#costruzioni a secco del Salento
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fondazioneterradotranto · 6 years ago
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Il problema difficile della rivalutazione delle costruzioni a secco nel Salento
di Pier Paolo Tarsi
  Ed ora, dopo il clamore?
Il problema difficile della rivalutazione delle costruzioni a secco nel Salento.
Le più tardive bocche si compiacciono ancora in queste ore per il recente riconoscimento da parte dell’Unesco delle costruzioni a secco quali patrimonio dell’umanità. Dopo la consueta sbornia mediatica condita da immancabile cassa di risonanza social, dopo l’entusiastica accoglienza della gradita notizia da parte dei tanti salentini “presciati” per l’ennesima conferma delle qualità del proprio territorio (stuprato e quotidianamente calpestato, si sa, ma “lu presciu” qui non si cura), cosa resterà dunque di questo formale riconoscimento?
Conviene, con risoluto disincanto, porci quanto prima tali domande come saprà bene chi è da sempre attento alla valorizzazione del territorio e comprende, oggi più che mai, l’opportunità di cogliere l’attimo e continuare a insistere, ad imporre l’importante tema all’attenzione pubblica e della classe dirigente, prima che l’una e l’altra si volgano frettolosamente altrove.
Che sia giusto e opportuno far così ce lo conferma del resto proprio l’agire della Fondazione Terra d’Otranto, la quale, nella persona del suo infaticabile presidente Marcello Gaballo, ha organizzato il primo convegno locale sulla questione il 13 gennaio 2019, a Nardò, a pochi giorni dal detto riconoscimento Unesco.
Ben fatto caro amico. Ma ora? Che fare? Si è tutto già concluso, consumato con la rapidità con cui fagocitiamo la notizia del giorno, o si è solo avviato un percorso come auspichiamo tutti? Dobbiamo lasciare che il sipario sul tema cali, come è prevedibile se non inevitabile di questi tempi accada, oppure quanto è appena stato dovrebbe servirci per innescare un incendio da mantenere a lungo vivo?
Nel dubbio non abbiam che da chiedere al buon Cecco, ed il responso è e fu sempre questo: ardere il mondo! Occorre allora, crediamo, porgerci subito ed entrare senza indugi nel vivo di alcune questioni rilevanti: quale percorso meditato e quale progettualità territoriale dovrebbe seguire nel Salento ai riconoscimenti dell’Unesco?
Per i molti o pochi salentini che, decenni prima che si pronunciasse l’Unesco, già coglievano da sé la rilevanza del patrimonio architettonico a secco, l’occasione è certo favorevole per ridestare l’attenzione pubblica e della politica intorno a domande che da tempo avremmo già dovuto risolvere come salentini e che ora pertanto non possiamo permetterci più di rimandare o far ricadere nell’oblio.
Come tutelare realmente e valorizzare efficacemente questo patrimonio evitandone la dispersione, al di là dei bagordi mediatici passeggeri e al di là anche delle leggi di tutela già da tempo in vigore o dei controlli già operativi sul rispetto delle stesse?
Il problema è solo in apparenza banale e semplice, meglio ancora non è affatto accostabile senza una approfondita riflessione che qui proveremo a delineare.
Possiamo constatarlo con un minimo di premesse che ci permettano di intuire le dimensioni reali e il cuore nevralgico della questione.
Partiamo da un esempio immaginifico e fantasioso che, se all’inizio sembrerà allontanarci dal problema e senza dubbio annoierà gli impazienti, come un buon investimento dovrebbe in realtà fruttarci molto e permetterci di illuminare il nucleo più profondo e arduo della questione concretissima che abbiamo di fronte. Immaginiamo, con un piccolo sforzo di fantasia, neanche tanta per dire il vero, che un uomo preistorico precipiti in un’aula scolastica e domandiamoci: quale esperienza avrebbe mai in quella situazione il nostro? Cosa vedrebbe veramente attorno a sé questo supposto individuo? Quale (arido e deprivato!) paesaggio contemplerebbe? Non è difficile comprenderlo: percepirebbe e distinguerebbe senza dubbio, come forse persino a un animale riuscirebbe, gessi, lavagne, penne, matite, gomme, fogli di carta ecc., o meglio una collezione di oggetti fisici scissi, dei quali però non comprenderebbe minimamente l’uso, le funzioni e i reciproci rimandi oggettivi che connettono strettamente un utensile all’altro in un sistema unitario, organico, ordinato e complessivamente sensato di relazioni: in breve, di tutte quelle cose che pur vedrebbe non ne intenderebbe minimamente il significato.
Perché tutti quegli utensili possano manifestarsi al nostro in ciò che per tutti noi comunemente sono, egli avrebbe infatti necessariamente bisogno di un nostro intervento, di una chiave d’accesso che gli consenta di cogliere, in un sol colpo (si fa per dire!), il senso di tutto ciò che pur avendo sotto gli occhi gli sarebbe ancora di fatto precluso nella sua dimensione propria, quella cioè che chiamiamo normalmente culturale.
