeva cosa stesse facendo, Guido è solo un esperimento narcisistico, una strategia peraltro non sensata, il che è un paradosso. E ciò si ripercuote dopo la sua nascita

Kabal non sa comprenderlo né gestirlo. Ciò significa che sin da subito non sa essergli spirito guida e radice identitaria. Guido è sradicato dallo stesso fantasma della sua famiglia, della sua identità, si muove già con radici labili.
Ma a ciò si aggiunge il fatto che ha due anime, che lo rende estraneo anche rispetto al mondo intero, e perciò il rifiuto avviene anche dalla società.

In breve Guido non rientra da nessuna parte, è il pezzo del puzzle che si è perso con quelli di un altro e ciò mi rende assolutamente normsleAaAaaaaaaaaaaA.
#eternal war#ila's liveblogging#just because I already read this it doesn't mean I will get out of it sane
5 notes
·
View notes
Text
Signori giurati, onorevole pubblico, vi pongo una domanda.
Dopo un rapporto lungo e turbolento, due persone che in qualche modo mantengano i rapporti e continuino sporadicamente a frequentarsi, senza alcuna apparente complicazione sentimentale e tensione sessuale, possono definirsi amici? E soprattutto se uno dei due di tanto in tanto torni alla carica perché vorrebbe riallacciare un rapporto con l’altro, il quale, pur desiderandolo in maniera silenziosa, memore dei diversi disastri, mantenga l’equilibrio ed il punto, ecco Signori della Corte, questi due possono definirsi ancora amici?
A mio modestissimo parere: No! Tutto possono definirsi tranne che amici, soprattutto se questa affermazione, nel costante sforzo del mantenere il punto, venga ribadita più e più volte, negli anni. Il grado di confidenza e complicità tra i due, la capacità di sostenersi nei momenti difficili, tradiscono ben altro: una affettuosa relazione sentimentale (brava amica mia che hai trovato la giusta definizione) basata su un sentimento ben complesso e profondo, costruita su un equilibrio delicato e fragile, interconnessa da lacci e lacciuoli sentimentali di vario genere, da pensieri nascosti e parole sospese. Un rapporto che va, Signori miei, necessariamente oltre il sentimento di amicizia. Un legame che non riesce a sostanziarsi nella forma ma che resta quello che è: un legame sentimentale, diverso, maturo, ma pur sempre un legame.
Che i due, intanto cerchino di colmare vuoti e affetti, che provino a guardarsi intorno, soprattutto andare avanti, cercare di sciogliere quei lacci, scavalcare quel legame, provarlo a normalizzarlo per poter sopravvivere e iniziare altro, non declassano comunque quel loro anomalo rapporto in amicizia, col tutto il sacro rispetto per l’amicizia e quel che comporta. Quel loro rapporto, speciale, resta un vero e proprio legame che è tutto, ripeto, tutto fuorché un’amicizia.
Signori giurati, se qualcuno di voi, dopo questa inutile e apparentemente essenziale spiegazione, non è d’accordo alzi la mano, parli adesso, controdeduca o scelga il silenzio. Se, invece, la cosa per Voi è assodata, chiedo… chiedo come si possa immaginare di sentirsi esclamare “ma io pensavo fosse un’amicizia!” dopo che si è annunciato di star voltando pagina (scelta sacrosanta ed insindacabile) e restando sbalorditi se l’altro, pur accettando suo malgrado la notizia (non è che avesse potuto far altro, quanto meno per puro spirito di galanteria, e né accampare diritti e pretese) dopo un breve attimo di accondiscendenza e felicitazioni sincere, avesse avuto quel tanto di giustificato mancamento, perché nel frattempo si sia sentito investito da una notizia che, seppur attesa, ha avuto la medesima proporzione e massa di un autoarticolato lanciato a folle corsa contro a un muro, e col guidatore ubriaco e in preda all’estasi?
Per quanto il convenuto, qui presente, si sia potuto preparare all’evento, naturale, giusto e sacrosanto e in fondo atteso anche per sé, quella parte di sé, che é rimasta silenziosamente legata e desiderosa di ben altri sviluppi, accuserà inevitabilmente il colpo, si accascerà seppur silenziosamente, si contrarrà su sé stessa, accartocciandosi in malo modo, ma signorilmente protestando al colpo di accetta, si accetta, mannaia, inferto dall’altro, con il sotteso scopo di quietare la propria coscienza e non perché, in nome di un’amicizia inesistente, si sia voluto annunciare un lieto evento, che potesse essere ben accolto invece da un amico sincero e leale. É vero, si lo ammettiamo, l’idiota, seduto qui dinanzi alla Corte, mi si passi il termine, idiota!, ha avuto ben due anni di offerte non sottintese di avance dall’altro, due anni per ritornare sui passi di stupido ferito (sì, si sentiva ferito e tradito per i fatti ben noti e su cui non vorremmo ritornare) invece di mantenere il punto, per lui, a sua discolpa, l’unica vera arma per mantenere quel minimo di distanza, di equilibrio, per sentirsi al sicuro da altri possibili disastri feriti. Ma giustamente di inutili attese si muore di inedia, e due anni sono lunghi da gestire ed assimilare. Si, convengo (i mormorii in aula non fanno che avvalorare la tesi) che il mio assistito resti un povero idiota, ma, a sua discolpa, forse solo un evento catastrofico e finale di tale portata, l’annuncio/TIR, poteva molto tardivamente scuotere soggetti così coriacei e orgogliosi.
