Una bici, un viaggio, tanti chilometri e mai abbastanza parole per raccontarlo. Entrate, leggete, pedalate ed emozionatevi insieme a me.
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L’ OVER 1000 DEL DIAVOLO: LA 6+6 ISOLE
Ho sonno. Mi sto addormentando. Pedalo piano, pianissimo. Gli occhi si chiudono senza che me ne accorga. È più forte di me, non riesco a controllarlo. Questa forza aliena mi urla a gran voce di fermarmi, ma non posso. Non voglio. Mi trovo nel traffico caotico tra Messina e Marina di Patti, non so con precisione dove. Non ce la faccio più. Io e Mino pedaliamo da giorni e i chilometri che ci separano dalla fine di questa avventura sono ancora molti. Lo vedo a tratti davanti a me. Un attimo c’è, l'attimo dopo buio, ci sono solo io che vago nel sonno, nell'oblio. Ogni tanto si volta indietro per vedere se sono ancora lì, vicino a lui, ma son sempre più lontana. Il battito cardiaco rallenta, sento le pulsazioni sempre più tenui. Voglio dormire. Scendere dalla bici e dormire. Chiudere gli occhi e dormire.
Siamo partiti da Quartu Sant'Elena allo scoccare della mezzanotte di mercoledì 24 aprile. Per arrivare a Cagliari ci ho messo un giorno intero: sette ore di treno da Torino a Civitavecchia e poi il traghetto da lì fino al capoluogo sardo. Sono mesi che non si pensa ad altro che a questo evento, più unico che raro: la 6+6 Isole è una randonnée di 1200 chilometri, suddivisa in due percorsi da seicento ciascuno, ripartiti sulle due isole sorelle, Sardegna e Sicilia. Se ne parla da giugno scorso. A settembre si capivano i primi dettagli. Ottobre è arrivato per stravolgerli tutti. Novembre è stato il momento di prenotarsi un posto tra le poche centinaia di persone che avrebbero potuto parteciparvi. Ci ho pensato a lungo, come al solito. Mi sono fatta due conti, ho analizzato approfonditamente le implicazioni di un viaggio di questa portata. Troppo costoso. Troppo impegnativo, non ero sicura di essere pronta ad affrontare un’esperienza simile. Tanto meno ad aprile, quando ancora non si hanno nelle gambe lunghi chilometraggi. Ho raccontato a tutti le ragioni per cui Barbara non avrebbe partecipato alla 6+6. Due giorni dopo versavo i cinquanta euro per la preiscrizione. Beata coerenza! Come al solito, la voglia di inseguire un sogno vince su tutto.
Sono qui, ai nastri di partenza, roadbook alla mano per ricevere il primo timbro, quello che sancirà l’inizio di un'avventura assurda. Il faretto montato sul casco e le luci rosse bene accese. Abiti pesanti per affrontare la notte. Non fa freddo, si sta bene, ma nel giro di poche ore le temperature si abbasseranno. Ci sono randonneurs da tutto il mondo e amici di bicicletta che vedo solo in queste occasioni, molti che ancora non conosco, ma che ben presto conoscerò. L'attesa è stata snervante, avevo voglia di partire, volevo solamente iniziare a pedalare e porre fine a tutte quelle ansie e preoccupazioni che da tempo mi tormentavano. Gli organizzatori si sono dati un gran bel da fare. L'impressione è che ci sia moltissima confusione, specie sul funzionamento dei bag drop, ma pare essere tutto sotto controllo. Sono il numero 188, Enrico Peretti sigla il mio libricino e finalmente posso partire. Sono con i miei compagni della Nervianese, Alberto, Michele, Paolo Mancini, Graziano, Fiorenzo e, ovviamente, Mino. C’è anche Stefano Ferrario, che incontro per la prima volta, una persona piacevole e di compagnia. Sono con loro, ma sono con tutti. C’è la spumeggiante Annalisa con i suoi compagni della Valchiampo, i neo sposini Franco e Rosanna, “i due Mirki", come li chiamo io, che sono stati così gentili da darmi appoggio logistico durante il viaggio fino a Cagliari. C’è Fausto da Biella, il mio traghettatore di Roma, ci sono Fabio e Ugo, randonneurs delle mie terre, c’è Marco Scardovi, il super rasta dai poteri sovrannaturali, c’è il Leone di Fano e la sua voce inconfondibile anche a miglia di distanza, ci sono Francesca e Gaspare, insomma c’è mezza Italia ed una Italia e mezza di avventure vissute insieme a tutti loro e molti altri che, anche se non nomino, ricordo con piacere.
Come temevo si parte per la prima tappa che porta a Bari Sardo tenendo ritmi elevati. Il solito entusiasmo iniziale che poi si paga alla fine. La Sardegna non conosce pianura, cerco di stare al passo per un po’, ma poi decido di staccarmi. Devo trovare la mia dimensione e ancora non so bene come reagirà il mio fisico a 1200 chilometri in bicicletta. Cautela, ci vuole cautela. Mi disinteresso del gruppo e prendo il mio ritmo, lento, ma regolare, senza forzare. È un viaggio impegnativo che raccoglie tutto il mio timoroso rispetto. La consuetudine, ormai, è che Mino si stacchi anche lui e si adegui alle mie esigenze. Sono consapevole che non si tratti di un lavoro piacevole, anzi, immagino sia piuttosto snervante. Non gli sarò mai grata abbastanza per farsi trovare sempre al mio fianco, pronto a sacrificarsi per me. Lui, come molti altri che hanno fatto lo stesso per non lasciarmi mai sola. È molto bello tutto questo, è il bello delle randonnée, è il bello di avere con sé una persona legata tanto ai pedali così come al cuore.
Non si vede nulla. È buio. Mi concentro unicamente sul pedalare, sperando che la notte passi in fretta e che il sole finalmente dia forma e dimensione agli spazi intorno a noi. Appena passati gli ottanta chilometri, già mi viene sonno. Il viaggio è stato lungo, contorto e tutt'altro che rilassante. Mi si riversa tutto addosso e lì capisco che sarà un mostro con cui dovrò aver a che fare continuamente nei tre giorni successivi. La prima tappa scivola via veloce, a Bari Sardo gustiamo la ricotta di miele, mi mangio un uovo sodo e mi bevo un litro di caffè. Non avrei mai pensato di riuscire ad ingurgitare tutta quella roba alle cinque del mattino. Il mio stomaco ha imparato ad adattarsi da quando ho iniziato a fare le randonnée e potrei mangiare qualsiasi cosa a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza grossi problemi. Ancora un paio d'ore, più di 125 chilometri percorsi e finalmente si fa giorno. La luce mi risveglia dal torpore, adesso posso pedalare tranquilla, senza paura. Ci inerpichiamo sulla salita lunga quaranta chilometri che porta a Dorgali. Su quest'isola le strade son tutte così: in salita ed infinite, si addentrano tra le montagne, a tratti verdi, a tratti brulle; lì in mezzo ai cespugli ci sono i pascoli. Asini, capre, pecore e mucche ci fiancheggeranno sempre, nel corso di tutto il nostro viaggio.
A Dorgali ci aspetta la prima colazione. O la seconda? In ogni caso si mangia in abbondanza. Recuperiamo moltissimi randonneurs arrivati anche loro da poco. I volti stanchi e gli occhi carichi di sonno sono gli strascichi della notte sui pedali. Duecento chilometri sono andati, non è che l'inizio, e ne dovremo percorrere altri duecento per ritornare sempre lì, a Dorgali, dove finalmente potremo cercare di riposare un po’.
Voglio fermarmi. Devo fermarmi. La testa si è fatta troppo pesante e sebbene chiuda gli occhi per qualche secondo, non basta. Il traffico siciliano fa paura. È chiassoso. È confusionario. I clacson suonano all'impazzata, per qualsiasi cosa. Dev'essere un mezzo di comunicazione di massa. Ti saluto. Ti mando a quel paese. Ti dico di spostarti. Ti comunico che sto arrivando. Vuol dire tutto, vuole dire niente. È soltanto un pretesto per far casino. Mino decide che è il caso di fermarsi. Lui per un gelato, io per un quarto d'ora di sonno. A nulla servono i bibitoni energetici quando la stanchezza prende il sopravvento. Appoggio la testa sul tavolino del bar e mi addormento immediatamente. Mancano 250 chilometri a Palermo, alla fine del nostro viaggio e, ancora una volta, mi ritrovo ad annaspare per il sonno.
Quando siamo ripartiti da Dorgali la mattina prima, sapevamo che arrivare a Nuoro sarebbe stato complicato. Ottanta chilometri di salite sarde. Sull’altimetria è un susseguirsi di passi denominati Genna. Ce n’è una sfilza, uno dietro l'altro. Il sole è caldo e si accanisce su gambe e braccia. Ci addentriamo sempre più nell'entroterra, lasciando l'Orientale Sarda. Ad Orgosoli c’è un murales variopinto in ogni dove, mi fermo a fare qualche foto. Sono opere d'arte e vogliono lanciare messaggi ben precisi. La gente qui è disponibile, cordiale e paziente. I ciclisti vengono rispettati e superati solo in sicurezza, sembra di essere su di un altro pianeta. Raggiungere Nuoro è solo l'ennesimo passo verso qualche altra tappa durissima e infinita. Anziché rasserenarmi per la strada fatta e ormai lasciata alle spalle, mi preoccupo fortemente di quella che verrà. Da lì per ritornare a Dorgali sono ancora 140 chilometri duri, sfiancanti, monotoni. Nella nostra mente si materializza la certezza che non riusciremo a tornarci tanto presto. Dato che scatena tutta una serie di implicazioni negative da tenere in considerazione per giocarsi al meglio le proprie carte: arriveremo col buio, stravolti dai 412 chilometri percorsi in meno di 24 ore e avremo pochissimo tempo per riposare. Inizio nella mia testa a fare dei calcoli in termini di tempo cercando di capire a che ora sia meglio ripartire e, quindi, a conti fatti, quante ore possiamo fermarci. Mino fa lo stesso. È molto meticoloso su queste cose e le sue approssimazioni normalmente sono corrette. Ci guardiamo negli occhi con la stessa rassegnazione, ma cerchiamo di stringerci l'un l'altra con lo scopo di darci forza, convinti di potercela fare, come sempre. Dobbiamo rientrare a Quartu Sant'Elena entro le 16.00. Non possiamo ripartire al più tardi delle quattro del mattino.
A Mino squilla il telefono. Sento la suoneria del suo cellulare come fosse lontana anni luce. Respiro profondamente e cerco di distendere i nervi. Quanto avrò dormito? Dieci, quindici minuti? Non lo so. Ho perso la cognizione del tempo. Tiro su la testa e cerco il mio compagno di viaggio. Sta parlando al telefono, non so con chi. Mi guardo attorno. Un vecchietto seduto due tavolini più in là mi guarda con l'aria incuriosita e un po’ perplessa. Avrà pensato che fossi da ricoverare, lì, con la testa accasciata sul tavolo, devastata dal sonno. Come dargli torto. Mi alzo e faccio cenno a Mino che possiamo ripartire. Non manca moltissimo al controllo di Marina di Patti e io devo riprendermi assolutamente, c’è ancora troppa strada da fare e il tempo è tiranno.
Lo stesso tempo tiranno che ci perseguita quando ci tiriamo fuori dalle brande nelle tende da campus a Dorgali per ripartire e percorrere a ritroso i duecento chilometri che ci separano da Quartu. All'andata ci siamo studiati per bene il percorso per avere un'idea un po’ più chiara di cosa ci avrebbe riservato il ritorno: ventidue chilometri di salita pedalabile e poi una quarantina di discesa con qualche saliscendi giusto per romperci le gambe. Partiamo che è ancora notte e molti sono già andati. Sappiamo entrambi che ci aspetteranno ad occhio e croce altre dodici ore di bici. È buio pesto e io sto ancora dormendo. Spero in una ripresa quando inizierà ad albeggiare, ma niente: il cielo si fa chiaro, ma io scivolo sempre più in uno stato di coma profondo. Ecco la prima, vera, rognosissima crisi di sonno. In discesa, poi, la situazione non può che peggiorare. Gli occhi si chiudono e non posso farci nulla. È pericoloso. Ho paura di finire fuori strada. Canto. Mi schiaffeggio la faccia. Mi verso dell’acqua gelida sugli occhi. Nulla. Ormai Morfeo mi ha rapita e non posso far altro che fermarmi e lasciarmi traghettare in un sonno irrequieto per qualche minuto. Ci fermiamo per un caffè. Appoggio la schiena al muro di pietra che ho alle spalle e riposo un po’. Mi sembra il muro più comodo del mondo. Ho lasciato parte dei miei sogni su quelle due isole, loro mi han saputa cullare e mi han dato la possibilità di riprendermi. Il microsonno sardo mi ha permesso di arrivare a Quartu Sant'Elena entro le 16.00, il microsonno siculo mi ha regalato la possibilità di realizzare un'impresa eccezionale.
Riprendiamo a pedalare e cambiano gli scenari. Finalmente tengo un buon ritmo e riesco a “tirare" per un po’. Abbandoniamo il caos siciliano e ci arrampichiamo sulla splendida salita panoramica di Tindari e il suo bellissimo santuario, che troneggia sopra di noi. Sono resuscitata. Non sono più io. Cos’è stato? Non ne ho idea, ma ora il sonno si è fatto da parte e son carica più che mai. Arriviamo a Marina di Patti, timbro, pranzo e ripartiamo per Santo Stefano di Camastra, l'ultimo controllo prima del gran finale. Finalmente mi sento bene. Finalmente sono di nuovo io, come il giorno prima.
Il primo giorno in Sicilia sapevamo sarebbe stato il più duro. Da Palermo, per arrivare a Linguaglossa, check point intermedio dove poter riposare e dormire, si devono percorrere 250 chilometri, perlopiù in salita. Quando ci siamo imbarcati a Cagliari ero sfinita. Arrivare al porto in bicicletta è stato veramente faticoso. Dopo seicento chilometri dovevamo ancora farne una ventina per imbarcarci sulla nave della Tirrenia. Non conoscendo la strada abbiamo vagato per quasi un'ora, ci siamo persi e poi ritrovati, poi ripersi. Il porto di Cagliari è stato difficile da raggiungere, quasi fosse l'Isola che non c’è. Caricata la bici in stiva, mi disinteresso di tutto e tutti. Vado in cabina con le mie compagne di stanza Carla Tramarin e Camilla Ranieri, mi butto a letto alle 19.30 per poi risvegliarmi solamente alle 06.30 del mattino dopo, giusto in tempo per sbarcare. Ho rinunciato alla cena per dare modo al mio corpo di riprendersi e ricaricarsi. È stata una scelta azzeccata: pedalare nelle Madonie è stato bellissimo, nonostante ci fosse un vento fortissimo, a volte a favore, a volte contro. Mi son trovata a dover pedalare in discesa per sconfiggere la sua incredibile forza, e a dover tener ben saldo il manubrio per contrastare i suoi cambi repentini di direzione. Il vento ci ha centrifugati e sbattuti a destra e sinistra per tutto il giorno, su e giù tra le colline verdissime, i prati e le distese infinite. Non immaginavo che la Sicilia potesse regalare scorci tanto meravigliosi. Un paradiso terrestre, non avremmo voluto scendere mai. I paesi sono agglomerati di case accatastate l'una sull'altra, sembra di osservare giganteschi alveari.
Saliamo a piccoli gruppetti e si unisce a noi un Russo, Oleg. Ci racconta di essere stato molte volte in Italia per partecipare alle nostre randonnée. Randonnée che ha amato ed apprezzato moltissimo. Con la 6+6 completa i quattro brevetti dell'Italia del Gran Tour. È uno tosto questo Oleg, gli faccio i miei complimenti, gli dico che io, invece, sono al mio primo brevetto over mille. Mi guarda stupito, strabuzza gli occhi un po’ incredulo e si congratula con me. Mi dice di aver scelto un brevetto piuttosto impegnativo come esordio. In effetti ha ragione, ma io che ne sapevo? La Sardegna sapevamo sarebbe stata dura, ma non COSÌ dura, e la Sicilia sarebbe stata solamente la continuazione di un brevetto costellato di salite, ma con una buona parte di rassicurante pianura costiera.
Nel primo pomeriggio passiamo il controllo di Castellana Sicula e prendiamo verso Cesaró. Sono in forma, le gambe girano bene e la stanchezza si fa sentire solo nel momento in cui tramonta nuovamente il sole. Arriviamo a Cesaró che è notte fonda, cena a base di arancini: la fine del mondo. Non ho mai mangiato qualcosa di cosí buono. Facciamo il bis ma ce ne pentiremo amaramente: la digestione mista alla fatica e alle sedici ore sui pedali ci faranno preda di un sonno molesto, incantatore e pericoloso. Usciti dal calore del ristorante ripartiamo al gelo della notte. Mancano cinquanta chilometri a Linguaglossa e non ne possiamo più. Ricomincio ad avere sonno e inizio a cantare. Non c’è il tempo per fermarsi e, poi, fa troppo freddo per farlo. Mino canta con me. Cerchiamo di trovare canzoni che conosciamo entrambi. Cantiamo insieme a squarciagola, sotto un cielo di stelle splendido. Il sabato sera escono i pazzi, oggi da Torino e da Milano con furore. Lui almeno qualche nota l'azzecca, io sono stonata come una campana. Cantiamo e cantiamo, ridiamo insieme della nostra disperata condizione e la strada passa più veloce, così come il sonno, che molla un po’ la presa, quel tanto che basta per permetterci di arrivare a Linguaglossa. È l'una di notte, ce l’abbiamo fatta. Distrarsi dalla monotonia dell'asfalto ti salva da qualsiasi crisi.
Nonostante i dormitori di lusso che ci sono stati riservati in questa occasione, riposiamo poco e male; le stanze del convento di Linguaglossa sono gelide e l'andirivieni degli altri ciclisti non ti permette di dormire indisturbato. Decidiamo di ripartire intorno alle 05.30. Sono stufa di pedalare col buio e la partenza all'alba mi rasserena. Scendiamo dieci chilometri e salutiamo l'Etna che ci osserva imperioso nel silenzio del mattino. Il lungo mare di Taormina è stupendo: il sole, una palla infuocata, fluttua sull'acqua irradiandola di giallo e arancione. Uno spettacolo che distende e rilassa.
Verso le dieci del mattino timbriamo a Messina e io comincio ad accusare il colpo più duro di tutti. Vado in bagno a rinfrescarmi la faccia, mi guardo allo specchio e non mi riconosco. Sembra mi abbiano pestata senza pietà, ho gli occhi gonfi e arrossati, la pelle ustionata e le labbra cotte. Non sono un bello spettacolo. Sono il ritratto di 900 chilometri in sella ad una bicicletta.
Arrivati a Cagliari nella mia testa continuava a rimbalzarmi un unico pensiero: non ce la farò mai ad affrontare altri seicento chilometri in Sicilia. Se sono così stanca, così stravolta, mi ritiro. Ero demotivata e preoccupata. Mirka mi prende il viso tra le mani e mi dice di togliermi dalla faccia quell'espressione scura e rabbuiata, mi scuote, mi dice di sorridere, di festeggiare: la Sardegna è conquistata, domani sarà un altro giorno. Ci provo, davvero, a godermi quel momento. Provo a convincermi che comunque vada sarà un successo, ma dentro di me ho veramente paura di non farcela. Forse non sono all'altezza. Forse è meglio lasciar perdere.
Ormai è diventata una questione d'onore. L'orgoglio e l'ego smisurato mi spingono a non cedere. Mino mi spinge a non farlo. È una presenza fondamentale, il mio scudiero, il mio cavaliere pronto a difendermi a spada tratta. È molto stanco anche lui, ma riesce a nasconderlo bene. Vorrei poterlo aiutare, vorrei poter non essere un peso, vorrei riuscire a stargli a ruota sempre, ma ad ogni salitella resto indietro. Ha una pazienza infinita. È una persona buona e si preoccupa, si prende cura di me. La strada lungo mare ci ossigena anima e corpo; la costa nord regala scorci stupendi, la giornata è splendida, il mare blu con le sue sfumature verdissime incanta i nostri sguardi. Pare che la fatica si sia fatta da parte. Raggiungiamo Santo Stefano di Camastra che è ormai ora di cena. Ritroviamo Mirko e Mirka in compagnia di Miguel, un randonneur spagnolo con ben otto Parigi-Brest nel Palma Res. È un piacere chiacchierare con lui, finalmente ho la possibilità di parlare la sua bellissima lingua. Mi ringrazia per questo, mi ringrazia per averlo messo a suo agio ed averlo coinvolto nei nostri discorsi, per non averlo lasciato vagare da solo di notte nell’ultimo tratto di questo incredibile viaggio.