Qual è questo ingrediente che potremmo definire l’autentica ragion d’essere in quell’aula di ognuno – e di tutti! – quegli oggetti? La risposta è ovviamente la scrittura! Se e solo se il nostro uomo primitivo fosse accompagnato da qualcuno nella scoperta dell’esperienza della scrittura, potrebbe allora finalmente vedere davvero, comprendere cosa vede, potrebbe cioè accedere in una cornice unitaria di senso che dissolverebbe il mistero che quegli oggetti nascondono, rischiarando ai suoi occhi il rimando di un gesso alla lavagna o a un cancelletto, il significato di un foglio di carta connesso a quello di una penna o di una matita, o ancora la relazione tra questa con una gomma e così via. Tutti quegli oggetti infatti hanno un significato preciso e svolgono una funzione determinata ed esplicita solo in un mondo in cui esiste la scrittura, una pratica che li lega e li interconnette in una trama di rimandi reciproci e oggettivi, uguali per tutti coloro che abitano un mondo storico in cui esiste la scrittura.
Detto in altre parole: la scrittura (prodotto storico, umano, invenzione culturale) è la ragion d’essere di una forma di vita in cui quegli oggetti possono unicamente esistere come utensili, prodotti storico-culturali, incarnazione di precisi significati condivisi da chi è nato nella nostra civiltà alfabetica ma non accostabili da nessuna intelligenza con la mera percezione.
A questo punto possiamo finalmente tornare al nostro problema di partenza, riformulando la domanda iniziale sul patrimonio salentino in un modo più preciso e penetrante, ovvero in grado di farci rilevare il vero problema da affrontare, il quale non consiste tanto in meri riconoscimenti formali o leggi di tutela (per quanto importanti e necessari naturalmente, non vogliamo infatti minimamente svalutarne il valore, semmai indicarne l’insufficienza): cosa unicamente e unitariamente tiene insieme e connette reciprocamente le pajare in tutte le varianti e destinazioni, i muretti, le tante opere rurali a secco, gli strumenti che servono alla loro manutenzione, le arti e le professioni che servono alla loro realizzazione, le abitudini, gli scopi, le motivazioni, le pratiche e i saperi che servono a conservarle e preservarle?
Quale è la chiave d’accesso a questo mondo architettonico rurale, a questo immenso patrimonio di opere che in questi giorni, sollecitati dalla bella novità, celebriamo ma che come l’uomo primitivo in quell’aula, anche noi rischiamo di osservare come meri oggetti, magari belli, meritevoli di apprezzamento, ma senza afferrarne più l’autentico significato? Qual è il mistero che anima quell’insieme?
Qual è il suo segreto, la “scrittura” da rinvenire questa volta? La risposta è anche qui ovvia: la ragion d’essere di tutto ciò è la forma di vita propria del mondo contadino antico che in quel linguaggio architettonico a secco si è espresso e che quel patrimonio ha prodotto, il suo segreto è una civiltà cancellata, storicamente tramontata.
Si tratta del mondo proprio di gente con un modo di lavorare, produrre, spostarsi, misurare, organizzare lo spazio e il paesaggio, di uno scenario di sopravvivenza in cui ogni costruzione a secco, ogni opera, aveva il suo proprio autentico significato e la propria specifica, necessaria, preziosa, insostituibile funzione e utilità per affrontare con fatica una dura esistenza.
Così come in un mondo senza scrittura non avrebbe alcun senso fabbricare, riparare, acquistare e utilizzare penne, cancelletti, lavagne, matite, gomme, quaderni, fogli, gessi, ovvero tutti quegli oggetti che senza scrittura sarebbero destinati a sparire (a proposito, che stia già accadendo tutto ciò con la “nuova forma” di scrittura che impone la rivoluzione digitale in corso?!), in un mondo in cui non c’è più quella forma specifica di esistenza agricola che nei secoli ha plasmato il paesaggio salentino, non potranno – come se nulla fosse cambiato! – continuare a preservarsi a lungo e in gran numero le sue testimonianze sparse sul territorio, cioè pajare, furnieddhi, maestranze che sappiano edificarle, manutenerle, ripararle (ve ne sono più in vita?).
Essendo venuto meno quel mondo contadino che le ha prodotte, è plausibile allora sperare di conservare con uno sforzo condiviso queste diffuse testimonianze di un patrimonio dell’umanità solo inventando noi tutti ex novo una forma unitaria e alternativa che, in vece della prima ormai perduta, le tenga nuovamente insieme, le porti a nuove funzioni e possibilità e ci sostenga veramente e in modo condiviso e perdurante in uno sforzo minimamente plausibile di tutelarle!
Qual è questa forma di cui stiamo cercando di mettere in luce l’urgente necessità come di una scrittura che porti alla vita gli oggetti muti in un’aula che è il nostro intero paesaggio?
Può assumere questa, ad esempio, le sembianze di un rilancio dell’agricoltura, di un cosiddetto “ritorno alla terra”, tanto sulla bocca di tutti quanto nelle mani di nessuno? Ne dubitiamo: un “ritorno alla terra” sarebbe in ogni caso un’altra forma di vita agricola, una “scrittura” totalmente diversa del paesaggio rurale, l’edificazione di un “ecosistema” profondamente differente da ciò che vorremmo preservare rigenerando.
Alcuni esempi tanto banali quanto crudi dovrebbero bastare per rendercene conto: un imprenditore agricolo cosa se ne farebbe di un ricovero per attrezzi da tempo scomparsi (da reperire, nella migliore delle ipotesi, nei musei etnologici!)? Di ben altri spazi e rifugi avrebbe infatti egli bisogno! Cosa se ne farebbe questi di un rifugio temporaneo per la notte, nato per le esigenze di un contadino ormai inesistente, privo ad esempio di mezzi di spostamento rapidi e motorizzati come i nostri, impossibilitato pertanto a tornare nella propria dimora sul far della sera?
Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
  Ancora: potrebbe essere la forma di vita che andiamo cercando un nuovo modello di fruizione turistico-abitativa cui indirizzare il paesaggio rurale quale scenario certamente mirabile, seppur non immediatamente predisposto per soggiorni vacanzieri sostenibili? Tale sfida è già più plausibile ai nostri occhi ma ancora una volta non garantita, ardua e tutta da immaginare e inventare: non ci sono infatti, almeno per quanto ne sappiamo, molti modelli attinenti a cui facilmente ispirarsi. Il celebre caso di Alberobello ad esempio, la nota città dei trulli che dell’architettura a secco ha fatto la sua gloria nel mondo (ma anche la sua morte per rinascere triste souvenir!), non può essere minimamente riproposto nel Salento per diverse ragioni che rendono i due contesti incommensurabili.
Ne ricordiamo qua solo una ben nota agli studiosi del paesaggio: la vicinanza delle campagne ai numerosi centri abitati salentini hanno determinato nei secoli passati una dispersione delle costruzioni a secco nel nostro territorio e una destinazione temporanea delle stesse, a fronte di una concentrazione evidente in Valle d’Itria o in terra di Bari, contesto ben differente questo che ha agevolato la nascita di borghi interi di pietra e di unità architettoniche abitabili stabilmente. In conclusione, le domande vere sulle quali la comunità salentina intenta a interrogare le possibilità di un futuro sostenibile per le costruzioni a secco – e in primis la classe dirigente – dovrebbe orientarsi sono, crediamo, quelle qui sintetizzate e così ripercorribili: come ripensare, come “rifunzionalizzare”, come riconcepire nell’ambito di una nuova identità e cornice unitaria ogni elemento del paesaggio rurale da preservare in stretta relazione agli altri, conservandolo nel suo nuovo significato e nella sua nuova necessità vitale per la comunità locale?
Come destinare ogni meraviglia di pietra che il passato ci ha saputo donare a un nuovo e rispettoso destino funzionale tale che ci motivi tutti indistintamente a tutelarlo per davvero, a servircene nuovamente non come mero oggetto da museo, non come mera testimonianza di un’aula senza scrittura, non come mirabile nostalgia in rovina, e non come rudere rimesso a nuovo, ma come elemento vivificato del nostro mondo attuale e presente?
Questi i veri interrogativi che la politica attuale deve affrontare, prima che quel che resta vada perduto, prima che il clamore si dissolva di nuovo, prima che cali ancora una volta il sipario. Questo è il compito da affrontare con ragionata urgenza, da cui possono discendere sensate ed efficaci azioni concrete, frutto di un progetto unitario.
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viaggiatori · 8 years ago
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La Puglia può vantare due siti nella prestigiosa lista dei patrimoni mondiali tutelati dall’Unesco (più un terzo in condivisione con altre regioni): il primo è l’enigmatico Castel del Monte edificato da Federico di Svevia, il secondo è Alberobello con i suoi trulli.
Visitai Castel del Monte un po’ di anni or sono, deviando, di ritorno nelle Marche dopo una settimana in Salento e ne rimasi affascinato. Pertanto, il secondo (e certamente non unico) era rimasto da tempo nella mia “Wish List” e devo dire che non ha deluso assolutamente le mie grande aspettative.
Studiando la zona (la Valle d’Itria) elaboro un itinerario che comprende anche Polignano, Cisternino e Locorotondo e, a pochi km da quest’ultimo, prenoto due notti all’ Almapetra Resort: dormiamo all’interno di un trullo sapientemente ristrutturato con buon gusto e curato nei minimi dettagli.
Uno dei criteri per entrare a far parte della lista Unesco è la singolarità del luogo e Alberobello, di certo, non assomiglia a nient’altro: i suoi trulli gli conferiscono uno skyline a tratti ipnotico.
La storia di queste strutture si perde nella notte dei tempi e ha scatenato accesi dibattiti: una delle versioni più accreditate è che la costruzione a secco, senza malta, sia stata imposta ai contadini nel XV secolo dai Conti di Conversano, per sfuggire ad un editto del Regno di Napoli che imponeva tributi a ogni nuovo insediamento urbano. Tali edifici risultavano perciò costruzioni precarie, di facile demolizione e non tassabili. Come dire “fatta la legge trovato l’inganno”.
Locorotondo e Cisternino meritano entrambe una visita: il bianco dei muri, i vicoli stretti e gli scorci tipicamente meridionali donano vibrazioni positive. Inoltre, non dimenticate di mangiare in un Fornello, vere e proprie istituzioni da queste parti: macellerie/bracerie dove poter scegliere la carne al banco ed aspettare che venga cotta, infilzata su degli spiedi, dal calore della brace.
Visto che siamo in Puglia sarebbe un sacrilegio andarsene senza vedere il mare e quale posto migliore di Polignano per farlo? Questa località costiera possiede forse una delle spiagge più suggestive di tutta la regione, Lama Monachile: incastonata sotto il vecchio borgo, potrete ammirarla e fotografarla da diversi punti panoramici.
Se volete fuggire dalla calca o semplicemente preferite qualcosa di più verace, proseguite a piedi verso nord, superate la statua di Modugno (il più celebre figlio di Polignano) ed arrivate a Cala Paura. Qui troverete ad attendervi un lido piuttosto spartano dove affittare ombrellone e lettini, mangiare un panino col polpo e rinfrescarsi in un mare blu cobalto.