Signori miei, allora questo è il vero nodo della questione, il modo con cui cui si sono dipanati ed incagliati contestualmente questi 43 giorni di scritture e parole. All’idiota, qui presente e di cui chiederò a breve l’infermità mentale, non si è comunicato la vincita di una lotteria o un avanzamento di carriera. Bensì, e qui voglio la vostra piena attenzione, é stato comunicato la fine di un ciclo, la chiusura di un libro, l’inizio di un lungo lutto da elaborare, che solo il tempo potrà sciogliere o per stanchezza o per accettazione.
Per cui mi rimetto a voi, signori della Corte. Se pensiate che io abbia torto infliggetegli la giusta pena. Ma se giudicate che il reo di sola idiozia non abbia commesso altro reato che se non quello di aver amato, cercando di difendere inutilmente se stessi, allora abbiate pietà di lui perché la pena se l’é abbondantemente autoinflitta e sarà per lui un lungo e doloroso calvario.
Grazie, ho concluso.
4 notes
·
View notes
Note
Come risponderesti alle accuse per cui la top surgery è diventata più una body modification piuttosto che una gender affirming surgery? Questa accusa deriva dal fatto che è diventata una operazione chirurgica cui si sottopongono anche donne che non sperimentano disforia di genere e non hanno intenzione di intraprendere un percorso di transizione. Ti mando il link del video in questione, spero non ti triggeri o altro
https://youtu.be/pCc-W8F-qZ0?si=7_Ic4xneDbX4STFR
Ciao! Non guarderò il video in questione perdonami, l'ho aperto e mi è bastato vedere un estratto di un video di Sarah Kate Smigiel ripreso (in modo credo illegale) per contestare ciò che dice. SK è una persona che seguo e stimo, al contrario di chi ha fatto il video, Arielle Scarcella e Buck Angel. Entrambi molto conservatori, che per il solo fatto di essere una persona lesbica e una persona trans si sentono legittimati a difendere posizioni à la Salvini. (Del tipo che secondo loro le persone non binarie non esistono, quindi ti comunico che al momento stai parlando con un fantasma). Loro due sono la dimostrazione che non conta "chi sei", ma come ti posizioni.
Fatta questa premessa, perché dovrebbe essere un'accusa? Cosa ci sarebbe di male se una persona volesse operarsi per motivi esclusivamente estetici e non di affermazione di genere? Ci rifacciamo il naso per affermazione di genere? No, eppure nessuno si sognerebbe di criticare tale scelta. C'è chi si rifà il corpo in toto, chi si tinge e taglia i capelli, chi si ricopre interamente di tatuaggi etc... ma queste scelte non vengono stigmatizzate a livello sociale. Il problema per me qui sta nella visione patologizzante: non gli sta bene che le persone possano fare qualcosa semplicemente perché vogliono e non perché soffrono. Secondo questo schema di comprensione, se sei trans, tutto ciò che fai si riconduce a disagio, tentativo disperato di allineamento mente-corpo, affermazione di genere. Per molte persone sarà anche così, ma perché fa così tanto scalpore che una decisione come la mastectomia possa essere presa da chiunque in serenità, senza per forza voler affermare il proprio genere ma semplicemente la propria identità?
Le persone fanno la qualunque per stare bene con sé stesse e vedersi riflesse come si piacciono. Lo stesso confine tra affermazione di genere e scelta estetica per me è più sfumato di quanto crediamo. Anche per me individualmente è così, io non mi sto operando per affermarmi "più maschio" o perché sto così male da non uscire di casa, lo faccio per piacermi di più e vedere allo specchio ciò che desidero: affermazione di genere sì, ma anche scelta estetica per essere fisicamente più vicino a quel "come voglio essere da grande". Ognun* è responsabile del proprio corpo, ne fa ciò che preferisce, e difficilmente si arriva fino in fondo a un'operazione chirurgica senza volerlo davvero (prima ci sono incontri, pagamenti, esami etc...). Cosa importa chi la vuole e perché la vuole? Se una donna cis si piace di più senza tette, nessun* si deve permettere di dirle che non va bene. Jess T. Dugan è una persona che continua a usare il pronome she/her che ha deciso di fare la top surgery, ne ha fatto una parte bellissima della propria carriera fotografica e dopo anni anche una mostra, perciò direi che esiste anche questa felice possibilità.
Sogno un mondo in cui non dobbiamo rompere il cazzo alle persone, ma piuttosto accompagnarle ed essere loro di supporto nelle varie scelte che prendono. Rispondere ai dubbi, informare, fare in modo che siano scelte consapevoli, ma senza porre paletti o confini su chi può fare cosa. Io poi non sò per le politiche identitarie regà, studio Butler Foucault e la teoria queer per me pure tutti sti confini hanno senso fintanto che li usiamo per giocarci, per ritrovarci tra noi, per lottare politicamente, costruire fronti, farci riconoscere e darci nomi che ci facciano sentire bene... Però mica pensiamo che la profondità umana si risolva così, no?!