Un cannolo siciliano ed un arancino al pistacchio di Bronte sono il sostentamento ideale per affrontare la nostra ultima tappa, gli ultimi cento chilometri. Mi costringo a pensare che siano pochi, mi sforzo di credere che ormai questo brevetto da 1200 chilometri ce l'ho in pugno, ma c’è sempre una parte del mio cervello che mi ricorda che cento chilometri in bici significano altre quattro o cinque ore in sella. Non arriveremo prima di mezzanotte a Palermo. Sale l'adrenalina in corpo. Ripartiamo tutti insieme io, Mino, Mirco, Mirka e Miguel. Ci copriamo per la notte, per l'ennesima volta. Resto senza luce. Le mie risorse si sono esaurite e sono al buio. Merda. Ho fatto male i calcoli. Credevo che i due faretti fossero sufficienti. Credevo che avremmo pedalato molto meno la notte. Fortunatamente non sono sola e mi nutro della luce degli altri, ma che fatica. Viaggiamo bene per settantacinque chilometri, senza pause, senza fermarci. Siamo gasati, ormai è fatta, manca pochissimo. Mino ci trascina fino a Termini Imerese dove decidiamo di fare una sosta gelato mescolandoci alla tumultuosa vita notturna del centro. L’adrenalina cala di colpo e ci piomba addosso tutta la stanchezza. Anche il freddo ci aggredisce e ci spinge a rimetterci in marcia per gli ultimi trentacinque chilometri. Sarà dura arrivare alla fine, come sarà dura convincersi che quest’avventura assurda è finita. Come possiamo crederlo? Sono passati quattro giorni, ma pare siano trascorsi mesi. Ogni tappa conclusa significava solamente doverne affrontare un'altra ancora più dura. No, non posso credere che sia finita. Non posso credere di avercela fatta. Non ho nemmeno la forza di sorridere, ho la faccia tumefatta da una stanchezza indescrivibile.
Luca Bonechi e Fabio Bardelli sono lì ad aspettarci e a congratularsi con noi. È bello rivederli. Significa che è davvero finita, che non ci sono più salite davanti a noi, possiamo finalmente tornare a respirare e assaporare un sogno realizzato. Abbracci. Foto ricordo. Sorrisi. Ho chiuso la mia prima over mille. Sta sera chiudo gli occhi, ma non dormirò…non dormirò.
È il giorno dopo che raccogli i cocci, rimetti insieme i pezzi. Nella testa ho un vortice di immagini, emozioni, sensazioni che si mescolano alla rinfusa. Devo riprendermi e fare ordine. Devo convincere me stessa che tutto quello che è successo in quest'ultima settimana è successo veramente. Non è un sogno. La 6+6 è conclusa, è conquistata. Questa randonnée unica nel suo genere mi ha lasciato dentro qualcosa che non so spiegare, un po’ come tutte “le prime volte". Sono ancora frastornata e incredula.
I colori, i profumi, i suoni e i rumori. I volti degli amici, le crisi, i dolori, i sorrisi e i malumori. I giorni che passano senza che te ne accorgi, le prime luci dell'alba e le ultime del tramonto. Le notti stellate, la pioggia, il vento, il sole caldo, le nuvole che corrono veloci. Ciclisti da tutta Italia, da tutto il mondo, uomini e donne, d’accenti e dialetti diversi, che rincorrono un sogno su pedali di vento, all'eterna ricerca di un'emozione nuova, una nuova scoperta, qualsiasi cosa che riesca a farli sentire vivi, qualsiasi dettaglio che li arricchisca e gli doni una luce nuova negli occhi, un profondo senso di grandezza e libertà.
Un anno fa salivo sulla mia bici da corsa per la prima volta. Un anno dopo pedalo per 1200 chilometri. Com’è successo che mi innamorassi così di questo strumento di tortura e fatica, ancora non l'ho capito, ma la soddisfazione che ti porti dentro ogni volta che raggiungi un obiettivo, ogni volta che porti te stesso allo stremo e riesci ad andare oltre, è una sensazione per cui non esiste una parola per definirla o un aggettivo per raccontarla. E io non provo nemmeno a cercarla, perché in realtà la trovo sempre. L'unico modo per comprenderla, è viverla. Prendere la bici e iniziare a pedalare, senza fermarsi mai.
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2a Randonnée della Fortuna, Fano - 300 km Extreme
"Una notte da Leone"
Fano. Piazza XX Settembre, ore 22.00. La prima notturna della stagione. Una partenza "sotto i riflettori", con Fano Tv ad intervistarci, fotografi, musica, presentazioni e coriandoli. È stato d'effetto. È stato come essere davvero parte di un gruppo di persone straordinarie, che fanno cose straordinarie e compiono imprese eccezionali. In effetti, è proprio così, se penso ai super randonneurs presenti l'altra notte al via di un percorso bellissimo, ma durissimo, con un dislivello atroce, ma galvanizzante.
Drogati di Red Bull si parte. Mi fa schifo bere quella robaccia, ma ha il pregio di tenere ben distante il sonno rispondendo con aggressività ai suoi attacchi improvvisi. Foto di rito davanti all'Arco simbolo di Fano e ci si inoltra nella notte. Dieci chilometri e il botto: tre di noi cadono uno sull'altro. Un attimo di paura. È agghiacciante il rumore delle bici che sbattono per terra e si aggrovigliano tra loro. Fortunatamente nessuno si è fatto male. Questi sono i rischi del viaggiare in gruppo. Velocità sostenute e poca visibilità, perdere il controllo è un attimo con le strade disastrate che abbiamo in Italia. Uno sbaglia e tutti gli altri gli si accartocciano addosso. Effetto domino.
Si riparte un po' incerti, il primo controllo è ad Urbino. Il Palazzo Ducale è di un'incantevole bellezza e il centro è gremito di gente. Sta notte anche di ciclisti un po' strani, con le luci stroboscopiche e i gilet fluo. Un caffettino per ringranare il giusto passo e ci si dirige verso il tanto temuto Cippo di Carpegna. Il controllo coincide con l'inizio e la fine di una scalata e una discesa ripida e impervia, sulle strade del leggendario Marco Pantani. "QUESTO È IL CIELO DEL PIRATA" e ci siamo anche noi, immersi nella sua pineta, il suo parco giochi. Si respira "la storia" su questa strada. Il Carpegna mi ha spezzato la schiena, rivoltato lo stomaco e tolto il respiro. "SI SENTE SOLO IL TUO RESPIRO. IL CARPEGNA MI BASTA".
Sono ormai le cinque del mattino, è ancora notte fonda e fa freddo adesso. Io come sempre "mezza nuda" e con le gambe scoperte. Lo stupore si diffonde quando sfodero finalmente l'abbigliamento invernale. Stiamo tremando, meglio ripartire. Dopo il Cippo ci aspettano ancora quattro "picchi" prima di un falso piano e l'ultima agognata salita. Abbiamo fatto solo un centinaio di chilometri, sono 7 ore che pedaliamo e abbiamo appena salutato Marco Pantani. La strada è ancora lunga. Si scende e poi si sale. Inizia ad albeggiare e finalmente vediamo le colline intorno a noi. Cade qualche goccia. Ci prova a piovere, ma non va, il cielo è incerto come il nostro pedalare, stanco ed assonnato e in cerca di una pausa "vera". Ad Urbania decidiamo che è arrivato il momento di una sacrosanta colazione. Il primo picco è andato e abbiamo bisogno di darci una ripulita dall'umidità della notte e di scuoterci di dosso il sonno che inizia a mordere. Sono stanca. Comincio a sentire il peso delle 5 ore di viaggio, della notte appena passata e dei 3000 metri di dislivello concentrati nei primi 130 chilometri. Massacrante. E non siamo neanche a metà strada.
Procediamo un po' più rinvigoriti e ci godiamo l'appennino e le sue colline verdeggianti. È bellissimo, come sempre. Nuvole minacciose passanno veloci sulle nostre teste, ma decidono di non scatenarsi. Creano giochi di luci ed ombre sulle vallate dai colori cangianti. Arrivare al controllo di Acquapartita è stata dura. Il quarto picco ci è entrato in tequel direttamente sulle gambe, che non ne volevano più sapere di spingere. Pensare di avere davanti ancora cento chilometri è stato frustrante. Si scende per un po', ma poi c'è sempre qualche strappo, qualche su e giù maledetto che, dopo un dislivello ormai oltre i 4000 metri, tutte quelle ore in sella e la notte in bianco, sono una picconata sulla nuca. E sarà così per 50 chilometri. Poi ancora una salita, dobbiamo raggiungere Orciano e l'ultimo checkpoint. Ho smesso di spingere. Ho premuto l'interruttore su "off". Sono stravolta dalla stanchezza, dal sonno, voglio solo che finisca. Mancano 30 interminabili chilometri. So che il mare c'è là dietro le colline da qualche parte, ma non ci si arriva mai. L'ultima parte è stata un calvario. Non so con quali energie siamo riusciti ad arrivare alla fine. Quando il corpo ti dice di smetterla di farti male, puoi solo contare sulla tua testa e sperare che, almeno lei, abbia ancora voglia di farcela.
Arriviamo alle 15.30, dopo 17 ore in bicicletta. Distrutti. Felici perché sia finita. Questa rando mi ha sbriciolata dal primo chilometro fino all'ultimo. Non amo pedalare la notte e non dormire mai, però è forse proprio la notte che ci rende "diversi". È con il buio che escono i pazzi, i randonneur quelli veri e i granfondisti si tolgono di mezzo, loro, con le biciclettine scariche, il fisico asciutto e i loro quaranta orari. Di notte usciamo noi, che di arrivare presto non ce ne frega nulla, carichi di ogni cosa utile o pezzo di ricambio, luci e fari di ogni sorta. Noi che ridiamo, scherziamo, ci fermiamo in trattoria per un piatto di pasta o al bar per un panino e una birra. Noi, che il tempo è solo un limite distante e i chilometri un numero infinito di dettagli da scoprire.
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SUPER RANDONNÉE DELLE DOLOMITI
Tutto ebbe inizio a maggio 2018. Il mio “sogno” era trascorrere le vacanze di settembre nelle Dolomiti, godendo delle loro bellezze in sella alla mia bicicletta. Programmi, progetti, itinerari, idee, tante opzioni che, però, nell’arco di poco sono finite nel “cestino”.
Scorrendo in lungo e in largo il sito dell’ARI, per puro caso vengo a sapere dell’esistenza di questa tipologia di brevetti permanenti, una super randonnée, guarda un po’, proprio nelle Dolomiti.
Si accende una lampadina. Leggo il regolamento, guardo il percorso.
La presentazione non lascia ombra di dubbio: sto per imbarcarmi in qualcosa di veramente “folle”:
“Le Super Randonnée sono dei brevetti permanenti di 600 chilometri su percorsi di montagna con più di 10.000 metri di dislivello positivo. Sono delle prove esigenti, che richiedono un ottimo allenamento, una buona conoscenza della montagna e una grande abitudine all’autonomia sulle lunghe distanze; bisogna amare le salite e avere una sana passione per la fatica”.
Posso scegliere se portarla a termine nella versione Turista o nella versione Randonneur; nel primo caso ho tempo sette giorni circa, nel secondo devo stare dentro le sessanta ore. Ovviamente volendo sfidare me stessa, le mie capacità e le mie forze, scelgo la versione randonneur.
Contatto Fabio Albertoni, l’organizzatore, e con un versamento di una decina di euro, formalizzo l’iscrizione. Nel giro di un paio di settimane ricevo a casa la targhetta da appendere alla bici e la carta gialla già compilata con i diciotto controlli che dovrò passare.
Mancano quasi quattro mesi prima della partenza, programmata per il 18 settembre, ma non passerò un solo giorno senza pensare a questo grandissimo ed anche un po’ temuto appuntamento.
Un po’ per scaramanzia e un po’ per prudenza, decido di non render note le mie intenzioni, se non a pochi eletti e in modo molto sommario. L’unica persona con cui parlo approfonditamente dei miei programmi è Mino, in particolar modo dal momento in cui vengo a sapere che anche lui avrebbe dovuto farla due anni prima: nonostante fosse tutto pronto per la partenza, le avverse condizioni meteo obbligarono lui e gli altri a rinviare l’impresa a data da destinarsi.
Gli mostro la mia scaletta, i chilometri che ho intenzione di percorrere giorno per giorno, le tappe e i luoghi in cui intendo fermarmi per la notte; mi fa notare alcune cose che secondo lui non funzionano, lo ascolto e decido di seguire i suoi consigli, preziosi fin dal primo momento che l’ho conosciuto. Apporto le modifiche e mi rendo conto che, in effetti, aveva ragione: la sua grande esperienza in ambito di randonnée e più in generale nel ciclismo non può che essere fonte di ispirazione per una novellina come me.
Un viaggio simile non va improvvisato, dev’essere ben analizzato e programmato per poterlo affrontare nel migliore dei modi.
I giorni passano, passano i mesi, io non vedo l’ora di partire ed il mio entusiasmo porta Mino ad arrovellarsi sul come fare per poter venire con me e accompagnarmi in questa fantastica avventura.
Gli si presenta una grande occasione: recuperare all’appuntamento mancato due anni prima.
La mia idea, inizialmente, era quella di affrontare la strada in solitaria, ma avere una persona fidata al proprio fianco è pur sempre un dono, una sicurezza, una piacevole presenza con cui nel tempo è andata creandosi una forte affinità.
Dopo molti “se” e “ma”, i pianeti finalmente riescono ad allinearsi e mi comunica che riuscirà ad unirsi a me per questa grande sfida contro il tempo e le montagne. Non posso che esserne felice, se c’era una persona con cui avrei voluto dividere tante ore in sella e tanta strada, quella persona non poteva che essere lui.
Pietramurata, Lunedì 17 Settembre 2018
Finalmente si parte, finalmente è tutto pronto. Raggiungo Mino a Parabiago, carico la bici e le mie cose sulla sua macchina e ci mettiamo in viaggio. L’ansia la fa ormai da padrona da giorni e ho il terrore di aver dimenticato qualcosa, di essermi caricata di cose inutili, “E se poi piove?”, “Ma farà freddo?”, insomma, mi barcameno a stento tra i dubbi e l’adrenalina e non vedo l’ora di porre fine all’attesa iniziando a pedalare.
Il lunedì è la vigilia, trascorriamo la giornata in totale relax e ci prepariamo psicologicamente all’avventura che ci attende; ci confrontiamo sulle attrezzature, sul vestiario, si chiacchiera del più e del meno, immaginando che cosa ci attenderà sul nostro percorso. Nel pomeriggio andiamo a fare un giro al Vertical Sport di Pietramurata, il negozio luogo di partenza e arrivo della randonnée; ne approfittiamo per vedere se c’è qualcosa che fa al caso nostro. Un po’ di shopping e si rientra in hotel, usciamo per la cena e poi tutti a nanna, ma so già che non chiuderò occhio: la sveglia è impostata alle 6.00, partenza ore 7.00.
La sera prima di partire è sempre “magica”, è la quiete prima della tempesta, siamo entrambi in trepidazione, tant’è che vorremmo partire subito; riceviamo messaggi di incoraggiamento, di “buona strada”, parole amiche, parole di cuore, parole che fan bene all’animo, pensieri che caricano e rassicurano in un momento di viscerale tensione.
PRIMA TAPPA: Pietramurata – Selva di Cadore, Martedì 18 Settembre – Km 226
La mattina della partenza, al suono della sveglia, scatto come una molla, lo stomaco mi si contorce e il cuore mi rimbalza su e giù, mi va alla testa e precipita in gola. É ora. Ci cambiamo, mangiamo una colazione frugale e il primo scatto, alle 06.55, di fronte al negozio Vertical Sport, sancisce ufficialmente l’inizio della nostra avventura. Ancora un caffè, giro la foto ad Albertoni e ci dirigiamo verso Lasino per affrontare la prima fatica di giornata: il Monte Bondone, con i suoi 1550 metri s.l.m.
Sappiamo entrambi che sarà un inizio demotivante: nell’arco di un paio d’ore percorreremo poco meno di una trentina di chilometri, ci sembrerà di non progredire e di perdere un sacco di tempo.
Una salita lunga, graduale, ma rilassante. Il clima è perfetto, non fa caldo, non c’è il sole, una leggera foschia aleggia sul panorama sotto di noi. Saliamo lentamente e gustiamo una timida alba.
Intorno alle 09.30 raggiungiamo il cartello di valico. Foto. Invio. Proseguiamo. La strada spiana leggermente prima di trasformarsi in una discesa lunga e divertente in mezzo ai boschi; ci troviamo a vagare in mezzo a prati verdeggianti, ai piedi di asperità rocciose imponenti, dove la quiete regna sovrana.
Baciati dal sole e sbeffeggiati dall’aria frizzantina iniziamo a scendere, tornante dopo tornante, venti chilometri dopo raggiungiamo Garniga Terme, passiamo Cimone e costeggiamo Aldeno, seguendo per Mattarello, da dove inizierà la salita al Vigolo Vattaro.
Uno strappo aggressivo di poche centinaia di metri apre le danze e genera “esclamazioni del terzo tipo”. Un pugno nello stomaco, un timido assaggio di quello che ci attende nelle prossime ore e nei due giorni successivi. Alle 11.20 stazioniamo sotto il cartello di valico e ci prepariamo a recuperare il tempo perso nel lungo tratto di falsopiano che ci traghetterà, attraverso la Valsugana e la sua bellissima ciclabile, all’interno delle vere e proprie Dolomiti Bellunesi.
Gli scorci sul Lago di Caldonazzo distolgono continuamente il mio sguardo dalla strada. É bellissimo. Nonostante il sole si sia nascosto dietro preoccupanti nuvoloni neri, l’acqua è di un blu profondo, ceruleo.
É ora di pranzo, decidiamo di fermarci in un bar e mettere qualcosa nello stomaco. Purtroppo non sono stata fedele alla tradizione e non ho preparato i miei famosi “panini magici”, anzi, sono partita totalmente sguarnita. Venir meno ad un rituale, ad una consuetudine che mi accompagna sin dagli inizi è quasi un sacrilegio per me, ma cerco di distogliere la mente da quel pensiero e mi convinco che non c’è mai stato nulla di “magico” in quei tristissimi tramezzini.
Il cielo è grigio e comincia a gocciolare. Galoppiamo liberi sulla ciclabile deserta, come in fuga dalla pioggia che gradualmente si fa più intensa. Piove davvero, adesso, meglio vestirsi, prima di essere totalmente fradici. Percorriamo sessanta chilometri così, litigando con una pioggia indecisa e fastidiosa. Costeggiamo il Brenta fino a Primolano, dove la strada torna progressivamente a salire. Intorno alle 16.00 arriviamo a Fiera di Primiero, ai piedi del Passo Cereda, facciamo un’altra sosta cibo: è il caso di rifocillarsi prima di affrontare la parte più dura della giornata.
Abbiamo percorso circa 150 chilometri, è già pomeriggio inoltrato, ci mancano un’ottantina di chilometri prima di arrivare a Selva di Cadore, dove ci fermeremo per la notte, e i quattro passi che ci accingiamo a scalare non sono proprio una passeggiata dopo quasi dieci ore di sella. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma il morale è alto: finalmente siamo nelle Dolomiti e non vedo l’ora di gustarmele una per una.
Il Cereda non va preso sottogamba. Non è una salita lunga, ma i primi quattro o cinque chilometri tengono una media a doppia cifra che varia dal 12 al 14 %. L’altimetria si colora di arancione, rosso e rosso scuro e, solo gli ultimi tornanti permettono di riprendere fiato. Si respira aria di montagna, le casette sparse nei prati sono chalet da cartolina, da puzzle ornamentale.