All’ora dell’aperitivo tornate indietro, salite in paese e smarritevi fra le viuzze beneficiando della bellezza senza tempo del luogo.
La Puglia, con la sua infinita varietà, si conferma ancora una volta uno scrigno pieno di tesori: andate e godetene tutti.
Alberobello e i suoi trulli patrimonio Unesco: idee viaggio La Puglia può vantare due siti nella prestigiosa lista dei patrimoni mondiali tutelati dall'Unesco (più un terzo in condivisione con altre regioni): il primo è l'enigmatico…
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fondazioneterradotranto · 6 years ago
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Le costruzioni a secco del Salento, patrimonio dell'umanità. Se ne discute il 13 a Nardò
Dopo il rinvio dello scorso 4 gennaio a causa delle avverse condizioni metereologiche viene rinnovato l’appuntamento voluto dalla Fondazione Terra d’Otranto, con il patrocinio della Città di Nardò, che avrà per tema “Le costruzioni a secco del Salento, testimoni del nostro sentire più intimo e del nostro passato, patrimonio dell’umanità”.
L’incontro – dibattito avrà inizio sempre alle 19.30, nella chiesa di Santa Teresa a Nardò, su Corso Garibaldi.
Confermate le presenze di Cristian Casili, agronomo e consigliere regionale, di Don Francesco Marulli, Direttore dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale sociale e il lavoro, di Mino Natalizio, assessore all’Ambiente del Comune di Nardò, di Fabrizio Suppressa, architetto, e di Pier Paolo Tarsi, docente nei Licei.
La novità, rispetto a quanto già pubblicizzato, è la partecipazione di Glauco Teofilato, che sarà portavoce per gli studi condotti da suo padre Cesare sulle Specchie salentine, testimonianze delle epoche primitive che corrono tra l’Età della pietra e quella dei metalli, che si trovano nell’archivio di materiale edito ed inedito che lo studioso ha ereditato. Modera Marcello Gaballo, presidente Fondazione Terra d’Otranto.
Nel corso della serata è prevista la proiezione di numerose slides, partendo dai monumenti megalitici particolari di Terra d’Otranto, sino alle costruzioni più moderne con le pietre informi che i nostri contadini aggregavano per liberare dai sassi l’area dei loro lavori agricoli.
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fondazioneterradotranto · 6 years ago
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Muretti e furnieddhi, il patrimonio delle costruzioni a secco del Salento
MURETTI E FURNIEDDHI, IL PATRIMONIO DELLE COSTRUZIONI A SECCO DEL SALENTO
Incontro domani alla chiesa di Santa Teresa organizzato dalla Fondazione Terra d’Otranto
  Le costruzioni a secco del Salento è il tema dell’incontro-dibattito in programma domani, venerdì 4 gennaio, alle ore 19:30 presso la chiesa di Santa Teresa. Si tratta di una iniziativa della Fondazione Terra d’Otranto patrocinata dal Comune di Nardò. Un’occasione di confronto estremamente interessante e attuale, visto che solo poche settimane fa i muretti a secco sono stati riconosciuti Patrimonio dell’Umanità, rappresentando “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. La scelta dell’Unesco è stata determinata dal fatto che l’arte del dry stone walling riguardi tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra (muretti, furnieddhi e altre) ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese. Le costruzioni a secco caratterizzano fortemente il territorio del Salento tanto quanto gli ulivi, dai quali sono spesso circondati. Costituiscono un patrimonio storico, culturale e paesaggistico che necessita di un’azione intelligente di tutela e valorizzazione collettiva, anche a fini turistici.
All’incontro-dibattito interverranno l’agronomo e consigliere regionale Cristian Casili, il direttore dell’ufficio per la Pastorale sociale e il Lavoro della diocesi di Nardò Gallipoli don Francesco Marulli, l’assessore all’Ambiente del Comune di Nardò Mino Natalizio, l’architetto Fabrizio Suppressa, il docente Pier Paolo Tarsi. Modererà il presidente della Fondazione Terra d’Otranto Marcello Gaballo. L’ingresso è libero.
Ufficio stampa Comune di Nardò
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fondazioneterradotranto · 6 years ago
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Il “ritorno al futuro” del Salento sostenibile: muretti a secco e pajare
Il “ritorno al futuro” del Salento sostenibile: muretti a secco e pajare. Dall’innovazione turistica degli anni settanta alla nuova/vecchia risorsa del turismo rurale: “Il Borgo”
di Cristina Manzo
  Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.
Vittorio Bodini1
  Fig. 1 – Casa patronale rurale, (Borgo rosso terra, contrada Masseria Bianca, Alezio)
  Fu nelle vie di questo Borgo che nuova cosa m’avvenne.
Fu come un vano sospiro il desiderio improvviso d’uscire
di me stesso, di vivere la vita di tutti,
d’essere come tutti gli uomini di tutti i giorni.
Umberto Saba2
  Il Turismo Sostenibile e Sociale è una tipologia ricca di sensibilità del tutto nuova nell’ approccio con la meta prescelta e, contrariamente a quanto si possa pensare, non è un dato scontato nella realtà dei vacanzieri e degli albergatori. Esso è frutto di un lungo lavoro di pianificazione e sensibilizzazione verso le risorse possedute dal territorio e verso l’ideologia che esse debbano essere valorizzate, rispettate e vissute nel migliore dei modi, offrendo in cambio un patrimonio inestimabile di cultura, amore, bellezza e tradizioni a chiunque accetti di usufruirne.