8 notes
·
View notes
Photo







Da: SGUARDI SULL’ARTE LIBRO SECONDO - di Gianpiero Menniti
L'ICONOGRAFIA COSTANTINOPOLITANA
Con le prime due immagini ci si trova proiettati nella Basilica di San Vitale, a Ravenna, capitale della Prefettura d’Italia istituita dall’imperatore Giustiniano alla metà circa del VI secolo, dopo la rovinosa guerra greco-gotica, combattuta dall’esercito imperiale d’oriente contro gli ostrogoti occupanti la penisola e durata per oltre un ventennio. Una Ravenna già di tradizione imperiale, centro fortificato per via naturale da aree lacustri e paludose che ne rendevano impervio l’eventuale assedio e collegato, mediante il porto di Classe, direttamente a Costantinopoli lungo la rotta dell’Adriatico. Non è per caso, quindi, che la Chiesa di San Vitale ospiti queste due “apparizioni”, simboli rimasti inalterati della tecnica musiva antica, di per sé dotata di più robusta tempra rispetto alla tecnica pittorica. Se la “religio” è unione e il sacro è separazione, Giustiniano e la sua corte incarnano entrambe le dimensioni: la separazione sacrale è insita nella perentoria affermazione di superiorità della funzione, qui stabilita dai simboli che accompagnano le figure. L’unità del mondo cristiano è invece rappresentata dalla rivelazione della stessa sacralità del potere che è incarnata in figure umanissime. Si tratta dell’umanità degli sguardi vivi, determinati, carismatici, quasi seducenti nella loro fissità superiore: “eccoci, noi siamo il potere, siamo i protettori della fede” sembrano affermare senza proferire parola. Un potere talmente chiaro da non aver bisogno d’altro che di quello sguardo così intenso rivolto verso il pubblico da figure che lo richiamano alla palesata potestà dell’investitura divina. Questa è la forza intrinseca dei mosaici di San Vitale: epifania che dischiude, squaderna un solido impianto ideologico di implacabile fondatezza e di non comune fascino. Estrema espressione del processo di elevazione divina entro il quale l’immagine del potere ha attraversato la trasformazione del ruolo imperiale, fino a coincidere con le più accentuate rappresentazioni della funzione regale in Oriente. Profondamente significativo in un’epoca di ricostruzione del concetto di potere e di incessante ricerca del suo fondamento, in Occidente.
- VI sec. d.C. Pareti laterali dell'abside della Basilica di San Vitale a Ravenna: L'imperatore Giustiniano ed i suoi più stretti dignitari; La Basilissa Teodora e la sua Corte
- in copertina: Maria Casalanguida, "Bottiglie e cubetto", 1975, collezione privata
18 notes
·
View notes
Text
Storia del Creato

(Dio Padre, Figlio e gli Angeli fedeli)
Percorrendo a ritroso, e per somiglianza con la mia personale, la Storia del Creato, potrei supporre che all'inizio di tutto vi fosse la Madre materia, un vuoto in cui vagassero particelle, se in qualche modo dobbiamo immaginarlo. Queste particelle erano già pensiero, ma un pensiero che doveva evolversi e dispiegarsi. Esse cominciarono a raggrupparsi e organizzarsi, perché era loro scopo e destino formare gli spiriti che avrebbero dato forma al pensiero, altrimenti soltanto potenziale e indistinto. Nella materia c'era già tutto ciò che noi riconosciamo come spirituale e umano: intenzione, volontà, libertà di scelta, amore…ma c'era come progetto di fondo, come attitudine intrinseca. Giacché la materia pensa, e pensò ancor prima di essere "umana". Ora, questa materia era Dio? Possiamo definirla come la parte materna di Dio. Questa materia si organizzò fino ad aggregarsi in corpi, anime, spiriti, attraverso un processo di affinamento, crescita, evoluzione. A un certo punto, la materia si affinò così tanto da essere il pensiero cosciente di Dio, ovvero portò alla luce la propria volontà, la chiarificò a sé stessa (e luce fu). Dio, come essere volitivo e cosciente, si riconobbe sia padre (come parte pensante) che figlio (come frutto della materia). La parte meno affinata della materia, quella ancora in corso di evoluzione (o di definitiva eliminazione) è ciò che chiamiamo Male (spiritelli infestatori e disturbatori, satanassi, impulsi autodistruttivi di parti esorbitanti della materia, thanatos…). Il Male, la morte, fanno parte dell'economia della materia nel suo processo di affermazione e stabilizzazione. Noi, come spiriti volitivi, possiamo scegliere se fare parte dei fattori in corso di eliminazione o di quelli costruttori e costitutivi dell'essere. In pratica: inferno o paradiso? 😊

2 notes
·
View notes
Text
Perché la strada dell'EREMITA non è la Via?