Alle 17.45 svalichiamo e puntiamo il Forcella Aurine, il sole sta tramontando e potremmo godere di un panorama fiabesco, se non fosse per il grigio stormo di nubi sulle nostre teste, che avvolge le cime celandone la bellezza.
Al termine di una salita breve e un po’ più morbida, ci procuriamo dei panini e delle banane per cena, prima di rilanciarci a capofitto in una discesa di dodici chilometri fino ad Agordo, ai piedi del Duran, la bestia nera della nostra prima tappa. Sono ormai quasi le 19.00, è tardi, e sicuramente non arriveremo a Selva di Cadore in un orario utile per poter cenare fuori. Chiamo il gestore del B&B per avvertirlo del nostro arrivo in tarda serata e ripartiamo verso il quinto passo in programma.
Il Duran e le sue cinquanta sfumature di rosso. Il nome, per assonanza, già lo faceva sospettare, ma che fosse così “duro”, decisamente non potevo immaginarlo.
Ormai è notte. Saliamo piano con le nostre luci ciondolanti. Non c’è anima viva. Il buio è intenso e si stringe intorno, sopra e sotto. Non vediamo nulla, solo uno spicchio di asfalto dopo la ruota di fronte a noi. Inizia a piovere. Di nuovo. La pioggia di notte è un’esperienza nuova per me. La luce riflette e rimbalza da una goccia all’altra e le trasforma in un mare di lucciole intermittenti, l’effetto è bellissimo, così come il suono della pioggia battente, che leggera picchietta sui nostri caschi, spezzando quel silenzio assordante interrotto unicamente dai nostri respiri affannati. Avrei preferito rimanere asciutta, ma ringraziando il cielo, il freddo, rimanendo in disparte, mi ha dato la possibilità di apprezzare anche questo lato del maltempo. Alle 21.20 giungiamo alla meta, stanchi e sfatti, ci prendiamo qualche minuto di tregua, ma non dobbiamo perdere troppo tempo: resta ancora il Forcella Staulanza da fare, il quale si rivelerà la ciliegina amara su di una torta di salite piuttosto indigeste.
Lo Staulanza a fine giornata è stata una sofferenza. Eravamo stanchi, umidicci e infreddoliti per via della pioggia e della notte, i nostri pensieri erano ormai concentrati sulla doccia calda e sulle lenzuola pulite, ci interessava poco altro. Non veder l’ora di arrivare e risposarsi, ti dà l’impressione di non avanzare e arrivare mai. Nonostante non si trattasse di una salita particolarmente aggressiva, quella decina di chilometri sono stati un calvario: si sale in modo lineare, i tornanti si concentrano principalmente poco dopo Pecol, ma la strada tiene un andamento piuttosto costante e monotono, con lunghi tratti senza mai svoltare o progredire. Non vedere nulla intorno a noi rende tutto più penoso.
Alle 23.30 finalmente ci imbattiamo nel cartello di valico. Invio la foto a Fabio, che ci chiede se abbiamo intenzione di fermarci da qualche parte per la notte. Gli rispondo che, sì, ci saremmo fermati appena scesi dallo Staulanza a Selva di Cadore. Percorriamo gli ultimi chilometri di discesa e raggiungiamo l’hotel con il proprietario che ci stava aspettando già da un po’.
Stanchi, stanchissimi, ci stringiamo in un abbraccio, Mino mi dice “Sei stata brava”. Per me vale molto. Lasciamo che le ultime energie si dissolvano in quel contatto, tiriamo un sospiro di sollievo, il primo giorno è passato e siamo felici di essere lì, insieme, nonostante la fatica, nonostante tutto.
Giusto il tempo di posteggiare le bici al sicuro, levarci di dosso i vestiti sporchi e umidi, farci una doccia bollente e via subito sotto le coperte. Qualche messaggio per aggiornare gli amici e i parenti a casa e crolliamo in un sonno profondo. Il freddo e l’umidità mi sono entrati nelle ossa, ho i brividi e temo mi stia salendo la febbre, in genere indice di cattiva digestione. Mangiare a orari sballati e affrontare grandi sforzi nel bel mezzo della digestione, magari pure al freddo e alla pioggia, non è proprio un’abitudine che i nutrizionisti consiglierebbero spasmodicamente, ma questo fa parte del gioco.
In qualche modo riesco a scaldarmi e mi addormento, dormo male, forse perché stremata da una tappa lunga ed impegnativa: 226 chilometri con più di 4000 metri di dislivello positivo, senza contare le 16 ore di sella consecutive.
Penso alla tappa che ci attende, penso che stiamo sonnecchiando ai piedi del passo più duro di tutti, il Giau: lì, nel buio, all’orizzonte, si nasconde la sfida che attendo da mesi. Ne ho sentito parlare così tanto, ho visto così tante foto e letto così tanti racconti, che non vedo l’ora di poter finalmente vivere l’esperienza sulla mia pelle. Ci penso, mi stanco solo all’idea, ma poi lascio stare e rimando quei pensieri alle sei del mattino dopo, quando all’alba ci inerpicheremo sulle sue strade “leggendarie”.
SECONDA TAPPA: Selva di Cadore - Badia, Mercoledì 19 Settembre – Km 170
Il secondo giorno porta con sé passi tortuosi ed aspri e, proprio per questo, abbiamo deciso di percorrere meno chilometri, nella speranza di arrivare a Badia abbastanza presto da poter riposare bene prima di affrontare l’ultima lunghissima tappa. É un rischio, Mino era dell’idea di portarsi un po’ più avanti, magari arrivare a Bolzano, ma tutto sommato non esiste mai una sola possibilità, le opzioni sono molteplici. Scelte. Punti di vista. Mi dice che può andar bene anche così e così facciamo.
Sveglia alle prime luci dell’alba. Recuperiamo tutte le nostre cose, prepariamo le borse e sistemiamo le biciclette. Divoriamo rapidamente una colazione improvvisata con i viveri gentilmente forniti dall’hotel e usciamo. Il panorama tutto intorno a noi è meraviglioso. Le montagne ancora assopite fan da cornice a distese di prati e boschi verdissimi, casette in legno e fioriere variopinte; mi rendo conto per la prima volta che quelle immagini sulle riviste o nei documentari, ce le ho lì davanti ai miei occhi ed è meraviglioso.
L’aria è ancora fresca, la valle è ancora in ombra e attende di essere riscaldata dal primo sole.
Il cielo è azzurrissimo e non c’è una nuvola ad impensierirlo. Qualche minuto ad ammirare “la bellezza” e partiamo alla volta del Giau. Ripartire è doloroso. Le gambe fanno male e poggiare di nuovo il sedere sulla sella è un tormento. Dieci chilometri di ascesa a doppia cifra immersi tra boschi e ruscelli. Ci siamo solo noi. Il traffico è ancora assopito e saliamo tranquilli. Ci vado cauta, devo prendere il mio passo. Mino ha un’altra gamba e io, come di consueto, mi stacco quasi immediatamente. Ci vedremo poi in cima.
La strada morde subito, aspra, come un pugno nello stomaco e, a freddo, ingranare su pendenze del genere è veramente dura. Mi devo fermare qualche volta, le gambe bruciano e la schiena inizia a fare male per lo sforzo. Ne approfitto per scattare qualche foto e godermi il paesaggio, ma è una vera fatica. Fortunatamente salendo si incontrano alcuni tratti di galleria dove la strada molla un po’ la presa, ma solamente per diventare più “cattiva” subito dopo.
Si sta bene, fa fresco, dopo gli ultimi tornanti in mezzo ai pini, alzo lo sguardo e lo vedo là, di fronte a me, imponente e ancora troppo distante: il Giau è già inondato dalla luce del sole e spicca in mezzo alle distese ambrate tutto intorno. É qualcosa di incredibilmente affascinante, mi fermo ad ammirarlo in un rispettoso silenzio.
Arrivo in cima intorno alle 09.00, Mino è già lì ad aspettarmi. Sono senza fiato. Per una volta anche senza parole. I muscoli fanno male, ho male dappertutto. Mi sistemo sotto il cartello e mi faccio scattare qualche foto. Descrivere cosa si prova arrivando lassù è veramente complicato. É come ricevere un regalo inaspettato, lo scarti, guardi cosa c’è dentro e qualcosa ti prende nello stomaco, un’emozione fortissima e ti manca il fiato, ti mancano le cose da dire, le sensazioni si affollano in un brulicante frastuono di sentimenti contrastanti. A volte semplicemente è sufficiente non dire nulla, fermarsi un attimo e respirare a pieni polmoni la meraviglia, quel senso di libertà di cui ormai siamo diventati dipendenti, un amore tossico per obiettivi impossibili. Non c’è un modo per raccontarlo, non c’è un aggettivo per descriverlo, il Giau va vissuto, dovete ubriacarvi sulle sue curve per odiarlo e amarlo in ogni sua sfumatura.
Ci fermiamo al bar in vetta per gustare una seconda e sacrosanta colazione, ancora qualche foto e, vestiti di tutto punto, iniziamo la discesa dall’altro versante, verso Cortina d’Ampezzo.
Una quindicina di chilometri di discesa mozzafiato, fiancheggiando il Giau e i suoi costoni di roccia viva ci rigenerano e ci trasportano velocemente in uno dei paesi più belli e turistici delle Dolomiti.
Lo attraversiamo e ci inerpichiamo sulla seconda salita della giornata, subito tortuosa e ripida nel primo tratto, per poi trasformarsi e diventare più lineare negli ultimi chilometri. In ogni caso teniamo una media costante dell’8-10%, ammorbiditi da qualche spiano intorno al 6-7%.
Un’ascesa bellissima, c’è un panorama fantastico intorno a noi, le montagne sono molto diverse da quelle a cui siamo abituati dalle nostre parti, sono uniche, sono uno spettacolo della natura e la splendida giornata di sole regala colori vividi e brillanti. Si sta bene, mi sento bene e mi sto godendo veramente questo bellissimo, seppur durissimo, viaggio.
Arriviamo al Passo Tre Croci intorno alle 11.15. Propongo di scendere subito e sfruttare i trenta chilometri di discesa per fermarci prima del Zovo o Passo di Sant’Antonio e cercare un posto dove fare pranzo. Ho fame e ho bisogno di mangiare qualcosa di diverso dal solito panino, ho una voglia incredibile di un bel piatto di pasta, di qualcosa di caldo, o comunque di “cotto” e “cucinato”.
Troviamo una trattoria ad Auronzo di Cadore con un bel dehor in un prato verde, al sole. Sappiamo entrambi che una sosta di questo tipo ci farà perdere un bel po’ di tempo prezioso, però sono dell’idea che una sosta ben fatta prima di proseguire ne va del buon avanzamento del giro.
Quando sono stanca e affamata, quando sento che devo fermarmi e fare rifornimento, non devo badare troppo ad indugi. Se ho fame, non riesco a pensare ad altro e, allo stesso tempo, non riesco più a pedalare e non vado avanti. Tutto sommato pare che anche Mino sia d’accordo e senta la mia stessa necessità, mi asseconda e ci gustiamo un buonissimo piatto di pasta, panna, zucchine e pancetta. Finalmente un pasto “degno”, cibo vero ai piedi delle montagne, in un posto bellissimo.
Ne approfitto per aggiornare gli amici randonneurs, dalla regia mi giunge un’affermazione poco rincuorante: ”Tosto il Giau, ma il Passo del Zovo è molto peggio”. Bene. Se lo scopo era quello di farci andare di traverso i maccheroni, è riuscito perfettamente.
Nel primo pomeriggio, sotto il sole cocente, decidiamo di rimetterci in marcia. La strada è ancora lunga, mancano un centinaio di chilometri a Badia e abbiamo ancora un paio di ostacoli da superare non da poco. Costeggiamo il lago artificiale di Auronzo o meglio noto come il Lago di Santa Caterina che, con le sue accese sfumature di verde e di blu ci accompagna fino alla sua diga, dove abbandoniamo la strada principale e svoltiamo a sinistra, verso il Passo di Sant’Antonio.
Salita breve, ma intensa, un vero e proprio calcio sui denti. Senza preamboli ci troviamo a spingere fuori sella per diversi chilometri, i tornanti si alternano uno dopo l’altro senza mollare la presa, come un cane che morde il suo osso. Il mio amico aveva ragione. Il Giau è tosto, ma questo Zovo sconosciuto, è un mostro affamato che ti cattura e poi ti azzanna, fino alla fine. Dieci chilometri per rivoltare i nostri stomaci, come un giro della morte sulle montagne russe.
Arriviamo in cima intorno alle 14.15, senza fiato, stremati ed esterrefatti dall’ascesa inaspettatamente dura. Sento i miei muscoli spasmodicamente contratti per lo sforzo, mi sgranchisco la schiena, scatto una foto e ripartiamo.
Scendiamo qualche chilometro per risalire dolcemente. Senza neanche accorgercene arriviamo al Monte Croce Comelico, che pare più una collinetta che un passo dolomitico. Siamo in Veneto, il piazzale che si presenta di fronte a noi è gremito di auto e gente a passeggio.
Sono le 16.00, il tratto appena percorso è stato veramente impegnativo, ma ci attendono una quarantina di chilometri di lieve discesa prima di arrivare ai piedi del Passo Furcia, l’ultimo obiettivo della giornata. Arrivati a San Candido ci fermiamo ancora in un bar per sgranocchiare velocemente un toast e ci troviamo a pedalare in una valle incantata. La ciclabile attraversa campi sterminati e prati verdissimi che si estendono sulle colline come muschio fresco e vellutato; scivolando liberi sui suoi dolci sali-scendi, ho come l’impressione di essere in una scena de “Il Signore deli Anelli”. É uno spettacolo surreale, fiabesco e il profumo d’erba tagliata sa di buono, sa di pulito, sa di fresco.
Superato Monguelfo arriviamo a Valdora di Sopra e si riaprono le danze: nove chilometri per raggiungere l’ultimo valico. Il sole sta tramontando e la valle sotto di noi sta precipitando lentamente nell’ombra: il panorama è fantastico, le casette sembrano così piccoline adesso che le guardiamo da lassù e non sembra possibile che solo poche ore prima fossimo così distanti.
Contrariamente ad ogni nostra previsione, la salita al Furcia regala un susseguirsi di rampe brevi, ma ripide, uno scenario visto e rivisto che, dopo trentasei ore sui pedali, inizia veramente a dare alla testa. É un’altra bella batosta, un’agrodolce alternanza di pendenze al 12-14% nel bel mezzo di una natura pressoché incontaminata e libera. Iniziamo a salire che è ancora giorno, svalichiamo che è notte fonda e sono soltanto le 20.00. Si intravede un piccolo laghetto e del sole non resta che un timido bagliore violaceo dietro alle sagome nere delle montagne.
Avremmo voluto arrivare a destinazione con la luce del giorno, ma non ci siamo riusciti; le soste ripetute, come previsto, hanno causato un ritardo sulla tabella di marcia, ma poco importa, quel che conta è arrivare per poter andare a dormire il prima possibile.
Scendiamo e ci lanciamo giù per la discesa, ma sappiamo che per arrivare a Badia dovremo salire un pochino e portarci sulla strada del Passo Gardena. Siamo stravolti, siamo affamati, siamo forse anche un po’ stufi di tutto questo pedalare. La giornata è stata lunga, abbiamo di nuovo finito con il buio e non ne possiamo più.
Terminata la discesa imbocchiamo una strada statale noiosissima e altalenante, un tratto interminabile di diciassette chilometri che costeggia il Gran Ega. Seguo Mino, cerco di stargli a ruota, ma sono troppo stanca; le mie gambe non ne possono più, così come il mio sedere, così come la mia povera schiena. Ho proprio bisogno di coricarmi un po’.
Ci trasciniamo faticosamente fino a Badia, ma il B&B non è proprio di strada e perdiamo un po’ di tempo a cercarlo, come se non bastasse, dobbiamo arrampicarci su per un bel drittone per arrivarci. Forse, se fossimo stati freschi e riposati, non sarebbe stata altro che una salitella insignificante, ma dopo quasi 400 chilometri, anche un piccolo dosso può rivelarsi un fastidio enorme.
Finalmente troviamo lo Chalet Planvart, immerso nell’oscurità. Non un cartello, non una luce. Ci vuole uno sguardo attento per individuarlo al buio. Il proprietario, di una gentilezza più unica che rara, ci accoglie calorosamente e ci porta immediatamente al deposito per le bici. Ci spiega alcune cose, facciamo il check-in e, vedendo i nostri volti distrutti dalla fatica, ci accompagna direttamente in stanza. É così gentile da rendersi disponibile a servirci la colazione decisamente fuori orario: l’ultima tappa è molto lunga e dobbiamo partire molto presto nella notte per non rischiare di sforare il tempo massimo. Sveglia alle 3.30, colazione alle 4.00, partenza prevista intorno alle 4.30.
Infilarsi sotto le coperte dopo un’altra giornata così è un piacere indescrivibile. Niente tutine strette che sfregano, solo lenzuola lisce, coperte morbide e calde. Mi fanno male le ginocchia per lo sforzo e ogni volta che mi muovo è una smorfia di dolore, senza parlare del soprasella in fiamme; posso spalmare tutte le cremine possibili ed immaginabili, ma soltanto l’idea di dover passare altre quattordici ore lì sopra mi fa perdere i sensi. E li perdo, di botto, come mi avessero tirato un mattone sulla testa. Crollo in un sonno profondo ed irrequieto. Anche Mino si addormenta immediatamente. Domani è il grande giorno. Domani si chiude la nostra avventura e speriamo di riuscirci nel migliore dei modi.
TERZA TAPPA: Badia - Pietramurata, Giovedì 20 Settembre – Km 215
La sveglia suona ed è come una doccia gelata. Ho sonno, la stanchezza ormai la fa da padrona e rimettere in movimento le mie membra doloranti è una vera tortura.
La terza ed ultima tappa è veramente lunga: 215 chilometri e quattro passi dolomitici da superare, prima di rientrare a Pietramurata. Le due lunghissime salite del Mendola e del Campo Carlo Magno mi preoccupano molto, sicuramente soffrirò moltissimo l’ascesa interminabile e costante.
Scendiamo a far colazione e il proprietario è già lì ad aspettarci per il buongiorno. Gentile, cordiale, attento ai dettagli, ci spiega come servirci e poi se ne torna a dormire. Siamo rimasti entrambi colpiti dal trattamento di riguardo che ci è stato riservato, i modi gentili ed ospitali.
Prepariamo qualcosa da portar via, ci vestiamo e usciamo. Sono passate da poco le quattro del mattino, è buio pesto, fa freddo ed è molto umido. Le strade sono deserte, il mondo è ancora assopito, le luci dei lampioni spezzano di tanto in tanto un muro nero come la pece.
Seguiamo per Corvara ed arriviamo a Colfosco. Avevo iniziato un puzzle di 13.200 pezzi raffigurante proprio la semplice chiesetta di questo piccolo paesino della Val Gardena, mi sarebbe piaciuto passare di lì di giorno per poterla vedere dal vivo finalmente, ma non riesco a scorgere molto di quell’immagine che ho ben impressa nella mia testa. Il sogno era quello di venire in questo posto il giorno in cui avrei terminato il puzzle. Non è successo. Probabilmente non accadrà. Pazienza. É solo uno di quei tanti sogni stupidi che non si avvereranno mai.
La salita al Gardena ha un che di “magico”. Iniziamo a salire nella notte e progressivamente vediamo i monti intorno a noi risvegliarsi dal torpore notturno e delinearsi, sempre più nitidi. Da ombre nere e imponenti, lentamente si sfumano di grigio, poi di verde, il cielo non è più nero, ma un azzurro pastello sfumato di viola e di rosa. C’è un pittore che si nasconde lassù da qualche parte e, imbracciata la sua tavolozza, crea combinazioni astratte di colori, sfumature uniche ed ineguagliabili, inscenando ogni volta uno spettacolo diverso. É bellissimo assistere in prima persona all’alba di un nuovo giorno.
Salgo a fatica, il sonno mi opprime e le gambe non girano. Ho perso di vista Mino, sicuramente sarà molto più avanti di me, come sempre. Alzo lo sguardo e il Gardena mi osserva, inquisitorio. Mi sento così piccola ai suoi piedi, è bellissimo, toglie il fiato.