Il Turismo Sostenibile e Sociale è l’unica via di “scelta consapevole” che può rinnovare la crescita storico-culturale e anche economica di un territorio unico come quello del Salento, preservandone qualità e prerogative, perché solo una cura attenta per l’ambiente può assicurarne il futuro, e al tempo stesso solo una prestazione di qualità può assicurare la presenza e la fidelizzazione dei “viaggiatori consapevoli” nel lungo termine.
Il Salento, da molti anni, è la meta preferita di turisti italiani e stranieri che arrivano da tutte le parti del mondo per godere del suo meraviglioso mare, dei paesaggi bucolici, del vento, del sole, del suo folclore, dell’arte e della cucina.
Il Viaggiatore di oggi, però, appare visibilmente diverso dal Viaggiatore di ieri. Con lo stress e il caos che abitano la vita moderna, le attività giornaliere sempre più intense e impegnative e gli obblighi e i limiti che ognuno si impone come valore etico del vivere, nonché come meta personale, il concedersi un viaggio diventa, a tutti gli effetti, un premio meritato che non deve deludere le aspettative di ricompensa emozionale, sia per il Viaggiatore stesso che per chi lo accompagna durante la vacanza. L’idea di viaggio, quindi, risulta essere una priorità di esigenze e un compromesso di qualità e aspettative alle quali il luogo prescelto non può e non deve assolutamente disattendere. In un mondo dove si parla sempre più di sostenibilità, di bioenergie, di ecologia e di architettura a impatto zero e, quindi, di destinazioni turistiche sostenibili, la statistica dimostra che la scelta del Viaggiatore è orientata diffusamente verso un “turismo del benessere” e un “turismo rurale” nel quale il territorio salentino sta dimostrando di poter eccellere senza alcun timore di concorrenza.
Si deve considerare inoltre che, se fino a qualche decennio fa, erano gli adulti a poter vantare il record dei viaggi, oggi questo record è detenuto senz’altro dai bambini che, già in tenera età, vengono inseriti dai “nuovi genitori” nella dimensione del “viaggio di famiglia”; e, affinché esso possa compiersi in maniera soddisfacente, deve potersene verificare l’appagamento per tutti i suoi membri.
In tempi recenti gli strumenti necessari per questa riuscita sono stati tutti i tipi di comfort possibili e, magari, una vista mozzafiato ma, oggi, la risorsa principale che rende vincente una struttura è esattamente l’opposto: la tranquillità, l’oasi di pace, la natura, la qualità della vita e delle attività relazionali e ricettive che, all’interno della stessa, tutto il personale operante riesce a profondere e a praticare; ovvero la vacanza diventa un periodo da trascorrere in una specie di grande famiglia allargata, dove gli ospiti diventano per pochi o molti giorni, (a seconda della durata del tempo disponibile), parte integrante di questa comunità, senza sentirsi neanche per un attimo ospiti ma…”di casa”. Un luogo dove quando arriva il momento del commiato è tale la commozione e la sensazione di “mancanza” che già si pensa inconsciamente a pianificarvi un ritorno, perché è come andare a trovare quei parenti lontani che ti fanno davvero sentire amato, anche quando ti separa una grande distanza.
Una vacanza che diventi attaccamento emotivo per l’accoglienza ricevuta, la simpatia dimostrata dallo staff, le attenzioni singolari “dedicate” è intrisa di mille sfaccettature che la rendono tale: quel cane che scodinzola giocoso e che per tutta la durata della vacanza diventa il “tuo” cane, l’autista della navetta che ti porta al mare mentre ti fa da cicerone, la sensazione di pace che ti avvolge nel momento del rientro, la gratitudine per il contadino che ti offre le sue primizie, per la cucina semplice e saporita dei prodotti della terra e del mare, cotti senza mistificazioni. E ancora, per i rametti profumati di spezie della macchia mediterranea che, più di ogni altra essenza, sanno restare impresse nella memoria del cuore, per le feste popolari organizzate esclusivamente per te, che vieni a visitare queste meraviglie nuove, perché tu possa sentirti parte integrante della cultura locale, del divertimento sano, genuino e generoso. Tutte qualità in cui il Salento eccelle da sempre. La sua ospitalità è, infatti, proverbiale.
Fig. 2,3, esempi di ambienti bucolici e ospitali a impatto zero, costruiti con materiali naturali nel pieno rispetto dell’ambiente e della bioarchitettura, (Borgo rosso terra)
  Lo stile che, meglio sembra rispondere a queste aspettative e a questi nuovi canoni del turismo responsabile è proprio la vita di “Borgo”, di un borgo rurale.
Ma che cos’è un borgo rurale? Storicamente ed etimologicamente un borgo è un piccolo agglomerato di strutture abitative disposte in maniera sparsa e non molto distanti l’una dall’altra, con degli edifici destinati all’uso comune, una piazza, dei viottoli, dei campi, un pozzo, e un orto, il tutto circondato da una recinzione che ne delimita l’accesso.
Ci sono borghi antichi, da cui è nata la bellissima iniziativa dell’albergo diffuso per recuperare luoghi ormai inusitati, di elevato potenziale storico e di rara bellezza e, ci sono i borghi turistici costruiti a immagine di questi ultimi, per permettere al Viaggiatore di rivivere quell’autentica atmosfera di quiete e magia e, nel Salento, ce ne sono veramente tanti.