Nelle 17 tappe dell'eroe di Joseph Campbell, le più importanti sono le ultime due: EROE DEI DUE MONDI. Grazie a questa abilità otteniamo l'ultima tappa: CONQUISTA DELLA LIBERTÀ.
Come si fa? Cosa vuol dire?
Per diventare eroe dei due mondi bisogna essere bravi ad utilizzare la materia per elevare lo spirito.
Per poterlo fare bisogna interagire con le persone creando valore per sé stessi e gli altri. Il più possibile.
Nella nostra scuola non è sempre vero che se stai bene con te stesso/a stai bene con gli altri.
Ma è sicuramente vero che SOLO quando stai bene con gli altri allora e finalmente starai bene con te stesso/a.
Cerchiamo di capire il senso profondo di questa affermazione.
Vuol dire rispettare il viaggio dell'eroe degli altri.
Chi rifiuta questa via non sarà mai e dico mai libero. Perché condizionato dal prossimo.
Perché? Perché agirà sempre fuggendo dalle soglie che le relazioni attivano.
Se la nostra anima si è incarnata in un corpo, è perché deve fare una esperienza nella materia. Utilizzare al meglio il tempo (limitato) a disposizione è fondamentale.
Se ci isoliamo veniamo meno alla possibilità di farlo.
Perciò odiamo meno il prossimo e non ci isoliamo altrimenti il distruttore verrà a bussare alla porta.
Il discorso è diverso per le persone molto anziane. Il viaggio dell'eroe va fatto quando abbiamo energia per farlo.
#eroe#supereroi#psicologia#viaggiointeriore#crescitapersonale#evoluzione#amicizia#alchimia
3 notes
·
View notes
Text
ANTOLOGIA MACABRA
Il Ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, evoca la teoria complottista e razzista della sostituzione etnica (19 aprile). Ma poi, stupito delle reazioni inorridite, ci rassicura: tranquilli, la mia è solo ignoranza (20 aprile).
Il Ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, dopo approfondite ricerche sulla storia del pensiero politico, scopre che il fondatore della destra in Italia è Dante Alighieri (14 gennaio), mescolando con signorile nonchalance il grande intellettuale medievale con concetti del moderno pensiero politologico e, perché no, un po’ di capre e un po’ di cavoli.
Il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, individua la vera causa che porta milioni di persone a scappare dalla loro terra: il problema non va cercato nel periodo coloniale che ha sconvolto le società che l’hanno subito, e neanche nelle guerre spesso fomentate dal mondo ricco, né, tanto meno, nel cambiamento climatico; il problema è l’opinione pubblica italiana (25 marzo) che, evidentemente, deve essere raddrizzata, in un modo o nell’altro. Lo stesso Ministro ci informa anche che i veri colpevoli della morte di tanti bambini nei viaggi della disperazione sono i loro genitori (27 febbraio) che non li fanno viaggiare su comode e sicure imbarcazioni. Negare i problemi e trovare un colpevole, uno qualunque.
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ci rende partecipi della sua personalissima teoria pedagogica: per i bambini che non si conformano allo standard, lo strumento educativo migliore è l’umiliazione (21 novembre). Signor Ministro, alcuni miei amici e io consideriamo questa affermazione aberrante e ritengono che un’educazione fondata sull’umiliazione formi tanti piccoli nazisti, non menti libere e aperte, sia cioè la negazione dell’educazione stessa. Ma, come dice lei Ministro, forse il nostro pensiero è roba vecchia, figlio del periodo dell’”egemonia culturale della sinistra gramsciana che è destinata a cessare” (28 dicembre) (non voglio sapere, per il momento, come pensa di farla cessare). Adesso siamo nell’anno primo dell’era … (già, di quale era?) e tutto è cambiato.
Intanto, il Presidente del Senato, Ignazio La Russa, riscrive la storia dell’attentato di via Rasella e, con un colpo di bacchetta magica, trasforma i nazisti invasori stragisti in una innocua banda musicale di pensionati (31 marzo) e i partigiani in assassini di quegli allegri musicanti.
Il Presidente della Camera dei Deputati, Lorenzo Fontana, persona gentile e equilibrata, storpiandone il cognome in Bàkelet, ci fa intendere di non aver mai sentito parlare dell’omicidio di Vittorio Bachelet sulle scale della Sapienza, degli anni di piombo e del più ampio problema della strategia della tensione che ha segnato, forse fino ai giorni nostri, la storia italiana (20 aprile).
Sembra un’antologia di umorismo macabro, ma sono dichiarazioni dei più alti rappresentanti delle istituzioni. La verità è menzogna e la menzogna è verità. Forse ha ragione il Ministro Lollobrigida, è solo questione di ignoranza (20 aprile). L’ignoranza, di per sé, non è una colpa. Ma l’ignoranza, che spesso fa rima con arroganza, unita al potere, è un’arma di distruzione di massa, innanzitutto di massa cerebrale.