Arrivo al cartello di valico intorno alle 6.50. É giorno. Mino è quasi rimasto assiderato ad aspettarmi chissà per quanto tempo in cima. Non indugio più di tanto, cerco di scaldarlo un po’ frizionando le mie mani sulle sue braccia, ma serve poco. Dobbiamo scendere velocemente, è rimasto fermo troppo tempo e vedo che sta veramente soffrendo il freddo.
I cinquanta chilometri di discesa fino a Bolzano non sono sicuramente il modo migliore per riscaldarsi, specie considerando che la strada è completamente immersa all’ombra delle montagne.
Arrivare ad Ortisei è una tortura, fa veramente freddo, ho i piedi congelati e non so più come coprirmi la faccia: l’aria sferza la pelle come lame taglienti e la sensazione di bruciore è veramente un calvario.
Salire al Pinei ci permette di riattivare un minimo la circolazione: la strada si inerpica al sole del mattino e sale decisa per quattro chilometri. Alle 08.00 scolliniamo e proseguiamo la lunghissima discesa che ci porterà nel caldo cittadino. Attraversiamo il centro di Bolzano, è caotico e dobbiamo stare attenti alle auto che sfrecciano da tutte le direzioni. Perdiamo tempo per districarci nel traffico, decidiamo di fermarci e mangiare un trancio di pizza e dell’uva prima di proseguire.
Usciti dalla città percorriamo un lungo e movimentato tratto di statale fino a San Michele, dove imbocchiamo la Strada Statale del Passo Mendola. In quell’intricata matassa di vicoli e stradine mi perdo, perdo di vista il mio compagno di viaggio e mi trovo a vagare senza meta nel centro storico di qualche frazione sconosciuta.
Il Garmin è andato in tilt e per un attimo non riesco più a capire quale direzione devo prendere. Seguo il mio istinto e dopo poco ritrovo la traccia e, poco più avanti anche Mino ad aspettarmi. Il mio umore inizia ad alterarsi. Mino si ferma continuamente ad aspettarmi. Mi dà sui nervi e gli dico di non farlo, di andare, che prima o dopo arrivo. Sono stanca oltre ogni immaginazione, mi sto incazzando con me stessa, perché ho paura di fallire. Ho l’impressione di essere inchiodata per terra e che tutti i miei sforzi siano vani. Come se non bastasse il ginocchio destro inizia a farmi male, il dolore diventa sempre più intenso, come una pugnalata in mezzo alla rotula ogni volta che spingo o mi alzo in piedi, cedo sotto quella scarica lancinante e crollo sulla sella, come paralizzata. Mino mi ha presa alla lettera ed è andato per la sua strada. Meglio così. La crisi devo affrontarla da sola e, da sola, devo riuscire a superarla. Sono vulnerabile e non voglio che lui lo veda.
Non ho mai sofferto così tanto come sul Passo Mendola. Venti chilometri di purgatorio. Sono letteralmente morta su quella strada, tornante dopo tornante, ho brancolato nel buio e ho perso la testa, accecata dal dolore, dal caldo, da una stanchezza incredibile. Ho vacillato, rapita dallo sconforto, non vedevo via d’uscita, continuavo a ripetermi che non ce l’avrei mai fatta ad arrivare in tempo.
Sono distrutta. Mi fermo continuamente, sono ingessata. Stringo i denti, il ginocchio brucia da morire, inizio a piangere. Pedalo con i lacrimoni agli occhi, singhiozzando, e inizio a parlare da sola, in una disperata opera di auto convincimento. Mi dico di smetterla, che non è così che si affrontano le difficoltà. Non può finire così. Mesi di preparazione, di attesa e mollo proprio adesso? Ad un passo dalla fine? Non sono disposta a cedere, non sono disposta a perdere. Ci siamo solo io e la mia bici e devo convincermi che se sono arrivata fino a qui ce la posso fare, ce la devo fare, per chi mi segue e per chi ha creduto in me sin dal primo giorno, ma in primo luogo devo farlo per me stessa, per il mio sogno. Sono stati momenti veramente difficili. Non ho mai attraversato una crisi fisica e mentale così intensa, è impressionante come la lucidità mentale possa venir meno quando il tuo corpo urla pietosamente di smetterla di farti del male.
Non so quante ore dopo raggiungo la cima. Mi fermo vicino a Mino, senza parlare, appoggio bruscamente la bici al cartello di valico e scatto la dannatissima foto da inviare a Fabio. Non dico nulla, sono ammutolita dalla rabbia, sono un nervo a fior di pelle. Vorrei spaccare qualcosa. Non passano neanche cinque minuti e gli dico che voglio proseguire. É evidente che non sono molto in me. Mino mi blocca, mi dice di fermarmi e di riprendere fiato qualche istante. Probabilmente in qualche modo vuole rassicurarmi dicendomi che se arriviamo oltre le sessanta ore non succede nulla e sarò comunque una di quelle poche persone che ha completato il brevetto. Mi fa incazzare ancora di più. Io non voglio solamente “arrivare”, voglio chiudere questo dannatissimo brevetto entro il tempo limite stabilito. Sfogo la mia frustrazione su di lui, ma è abbastanza intelligente da capire che non è Barbara a parlare in quel momento, ma è la stanchezza, è la rabbia, la delusione che si insinua a macchia d’olio nei miei pensieri. Incassa il colpo e non dice più nulla. Il mio modo di reagire è incazzarmi e vomitare fuori tutta la mia frustrazione piangendo.
Iniziamo a scendere, è la mezza, fa veramente caldo adesso e non mi rivesto nemmeno. Lo sconforto e il dolore sono tali che non riesco a trovare una posizione che mi permetta di stare in sella senza patire le pene dell’inferno. Mi prende un’altra crisi di pianto, ma tanto Mino non può vedermi. É davanti a me. Mi sfogo in silenzio, con il vento che mi asciuga le lacrime sulla faccia. Libero tutti i mostri che ho dentro fino a Fondo e poi mi tranquillizzo, cerco di riprendere un minimo la mia dignità, ma sono veramente in crisi nera.
Fino a Dimaro la strada si trasforma in un falsopiano che costeggia i meleti e le vigne in mezzo alla valle, è molto trafficata e io continuo ad avere l’interruttore premuto su “off”. Non va, per niente e, se penso che ci aspettano ancora quasi venti chilometri di salita per superare l’ultimo valico, mi sento male.
Dico a Mino che ho bisogno di fermarmi cinque minuti e mangiare qualcosa, prima che mi prenda la crisi di fame. Qualcuno ha legato due incudini ai miei pedali e, per quanto mi sforzi, è tutto inutile. Ci sediamo all’ombra di un benzinaio, convinti che il bar fosse aperto, ma invece è chiuso. Niente caffè e bibite fresche per noi. Pazienza. Ho ancora il panino che mi ero preparata al mattino allo Chalet Planvart di Badia, non ha un gran bell’aspetto, ma è l’unica cosa commestibile che ho con me. Lo divoro in pochi bocconi insieme ad un paio di barrette, bevo avidamente e sono pronta a ripartire. Sono la prova vivente che il detto “sacco vuoto non sta in piedi” è una sacrosanta verità: quel poco che mangio, lo trasformo subito in energia e mi si accende un lieve barlume di speranza.
Salendo al Passo Campo Carlo Magno mi concentro intensamente, cerco di gestirmi al meglio, salgo i primi chilometri un po’ più rinvigorita, ma non c’è una sola parte del corpo che non urli di smetterla, di fermarmi e porre fine a questo flagello. Non avevo mai provato una sensazione simile: ho portato talmente allo stremo ogni parte di me che sento la pelle tirare, come se stesse per strapparsi, sulla schiena e sulla pancia, sulle braccia e le spalle. Sto spingendo con ogni muscolo disponibile e sono sfinita.
Mino cerca di aiutarmi accompagnandomi e spingendomi con una mano sulla schiena. É una cosa che odio, ma lo lascio fare. É tardi e io voglio arrivare, costi quel che costi. Non so se ho più male al ginocchio o al sedere. Se pedalo da seduta, non resisto per lo sfregamento. Se pedalo fuori sella, le mie chiappe ringraziano, ma il ginocchio mi stecca ad ogni distensione. Non ho la pallida idea di come stare sulla bici. Vorrei soltanto scendere e porre fine al mio dolore.
Alle 16.00 passate arriviamo in punta. Il tempo stringe, ma il più è fatto: restano sessanta chilometri quasi interamente di discesa ed è finita, riusciremo sicuramente ad arrivare a Pietramurata per le 19.00. Mi sento sollevata, non ci sono più mostri dolomitici da scalare, ora non devo far altro che lasciar scorrere le ruote sull’asfalto e la bici andrà da sé. Cerchiamo comunque di aumentare il passo per non restare fregati. C’è ancora il controllo di Stenico da passare e ricordo benissimo che sul finire del tracciato, l’altimetria sfoggiava ancora due piccole collinette.
Passiamo un numero indefinito di paesini e frazioni poco conosciute: da Madonna di Campiglio, scendiamo a Sant’Antonio di Cavignola, Carisolo, Pinzolo, Spiazzo e via dicendo costeggiando il fiume Sarca. Scivoliamo via veloci sulla strada, non c’è tempo da perdere, ma noi riusciamo comunque a perderci. Non so dove abbiamo sbagliato, ma a Tione di Trento ci incasiniamo con la traccia e finiamo per girare su noi stessi. Dannazione, non ci voleva. Ogni minuto è prezioso e qualsiasi intoppo può voler dire arrivare oltre il tempo limite.
Ritroviamo la traccia e la strada per Stenico, seguiamo per Peore e poi Rigoli, percorrendo una panoramica incastonata nella montagna che lascerebbe chiunque senza fiato, ma noi no. Noi abbiamo una clessidra gigante davanti agli occhi e la sabbia scorre veloce da un’estremità all’altra. Ancora qualche sali-scendi per spaccare definitivamente gambe e morale e, finalmente, alle 18.15 arriviamo allo Snack Bar del controllo. Una foto e via, in una corsa contro il tempo per gli ultimi quindici interminabili chilometri.
Raccolgo ogni energia rimasta e cerco di star dietro a Mino per quanto possibile. Ci riesco. La strada scende dolcemente e riusciamo a tenere i 35 orari. Dovremmo passare per la ciclabile, ma ci farebbe perdere troppo tempo. Proseguiamo per la statale e le sue gallerie. Quindici chilometri in quarantacinque minuti, si può fare, ma non deve succedere niente e non dobbiamo perdere il passo. Non riesco a credere ai miei occhi quando finalmente leggo l’indicazione per Sarche e poi passiamo davanti al cartello che annuncia Pietramurata a caratteri cubitali. Mancano due chilometri ed è finita.
Tornare al Vertical Sport alle 18.50, quasi sessanta ore dopo, è un’emozione indescrivibile. Piazziamo le bici, scattiamo la foto, la inviamo ad Albertoni; neanche il tempo di premere “invio” che mi telefona per congratularsi con noi. Non so bene che cosa dire, sono senza parole, sono senza forze, non so bene cosa stia succedendo, ma ce l’abbiamo fatta. Esce un tizio dal negozio, penso il proprietario, e ci chiede: “Ma avete appena concluso la Super Randonnée?!”. Ebbene sì, l’abbiamo appena terminata e non senza penare. Si complimenta con noi, abbracci e strette di mano. Siamo stravolti, ma la gioia è incontenibile, come un gol in zona cesarini che vale la Coppa del Mondo.
Finalmente lascio dissipare tutta la tensione e mi abbandono in quella sostanza. Io e Mino ci guardiamo, gli getto le braccia intorno al collo e gli sussurro all’orecchio:”Non posso credere che ce l’abbiamo fatta!”. Restiamo abbracciati così per qualche istante. Chiudo gli occhi e mi assaporo il momento. Non saprei raccontare i pensieri al termine di un’esperienza simile: 600 chilometri, 13.000 metri di dislivello, 16 passi montani, 60 ore in sella. Un viaggio, un unico obiettivo: realizzare l’irrealizzabile ed ottenere l’omologazione di una randonnée “extreme” veramente incredibile. Le emozioni si mescolano e si confondono, sono frastornata, sono distrutta di felicità e sbriciolata dalla fatica. É il momento di festeggiare, ci sediamo al bar e brindiamo a noi, alla nostra impresa.
Qui termina la nostra avventura, la strada è fatta, cala il sipario, chiudo gli occhi ma sono sempre lì. Non è un sogno, è tutto vero. Respiro a pieni polmoni questo senso di “grandezza” e la sensazione di poter superare qualsiasi cosa. Ho immaginato quel momento per mesi, ogni volta in modo diverso e la realtà ha scolpito un ricordo che rimarrà per sempre nella mia mente, come un dagherrotipo prezioso.
Un ciclista e una ciclista, partiti insieme, ma mai ritornati. Chi parte per un viaggio, non torna mai veramente. Abbiamo lasciato un pezzo di cuore, un pezzo di vita, un trilione di energie, abbiamo raccolto un milione di immagini, collezionato una vasta gamma di emozioni e inciso un lungo repertorio di sensazioni antitetiche. Non siamo più quell’uomo e quella donna. Siamo molto di più. Siamo le montagne intorno a noi, il freddo pungente, il sole accecante, siamo la pioggia di notte, i dolori alle gambe, i pianti isterici, gli occhi stanchi. Siamo il verde dei prati e il cielo pieno di stelle, le case di legno e i fiori colorati, siamo il bagliore della luna, la strada che sale e dopo scende. Siamo un racconto in media res con un narratore onnisciente e, tutto questo ci resterà dentro, racchiuso negli occhi di uno e dell’altra e, soltanto guardandoci, rivivremo quel film che racconta il nostro viaggio, una storia che parla di noi.
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QUANDO TUTTO EBBE INIZIO….
Siete stati in molti a domandarmi in che modo mi sia affacciata al mondo delle randonnée, curiosi di sapere come una ragazza di 28 anni si svegli una mattina e, di punto in bianco, decida di darsi alle lunghe distanze. Così su due piedi non è mai stato semplice rispondervi, tanto è stato bizzarro il mio percorso sulle due ruote.
Proprio per questo, ho pensato di riordinare le idee e raccontare anche questa parte delle mie avventure, in fin dei conti la storia più strana ed entusiasmante, il seme da cui è nata una piccola pianticella, che piano piano è cresciuta, ha messo su nuovi rami, fronde solide e robuste, colorandosi di fiori di mille sfumature, profumi intensi ed indimenticabili, che adesso, dopo mesi, stan dando i suoi primi frutti, e hanno un sapore così buono….!!!
Scorro le foto sul telefono e la mia attenzione si sofferma su di un’istantanea che mi ritrae vestita da bici, ma in modo insolito. Reminiscenze. E’ stata scattata il 28 agosto 2017.
Era la prima volta che imbracciavo una bici, una vecchia mountain bike, l'Olimpia che Christian aveva usato da ragazzino quando gareggiava nei campionati di XC. La sua prima bici da gara. Aveva all'incirca quindici anni quando correva per il team Vaira, l'Equipe ‘96, il che la dice lunga su quanto potesse essere vecchia quella MTB, considerando che ora ne ha più del doppio. Ciclista improvvisata, indosso il suo vecchio casco e una delle sue tutine, rispolverandoli dopo esser stati tanti anni chiusi in un armadio, quasi dimenticati. Pedali flat e normali scarpe da ginnastica, terrorizzata solo all'idea di risultare letteralmente agganciata a quell'aggeggio a due ruote.
È iniziato tutto così. Andavo a lavoro in bici, perché mi piaceva, mi faceva risparmiare e volevo tornare in forma e dimagrire, oltre al fatto che avevo trovato un modo per scaricare lo stress di tutti i giorni in modo sano e gratuito.
Dovete sapere che, prima di adagiarmi sugli allori, ero una calciatrice dilettante. Ho giocato a calcio a livello agonistico per dodici anni, uno sport che mi teneva impegnata dai tre ai quattro giorni a settimana, tra allenamenti e partite, quindi non sono mai stata un “gatto sa salotto”.
Lo sport è sempre stato alla base della mia vita. Sci, nuoto, tennis, le lunghe camminate in montagna. La vita sedentaria non mi apparteneva e, sinceramente, non so cosa sia successo in quei tre anni che ho smesso di fare qualunque cosa. Ero talmente assorbita dal nuovo lavoro e dalla vita di coppia che lo sport è passato in secondo piano, completamente dimenticato.
E’ stata dura riprendere a far funzionare di nuovo i muscoli del corpo. Non vi dico i dolori.
I primi mesi usavo un po’ la vecchia Olimpia e a volte la Bianchi. Il cambio di entrambe aveva seri problemi e diventavo matta tra rumori, ticchettii e cambi repentini senza preavviso. Ho capito che ci voleva una bici un po’ più al passo con i tempi e ho acquistato la mia Cube, di seconda mano, è stato amore a prima vista. Ero convinta che la strada fosse troppo noiosa per una come me e ho provato a lanciarmi giù dai trail nei boschi intorno a casa. Dopo svariati ruzzoloni e aver collezionato lividi pittoreschi in ogni parte del corpo, ho capito che non faceva per me e ripiegavo su strade sterrate e non, che richiedevano decisamente meno incoscienza e spavalderia.
Lo step successivo è stato passare dai pedali flat agli SPD a sgancio rapido. Ho acquistato i miei primi scarponcini da mountain bike e ho provato l’ebrezza di sentire la propria bici come una naturale continuazione del proprio corpo.
Nonostante l’inesperienza il passaggio non è stato così traumatico, me la sono cavata solamente con un paio di cadute sbadate, dimenticandomi di essere incollata alla bici.
Noto immediatamente la differenza e cerco di adattarmi ad un tipo di pedalata decisamente diverso. Lo “spingi e tira” non viene proprio così naturale all’inizio, ci sto lavorando ancora adesso.
Un amico mi lancia la sfida e il 18 febbraio 2018 partecipo ad una randonnée ARI offroad di 100 km, la Giora Freida a Cavour, organizzata dal team Monviso Bike. Un freddo pazzesco, nebbia, fango e un dolore al sedere oltre ogni immaginazione. Non avevo mai superato i sessanta chilometri consecutivi e farne cento in mountain bike, per me, era qualcosa di mostruoso. Tuttavia il mio pensiero è stato "Mah si, è tutta pianura. In qualche modo li faccio". Li ho fatti, eccome, in poco meno di sette ore. Mi è piaciuto talmente tanto che volevo rifarlo al più presto. Comincio ad informarmi, vado sul sito dell'ARI e scopro, con rammarico, che le rando offroad sono veramente poche e decisamente troppo impegnative. Soprattutto non vi è una mezza misura. Si passa da robette da ottanta chilometri a mostri alpini da cinquecento, settecento e più. No, non scherziamo. Come posso percorrere distanze simili? Impossibile. Niente da fare, le randonnée sono per stradisti e io non so nemmeno come si tenga un manubrio da bici da corsa tra le mani. Ho sempre pensato fosse roba per fighette e, io, credevo di voler aggredire rocce e sabbia, e non scivolare elegantemente sull'asfalto.
Un tarlo inizia a rodermi dall'interno. Mi piacerebbe fare altre randonnée. Christian ha una bici da corsa, tanto vecchia e rudimentale quanto la mountain. Posso partire da quella. In preda ad incoscienza dovuta per lo più all'ignoranza decido di iscrivermi alla randonnée di Cigliano, duecento chilometri, su strada, nel Monferrato, che si terrà l'11 Marzo.
Ma prima devo prendere un po' di familiarità con il mezzo, studio un giro di centocinquanta chilometri ed esco, in pieno inverno, aveva appena nevicato, un freddo oltre ogni dire, con una bici inadatta a me e che appena sapevo controllare.