I più belli sorgono attorno a case patronali datate e a costruzioni preesistenti delimitate dai muretti a secco tipici del territorio, con le pajare, che sono il simbolo della nostra cultura contadina, il pozzo e un piccolo orto biologico che basti a soddisfare le necessità degli ospiti che albergano nella struttura.
Fig. 4, esempio di Orto biologico (Borgo rosso terra, contrada Masseria Bianca, Alezio)
  Attenzione fondamentale è quella che va posta nella rotazione delle semine in base al periodo stagionale per ottenere dalla terra ciclicamente quelli che sono i suoi prodotti naturali, senza sfruttare dannosamente il terreno sempre con le stesse colture per non impoverirne le sue componenti minerali. Come ricorda un antico proverbio Navajo: “L’uomo non eredita la terra dai propri antenati, ma la prende in prestito dai propri figli”. Quale migliore accoglienza, quindi, di quella che offre un turismo rurale con il suo orto biologico a km 0, che mostra visibilmente ai suoi ospiti il rispetto per la natura? Di un borgo dove la vita scorre lenta senza orologio se non quello biologico? Di un mondo al di fuori dal mondo che rispetta in tutto ogni elemento della terra?
Le strutture murarie sono tutte erette con calce e con pietra viva proprio per avere un impatto minimo sulla natura. Sono usi e costumi antichissimi, quelli di servirsi della pietra viva nelle costruzioni rurali e bisogna essere artigiani di grande maestria per saperlo fare. Le campagne salentine sono piene zeppe di queste capanne di pietre sia di forma conica che quadrata,(che è molto più recente e innovativa come forma di costruzione) che fungevano da ristoro per le bestie e per i contadini durante la lunga giornata di lavoro nei campi. Alcune servivano per mettere al riparo gli attrezzi agricoli, altre come deposito per la paglia, il fieno o i cereali. Oggi esse rappresentano il fiore all’occhiello dell’accoglienza per il turismo rurale salentino.
La dicitura Pajaru o Pajara che si ritrova anche nella trascrizione Pagghiaru o Pagghiara indicava, secondo come la descrisse Angelo De Fabrizio (in “Quisquiglie etimologiche intorno al nome di una costruzione tipica della campagna salentina”), una costruzione in pietra a secco con copertura di paglia, ed era diffusa nei catasti onciari della provincia di Lecce. L’architettura rurale in pietra a secco nasce da uno stretto legame con le caratteristiche del suolo e dell’ambiente3.
“Il Salento è una terra tutta piana, con le capanne dei pastori dette pagliare, a forma di cappello conico, quasi piccolissimi trulli. Le costruzioni coniche orientaleggianti sembrano essere nella Puglia del Sud la forma più naturale dell’architettura. E la pianura su cui sorgono è tutta marina, spazzata dai venti tra mare e mare. I riverberi, i luccichii, i soffi dei due mari sembrano quasi incontrarsi a mezz’aria; così tutto si presenta lucido, come se fosse avvicinato da un effetto ottico, ed insieme ingannevole. Sembra anche d’essere sul mare se si alzano gli occhi, contemplando le nuvole che galoppano velocemente tra l’Adriatico e lo Ionio. Il Salento è una terra di miraggi, ventosa; è fantastico, pieno di dolcezza; resta nel mio ricordo più come un viaggio immaginario che come un viaggio vero” (Guido Piovene)4
  Fig.5, 6, pajare tradizionali salentine e muretti a secco, patrimonio culturale della nostra terra e ora anche dell’UNESCO. Vista dall’alto di un borgo di tipo diffuso.(Borgo Rosso Terra)
  Il borgo turistico rurale si estende in maniera diffusa e orizzontale, a differenza delle classiche strutture verticali, favorendo l’acclimatazione degli ospiti in un’atmosfera tradizionale e familiare. Muretti e pajare sono sempre presenti dove l’ambiente possiede naturalmente la materia prima e cioè la pietra di natura calcarea. Esse sono a pieno titolo parte integrante del paesaggio architettonico,
L’impatto ambientale di una pajara è molto basso per la sua assoluta integrazione con il territorio che ne annulla l’impatto visivo, essendo le strutture perfettamente e omogeneamente contestualizzate nel paesaggio rurale.
Fig. n. 7,8,, Pajare coniche e quadrate, a impatto paesaggistico naturale. (Borgo Rosso Terra, contrada Masseria Bianca, Alezio)
  I muretti a secco si rivestono di una funzione importantissima e impareggiabile nel paesaggio rurale e nell’ecosistema: essi racchiudono al loro interno un nicchia ecologica vitale che altrimenti avrebbe difficoltà a coesistere. Un vero e proprio “binario” che permette lo scorrimento di una microfauna plurima e multiforme di insetti, piccoli rettili ed anfibi che operano spontaneamente, in modo sinergico all’agricoltura umana, per il mantenimento di un ambiente sano e a scapito di parassiti. I loro interstizi ne divengono dimora e nascondiglio, (come nel caso del bellissimo serpente “cervone”, specie protetta e in via di estinzione che è tipico della macchia mediterranea e molto diffuso nelle campagne del Salento).
La presenza di questi muretti nelle zone aride aiuta non solo a combattere l’erosione del suolo ma, riveste una importante funzione nella lotta alla desertificazione e salificazione del suolo. In loro corrispondenza si crea un microclima particolare, favorevole alle piante mediterranee che possono così, grazie alla maggiore disponibilità idrica, superare la crisi estiva.