Ma il problema ancor più serio è che – mi pare – ci stiamo assuefacendo ad ascoltare queste parole prive di senso, o dotate di un senso macabro, restando indifferenti. Questa assuefazione, questa indifferenza è ciò che fa paura. E’ importante, oggi più che mai, ricordarci l’un l’altro e insegnare ai giovani che le menzogne non sono opinioni, che i crimini sono crimini, che il bene comune è superiore al bene individuale, che i confini sono punti di contatto, che i bambini sono sacri e non possono essere piegati attraverso umiliazioni senza distruggerli. E che il conflitto fra valori di vita e disvalori di morte non ha niente a che fare con la normale dialettica democratica.
@Riccardo Cuppini
11 notes
·
View notes
Text
PERFECT DAYS
“Sospendere il divenire è l’unico modo per rimanere eterni”. Lo scrisse Carmelo Bene, molti anni fa, in una intervista. Ecco, se volessimo partire da un punto fermo dell’ultimo ed attesissimo film di Wim Wenders, potremmo partire da questa affermazione del grande uomo di teatro italiano. Hirayama, il protagonista silente di “Perfect Days”, vive “in” e “di” una continua ripetizione degli atti quotidiani della sua umile vita: si sveglia, si rade, si lava, si veste, va al lavoro ascoltando cassette di classici rock, blues, soul (pulisce i bagni pubblici in diversi punti di Tokyo), pranza al parco con un panino e fotografa i rami degli alberi, prima di tornare a casa passa dai bagni pubblici per una doccia, poi esce a cena sempre presso lo stesso localino di ramen, (tranne la domenica); poi torna a casa e legge (Faulkner) prima di coricarsi sul futon dell’umilissima dimora. E al mattino dopo il ciclo ricomincia da capo. La ripetizione è la forza della storia di Wenders e “La ripetizione”, detto per inciso, è anche il titolo di un libro di Peter Handke che con Wenders ha più di una similitudine. Le increspature in questa vita assolutamente monotona, ma soddisfacente per Hirayama, sono pochissime, come il rapporto minimale con un collega un po’ svitato e approssimativo nel lavoro, l’incrocio di sguardi con una donna al parco anch’essa in pausa pranzo o le poche battute scambiate con la proprietaria di un altro locale dove Hirayama è solito cenare alla domenica sera e dove incontrerà il di lei ex-marito sofferente di una malattia incurabile. Anche la sporadica visita di una giovane nipote, non scuote la vita di Hirayama. Per essere perfette le sue giornate non necessitano di nulla: il lindore ritrovato di un water, la cura maniacale della pulizia di un lavabo, l’archiviazione delle fotografie scattate al parco, la quotidianità ripetuta e autosufficiente, fanno di ogni giorno un “Perfect Day”, quasi come quella della canzone di Lou Reed che scorre nella audiocassetta, ma con un surplus di solitudine che basta a sé stessa. Mi piace ricordare qui, una seconda similitudine col pensiero di Peter Handke, che ne “Il peso del mondo” scrive: “Prendere il calamaio, caricare la penna, in questo può risiedere la salvezza”. Di cosa è fatto il film di Wenders? È certamente un film calligrafico (del resto è o non è il Giappone l’impero dei segni, come lo definì Roland Barthes?) e la calligrafia è quella delle immagini che da sole raccontano l’esistenza e l’esistente, senza bisogno di molto altro. Il loro ritmo geometrico, come nelle sequenze (in un raffinatissimo b/n) dei sogni di Hirayama o come nella poesia dell’architettura della città o nelle trame delle superstrade di Tokyo che sembrano trasportare la linfa del vivere quotidiano. Tokyo è certamente co-protagonista del film, una città che ha sempre affascinato il regista dai tempi di “Tokyo-Ga” del 1985, che a sua volta era un omaggio a quel quotidiano di cui si alimentava il cinema del più grande regista giapponese di tutti i tempi, Yasujirō Ozu. Magnifico film che va a completare il mio personale trittico della vacanze natalizie insieme a “Foglie al vento” di Aki Kaurismäki e “La Chimera” di Alice Rohrwacher. Tre film difficili da dimenticare.