La postura totalmente diversa, così come i rapporti e il modo di pedalare, una sella che non è la mia e i freni messi in un posto angusto ai miei occhi. Impacciata ed insicura, arrivo a Bricherasio, nemmeno dopo 40 chilometri, e mi accorgo di avere la gomma posteriore a terra. Non avevo mai cambiato una camera d'aria, Christian me l'aveva fatto vedere il giorno prima ed ero fresca di "scuola". Non ci va una scienza o uno studio apposito, ma non l'avevo mai fatto. Ci riesco, ma niente. Chiamo il KO tecnico e la mia ammiraglia corre a recuperarmi. Anche la camera di scorta era forata, la mia corsa finisce lì. Ero congelata, ci ho "smadonnato" una buona mezzora e le dita erano di ghiaccio, sporche di grasso e sanguinolente.
Un'immagine da Apocalipse Now che ancora adesso scoppio a ridere quando ci penso! Avevo strisciate di grasso anche in faccia, sembravo un guerriero maori pronto ad iniziare la danza rituale prima dell’incontro.
Il primo tentativo è fallito miseramente, non mi resta che esordire direttamente alla rando di Cigliano e, non dovessi farcela, in qualche modo ritorno al punto di partenza e pace. Vado da Cyclo ad Avigliana, il mio negozio di fiducia. Gli porto la bici e gli chiedo di rimetterla in condizioni accettabili per quello che voglio tentare di fare. Andrea mi guarda strabuzzando gli occhi come se fossi in preda ad un delirio. Mi dice, in sostanza, che quello che voglio fare è da disgraziati incoscienti, ma ci prova in tutti i modi a rendere la bici più in linea con le mie caratteristiche fisiche.
Purtroppo i miracoli non sono ancora possibili e, ai suoi occhi, quella bici è un ferro vecchio che andrebbe solamente portato in discarica.
Modifica l'avanzamento della sella, me ne dà una nuova e regola l'altezza del manubrio, perché la postura sia più comoda, da "endurance". Ci salutiamo e mi dice di tenerlo informato e farmi sapere come va.
Piove. Per tutta la settimana. Senza sosta. Non accenna a diminuire e domenica si avvicina inesorabilmente. Non ho avuto modo di provare il nuovo assetto e la cosa un po' mi preoccupa, specie per quanto riguarda la sella.
Forse la divina provvidenza, forse il caso, forse qualcuno lassù con più buon senso di me, fa rinviare tutto a data da destinarsi. Nervoso. Ci tenevo proprio tanto! Ma la sfida è solo rinviata. (La randonnée di Cigliano verrà spostata al 29 Aprile, ma non vi parteciperò, perché in quel giorno affronterò la mia seconda 400 a Corsico) Siccome avevo preso ferie il lunedì decido di ritentare il giro di 150 km fallito la settimana precedente. Ho la testa dura e se mi fisso su una cosa, non c'è verso, devo farla a tutti i costi. Finalmente la giornata è bella e non fa esageratamente freddo. Pedalo, pedalo, pedalo, perlopiù in pianura e falsopiano, niente di impegnativo, mi basta già il chilometraggio ed una bici che nemmeno conosco.
Arrivo quasi alla fine che il mio sedere non ne può più e mi fa male il ginocchio sinistro, un dolore pungente all'altezza della rotula, ma riesco a tornare a casa, tronfia di quella piccola esperienza, quasi "un'impresa" se penso che era la prima vera volta che mettevo le chiappe su una bici da corsa.
In settimana torno da Cyclo e racconto ad Andrea come sono andate le cose, dei dolori riscontrati in primo luogo. E’ sollevato sapendo che alla fine la randonnée non l’ho fatta, almeno abbiamo più tempo per capire di cosa ho bisogno. Di uno psichiatra, ma uno bravo, probabilmente. Sicuramente di un’altra bici.
Gli spiego che il 25 di Marzo c’è n’è una a Riva di Chieri e ho intenzione di andarci, quindi, deve aiutarmi ad arrivare discretamente pronta per quell’evento. Abbiamo due settimane.
La sua espressione è tutto un programma: tra lo sbigottito e l’esterrefatto inizia a pensare a come potrebbe venirmi incontro. Finisce che mi manda a casa con una Ridley di seconda mano che aveva in vendita lì in negozio e si tiene il ferro vecchio. Dopo avermela regolata e avermi messo un minimo in asse sulla bici, mi dice di provarla e vedere come mi trovo. Sia mai che i dolori siano dovuti semplicemente al fatto che la vecchia bici non va assolutamente bene per le mie lunghezze. Mi permette di tenerla fino al 25 di Marzo e di provarla direttamente a Chieri.
Ho una bici usata dal valore di quasi 3000 euro sotto il sedere, non è mia, sono ancora impedita, probabilmente non ho la più pallida idea in che cosa mi sto imbarcando, sono sola e devo arrangiarmi dovesse capitarmi qualsiasi cosa. Tutto ciò mi mette ansia, ma mi gasa un casino.
Nei giorni prima della randonnée di Chieri non ho avuto modo più di tanto per provare la bici, un po’ per gli orari a lavoro, un po’ per il maltempo e le giornate fredde in cui il sole si assopisce presto. Insomma, ci avrò fatto si e no una trentina di chilometri e per di più sotto il diluvio universale. Ho preso tanta di quell’acqua che ho pensato di essere pronta a tutto, dopo quell’esperienza.
Il 25 Marzo arriva in fretta e mi preparo al debutto. Non ero attrezzata più di tanto. Non avevo borselli da attaccare alla bici o abbigliamento antipioggia di tutto rispetto, ma per fortuna le previsioni erano ottimiste. Era previsto un caldo fuori stagione e, infatti, così è stato. Mi butto a capofitto nella mia prima randonnée su strada, faccio partire la traccia sul Garmin e inizio a pedalare, da sola. Vago nel Monferrato per quasi tutto il tempo, scambio due parole ai controlli, la gente è attirata dal fatto di vedermi viaggiare da sola e probabilmente con l’aria di una che non sa bene che cosa stia facendo.
Ricordo di aver faticato e non poco. Il Monferrato regala una buona dose di “saliscendi” che farebbero trovare abbastanza lungo anche il ciclista più allenato e infatti, solamente al termine di quella giornata scoprirò di aver scelto una rando piuttosto impegnativa sotto il profilo altimetrico, per essere la prima volta.
Ma che ne sapevo io allora di pendenze e altimetrie? A me interessava unicamente pedalare, superare i cento, poi i duecento, andare aldilà delle mie possibilità. Mai avrei pensato di spingermi oltre quest’anno, ma ormai siete ben consci del mio poco feeling con la razionalità ed il buon senso.
Al controllo di Casalborgone avviene l’incontro che forse ha maggiormente mitigato il mio modo di vivere questa maniera di fare ciclismo. Un folto gruppo di ciclisti dell’U.S. Nervianese stava aspettando due dei loro che erano rimasti indietro per via di una foratura. Saranno stati una ventina se non di più. Ricordo di essere arrivata a quel ristoro mezza sfiancata dall’esperienza e, vedendomi lì, trafelata e sola, han cominciato a tempestarmi di domande. Niente, alla fine mi son ritrovata a pedalare in mezzo a loro gli ultimi venticinque chilometri, letteralmente trascinata da quello sciame impazzito di ciclisti con le loro tutine bianche e nere.
E’ stato forse lì che mi sono innamorata di questo mondo. Mi hanno “tratta in salvo” quando ero troppo stanca, quasi distrutta e mi hanno regalato i venticinque chilometri più belli fino a quel momento. All’epoca non potevo immaginare quanti altri chilometri così avrei passato grazie a loro. Ridendo, scherzando e chiacchierando siamo arrivati tutti insieme. Sono rimasta affascinata da quel gruppo, così unito, coeso, allegro. Ancor di più sono rimasta colpita dal clima che si respirava, tutti amici, tutti pronti ad aiutarsi, ad aspettarsi, persino a coinvolgere una ragazzetta sconosciuta e alle prime armi, sia mai che viaggiasse ancora da sola. E’ stata un’emozione semplice, ma fortissima.
Non sapendo come poter dire loro ancora grazie, ricordo di aver scritto qualche riga sulla loro pagina facebook, sperando di far cosa gradita e che giungesse a destinazione, a chi c’era quel giorno, a chi avevo incontrato sulla mia strada. Volevo proprio farlo, ne sentivo il bisogno, perché nella semplicità di quel gesto io ci ho visto molto di più, ho visto che non mi sarei allontanata da quel mondo, dalle randonnée e dalla loro simpatia.
Quella stessa settimana, tornai in negozio, raccontai che era andato tutto benissimo, che non avevo avuto dolori al ginocchio, solo dolori di chiappe, ma quelli erano fisiologici.
Non ero ancora abituata a stare tutte quelle ore in sella e nemmeno avevo pantaloncini idonei ad affrontare lunghe distanze.
Andrea si è messo sotto, iniziando a pensare intensamente a tirarmi fuori dal cilindro una bici assemblata su misura per me e per le mie intenzioni. Resta pensieroso per un po’ e poi sparisce in magazzino, mi dice di aspettarlo lì.
Ritorna con un telaio ancora imballato, giallo, Wilier Triestina, un brand per cui avevo manifestato un grande interesse. E’ bellissimo. E’ amore. Immediato. Dev’essere mio.
Mi dice che si può partire da lì, che va bene per le mie misure ed ha geometrie adatte a quel che voglio fare.
Insomma, nel giro di una settimana mi tira fuori una bici da zero, la MIA bici.
In fondo, giusto per non mettergli fretta, gli avevo detto che l’8 di aprile ci sarebbe stata la rando di Vigone e io, ovviamente, avevo intenzione di andarci. Il tempo stringeva, ma lui contava di mettermela a punto prima di Pasqua e così è stato.
La mia bella Wilier gialla l’ho provata proprio il giorno di Pasqua. E da lì non ho più smesso di avere una voglia matta di pedalare.
E, a Vigone, il mio “coyote giallo” mi ha confermato che era la bici per me, la mia anima gemella su due ruote, la mia prima bici da corsa.
Sono stata adottata da un gruppo di Nervianesi, raccolta per strada proprio come una randagia. Da quel giorno è nata una bella, platonica, intensa storia d’amore. E’ capitato in poche occasioni che non ci fosse nessuno di loro in alcune delle randonnée a cui ho partecipato. E’ stato strano non trovare uno sguardo amico tra l’esercito Nervianese, ed ho avuto come la sensazione che quella rando non sarebbe stata uguale senza qualcuno di loro, a scacchi bianchi e neri.
Mi son sentita parte, indirettamente, di un gruppo di cui non faccio parte, di cui non indosso i colori, ma per cui ho tanta stima e ammirazione e con cui ho condiviso tanti chilometri e tanti bei momenti, raccogliendo consigli preziosi e ricevendo moltissima considerazione. Non li ringrazierò mai abbastanza per questo.
Quando tutto ebbe inizio…..non avrei mai immaginato di potermi spingere al punto di girare mezza Italia e percorrere più di settemila chilometri in meno di quattro mesi.
Oggi è il 5 Agosto 2018. Non è passato nemmeno un anno da quando ho preso tra le mani una bici, sono passati pochi mesi da quando vivo la strada sulla mia bici da corsa.
Ho visto posti bellissimi e ho incontrato persone interessanti. Come sono cambiate le cose in così poco tempo! C’è chi dice che ho fatto qualcosa di grandioso, fuori dal comune, ma io penso di aver fatto semplicemente qualcosa che avevo veramente voglia di fare.
Volere è potere e io l’ho fatto. E mi piace pensare che sia solo l’inizio.
Mi sono ammalata di una patologia bellissima, sarà quel movimento circolare quasi ipnotico, sarà il vento tra i capelli, saranno le ruote lisce che scivolano veloci sull’asfalto, saranno le nottate senza dormire, le crisi di fame, il freddo gelido scendendo da una montagna all’alba, sarà la pioggia battente e ininterrotta, saran le cadute, saran le risate, gli abbracci, le parole, l’unione che fa la forza, saranno i paesaggi.
Saranno tante cose, troppe che non si possono spiegare.
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Randonnée “LA SUSA - SUSA”
Domenica 29 luglio 2018
Estate. C’è aria di vacanza, di riposo e le randonnée van scemando lentamente. La Susa-Susa non fa parte del calendario ARI e, infatti, pare più una scampagnata domenicale a pagamento che una vera e propria randonnée. Chissenefrega, l’importante è che il giro sia interessante, paesaggisticamente stimolante e faticoso da far venire male alle gambe. Praticamente tutti i miei amici randonneurs l’hanno già fatta e vissuta, chi più e più volte.
Come al solito l’unica che ancora deve muovere i primi passi su questo percorso, sono io. Del resto per me è sempre tutto nuovo, ogni esperienza sa di fresco, sa di buono, sa di scoperta. Nessuno dei miei soliti compagni di viaggio si è iscritto, ormai assuefatti dalla consuetudine, ma a me poco importa, ci sarei andata comunque. Come sempre.
E’ una buona scusa per coinvolgere chi con le randonnée non c’entra nulla e, questa volta, sarà Matteo il mio compagno di viaggio, mio compaesano ciclista da ben più tempo di me (del resto ci vuole anche poco!!!), quest’anno si è dato alle gare di ciclocross, ma vive la bici a 360 gradi. Voleva provare l’esperienza delle randonnée e, considerato il percorso accattivante su montagne familiari, si è buttato in questa piccola avventura insieme a me, ed io son stata felice di guidarlo in una concezione di ciclismo ben distante da quella a cui è abituato.
E allora partiamo…che il viaggio abbia inizio!
SUSA - MONCENISIO: Novalesa “spacca gambe”
Sveglia alle 04.30 del mattino. Colazione. Mi preparo ed esco in strada, bici alla mano. Matteo mi aspetta alla colletta. Il clima è fresco, ma è già molto umido. Carichiamo la mia bici e ci dirigiamo verso Susa, il ritrovo è a Gravere, per l’esattezza a Colfacero, una piccola frazione in mezzo ai boschi. Mi pone moltissime domande, tanto sul funzionamento di questo tipo di eventi tanto sui miei viaggi, le mie esperienze passate, le mie abitudini in bici sulle lunghe distanze e sul come affrontare notti intere sui pedali. E’ bello percepire tanto interesse per qualcosa che ami, neanche fossi un guru di queste cose, in realtà non sono che una modesta novellina del settore.
Chiacchierando arriviamo al B&B Masseria Ca’ Mia, dove formalizziamo l’iscrizione e sistemiamo le ultime cose prima di partire. Alle 07.15 ci mettiamo in strada e ci muoviamo verso Venaus, dove troviamo ancora dormienti i “resti” dei manifestanti NO TAV della sera prima, ci dev’essere stato veramente tanto movimento. Non siamo molti partecipanti, perlopiù facce a me sconosciute, ma non manca mai un solido gruppetto del Team Roadman Azimut.
La traccia passa da Novalesa e, nonostante abbia percorso quelle strade solo un paio di settimane fa, sono contenta di rifarle; questa volta non è più notte e posso godermi le sue rampe crude e aggressive alla luce del giorno. Salendo, con la coda dell’occhio, noto che ci sono altri due ciclisti dietro di noi, ma dò poco peso alla cosa. Dopo un po’ uno di loro dice “Ah, ma allora c’è qualcuno che va a ritmi da randonnée…!”. Certo, i ritmi nervosi e l’ansia da prestazione la lasciamo ai granfondisti, qui si viaggia, si osserva, si ascolta, si chiacchiera e ci si rilassa. Corro tutti i giorni tutta la settimana, almeno la domenica voglio stare “off”.
Scambio di battute. “Ma tu sei Barbara?”. Cavolo, mi coglie in contropiede. Nemmeno fossi una celebrità, molti sanno chi sono, ma io non so chi siano loro. “Sì, sono io…ma tu come lo sai?” Scopro che è un amico di Fabio di cui, in effetti, avevo sentito parlare. Ricostruisco i miei pensieri e realizzo finalmente l’identità della persona che ho di fronte. “Piacere, Roberto. Posso unirmi a voi?”. E fu così che da coppia di viaggiatori, diventammo un trio. Il bello delle randonnée. Racconti e storie. Scopro che abbiamo fatto insieme la 400 di Saluzzo, ma io non mi ricordo proprio di lui. Mi racconta della Sicilia No Stop, di Noale, che doveva venirci con Fabio, ma poi è saltato tutto. Io gli parlo del mio giugno di fuoco, le tre 600 in un mese, l’Emilia, Verona, Roma. Parliamo la stessa lingua ed è bello condividere storie di imprese e viaggi emozionali. Tutto molto interessante, ma poi decidiamo che è ora di smettere di parlare. La strada sale e il fiato serve.
Novalesa me la ricordavo dura, ma alla luce del giorno tira pugni nello stomaco che fanno ben più male delle carezze cieche della notte. Nel giro di tre ore arriviamo al Moncenisio. La giornata è splendida, nel cielo neanche una nuvola, i colori sono vividi e brillano alla luce del sole. Fa caldo, il traffico è già intenso, ma noi abbiamo proprio voglia di goderci con tutta calma lo scenario da cartolina: il lago verde cattura i nostri sguardi, i fiori viola, il cielo azzurrissimo, le montagne silenti che fan da contorno e da protagoniste assolute di tanta meraviglia. Qualche foto tutti insieme e poi ci fermiamo al bar dietro al monumento piramidale, un buon caffè, un croissant, acqua fresca e siamo pronti per scendere a Lanslebourg.
LANSLEBOURG – COL DU TELEGRAPHE – COL DU GALIBIER: l’odio per il numero “34”
La discesa dal Moncenisio è lunga una decina di chilometri, scorrevole e veloce. Arrivati a Lanslebourg rivedo il bivio che due settimane prima mi ha portata all'Iseran, ripenso a quella fatica e a quanto sia stato emozionante arrivare in cima. Questa volta anziché girare a destra, giro a sinistra. Il tratto che ci attende è molto lungo e piatto, quasi tutto in leggera discesa. Cinquanta chilometri ci separano da Saint Michel de Maurienne, da dove inizierà la vera sfida della giornata.
Passiamo Termignon, Sollierès e proseguiamo verso Bramans. La strada è ampia e costeggia il fiume L'Arc, lo seguiamo veloci e teniamo i 38 chilometri orari di media senza faticare. E' un vallone fluviale molto bello e rilassante, siamo così piccolini in mezzo alle sponde verde pino delle montagne. In alcuni tratti è in ombra e si sta al fresco, in altri il sole batte in testa come un martello pneumatico. La mia attenzione è attirata da un forte bellissimo incastonato su di un promontorio, il forte di Marie-Thérèse, verrebbe voglia di svoltare e fermarsi a visitarlo, ma non oggi. Oggi l'obiettivo è un altro.
Attraversiamo Modane e capisco che ormai manca poco, infatti non ci restano che una quindicina di chilometri di riposo prima della salita tanto attesa e anche un po' temuta. Superato il centro di Saint Michel troviamo il controllo-ristoro, ne approfittiamo per rifocillarci un po', ma fa veramente caldo. Come avevo immaginato ci ritroviamo a pedalare la parte più impegnativa durante le ore più calde e atroci della giornata, quello che io, personalmente, cerco sempre di evitare nelle mie uscite in solitaria.
Il cartello che mi si para davanti fornisce essenzialmente due indicazioni: Col du Télégraphe, 12 km e Col du Galibier 34 km. Accidenti, trentaquattro chilometri di salita?! Dio mio, quanto può far male un numero. Decido di focalizzarmi sul numero dodici, che per iniziare è decisamente più rincuorante. Quando hai di fronte a te così tanta strada devi concentrarti su tappe immaginarie intermedie, altrimenti rischi di andare fuori di testa.
La salita al Col du Télégraphe è costante e piacevole, in mezzo alle pinete saliamo ininterrottamente intorno al 6-8 %. Dodici chilometri non sono pochi e richiedono tempo, raggiungiamo il primo colle intorno alle 14.00, ci impieghiamo un'ora abbondante. C'è molto movimento, il bar è colmo di gente e c'è la fila per fare una foto sotto allo sciatore di paglia gigante, ci dissetiamo e rinfreschiamo alla fontanella e ripartiamo. Sappiamo tutti e tre che quello era solo un primo assaggio di ciò che ci attende: diciotto chilometri ci separano dal Galibier, di cui buona parte con pendenze interessanti, dal 9% in su.