Sono decisamente numerose le specie botaniche che crescono lungo i muri a secco. Si va dai più comuni rovi, ai cespugli di salvione giallo o di timo, ma troviamo anche il lentisco, il mirto, l’alaterno e la quercia spinosa. Ci sono poi la rosa di S. Giovanni, il prugnolo, la reseda alba e il finocchio comune con l’asparago pungente e numerose graminacee. La ricchezza maggiore di specie botaniche si ha proprio tra le fessure delle pietre ricoperte da muschi e licheni, veri pionieri della complessa ed affascinante vita che pulsa nel muro a secco. Il substrato che si sviluppa dall’azione combinata dei licheni e dai muschi permette poi la nascita di altre piante superiori. Nelle fessure, dove si ha la condensazione della rugiada, si possono incontrare diverse aspleniaceae come l’erba ruggine, nonché l’ombelico di Venere, la draba murale, numerose scrofulariaceae e le veroniche. Specie lianose, come l’edera, e la salsapariglia nostrana, ricoprono spesso i muri a secco più vetusti, offrendo, con le loro fronde ricche di fogliame, ripari ai nidi di numerose specie di passeriformi5.
L’UNESCO ha iscritto “L’Arte dei muretti a secco” nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell’umanità in quanto rappresentano “una relazione armoniosa fra l’uomo e la natura”. La notizia è stata data con un post sul profilo Twitter dell’organizzazione, che si congratula con gli otto Paesi europei che hanno presentato la candidatura: oltre all’Italia, Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Slovenia, Spagna e Svizzera. Nella motivazione dell’UNESCO si legge:
– “L’arte del dry stone walling riguarda tutte le conoscenze collegate alla costruzione di strutture di pietra ammassando le pietre una sull’altra, non usando alcun altro elemento tranne, a volte, terra a secco. Si tratta di uno dei primi esempi di manifattura umana ed è presente a vario titolo in quasi tutte le regioni italiane, sia per fini abitativi che per scopi collegati all’agricoltura, in particolare per i terrazzamenti necessari alle coltivazioni in zone particolarmente scoscese”. Soprattutto nelle zone costiere e nelle isole italiane i muri a secco sono così comuni che spesso si dimentica la loro importanza storica e sociale. In Puglia, per esempio, ci sono i muretti risalenti all’epoca dei messapi con una struttura a blocchi squadrati poggiati orizzontalmente, quelli patrizi che svolgevano il compito di delimitare tenute e poderi appartenuti a casati di gran nome, quelli del volgo, costruiti dallo stesso contadino a delimitazione della piccola proprietà chiamata chisùra. Ancora una volta i valori dell’agricoltura sono riconosciuti come parte integrante del patrimonio culturale dei popoli. I nostri prodotti agroalimentari, i nostri paesaggi, le nostre tradizioni e il nostro saper fare sono elementi caratterizzanti della nostra Storia e della nostra cultura”6 .
Ora, immaginate un bellissimo borgo rurale disseminato ad arte di questi muretti e di queste pajare, ognuna con un nome caratteristico che si rifà ai frutti e alle spezie della terra salentina, dislocate attorno ad una casa patronale imbiancata a calce; tutti i vialetti illuminati delimitati da pietre vive incastonate, una vicina all’altra, a formare preziose cinture murarie, alberi, cespugli, fiori, prati, piazzole lastricate e tante lanterne che ne disegnano ad arte i sentieri…un bar, un ristorante, una piscina e cani e gatti che scorrazzano felici…Un posto che risulti isolato e immerso nella pace pur restando tuttavia a due passi dal mare, a due passi dal paese o dalla città a cui appartiene e che consenta comunque ai suoi ospiti di evadere liberamente da quella pace per organizzare gite ed escursioni di qualsiasi tipo si abbia voglia. Un borgo rurale a misura d’uomo.
Quale posto potrebbe risultare più accogliente e romantico di questo per accogliere il nostro “Viaggiatore”? Il borgo diventa, così, un po’ casa e un po’ albergo, proprio per chi non ama i soggiorni in strutture scontate ma ha bisogno di sentirsi in un ambiente familiare anche, o soprattutto, quando è in vacanza. La struttura del borgo sottolinea una struttura orizzontale, e non verticale come quella degli alberghi tradizionali che di solito appaiono come dei veri condomini. La formula del borgo rurale offre un ritorno alle origini, alla vita sana, all’aria buona e alle radici che l’uomo ha con la terra, al gusto del mangiare bene con una scelta consapevole, nonché, in un’atmosfera familiare e ospitale.
Complesso di pajare con forno (foto nicola febbraro)
  Immaginate infine un’estate piena zeppa di feste, dove ogni occasione diventa un’occasione di incontro di culture e di omaggio alle tradizioni, e dove si cerca di trasmettere questa rispettosa sapienza ad ogni ospite, persino ai bambini: fare la salsa secondo la tradizione, in mezzo ai prati, cominciando di buon mattino, promuovere le nostre grandiose cantine vinicole con degustazioni di vino e di cibi locali, creare un percorso enogastronomico dove si assiste al “live” delle nonne che impastano le orecchiette, che friggono le famose pittule salentine che, in alcune zone del Salento sono conosciute come “cecamariti”, assistere al “casaro” che fa le mozzarelle davanti agli occhi increduli e adoranti degli ospiti.