4 notes
·
View notes
Text

L'amore: una assoluta e violenta affermazione di sé che è insieme una violenta e volontaria distruzione di sé -
Andrea Emo
8 notes
·
View notes
Note
Se posso chiedere, cosa ha di abominevole il messaggio di Malan, e cosa di encomiabile la risposta? Non so neanche chi sia costui, ma non mi sembra stia dicendo una falsità: la maternità surrogata sfrutta donne sulla soglia della povertà come incubatrici per dare un figlio due uomini. E chi se ne frega della donna; ha accettato, giusto? Più o meno come due genitori americani accettano di far morire il figlio perchè hanno accettato di non avere l'assicurazione. Mi viene in mente l'adagio: "If prostitution is legal, every unemployed woman is just lazy". Non ricordo come si chiama quando il ricco sfrutta il povero perchè il povero è sufficientemente disperato da farsi sfruttare, ma credo che sia un'idea che la Sinistra non dovrebbe difendere. E, da persona di Sinistra, chiedo: possiamo tornare a ragionare con la nostra testa e non con la testa dell'esponente del PD? E in ultimis, la risposta a un'opinione/fatto in un dibattito tra adulti dovrebbe essere un'altra opinione/fatto, non un insulto :/
Certo che puoi chiedere, caro Anonimo! Ci mancherebbe! Cosa dici? Che "la maternità surrogata sfrutta donne sulla soglia della povertà come incubatrici per dare un figlio [a] due uomini"? Vedi, questa tua affermazione implica che non c'è alcuna possibilità che una donna possa volontariamente e con gioia portare in grembo il figlio di qualcun altro. E con qualcun altro intendo anche una coppia eterosessuale infertile, che tu e Malan scientemente dimenticate. Significa che, per te e per Malan, surrogare la maternità è sempre una violenza, quindi da punire, e che nessuna legge possa permette la maternità surrogata in alcuni, ben vigilati, casi nei quali coppie (etero o omosessuali) non sfruttano l'utero di nessuna. È rinunciare a regolamentare un vuoto normativo solo perché si perderebbe un argomento elettorale. E questo fa oggettivamente schifo. Il resto del tuo discorso non è una argomentazione, dal momento che arrivi a chiederti se "possiamo tornare a ragionare con la nostra testa", implicando che o non la stavi usando tu o che insinui che la persona a cui scrivi non stia ragionando con la propria. Non proprio carino, insomma. Dal momento che questo dibattito sulla maternità surrogata, montato ad hoc da un governo che si comporta come se fosse all'opposizione di sé stesso, è la fotocopia di una fotocopia di interminabili dibattiti pieni di falsità e distorsioni insultanti che durano da anni e anni... ad un certo punto capirai che la pazienza possa finire. Quindi, a meno che tu non sia un adolescente vissuto in una campana di vetro o un alieno arrivato or ora sulla Terra, posso dirti che né tu né Malan siete nelle condizioni di chiedere di non essere insultati, visto che anche la tua fintamente garbata domanda è essa stessa un insulto. Come sai, non servono parolacce a definire un insulto. E infatti nemmeno la risposta di cui ti lamenti ne contiene. Con la differenza che quella è arguta e raffinata.
8 notes
·
View notes
Text
I sofisti
Dopo gli atomisti, e i pluralisti loro parenti, vennero i sofisti che non credevano più in niente. Le diverse scuole presocratiche si erano confrontate in accesi dibattiti ciascuna difendendo la propria verità, sicché a qualcuno, dopo tutto questo gran dibattere, venne il dubbio che nessuna di loro avesse ragione. Di più, che nessuno potesse aver ragione a prescindere perché non esiste una verità universale, esistono solo verità soggettive.
Viene riconosciuto come fondatore della sofistica Protagora di Abdera, l'investitura gli venne da Platone in persona nel dialogo che porta il suo nome. Protagora mise in subbuglio il mondo della filosofia con la sua famosa affermazione: L'uomo è la misura di tutte le cose.
[Nota di chi scrive: Pantōn chrēmatōn metron estin anthrōpos, più o meno "di tutte le cose metro è l'uomo", anche se un esperto di greco potrebbe illuminarci meglio su quel "chrēmatōn" che viene da to chrèma, "cosa di cui ci si serve", e particolarmente al plurale, ta chrèmata, "ricchezze", "risorse", da cui la crematistica di cui parla Aristotele, o almeno così dicono i più informati].
L'affermazione di Protagora venne interpretata in senso relativista: la verità non giunge all'uomo unica e universale ma è l'uomo che crea da sé le proprie verità, a seconda del bisogno.
I sofisti fecero un uso spregiudicato del principio, mettendosi a difendere per denaro le tesi più disparate, oppure per gioco, indipendentemente dalla loro veridicità. D'altronde la verità non esisteva, crearla ex novo equivaleva a farla valere nella misura in cui si riusciva a persuadere l'interlocutore.
Famoso l'encomio di Elena di Gorgia da Lentini che difese retroattivamente la memoria di Elena di Troia, vinta e rapita dall'amore per Paride, forza superiore alla sua volontà. Oppure i paradossi di Eubulide di Mileto, come quello famoso del mentitore, oppure quello più divertente del cornuto: Un uomo possiede ciò che non ha perso. Un uomo non ha perso le corna, dunque le ha.
Sempre Gorgia sosteneva che nulla è, se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile, e se anche qualcosa fosse conoscibile non sarebbe comunicabile agli altri. Insomma, un nichilismo assoluto e beffardo.
[nota di chi scrive: i sofisti, come tutti i relativisti, vanno incontro a una contraddizione logica: se non esiste verità oggettiva allora anche la stessa verità che "non esiste verità oggettiva" è soggettiva, e così anche il relativismo si relativizza riducendosi a un'opinione fra tante e possiamo abbracciarlo come lasciarcelo alle spalle, non ha alcun valore se non quello dettato dalla preferenza personale]
6 notes
·
View notes
Note
Sei ateo, vero? Perché il crudele realismo di cui alcune tue risposte sono intrise, mi sembra possa dipendere da una tua scarsa, o forse assente, attitudine alla religione o alla spiritualità.