Prima di risalire abbiamo un breve tratto di discesa fino a Valloire, piccolo centro cittadino dalle caratteristiche abitazioni montane. Adoro i paesini di montagna, sono curati, sono valorizzati, ordinati e puliti, colorati dai fiori e dalle piante di lavanda. Si percepisce il rispetto, per il prossimo, per la natura, per i visitatori, per chi mostra a sua volta altrettanto rispetto. E' bello, è affascinante, è puro. Ogni rotatoria è abbellita da statue di legno meravigliose, prima di una mucca, poi di un'alce, poi di uno stambecco. Poco prima di uscire dall'ultima piccola frazione di Valloire, sulla sinistra troviamo un'esposizione di statue di paglia raffiguranti i soggetti più disparati: strumenti musicali, titani, coppie di innamorati, volti di profilo. Sono allegre, sono goliardiche, sono opere d'arte. La gente è lì per ammirarle, originali ed uniche nel loro genere.
Abbiamo percorso 105 chilometri e la strada ricomincia a salire, prima qualche ampio tornante, poi si trasforma e diventa lineare, con qualche morbida curva. Qui le montagne sono sabbiose, le pietraie sradicano la vegetazione e non lasciano posto ad altro che a cascate di ghiaia, che svaniscono nel fiume. Non riesco a distogliere lo sguardo dalle cime imponenti intorno a me, ogni volta ne resto ipnotizzata. Salgo piano, ma mi godo ogni centimetro. Facciamo una piccola sosta in un bar prima degli ultimi otto chilometri, vediamo che la strada si inerpica aggressiva e, forse, è meglio raccogliere un po' di energie.
L'ascesa è fantastica, faticosa, sfiancante, sfibrante, pesante e ubriacante, ma l'ho amata interamente, fin dalla prima curva, dalla prima rampa, dal primo drittone infinito. E' tutto troppo bello intorno a me, tanto che ho come l'impressione che la fatica fatta per esser giunti fino a lì sia una moneta di scambio più che ragionevole. Le cose belle vanno conquistate con tanti sforzi, sacrifici e sudore e la soddisfazione finale sarà direttamente proporzionale alle forze impiegate per raggiungere l'obiettivo. Il panorama è favoloso e io ho fame di paesaggi fantastici, mi guardo attorno con bramosia, voglio raccogliere ogni dettaglio, ogni sfumatura.
Gli ultimi tornanti sono secchi e mi bruciano i muscoli, le gambe, la schiena, le braccia. Mi alzo in piedi, voglio arrivare, inizio a tirare più forte. L’ultimo chilometro sopra la galleria è veramente “cattivo”, ma ormai ci siamo, il colle lo vedo là, straripante di gente.
Svalico. Respiro. Mi fermo. Guardo dietro di me, studio la strada che ho fatto, ogni curva, tornante dopo tornante. Siamo partiti da un punto lontanissimo e siamo arrivati fino lì. Da piccoli siamo diventati grandi e, adesso, catturiamo l’orizzonte con un solo sguardo. E’ difficile dire come ti senti quando arrivi così in alto, quando hai la sensazione di poter fare qualunque cosa, ti dimentichi persino di essere stanco, di aver male alle gambe, di sentir bruciare la pelle. Brucia tutto, ma è più un fuoco dentro l’anima, ti infiamma e ti scalda, ti pervade d’euforia. Il senso di onnipotenza che ti regala una scalata in montagna è qualcosa di unico, di inimitabile e non è mai uguale, è sempre diverso, ma ogni volta è indescrivibile.
E’ quello il mio posto, la mia casa, la mia essenza. Sono selvatica, indomabile, amo la solitudine, le cose semplici, sono imprevedibile e mutevole. La montagna è il mio ritratto silenzioso e voglio attingere da quella millenaria saggezza, in silenzio, ne ascolto i racconti senza parole, come un film muto di un’epoca diversa, dove ancora si riuscivano a cogliere significati intrinseci e valori tra le righe. Vorrei restare lì ancora un po’, scendere al tramonto e vedere le valli assopirsi e precipitare lentamente nell’ombra; ma siamo attesi a Briançon dai rispettivi fidanzati, sono le 17.20, è tardi, ci stanno aspettando già da un po’ e tutto sommato mancano ancora ottanta chilometri per rientrare a Susa. Dobbiamo scendere, ma è come risvegliarsi da un sogno bellissimo, vorremmo riaddormentarci e sognare ancora un po’.
Scendiamo veloci, quaranta chilometri ci separano dal resto della truppa. Passiamo il Col du Lautaret e ci buttiamo a capofitto in quella che pare una discesa senza fine. A Roberto cade la catena, dobbiamo fermarci per capire cosa sia successo; si è annodata in modo anomalo alla pedivella, ma per fortuna niente di grave, con un po’ di calma la risistemiamo. Nel giro di un’ora arriviamo in città e troviamo Christian e Sabrina ad aspettarci seduti su di una panchina. Mangiamo qualcosa prima di affrontare la colletta di Monginevro e ripartiamo tutti e cinque insieme. Hanno lasciato la macchina ad Oulx, pedaliamo insieme fino a lì e poi loro ci raggiungeranno all’arrivo in auto.
Quegli ultimi chilometri di salita sono quasi un calvario per me, il sole mi ha cotta a puntino e, a quanto pare, anche le mie gambe non hanno più voglia di spingere. L’avevo trovata noiosa già due settimane prima, oggi lo è ancora di più. Da Monginevro comincia un’altra discesa lunghissima e mi rilasso, lascio andare la bici, lascio fare a lei, la correggo solo quando necessario. E’ bello, è liberatorio, è fantastico.
Gli altri si fermano ad Oulx e caricano le bici in macchina, io, Matteo e Roberto proseguiamo per Gravere, passando da Salbertrand, dove ci attende ancora un piccolo strappo di cinquecento metri, nulla di che, ma speravo di non dover più scalare su rapporti agili. Costeggiamo la Dora Riparia e ci gustiamo il forte di Exilles, arrivati a Chiomonte deviamo per Gravere ed è fatta. L’arrivo è un po’ bastardo, c’è ancora un chilometro di salita a pendenze snervanti dopo una giornata così, ma poco importa, la sfida è vinta ancora una volta.
Terminiamo il percorso che sono le 21.15, ci abbiamo impiegato esattamente quattordici ore, considerando due ore di pausa tra una sosta e l’altra. Non mi sono portata la frontale e ho capito che è stata un’imprudenza: ancora una mezzora e mi sarei ritrovata al buio. L’esperienza insegna, non partirò più senza luci. Non credevo ci avremmo messo tutto questo tempo, ma del resto ce la siamo goduta fino in fondo ed è così che si vivono le randonnée.
Ci sediamo a tavola e ci mangiamo un bel piatto di pasta tutti insieme. Ridiamo, scherziamo, pare di essere in famiglia. Lì in mezzo al bosco valsusino, si chiude un’altra avventura, un altro obiettivo raggiunto. Io e Matteo ci riprendiamo i rispettivi fidanzati, saluto Roberto, certa di ritrovarlo in qualche altra rando in futuro. Mi siedo in macchina, non vedo l’ora di arrivare a casa e farmi una doccia, bere qualcosa di caldo, coricarmi nel letto, chiudere gli occhi e sognare ancora un po’ quei monti e quei paesaggi, quelle valli e quei fiumi, tutta quella vita intorno a me.
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LA “PINEROLO-PINEROLO”: Colle dell’Agnello, Col d’Izoard, Montgenèvre, Colle del Sestriere
“Giri sensa cugnisiun” - Episodio 2
Sabato 21 luglio 2018.
Sera. Notte. Sono le 21.30, il ritrovo è intorno alle 22.00 a Pinerolo nel parcheggio della stazione. Questa volta sono in compagnia di tre ragazzi, tre amici conosciuti in sella, tra una randonnée e l’altra. Fabio arriva da Torino in treno ed è già lì quando arrivo, Claudio arriva da Saluzzo e ci raggiungerà poco dopo, mentre Emanuele è un mio compaesano che, intrepido, sceglie di venire in bici fino a lì.
C’è chi ha già sonno e dobbiamo ancora partire, c’è chi guarda preoccupato i nuvoloni neri e minacciosi sopra le nostre teste, c’è chi (io) freme dalla voglia di partire per un’altra avventura.
Le previsioni meteo sono catastrofiche: rischio idrologico su tutto l’arco alpino, con possibili episodi di grandine, raffiche di vento e piogge torrenziali. Bene. E noi abbiamo deciso di fare 250 chilometri di soli passi montani. Temporali e nubifragi mi hanno resa irrequieta per tutto il giorno. Dalla finestra di casa osservavo le montagne nella direzione in cui sarei dovuta andare io, come se potessi capire che tempo e che clima ci potesse essere da quelle parti. Le cinquanta sfumature di grigio non promettono nulla di buono.
Dalla regia mi comunicano che a Chianale c’è appena stata una bella grandinata. Claudio arrivando da Saluzzo ci dice che a dieci minuti da Pinerolo diluvia. Ottimo, sempre meglio. Ma noi non ci tiriamo indietro. Alle 22.15 è tutto pronto e partiamo.
TAPPA 01: PINEROLO – COLLE DELL’AGNELLO
Pinerolo al sabato sera è caotica, dobbiamo districarci tra il traffico e i giovani in vena di fare festa, ma nel giro di una decina di minuti usciamo da quella baraonda. Il primo tratto del percorso sappiamo tutti sarà decisamente noioso, le cose inizieranno a farsi interessanti da Chianale, dove comincia l’ascesa al Colle dell’Agnello, l’obiettivo della nottata.
Tutto sommato 95 chilometri di falsopiano. Claudio fa strada, ci dirigiamo verso Bricherasio, attraversiamo il ponte di Bibiana e puntiamo Cavour. Si pedala bene, il traffico è accettabile, le strade un po’ meno, ma filiamo via veloci. Da Cavour tagliamo fuori Barge e arriviamo a Revello, attraversiamo il Po e raggiungiamo Saluzzo, dove decidiamo di prendere un bel caffettino in pieno centro. Adoro Saluzzo, è una bellissima cittadina “viva”, il centro storico nel fine settimana brulica di gente, ti fa proprio venire voglia di farti una passeggiata digestiva dopo cena o anche solamente sederti su una panchina a chiacchierare alla luce dei lampioni.
Le strade sono bagnate, segno che ha smesso di piovere da poco. Ripartiamo e proseguiamo verso Manta, poi Piasco, poco dopo arriviamo a Venasca e, così, via dicendo a Brossasco, Melle, fino a Sampeyre. Da qui iniziamo un lungo tratto di strada provinciale in mezzo a boschi disordinati e caotici di betulle e faggi, disseminati su di un letto di erba alta e sterpaglie. Deve aver piovuto parecchio a giudicare dallo scroscio fragoroso delle acque del Varaita e dalle pozzanghere insidiose che si sono formate per via delle buche nell’asfalto.
C’è silenzio, c’è pace. Emanuele e Fabio hanno un altro passo, io e Claudio saliamo tranquilli, ma capisco che c’è qualcosa che non va, non si sente tanto bene, lo noto soprattutto nei primi tornanti di una simpatica frazione denominata Caldane. Arriviamo a Casteldelfino intorno l’una e ci fermiamo sotto il campanile a fare scorta d’acqua e a vestirci: il clima è decisamente fresco e, appena ti fermi, i brividi si scatenano lungo la schiena. L’umidità è impressionante. I boschi caotici di betulle e faggi lasciano il posto a pinete fitte e ordinate.
Poco più avanti inizio a scorgere il laghetto artificiale di Ponte Chianale e intuisco che la pacchia sta per finire, da qui ci aspettano quindici chilometri intensi, specie gli ultimi otto, con pendenze medie del 12-13% e strappi al 15. Purtroppo più la salita si fa impegnativa, più Claudio accusa un forte mal di stomaco. Non va, decide che è meglio tornare indietro. Perdiamo un po’ di tempo per prendere una decisione sul da farsi. Mi spiace davvero per lui, so cosa significa non sentirsi bene e doversi fermare, ancor di più so come ti senti quando gli altri non vogliono lasciarti da solo e si vincolano a te. Ti fa sentire ancora peggio.
Fabio decide di accompagnarlo giù, non lo facciamo andare da solo di notte e propone che io ed Emanuele proseguiamo il giro. Un dibattito, idee e sentimenti contrastanti. Dico che ho intenzione di proseguire, anche da sola se necessario, ma arrivati sin qui sarebbe un peccato abdicare al giro. Emanuele è titubante, Fabio imperscrutabile. Claudio continua ad insistere dicendoci di andare, di non preoccuparsi. E’ veramente nobile da parte sua. Probabilmente più nobile di quanto decido di fare io. Alla fine anche Emanuele decide di scendere e tornare indietro. Scelte. Saluto e resto sola, ma del resto si rimane soli sempre, prima o poi e io viaggio sempre da sola, giorno o notte che sia.
Proseguo col magone. Sono le quattro, mi rassicura il fatto che tra poco più di un’ora finalmente farà giorno. Ripenso e rimugino sull’accaduto. Forse non ho fatto la mossa migliore, ma alla fine siamo autonomi. Ciò che conta è che chi è in difficoltà non resti solo.
Mi sento in forma, le gambe girano bene e anche nei tratti più aspri salgo in scioltezza. Nell’oscurità vedo solo gli occhi gialli, abbagliati dalla mia frontale, delle mucche che riposano nei pascoli lungo la strada. Inutile sottolineare il fatto che non ci sia anima viva.
La temperatura scende mano a mano che salgo, il freddo si fa sempre più pungente. Il cielo schiarisce e i contorni delle montagne appaiono sempre più nitidi, comincio a vedere le catene montuose dietro di me. Che meraviglia. Quando è ormai quasi giorno, la mia attenzione viene attirata dal rumore di piccole pietre rotolanti. Sposto lo sguardo verso l’alto e vedo un gruppetto di stambecchi che guardano incuriositi e, forse, un po’ spaventati nella mia direzione. Mi domando come riescano a stare in equilibrio su pareti rocciose tanto ripide, quasi verticali. Sono uno spettacolo, silenzioso ed elegante. Mi fermo ad osservarli per qualche istante e provo a scattargli una foto.
Arrivo in vetta al Colle dell’Agnello che sono le sei del mattino. E’ bellissimo da lassù, dall’alto dei suoi 2750 metri posso ammirare le montagne imponenti e maestose tutto intorno, adornate di piccole nuvole rosa-arancio, pennellate sfumate di una nuova alba. Termina la Val Varaita e posso ammirare la Valle del Queyras, che si disperde a vista d’occhio fino a scontrarsi con altre montagne.
Il Garmin segna che ci sono due gradi. Immaginavo avrebbe fatto piuttosto freddo in cima, quindi mi vesto pesante per prepararmi alla discesa, indosso tutto quello che ho. Non basta, inizio a scendere e attacco a tremare come una foglia. La discesa è lunga, ma morbida, un po’ nervosa solo in alcuni tornanti.
Tremo talmente forte che traballa il manubrio, non riesco a tenerlo fermo, è più forte di me. Che freddo. Non ricordo l’ultima volta che ho sofferto il freddo in quel modo, mi sono letteralmente congelata.
Decido di rallentare per diminuire il flusso d’aria gelida. Non mi sento più mani e piedi, comincio a tamburellare con le dita sulle leve per riattivare la circolazione, serve a poco. Provo a muovere le dita dei piedi nelle scarpe, ma le sento a malapena. E’ una sofferenza, spero finisca presto. Normalmente le discese uno spera non finiscano mai, ma non in quelle condizioni. Nella mia testa spero presto di poter ricominciare a spingere sui pedali, esclusivamente per riscaldarmi!
La risalita inizierà solamente dopo aver superato Chateau Queyras, piccolo agglomerato di case il cui castello troneggia su un promontorio roccioso. L’effetto è suggestivo.
Finalmente comincio a stare un po’ meglio. Un falsopiano mi porta verso Arvieux. Il primo colle è fatto, mi mangio il primo panino, mi godo il sole nascere e mi riscaldo un po’. L’Izoard è lì di fronte, ad attendermi, baciato dal primo sole.
TAPPA 02: COLLE DELL’AGNELLO - COL D’IZOARD
Ho percorso 135 chilometri, sono quasi le 7.30 del mattino e la temperatura inizia ad essere più ragionevole, tuttavia il Garmin rileva appena otto gradi. Sfilo i manicotti e tolgo l’antivento, non fa per niente caldo ma voglio evitare di arrivare in cima all’Izoard sudata e umidiccia.
Il primo tratto è tranquillo, le pendenze sono dolci, salgo e scendo godendomi lo scenario: sono in un canalone d’origine fluviale, pizzicata tra due pareti montane ricoperte di pini; i prati sono verdissimi e curati, la chiesa di Saint-Laurent all’ingresso di Arvieux è la protagonista di un quadro quasi dolomitico, ricorda molto la chiesetta di Colfosco. Ci sono quattordici chilometri di salita per arrivare in vetta, la pendenza resta costante intorno all’8-9%, ma l’ascesa mi rilassa a tal punto che quando arrivo all’ultimo tornante quasi mi dispiace.
Non è né eccessivamente aggressiva, né lunga e noiosa, ti dà il tempo di rifiatare tra uno strappo e l’altro e goderti il panorama mozzafiato sulla valle.
Le casette di legno sono decorate da sagome di biciclette, ce n’è dappertutto, di tutte le forme e colori. Dev’essere passato da poco il Tour de France, l’asfalto è costellato da scritte e frasi colorate e mi distraggo leggendole tutte mentre salgo. Mi impressiona la quantità di scritte tricolore per Fabio Aru, i suoi tifosi han dato libero sfogo alla loro vena artistica.
In una curva panoramica approfitto della presenza di un tavolo e delle panche per sedermi dieci minuti a rifiatare e assaporare fino all’ultimo dettaglio di un poster in scala reale; come vorrei poter stare lì, immobile a pensare, nel silenzio urlante dei miei pensieri. Chiudo gli occhi e sospiro, mi nutro di quel momento di libertà. Mi sento molto “zen” e vago nella mia introspezione. Andare in bici non è soltanto pedalare, è anche questo e, quando mi trovo da sola, lontana da tutto e tutti, ne passo veramente tanti di momenti così. E’ meglio di qualsiasi “chiacchiera”, di tutte le parole, di qualsiasi voce umana.
In quel silenzio ti accorgi di poter cogliere suoni e rumori che altrimenti non sentiresti. E’ meraviglioso ciò che la montagna può regalarti e, sebbene in quel dipinto non sono che un piccolissimo puntino insignificante, non mi sento persa, non mi sento sola, mi sento esattamente così come dovrei sentirmi sempre: libera di essere, lì esattamente nel posto giusto al momento giusto.
Abbandono il mio eden e riprendo a salire, non manca molto e ho voglia di vedere cosa troverò in cima. Raggiungo il secondo colle intorno alle 09.30. C’è un banco enorme di caramelle, cerco di distogliere lo sguardo, onde evitare che la mia golosità prenda il sopravvento e faccia una razzia. Altri ciclisti arrivano dal lato opposto, la salita da Briançon è meno dura a giudicare dal cartello che mette a confronto le due varianti. Si sta bene, il sole è caldo nonostante ci siano pochi gradi e decido di mangiare lì il secondo panino, seduta di fronte al pilone celebrativo dell’Izoard. E’ stata davvero una bellissima salita.
TAPPA 03: COL D’IZOARD – MONGINEVRO
La discesa dall’Izoard è tanto bella quanto la salita appena affrontata, con l’unica differenza che raggiungo i settanta orari al contrario dei sette di media e che mi diverto un casino senza faticare.
La strada scende armoniosa, le curve sono dolci, ti cullano fino in fondo alla valle e ti permettono di osservare un altro stupendo versante montano. La bici va da sola, non devo far altro che assecondare le sue lievi inclinazioni. Venti chilometri di estasi, l’altra faccia degli stupefacenti. Il freddo non morde più come sull’Agnello, complice anche un sole sicuramente più forte e deciso.
Arrivo a Briançon e inizio a girovagare per il paese senza una logica ben precisa, la traccia è confusa e mi regala uno strappo cittadino al 13% che non avevo previsto. E dire che l’ho fatta io. Dettagli.