Viene naturale, per esempio, lasciarsi coinvolgere dal divertentismo puro con le acrobazie di saltimbanchi, di mangiafuoco e di un’improvvisa scatenata danza di pizzica salentina o dalla musica di una tradizionale “banda di ottoni e tamburi” che attraversa le vie del borgo radunando dietro di sé tutti allegramente, e per finire, perché no, da una miriade di bellissimi fuochi d’artificio che illuminano di colore il blu cobalto del cielo. È questa la vacanza che resta impressa, quella che parla al cuore, quella che suscita emozioni uniche che riecheggiano nei ricordi del tempo come i colpi delle bacchette su quei “tamburi”… Perché in una struttura orizzontale, come quella di un agriturismo o di un borgo rurale, è veramente possibile coinvolgere tutti alla compartecipazione di un sano divertentismo e alla spensieratezza, che è quello stato emozionale che, oggi più che mai, il Viaggiatore ricerca nella sua vacanza.
ph Khalil Forssane
  Ma, per dirla meglio con le parole rilasciate in un’intervista dal noto videomaker Fabrizio Vaghi, che dapprima insieme al padre e poi da solo ha girato il mondo:
“ Ogni volta in cui incontro viaggiatori approdati nel Salento (ripeto, viaggiatori non turisti), ad affascinarmi è la potenza emotiva con cui lo raccontano, il fascino con cui lo ricordano, la meraviglia con cui riempiono il loro zaino in spalla, la verità con cui ripercorrono le tappe del loro viaggio. Ché, in questi casi, di vero e proprio viaggio si tratta, di avventura, di scoperta, di intime riflessioni e di emozioni condivise. Un viaggio che ha tanto da raccontare.
Come vive il Salento un videomaker? Cosa provano i suoi occhi, cosa suggeriscono le emozioni, mentre vaga per il mare e la campagna, le stradine di paese e le feste popolari?
Un videomaker nel Salento non può che farsi traportare dai colori e dai profumi di questa terra, spalancare gli occhi e la mente verso il mare cristallino, le distese di uliveti, le storiche masserie, le città storiche tipicamente barocche. Un mix di emozioni che vanno catturate, vissute e raccontate.
Ci racconti quali sono, secondo te, le bellezze custodite nel Salento? Cos’ha di magico questa terra?
Se penso al Salento la prima cosa che mi torna alla mente è Lecce, una città d’arte che mi ha sorpreso per le sue architetture scolpite nella tenera pietra locale, famosa anche per la sua tradizione della cartapesta. La magia credo che risieda nei suoi abitanti, che hanno saputo portare avanti tradizioni e usanze popolari, senza farle invecchiare o peggio ancora estinguere, penso alla taranta e alla pizzica per esempio.
Qual è la località turistica costiera che più ti ha privato di fiato e di parole?
  Senza dubbio è Gallipoli, circondata dall’acqua come una città-isola. Il suo centro storico, piccolo quanto basta, sembra essere rimasto intatto nel tempo, baciato dal sole e accarezzato dall’acqua. Curioso veramente constatare che l’unica via d’accesso al borgo sia soltanto un ponte, acqua a destra, acqua a sinistra.
immagine tratta da http://www.expopuglia.it/turismo/visita-la-puglia/brindisi-e-provincia/lecce-e-provincia/gallipoli-e-i-gabbiani-lecce-208
Si dice che il mal di Salento colpisca turisti e salentini costretti a vivere lontano. Cos’è che resta nel cuore del Salento?
Per rispondere con una battuta: “la voglia di tornare”.
Ci saluti con un tuo pensiero personale o una citazione che racconti cos’è per te il Salento?
Terra di sapori, colori e meraviglie. Terra scaldata dal sole e da un popolo che sa sempre essere ospitale, cordiale e farsi amare. Questo è il mio personale ricordo del Salento7.
Fig. 9, 10, i salentini ospitali e cordiali, si fanno amare. (Borgo Rosso Terra)
    Note
1– Da Foglie di tabacco (1945-47), in La luna dei Borboni (1952), a cura di Antonio Mangione, Besa Editrice, Nardò (Lecce).
2– Umberto Saba Il Canzoniere (1900-1947) 1°Ed Di Lusso Garzanti 1951.
3– De Fabrizio Angelo, Quisquiglie etimologiche intorno al nome di una costruzione tipica della campagna salentina, (s. n.), a. I, pp.302.307, nell’Apulia di Eugenio Selvaggi (1910.1914), nella sezione glottologia e dialettologia, p.325, fondata nel 1910 a Martina Franca in Terra d’ Otranto da Eugenio Selvaggi. Essa è stata tra le più importanti riviste di storia regionale apparse nel mezzogiorno d’Italia nei primi del novecento. emeroteca a.provincia.brindisi.it/…/1975/…/L’ApuliaDiEugenioSelvaggi
4https://culturasalentina.wordpress.com/2010/09/07/lincantevole-lecce-di-guido-piovene/
5– http://www.murettiasecco.com/muretti_a_secco_ecosistema_paesaggio/
6https://www.repubblica.it/cronaca/2018/11/28/news/unesco_muretti_a_secco_patrimonio_dell_umanita_-212865884/
7– http://www.nelsalento.com/blog/la-vacanza-nel-salento-fabrizio-vaghi/
Nardò – Portoselvaggio
  *Tutte le immagini numerate da 1 a 10 contenute in questo articolo sono scatti personali o di proprietà del sito turistico Borgo rosso terra.
* Tutte le immagini che recano la didascalia “Borgo rosso terra” sono state scattate presso il Borgo rosso terra, borgo agrituristico sito in località Contrada Masseria Bianca, Alezio, (Gallipoli), di proprietà del signor Luca Mulino.
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