Buongiorno caro anonimo,
effettivamente mi riconosco molto in quella affermazione di Hegel, elevata poi a sostanziale dichiarazione di intento filosofico dalla Sinistra Hegeliana, che citava ''è reale ciò che è razionale''; questa affermazione invita, senza troppi convenevoli, a concentrarsi sui fatti, anche alla luce degli scarsi strumenti di indagine di cui siamo dotati (i sensi), ed ad evitare astrazioni troppo acrobatiche ed interpretative degli stessi.
A questo aggiungo come mi sia sempre parsa innegabile la dimensione di controllo delle masse, la dimensione politica, che ogni religione ha avuto nella storia dell'umanità (concetto bene espresso da Marx, con il suo aforisma che la allegorizzava, la religione, ad oppio dei popoli), dimensioni ben superiori a quella di perseguimento del bene dell'umanità e di tentativo di far prevalere l'amore nel mondo, e quanto, a causa di questo, il concetto di dio, di per sé molto interessante e profondo, abbia subito e subisca una strumentalizzazione ad uso e consumo delle classi privilegiate, per farne un'arma di sopimento delle rivoluzioni e di conservatorismo.
Quindi sì, sono ateo.
Ma ci tengo a sottolineare come il mio ateismo non sia una forma altrettanto religiosa e dogmatica, alla quale mi consegno integralmente: è venato soprattutto da profonde sfumature di agnosticismo e di ''ateismo pratico'' (quello riscontrabile nel pensiero di Nietzsche).
Che da tutto ciò possa scaturire poi, più o meno consciamente, una forma mentis fattuale, analitica, fredda e razionale, che, basandosi sulla mera consapevolezza dei fatti e dalla mera analisi degli stessi, possa a tratti emergere come incapace di fornire speranze, anaffettiva e crudele nel suo realismo, è più che possibile e plausibile.
2 notes
·
View notes
Text
“Non conti proprio un c***”. Grande Fratello, Jessica se ne frega e lo dice davanti a tutti. E il pubblico è con lei
[[{“value”:” “Al Grande Fratello non conti un c***”. Jessica gliele canta. Sfogo canoro della concorrente sul reality show di Canale 5. L’inquilina più discussa di questa edizione del GF è tornata a far parlare di sé. Stavolta non solo per una sua affermazione, ma anche per il modo insolito in cui lo ha fatto. Come sempre Jessica non ha usato giri di parole, facendo capire bene quale è il suo…

View On WordPress
0 notes
Text
Teoria che genera infiniti numeri primi

C’è un nuovo modo per trovare i numeri primi. Due matematici hanno dimostrato con un approccio creativo la fondatezza di una congettura matematica discussa da tempo. Chiedi a un matematico quali sono i suoi numeri preferiti e probabilmente ti risponderà i numeri primi. Semplici da definire, difficili da capire e con un ordine imprevedibile, affascinano da sempre e sono considerati gli atomi dei numeri interi, perché ogni intero può essere costruito come un prodotto di numeri primi. Trovarne di nuovi non è però semplice e per questo ogni sistema per farlo viene accolto con grande interesse, soprattutto se viene matematicamente provato come è successo alla fine dello scorso anno per un metodo teorizzato da qualche tempo. Prima di arrivarci, può essere utile un rapido ripasso dei fondamentali. Un numero primo è un numero intero maggiore di uno, divisibile solamente per sé stesso e per 1. Come 2, 3, 5, 7, 11, 13 e così via (1 viene escluso perché ha un solo divisore). Sono uno dei concetti principali della teoria dei numeri, cioè della parte della matematica che si occupa di numeri interi. Intorno al 300 a.C. il matematico e filosofo greco Euclide dimostrò che esistono infiniti numeri primi. Da allora, questa è la principale certezza su numeri altrimenti sfuggenti e misteriosi: sappiamo infatti che proseguono all’infinito, ma non sappiamo come sono distribuiti nella sequenza dei numeri. Dopo Euclide, molti matematici hanno ipotizzato criteri sempre più stringenti per identificare gruppi di numeri primi con particolari caratteristiche in comune, in modo da derivare conoscenze generali sul modo in cui sono distribuiti. Le formule non sono spesso sufficienti per trovare all’istante i numeri primi, ma aiutano a farsi un’idea di dove si possono trovare lungo la sequenza dei numeri. Produrre dimostrazioni matematiche convincenti, cioè mostrare che una certa affermazione è sempre vera secondo le regole della matematica, non è però semplice. Nel 1640 il matematico francese Pierre de Fermat ebbe un’intuizione: ogni numero primo può essere scritto come somma di due numeri interi al quadrato, ma solo se la differenza tra quel numero primo e 1 è multipla di 4. Il numero primo 29, per esempio, può essere scritto come somma di 22 e 52, cioè 4+25. E sappiamo di rispettare il teorema perché si mantiene la condizione del multiplo di 4 visto che se togliamo 1 a 29 otteniamo 28, cioè un numero che si può ottenere moltiplicando per sette volte il numero 4. Il numero primo 23 non può invece essere espresso come la somma di due quadrati, perché se togliamo 1 a 23 otteniamo 22, e questo numero non è un multiplo di 4. Per molto tempo quella di Fermat rimase una congettura, perché lo stesso matematico non fornì mai una dimostrazione