Ho l’impressione di girare su me stessa, ma mi fido del gps. Mi guardo intorno alla disperata ricerca di un po’ d’acqua, ma ovviamente quando cerchi una fontanella non ne trovi una nel raggio di dieci chilometri. Si sente che sono scesa di quota, il clima in città è torrido e soffocante quasi quanto il traffico, i gas di scarico infestano l’aria e bruciano la gola. Trovo dei giardinetti, mi addentro, mi godo un po’ d’ombra e trovo finalmente una fonte idrica, faccio rifornimento velocemente e riparto, sono quasi le 10.30 è ora di rimettersi in marcia e puntare Monginevro.
Il morale è alto, sono soddisfatta del viaggio fatto sino a qui e so che ormai la parte più dura è andata, non restano che due salite di circa dieci-quindici chilometri ciascuna, dopo di che la strada è tutta a scendere.
La via che porta a Monginevro è molto trafficata e tortuosa, la pendenza non è mai aggressiva, ma la trovo poco coinvolgente e mi annoio. Cerco di distrarmi osservando il panorama: Briançon pare un ricordo lontanissimo tant’è distante, pare microscopica laggiù in fondo alla valle.
Non ci impiego molto a salire, la fatica comincia a farsi sentire, ma soffro per di più la strada, il caldo, la noia. Questa volta non ho con me l’mp3 e non posso ripiegare sulla musica per intrattenermi.
Poco dopo inizio a scorgere i primi impianti sciistici, capisco che sono arrivata. E’ sempre stato un posto caro al mio cuore: su quelle piste ho imparato a sciare, ad andare sullo snowboard, ho passato delle belle giornate sulla neve con i miei amici. D’estate stento a riconoscerlo, ma è ugualmente affascinante.
Attraverso le vie del paese, il passaggio in galleria è vietato a ciclisti e pedoni, quindi faccio la passerella in mezzo ai negozi e ai passanti. E’ coinvolgente.
Saluto la mia infanzia e i miei ricordi e inizio a scendere. Ho pedalato per 180 chilometri, ne restano una settantina per tornare a Pinerolo. Mi fermo a Claviére cinque minuti per mangiare il terzo panino per il terzo colle e poi punto Cesana. Dopo dodici ore in sella finalmente percepisco il profumo dei luoghi familiari e delle montagne di casa. Non mi resta che affrontare il Colle del Sestriere, l’ultima fatica di giornata.
TAPPA 04: MONGINEVRO – SESTRIERE e rientro a Pinerolo
Scendo da Monginevro gasatissima. La strada è larga e mi permette di buttarmi a capofitto nei suoi immensi tornanti. Neanche me ne accorgo e già sto risalendo. Fabio ci aveva informati del fatto che oggi ci sarebbe stata la Gran Fondo del Sestriere e che ci sarebbero potuti essere dei blocchi lungo la strada.
Infatti, ben oltre la prima parte di salita inizio ad incontrare squadre di AIB, Protezione Civile, Polizia e addetti alla corsa.
Accidenti, è mezzogiorno, sono perfettamente in linea con i tempi, mi devono bloccare proprio ora?
Spero di no, spero di poter passare comunque. Mentre percorro la strada del Sestriere mi superano vari scooter della scorta tecnica, ma nessuno mi dice nulla e proseguo. Era una vita che non percorrevo quella strada, ovviamente era la prima volta che la facevo in bici. Non ricordavo come fosse, pensavo fosse più impegnativa. L’affronto rilassata. Dopo l’Agnello e l’Izoard, oggi nulla mi impensierisce. E’ solo il caldo e un po’ la stanchezza dell’ennesima notte insonne a darmi un pugno sul naso gli ultimi tre chilometri, quelli più tosti.
Mi supera l’auto dell’inizio gara ciclistica. Penso che da un momento all’altro mi raggiungeranno i primi della corsa. Che ansia. Faccio finta di nulla e vado avanti. Sento qualcuno dell’organizzazione dire che sono già tre chilometri più sotto. Bene, per quanto siano veloci, io sono più avanti, non verrò colta da una massa impazzita di granfondisti posseduti dal demonio. Arrivano alla spicciolata, mi viene chiesto di tenermi a sinistra e così faccio. Cerco di passare inosservata. Nonostante la bici carica di borse, alcuni spettatori pensano stia gareggiando e mi urlano frasi di incitamento. Sorrido divertita per il “misunderstanding” e proseguo, ormai sono arrivata.
Sestriere brulica di gente. Voglio fuggire da quel caos. Vedo che la strada per scendere verso Pinerolo è bloccata, le auto non possono scendere, i ciclisti stanno salendo, sono tantissimi. Perdo tempo a districarmi tra corridori, pubblico e marciapiedi insidiosi.
Mi fermo vicino ad una pattuglia e chiedo se si può scendere verso Pinerolo. Fortunatamente mi comunicano che le bici possono passare, mi suggeriscono solamente di tenermi bene sulla destra e di fare attenzione alle auto e ai ciclisti che salgono. Ringrazio e mi lancio giù per gli ultimi 50 chilometri di falsopiano e discesa che mi separano da Pinerolo. L’ultimo panino lo mangio scendendo, non ho più voglia di fermarmi e perdere altro tempo. Nuvoloni minacciosi iniziano a spargersi nel cielo e scende qualche goccia, devo aumentare il passo. Finalmente penso che posso riposarmi un po’ e andare avanti per inerzia, ma invece si alza un vento maledetto che mi sposta pericolosamente con le sue raffiche improvvise.
Mi rannicchio sulla bici, la testa bassa nascosta dietro al borsello, pinzo il telaio con le ginocchia e tengo i piedi paralleli. Mi sembra la stessa posizione della discesa nello sci, “a uovo” la chiamano. Lo scopo è quello di essere il più aerodinamico possibile e, tutto sommato, la differenza la noto; appena mi abbasso prendo velocità senza il minimo sforzo. E’ bellissimo. E’ divertente. E’ adrenalinico. Scendo ai 45 di media, dando qualche pedalata ogni tanto quando la strada spiana. Tengo il manubrio stretto tra le mani, il vento mi frena di tanto in tanto, ma riesco a “tagliarlo” di prepotenza. Non voglio prendere pioggia almeno oggi. Devo scendere e in fretta. Sestriere. Borgata. Pragelato. Soucheres Basses. Fraisse. Pourrieres. Fenestrelle. Depot. Mentoulles. Villaretto. Roure. E poi il cartello di Perosa Argentina. E’ evidente che ormai manca poco e sto scendendo veloce senza accorgermene. Pinasca, Villar Perosa, San Germano Chisone, Porte. Entro ad Abbadia Alpina, attraverso il centro di Pinerolo e raggiungo la stazione dove trovo la mia macchina ad aspettarmi. Mi libero di ogni fardello, casco, guanti, occhiali, borselli, scarpe. Corico la bici in macchina e mi metto immediatamente sulla strada di ritorno. Ho bisogno di una doccia e di dormire. Ho bisogno di metabolizzare un altro grande traguardo raggiunto, ma non adesso, non lì, non in quel momento.
La digestione è lenta, va assecondata, non va forzata. Adesso la mente è un caleidoscopio di immagini e sensazioni, devo riordinare le idee e riprendermi un po’.
E’ stato un altro fantastico viaggio, sebbene non dovesse andare proprio così. Ho terminato il giro da sola e non avrei voluto, ma neanche volevo tornare indietro. Le mie gambe reclamano salite, la mia mente chiede di essere messa sotto torchio nelle lunghe distanze, in previsione di qualcosa di ben più grande, di un capitolo che sarà tutta un’altra storia, un’avventura che spero di potervi raccontare tra un paio di mesi.
Tutto questo non è che la rincorsa prima del grande salto e spero di riuscire, ancora una volta, a spiccare il volo. Verso l’infinito….e oltre!
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SUSA – MONCENISIO – COL DE L’ISERAN – COL DU PETIT SAINT BERNARD - AOSTA
“Giri sensa cugnisiun” – Episodio 1, Sulle strade dell’Alpi4000
Non c’è niente di peggio di avere delle Randonnée in programma e non poterci andare. Sapere di dover essere ad Oderzo, ma non poterci essere, sapere che domenica prossima ci sarà il “Tour Blanc” e avere la certezza di non potersi unire a coloro che partiranno.
Per quel che riguarda “la Toscano” è quasi pericoloso, perché poi capitano queste cose. Capita che sei talmente innervosito dal non poter partecipare ad una randonnée, che la randonnée te la studi, te la inventi, te la fai in autonomia. Vuoi un percorso che sia allenante, dovevi essere ad Oderzo, ricordi? Ecco, quindi ci va qualcosa di montano, qualche colle, mica puoi guardare solo il chilometraggio, devi vedere il dislivello positivo, devono esserci “salite salite salite”. Il problema è che ho poco tempo, quindi che fare? Lunedì si lavora, devo almeno calcolare di arrivarci per tempo. Come sempre faccio male i conti, quindi, quello di cui leggerete riguarda solo metà del percorso che avevo in mente! Si fa quel che si può e, ogni tanto, un po’ di buon senso riaffiora…
TAPPA 01: CUMIANA - SUSA Arrivo a casa da lavoro alle 19.45 di sabato sera. Stanca, ma non stanchissima, però me ne andrei volentieri a dormire. Una bella cena e poi gli ultimi preparativi. Alla fine decido che, per fare con calma il giro che ho in testa, devo partire in notturna. Sì, va bene, ma a che ora? Qui a casa me lo chiedono continuamente e la risposta è: “Ah, non saprei, vedo quando mi va”. Mezzanotte? Le due? Le quattro? Sono veramente indecisa, partirò quando arriva l’ispirazione. Un po’ di relax dopo cena, è tutto pronto, devo solo decidermi. Sono pigra, ho paura che alla fine lascerò perdere, ma invece no. L’ispirazione arriva e decido di mettere la sveglia all’1.15, partenza alle 02.00. Tempo di dormire forse un’oretta o due, la sveglia suona, mi alzo, faccio una pseudo colazione (?!?!), monto le luci e parto in notturna, in solitaria, in “maccchemmmenefrega a me”.
La prima tappa è piuttosto tranquilla, quasi noiosa considerato quello che ho intenzione di fare. Dalla Colletta di Cumiana, dove abito, fino a Giaveno è discesa, poi un falsopiano mi porta fino ad Avigliana. Da lì costeggio il Lago Grande e mi affianco alla montagna, la devo costeggiare tutta fino a Susa per evitare la statale. Passo tra i paesi e i borghi della Val di Susa. Nonostante sia sabato notte non incontro molti deficienti mezzi ubriachi in vena di urlarmi insulti o frasi oscene, quindi pedalo tranquilla, a tratti immersa nell’oscurità dei boschi, a tratti nei centri abitati. Sarà l’aria famigliare, sarà che queste strade le ho percorse più volte di giorno, non mi sento così inquieta a viaggiare di notte, da sola. Un mezzo attacco d’ansia mi prende quando mi si para di fronte un enorme (e anche brutto!) cinghiale. Fermo, immobile, mi fissava. Probabilmente neanche lui sapeva cosa diavolo stessi facendo combinata così, con luci rosse e bianche ovunque. Tiro dritto senza darci troppo peso, anche se il cuore per un attimo mi è balzato in gola. Per arrivare a Susa sono circa 45 chilometri; da Avigliana proseguo per Sant’Ambrogio, poi arrivo alla Chiusa di San Michele, da lì proseguo per Vaie e tiro dritto per Sant’Antonino di Susa. Restano ancora da attraversare Villarfocchiardo e San Giorio di Susa. La traccia mi vuole far andare a Mattie e poi a Meana di Susa, ma vedendo che la statale è completamente deserta, decido di tirar dritto e optare per la direttissima, anche per fare prima. Nel giro di un’ora e mezza concludo la prima tappa del percorso, non sono neanche le quattro del mattino ed è ancora veramente buio. Mi preparo a scalare la prima fatica di giornata, attraverso Mompantero e Venaus e mi dirigo verso Novalesa, da lì salirò al Moncenisio.
TAPPA 02: SUSA - MONCENISIO Finalmente lontano da tutto e da tutti. Finalmente ci sono solo io, la mia bici, un lieve cono di luce, il bosco e la notte. Da lì fino alla statale del Moncenisio, alle prime luci dell’alba, non incontrerò anima viva. Da Susa al Moncenisio sono una quarantina di chilometri, praticamente sempre in salita. La notte è fresca e umida, il clima è perfetto. Questa volta non c’è neanche la luna a farmi compagnia, ma un cielo nerissimo, limpido e stellato. Bellissimo. Salgo da Novalesa, ne approfitto per fare scorta d’acqua e inizio la serie di tornanti e tornantelli che mi attendono. Non vedo niente, solo gli alberi intorno a me che sembrano stringersi sempre di più. Una coppia di tassi cicciottelli mi attraversa la strada all’improvviso e per poco non cado. Che spavento, però erano carini, sebbene non così amichevoli, il verso che mi hanno fatto non penso potesse equivalere ad un “Ciao! Ma che bello incontrarti!”. La strada si inerpica a zig zag sempre di più, in alcuni tratti il Garmin mi segnala pendenze dall’11 fino al 15%. Una goduria. Sono queste le salite che piacciono a me, quelle che ti fanno saltare in piedi sulla sella, tirare e spingere a denti stretti, e guadagni quota in pochissimi metri. In tutto sono 5 o 6 chilometri così, con pendenze minime dell’8-9%, poi arrivata al Comune di Moncenisio, comincia una divertente discesa in mezzo al bosco di altri 5 o 6 chilometri, che mi trasporterà sulla Statale. Sono le cinque del mattino passate, le montagne iniziano a farsi visibili e da ombre nere e imponenti, si tingono di verde, di grigio e di bianco. Lo vedo là, massiccio e silenzioso, il “mio” Rocciamelone. Quante volte ho accarezzato la sua vetta, quante volte ancora vorrei potermi godere lo spettacolo da lassù. Il sole irrora timidamente i suoi contorni di una debole luce quasi aurea. E’ meraviglioso. Giungo sulla statale, ormai è chiaro, inizio a vedere il mondo intorno a me. La strada tiene una pendenza costante del 7-8% fino alla vecchia dogana. L’asfalto è perfetto e si sale su bene. Incrocerò sì e no tre o quattro macchine, ma di fondo ci sono soltanto io. Il pezzo di strada sotto la diga è leggermente più impegnativo, nel giro di sei o sette tornanti lunghi ed ampi mi trovo praticamente a bordo lago. Il panorama merita un secondo per rifiatare e godere di quello spettacolo: le montagne intorno si riflettono nell’acqua, duplicando il loro splendore. La strada costeggia tutto il Lago del Moncenisio, sentieri sterrati ci girano attorno, penso che un giorno o l’altro ci tornerò in Mountain Bike, per scoprire nuovi orizzonti e allenarmi a fatiche diverse. Il Colle, ufficialmente, è appena superato questo tratto, quando si inizia a cambiare versante, siamo a quota 2081 m e sono quasi le otto del mattino, l’aria è fresca, mi devo vestire, il clima di montagna inizia a farsi sentire. Da qui inizio a scendere e mi dirigo verso Lanslevillard, dove inizierò la terza tappa del mio tour montano, verso il Col de L’Iseran.
TAPPA 03: MONCENISIO – COL DE L’ISERAN Lanslevillard. Un bellissimo centro abitato molto caratteristico: case di legno e pietra una vicina all’altra, che sembra quasi un presepe. Da qui comincio, con molta calma, a dirigermi verso la seconda fatica di giornata e, sicuramente, la più impegnativa. Appena sopra Lanslevillard decido di fermarmi a mangiare un panino, una piccola pausa prima di iniziare l’ascesa, mi sembra un ottimo modo anche per godermi il panorama fiabesco che ho tutto intorno. Riparto, c’è talmente tanta calma e non c’è anima viva che decido di ascoltarmi un po’ di musica. Non amo isolarmi completamente dal mondo e non sentire cosa mi succede intorno mentre vado in bici, ma non c’è davvero nessuno! Grossi pericoli non ne dovrei correre, basta continuare per la mia strada tenendomi a destra e andrà tutto bene. Mi sparo nelle orecchie qualcosa di commerciale, giusto per darmi una sveglia e un po’ di ritmo alla pedalata. Ho l’impressione di fare una seduta di spinning all’aperto. Fichissimo. La strada prosegue verso Bessans in leggero falso piano, giusto per riavviare un po’ i motori. Da Lanslevillard ci sono una ventina di chilometri piuttosto monotoni, fino ad arrivare a Bonneval sur-Arc, dove inizia effettivamente la salita al Col de l’Iseran: dodici chilometri circa di ascesa costante con pendenze medie sempre dal 7 al 9% con strappi all’11 e al 12 e spiani al 3 e 4%. E’ segnalato ogni singolo chilometro e viene indicata anche la pendenza media e l’altitudine relativa a quel punto, in modo da avere un’idea di quanto dislivello manca ancora alla vetta. Inizio a salire e guardo verso il basso: Bonneval sur-Arc è meraviglioso, un altro esempio di case di pietra una attaccata all’altra, ma decisamente più rustico, più montano. Curatissimo in ogni dettaglio, i francesi ci sanno fare con le loro fioriere e le fontane nei tronchi d’albero, nulla viene lasciato al caso. I primi tre chilometri salgono decisi, sempre intorno al 9 e al 10%, poi segue un chilometro di tregua che spiana e scollino in una valle incantata; le montagne qui sono un po’ diverse, sono verdissime e paiono di velluto, verrebbe voglia di accarezzarle, sembrano ricoperte di muschio. Non lasciamoci incantare dalla bellezza, perché la salita si fa sempre più dura. Incontro altri ciclisti, tutti francesi, salgono a ritmi decisamente più elevati, ma al di là di questo io ho già un centinaio di chilometri nelle gambe e ancora due Colli da scalare, meglio centellinare le energie e far poco la “sborona”. Gli Eiffel 65 e poi i Sum 41 mi accompagnano nella scalata e tutto sommato mi aiutano a distrarmi dalla strada, il tempo sembra passare più veloce. La mente vaga, persa in tutto e niente. Il traffico si fa più intenso tra motociclisti, auto e camper, è il caso di salire facendo molta attenzione, anche se qui i cafoni sono decisamente meno che da noi e, anche se per sbaglio ti beccano un po’ in centro strada, non ti suonano, attendono semplicemente che ti sposti, ti lasciano il tempo, quasi come a non voler rovinare l’atmosfera magica di un luogo così incantato. C’è ancora la neve in alcuni punti e quei “muraglioni” bianchi così vicini alla strada fan quasi rabbrividire, sia mai che si stacchino di colpo proprio mentre passi! Suggestione mentale dovuta alla fatica. Avevo letto che gli ultimi due o tre chilometri erano quelli più duri. Confermo, qui le salite non scendono sotto il 10%, ma chissenefrega, ormai sono arrivata, sono carichissima. Un tizio in uno degli ultimi tornanti mi fa delle foto mentre salgo, mi rincorre (manco andassi alla velocità della luce) e mi molla un bigliettino da visita. E’ una bella idea. Ci sono dei fotografi appostati qua e là che immortalano le tue fatiche e i tuoi sudori e poi, se vuoi rivederti in quelle pietose condizioni, puoi contattarli e acquistare le foto. Ironicamente, devo pure pagare per vedere quanto stavo soffrendo….?!?! Andrò a cercarle online, sicuramente. Ho iniziato a salire da Bonneval alle 08.40, arrivo in cima alle 10.30. Non so se è un buon tempo, ma poco importa, ci sono arrivata con le mie gambe e con i miei ritmi, non esistono primati e record nella mia testa. Tra centauri e ciclisti l’Iseran brulica di gente, persone felici di essere lì, chi dopo una grande fatica, chi semplicemente per passare una domenica diversa. Tutti ridono e scherzano, fanno la fila per farsi fare la foto di fronte al cartello imponente del Colle, che ricorda i suoi 2770 metri di altezza. L’aria che si respira è pura, fresca, carica di libertà e spensieratezza. Chiedo ad altri ciclisti piemontesi come me se gentilmente mi scattano una foto, li ringrazio e ricambio il favore. Dieci minuti di tregua e mi godo lo scenario. Un francese mi domanda senza chiedersi se fossi francese o meno, se capissi o meno la sua lingua, se non avevo freddo in maniche corte e mi suggerisce di vestirmi prima di scendere, “Qui’il fait froid!”. Gli sorrido, rispondo subito in italiano per fargli capire che non ero una compatriota e poi sfoggio il mio miglior francese. Mi vesto e riparto. E’ ora di scendere e puntare l’ultimo Colle: il Piccolo San Bernardo.