matematica completa del proprio teorema. Ci pensò quasi un secolo dopo il matematico svizzero Eulero, con una prova dettagliata ed elegante, basata sull’algebra e altri elementi della teoria dei numeri. Il lavoro di Fermat e di Eulero divenne una base importante per studiare i numeri primi, perché provando a rendere più specifica la regola dei due quadrati si possono scoprire altre caratteristiche della distribuzione dei numeri primi. Ci si può per esempio chiedere che cosa succede se uno dei due numeri da elevare al quadrato è sempre pari, oppure per quanto si possono ottenere risultati senza una certa cifra nel risultato. Come in altre dimostrazioni matematiche, più si aggiungono limitazioni per definire un gruppo di numeri, più diventa difficile confermare che la regola sia sempre vera. Porsi dei problemi per provare a risolverli è del resto una delle essenze della matematica, perché è un modo importante per scoprire nuove cose sul suo funzionamento. Lavorando su quanto aveva immaginato Fermat quasi quattro secoli fa, nel 2018 i matematici John Friedlander (Università di Toronto, Canada) e Henryk Iwaniec (Rutgers University, Stati Uniti) proposero una nuova congettura, chiedendosi se esistano infiniti numeri primi che possono essere espressi con la formula: p2 + 4q2 dove p e q indicano due numeri primi. Se per esempio usiamo 61, che è un numero primo, possiamo esprimerlo come: 52 + 4 • 32 La congettura imponeva importanti limitazioni al teorema di partenza di Fermat, ma se fosse stato possibile dimostrarne la validità avrebbe aggiunto un nuovo importante strumento per studiare i numeri primi e alcune loro caratteristiche. Non era una questione da poco, e per molti anni nessuno riuscì a produrre una dimostrazione soddisfacente per confermare che l’assunto di partenza era sempre vero. Ed è a questo punto della storia che troviamo Ben Green (Università di Oxford, Regno Unito) e Mehtaab Sawhney (Columbia University, Stati Uniti), due matematici che avevano scelto di collaborare per risolvere quel problema matematico. Le limitazioni imposte dalla congettura non consentivano di ricorrere ai classici strumenti della matematica, così i due scelsero di provare un approccio meno ortodosso mettendo in relazione il mondo dei numeri primi con altri ambiti matematici. Green e Sawhney hanno iniziato prendendo un po’ alla larga il problema, lavorando su numeri primi “approssimati”, o grezzi, cioè su numeri che non sono strettamente primi, ma che vengono definiti in relazione ai primi piccoli. Un numero di questo tipo non è divisibile da un insieme fissato di piccoli numeri primi come 2, 3 e 5. Per esempio, se si prende in considerazione la serie da 1 a 200 e si cercano al suo interno i numeri non divisibili da 2, 3 e 5 otteniamo sia veri primi come 7, 11, 13, 17, 19, 23, 29… sia alcuni numeri che non lo sono. Il loro impiego può rivelarsi utile per semplificare problemi complessi, perché sono distribuiti in modo più regolare rispetto a quanto avvenga con i numeri primi normali. Lavorando su questi risultati, Green e Sawhney hanno dimostrato che esistono infiniti numeri primi che si possono ottenere sommando i quadrati di due numeri primi approssimati. Il passaggio più complicato era dimostrare che la stessa cosa valeva anche per i primi veri e propri. Per farlo hanno messo a confronto i risultati ottenuti con i due tipi di numeri utilizzando delle funzioni matematiche sviluppate per misurare le proprietà di insiemi di numeri (che hanno chiamato somme di Tipo I e Tipo II). L’obiettivo era dimostrare che queste somme davano lo stesso risultato sia nel caso dei primi approssimati sia di quelli veri. Riuscirci non era semplice, ma dopo vari tentativi Green e Sawhney hanno intuito di poterlo fare utilizzando un particolare strumento matematico che si chiama “norma di Gowers”. La norma porta il nome del matematico Timothy Gowers e serve per misurare quanto un insieme di numeri sia casuale oppure strutturato. Non viene solitamente impiegato per le analisi legate ai numeri primi, ma come spiegano nel loro studio scientifico, Green e Sawhney hanno ritenuto che potesse essere sfruttato in un modo un po’ creativo per rispondere alle loro esigenze. Rifacendosi ad altri lavori, hanno quindi usato la norma di Gowers per dimostrare che l’insieme dei primi approssimati e l’insieme dei primi veri erano simili a sufficienza da dare il medesimo risultato nelle somme. Grazie a questo sistema di verifica, Green e Sawhney hanno quindi dimostrato la congettura di Friedlander e Iwaniec, confermando che esistono infiniti numeri primi che possono essere espressi nella forma p2 + 4q2. Il risultato è importante non solo per la conferma in sé della congettura, ma anche perché mostra come possano essere messi in relazione e sfruttati strumenti matematici di ambiti diversi per risolvere problemi. Risolvere congetture come quella di Friedlander e Iwaniec contribuisce ad ampliare la conoscenza del mondo matematico, che a sua volta può avere applicazioni inattese in futuro, anche al di fuori della matematica pura, come nell’informatica. Read the full article
0 notes