TAPPA 04: COL DE L’ISERAN – COL DU PETIT SAINT BERNARD Quasi trenta chilometri di discesa ripagano una salita impegnativa come quella appena affrontata. Scendere è stato divertimento puro. Non amo la velocità, ho toccato i 68 orari, ma non era facile districarsi tra auto, moto, altri ciclisti che scendevano e salivano. Sono le 10.30 del mattino circa e il traffico gradualmente si sta facendo sempre più intenso. Sono costretta a fermarmi un paio di volte: il panorama è uno spettacolo indescrivibile, scattare qualche foto è d’obbligo. L’altezza ti dà un senso di potenza, ti carica, ti libera, ti riempie di energia, euforia ed esaltazione. Droga a costo zero. Tra me e me penso: “Cavolo, sono riuscita ad arrivare fin quassù con le mie gambe…fino ad un paio di mesi fa non l’avrei fatto neanche sotto tortura, ora non vedo l’ora di rifarlo.” Le stranezze della vita. La MIA stranezza! A malincuore continuo a scendere di quota, arrivo in Val d’Isére. L’ultimo tratto di strada è un disastro di buche e avvallamenti, tant’è che ho temuto di essere sbalzata dalla bici un paio di volte. A certe velocità è un attimo perdere il controllo, decido che forse è meglio ridimensionarsi e andare più piano. Proseguo e arrivo a La Reculaz, dove decido di fermarmi: inizio ad avere caldo e voglio togliermi l’antivento e, magari, mangiare un altro panino. Il paesaggio non è per niente male e ne approfitto. Mi affaccio sul lago e mi godo la mia libertà, la mia indipendenza, il mio pizzico di follia. Sono le undici passate, sono in sella da circa otto ore filate. Addento il panino con avidità, ne ho preparati tre e ho deciso di mangiarli come “premio”, uno dopo ogni colle scalato. Ad un tratto un ciclista si avvicina dal senso opposto e inizia a chiamarmi, salutarmi, mi sorride, come se ci conoscessimo. Lo guardo un po’ perplessa, perché subito non capisco cosa voglia da me. Penso, “ma è qualcuno che conosco?”. No, non mi pare proprio. Poi, si toglie la giacchetta e mi fa vedere la maglia della Verona-Resia-Verona che ha indosso, identica a quella che porto io in quel momento. Vedo la maglia e scoppio a ridere. Il mondo è piccolo, la fatalità è provvidenziale. Se fosse transitato di lì trenta secondi prima, avrei ancora avuto il giacchetto addosso e non avrebbe visto la maglia della VRV uguale alla sua, non mi avrebbe notata, non ci saremmo fermati a parlare e non avremmo goduto di quel piacevole momento di unione e fratellanza. Ridiamo entrambi, gli propongo di farci subito una foto insieme, ma quando mai capita una coincidenza simile e per di più in “terra straniera”?! Troppo bello. Mi racconta che è di Verona, grande amico di Musseu Murari, che sta facendo la Trans Alpes, un bel viaggetto di cinque giorni sui passi alpini fino a Mentone. Lo ammiro e un po’ lo invidio anche. Mi chiede cosa ci faccio lì, da sola. Gli spiego che sono partita alle due di notte da casa e sono salita al Moncenisio da Susa, che sono appena scesa dall’Iseran e che ora mi accingo a dirigermi verso il Piccolo San Bernardo, per poi raggiungere Aosta e rientrare in treno. Mi guarda a bocca aperta come se non fossi tanto normale. Oddio, nemmeno lui è molto sano di mente per fare un giro così da solo, quindi…si riprende dallo stupore e mi fa i suoi complimenti. Mi dà due dritte sulla salita che mi aspetta e ci salutiamo, chissà che non ci rincontreremo da qualche altra parte, un giorno, con la stessa maglia addosso…
Ancora divertita da quest’incontro puramente casuale proseguo il mio viaggio. Il pezzo di strada da La Reculaz fino a Sainte Foy-Terentaise è praticamente in lieve discesa e a tratti pianeggiante, una statale piuttosto movimentata e dal manto abbastanza accidentato. C’è il sole ma inizia a piovere, e forte anche. Il tempo di fermarmi e attrezzarmi, pedalo qualche chilometro e smette. Maccchecccavolo. “Adoro” le tipiche nuvolette di montagna, arrivano, portano la pioggia, passano in un attimo e non piove più. Beffarde. Poco prima di Sainte Foy-Terentaise esco fuori traccia e anziché tenere la destra per iniziare la salita al San Bernardo tiro dritto. Porca miseria. Mi monta il nervoso. Un amico mi aveva detto che salendo da lì era più dura, ma più corta. Invece, proseguendo, c’era modo di salire ugualmente, tant’è che le strade si sarebbero ricongiunte più o meno a metà e l’ascesa sarebbe stata più lunga, ma meno impegnativa. Rassegnata opto per recuperare la traccia salendo da quella variante, non ho nessuna intenzione di tornare indietro. Arrivata a Séez, giro a destra e inizio a salire: un bel cartello mi segnala che da lì ad arrivare al Colle del Piccolo San Bernardo ci sono ancora 26 chilometri. Dio mio. Mi sento male. E’ la mezza, comincio ad accusare un po’ di stanchezza e al sole fa caldo, ma per fortuna è tutto sommato un caldo sopportabile. Inizio a salire, ma non salgo mai veramente. La strada sale al 4-5%, monotona, costante, i tornanti sono lunghi due chilometri ciascuno e non c’è un filo d’ombra. Odio le salite così, mi ammazzano psicologicamente. Paradossalmente, avrei barattato quei trenta chilometri al 5% con quindici al 10%; dopo 150 chilometri pedalati con oltre 3000 metri di dislivello positivo, non sono proprio come bere un bicchier d’acqua. Fatico e non poco, le strade così mi stufano. Resto senz’acqua e inizio a preoccuparmi. Ho sete, ho caldo, ho bisogno di rinfrescarmi. Vedo un piccolo torrente e mi fermo, mi lavo la faccia, le gambe e le braccia, riempio la borraccia, ma so che non berrò mai quell’acqua, però almeno posso rovesciarmela addosso. Faccio bene, non troverò acqua potabile fino a La Rosière, quasi venti chilometri dopo, dove tra pochi giorni arriverà l’undicesima tappa del Tour de France. E’ già tutto decorato per l’occasione, si respira già l’atmosfera del grande evento. Vedo statue di cani San Bernardo e capisco che ormai manca poco alla vetta. Non sono allucinazioni, ci sono davvero! Lo idolatrano come una divinità. Nel giro di otto chilometri con vista mozzafiato concludo anche l’ultima fatica di giornata, anche il Piccolo San Bernardo è conquistato. Sono stanca e ho il polpaccio sinistro che non ne può più, credo di avere una contrattura e vedo le stelle ad ogni pedalata. Mi rivesto e scendo quasi subito, sono le 15.00 e devo raggiungere Aosta, che dista ancora una cinquantina di chilometri, e prendere il treno per tornare a Torino.
TAPPA 05: COL DU PETIT SAINT BERNARD – AOSTA Un’altra lunghissima discesa mi dà il tempo di rifiatare e di distrarmi dal dolore. Fa proprio male, non vedo l’ora di sedermi in treno e provare ad assopirmi. Comincio ad avere sonno e fame, inizio a voler desiderare una doccia e di sdraiarmi in un letto pulito e fresco. Ringrazio che da qui in avanti è tutto in discesa o simil pianura, ma fatico lo stesso. La temperatura non è più fresca e montana, ma calda e cittadina. Percorro la Statale 26 nervosamente, attraverso La Thuile, Prè-Saint-Didier, Morgex, Saint Pierre e tutte le località che ci sono in mezzo. Vado di fretta, non mi soffermo più di tanto ad osservare il paesaggio che, comunque è molto bello: i forti, i castelli, le chiese in pietra. Impossibile non notarli e non soffermarsi ad ammirarli. Guardo l’ora e sono le 16.15. Penso che non riuscirò ad arrivare in tempo per prendere il treno delle 16.28, mancano ancora 25 chilometri, punto a prendere quello delle 17.05. Oltre la stanchezza, oltre il sonno, oltre il dolore, oltre il caldo, c’è il vento che mi soffia contro e, quando la strada spiana, mi sembra di viaggiare a passo di lumaca. Correndo come una forsennata riesco ad arrivare alle 16.50 in stazione, acquisto il biglietto per me e per la bici e vado a cercarmi un posto. Arrivo ad Ivrea alle 18.05 e cambio treno, ma devo attendere la coincidenza per Torino fino alle 18.35. Viaggiare con la bici su certi convogli è tutt’altro che comodo. Intralci, non sai dove stare, la gente ti apostrofa male. Avessi avuto un trolley un po’ ingombrante, forse non mi avrebbero detto nulla. Vecchiacce ignoranti. Mi distraggo parlando con il controllore, appassionato di bici anche lui, di Chivasso. Mi chiede del mio giro, gli racconto tutto, gli racconto delle randonnée e di quel che amo fare. Probabilmente mi brillano gli occhi mentre gli spiego quanto sia bello, non distoglie lo sguardo un attimo e mi riempie di domande. Un po’ mi guarda come fossi una pazza, un bel TSO permanente e quasi sicuramente ha anche ragione di farlo. Tuttavia, siamo una bella tribù di gente che parte di notte e si spara 250 chilometri (e son persino pochi!) in bici. Non mi sento una da primato, tanto meno un’eroina della bicicletta. Mi sento solo una ragazza che ama le randonnée e le lunghe distanze, incontrare e parlare con gente proveniente dai posti più disparati, italiani o stranieri. Mi sento solo una che, avendo poco tempo disponibile, deve inventarsi notti insonni per poter fare qualcosa che la faccia sentire libera, felice, forte e un po’ speciale. Mi sento una randagia e mi piace. Ancor di più adoro la faccia che fate quando vi racconto queste cose, amo vedervi scuotere la testa increduli e senza parole, amo pensare che non tutti farebbero quello che faccio io, sebbene siamo tanti e sempre di più. Mi sento solo una ragazza testarda e cocciuta che va avanti per la sua strada, la strada di tutti, la strada di molti, la stessa strada che non sai mai dove ti porterà. Arrivo a Torino, mi vengono a recuperare. Doccia. Cibo. Chiudo gli occhi e cala il sipario. Un’altra sfida è vinta. Domani punterò a qualcosa di più.
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RANDONNEE "LA 333 DI ROMA, SULLE STRADE DELLA 999" - 600 KM
Venerdì 29 Giugno 2018.
Partita presto, partita all'alba, io, la mia bici e la mia macchina. La radio accesa, Vasco, assaporo il sole che nasce e mi sveglio un po'. Settecento chilometri, otto ore di macchina e un trilione di pensieri, mi separano dalla Città Eterna. Penso che sarà un'avventura bellissima, ma anche da cardiopalma. Sola, come sempre, questo è il viaggio più lungo che abbia mai fatto senz'altra compagnia di un disco e del rumore dell'asfalto sotto le ruote della mia auto. Ansie e paure si affollano nella testa, si mescolano ai brividi, alle vibrazioni che quest'altro grande tour centro italico sono sicura mi lascerà, come incise nella roccia.
Arrivo a Roma intorno alle 13.30. Prima impressione? Il degrado, quello di cui parlano tanto in televisione. E piange il cuore: solo noi italiani non ci rendiamo veramente conto del VALORE antico, monumentale e storico del nostro Paese e lasciamo precipitare tutto in rovina, alla stregua dei mucchi fetidi di immondizia ovunque e le strade che si sbriciolano sotto i nostri piedi. Roma ne è solo un macroscopico esempio, come capitale. Doccia al B&B di Via Flaminia, qualche ora di sonno "smaltimento viaggio" e verso le 19.00 mi dirigo al punto di ritrovo, "Centro Sportivo La Mirage" di Via Baiardo. Saluti, sorrisi, anche qui trovo randonneurs amici, gente tosta con cui ho avuto il piacere di condividere la strada in altre occasioni. Mi presento agli organizzatori, ma con mio grande stupore sanno già chi sono. C'è anche il presidente ARI, mi presentano:"Lei è la Toscano...c'era anche a Bologna, alla Ravorando!". Il suo commento mi ha fatto sorridere:"Eh ma la Toscano c'è dappertutto!". Vero, non ho mai mancato un colpo e i grandi appuntamenti di giugno me li sono sciroppati tutti. La "faticosa bellezza". La partenza è prevista per le 23.00, c'è il tempo di cenare, cambiarsi, rilassarsi e prepararsi al meglio per la nottata che ci aspetta. L’attesa è snervante, tutti abbiamo una gran voglia di partire. Alle 22.00 si apre il debriefing. Ci viene illustrato il percorso nelle sue particolarità, si organizza l'uscita dal centro di Roma ripartendosi in gruppi e affidandosi a randonneurs del posto, che conoscono la città meglio delle proprie tasche. E mi tranquillizzo, forse riuscirò a non perdermi a Roma, di venerdì notte.
TAPPA 01: ROMA - ANAGNI
L’uscita da Roma city passando dal centro storico mi turbava fin dalla prima rapida lettura del roadbook. Immaginavo il caos che potesse esserci di venerdì sera, tra auto e pedoni in strada e sulle piazze e immaginare una sessantina di ciclisti non molto sani di mente “zigzagare” in quella baraonda, mi preoccupava. Fortunatamente, la “fuga” da Roma pilotata da randonneurs indigeni è stata una scelta saggia e rassicurante. Mi aggrego al gruppetto guidato da Marina, il primo pezzo è sulla ciclabile del Tevere, o meglio, una stradina tinta di rosso e quasi interamente fagocitata dalla vegetazione in molti tratti. Non ero mai stata a Roma, mai avrei pensato di attraversarla in bici e in piena notte. E’ di una bellezza disarmante anche alla luce artificiale della sera. Costeggiamo il fiume, attraversiamo Piazza del Popolo e percorriamo la Via dei Fori Imperiali e me lo vedo là, di fronte, imponente nel suo massiccio splendore: il Colosseo. Finalmente posso dire di aver visto con i miei occhi l’icona italica. Ci giriamo attorno e fatico a tenere gli occhi sulla strada, ipnotizzata da quell’antica meraviglia. In un attimo me lo ritrovo alle spalle e via veloci verso Circo Massimo. Non riesco a scorgere molto della bellezza che ho intorno, ma la respiro, la percepisco, c’è un clima speciale nella Capitale e, per me che ci mettevo piede per la prima volta, è stato magico. Marina opta per tagliare fuori la Via Appia Antica e sceglie di percorrere la Via Appia Nuova, al fine di evitare a tutti una tortura lastricata di pietre millenarie e un fondo pericolosamente accidentato ed irregolare. Ci impieghiamo più di un’ora ad uscire dalla città. Le luci dei lampioni gradualmente si diradano fino a sparire, la notte si fa più intensa. Il gruppo si disperde e senza accorgermene mi ritrovo da sola, in salita, circondata dal nulla. La strada porta a Castel Gandolfo. Pedalo per più di un’ora immersa unicamente nei miei pensieri. Non scorgo nulla intorno a me. Il buio è talmente denso che ho la sensazione di trovarmi in una camera oscura, soffocata da solide pareti nere. Mi guardo indietro più volte, ma non scorgo nessuno. Sento solo il rumore delle pedivelle che girano e il mio respiro che salendo si fa più affannato. Mi pervade un vago senso di inquietudine: mi sento come stretta in una morsa. Piano piano il bosco si dirada e gli alberi si aprono lasciando spazio al cielo nero, tinto di una luna gigantesca che sfuma di luce bianca la notte densa e appiccicosa, l’umidità è impressionante. La luce della luna mi rasserena, la notte non fa più così paura. Alzo lo sguardo e in lontananza scorgo delle lucette rosse davanti a me “sballonzolare” nell’oscurità: c’è vita in questa notte buia! Vedendomi vagare sola illuminata come un albero di Natale, mi accolgono nel loro gruppo e raccontandoci un po’ chi siamo e da dove veniamo, arriviamo a Rocca di Papa. Prima di scollinare ci vestiamo. Il freddo è pungente e l’umidità incolla le dita al manubrio. Proseguiamo per Colleferro e intorno alle 3.15 del mattino raggiungiamo il primo controllo: Anagni, la Città dei Papi. I primi novanta chilometri sono andati veloci, non ci resta che mangiare qualcosa e proseguire, godendo del fresco che, già so, rimpiangeremo molto presto.
TAPPA 02: ANAGNI – SPERLONGA
C’erano una volta una torinese, una senese, una romana (ma abruzzese!!), un mantovano e tre randagi campani. Il gruppetto più pittoresco della storia! Ma come suonano bene insieme tutti quegli accenti e quelle inflessioni! E’ come una piccola orchestra, ognuno suona il proprio strumento, ma siamo tutti lì per fare la stessa musica. Un centinaio di chilometri ci separano dal secondo controllo a Sperlonga. I primi quaranta sono di quasi totale pianura, pedaliamo tranquilli in fila indiana, è ancora troppo buio per vedere qualcosa. Incrociamo poche auto ed è la pace dei sensi. Mi sento bene, stranamente il sonno se ne sta timidamente in disparte e mi lascia tranquilla tutta la notte. Da Ceccano la strada comincia a salire dolcemente, una salita quasi impercettibile che ci risveglierà lentamente fino alle prime luci dell’alba, quando decidiamo di fermarci per una prima colazione in un baretto di Vallecorsa. Si sta facendo giorno, togliamo le luci e l’antivento, la temperatura è ottima e si pedala bene. Sono ormai passate le cinque del mattino e il sole inizia a tingere d’arancione le cime dei monti intorno a noi, ma la luna non ci pensa ancora a lasciargli il ruolo di protagonista, ancora forte della notte appena passata. Il contrasto è bellissimo: la luna e il sole che si dibattono per farsi spazio, in un cielo forse troppo piccolo per ospitarli entrambi. Superato il Passo della Quercia del Monaco arriviamo a Lenola, dove una discesa di una decina di chilometri ci riporta giù verso Fondi ed Itri. La vista toglie il fiato: la strada è a strapiombo sul mare calmo ancora assopito e scendiamo veloci col vento fresco sulla faccia. Un fantastico quarto d’ora di libertà. Fermarsi per una foto e immortalare per sempre un momento così, è d’obbligo. Si ride, si scherza, ci si abbraccia, felici di essere lì, insieme, mezzi sconosciuti, completamente matti, ma tutti amici. Queste sono le randonnée, Signori miei. Nel blu dipinto di blu, senza accorgercene intorno alle nove del mattino arriviamo nella bella cittadina di Sperlonga, dove ci aspetta un ristoro ipercalorico alla “Pasticceria Fiorelli”, con i suoi “maxi” cornetti “ultra” farciti e “stra” buoni. Diamo il cambio ad altri compagni randonneurs arrivati prima di noi e ci rilassiamo in riva al mare prima di proseguire. Da una ventina di chilometri il ginocchio destro mi fa male, è un fastidio strano e mi fa preoccupare. Per sicurezza prendo un antidolorifico prima di ripartire, non posso lasciare che un ginocchio mi guasti la festa! Si sta così bene al fresco dell’ombra, ma è ora di andare. C’è ancora tanta strada da fare e il caldo comincia a farsi sentire.
TAPPA 03: SPERLONGA – ROCCAMONFINA
La terza tappa è breve, sessantasei chilometri di cui una cinquantina di pianura sul lungo mare, con qualche piccolo strappo, ma niente di impegnativo. Nel giro di poco arriviamo a Gaeta. La strada è noiosa e trafficata, c’è molto movimento: le famiglie vanno al mare, i turisti si riversano sulle spiagge, pare che la gente sia stressata anche oggi, che è sabato! Fa caldo, veramente caldo, l’aria è irrespirabile per gli scarichi delle auto e l’inquinamento, il sole picchia in testa e non sono neanche le 10.30. Proseguiamo per Formia e rientriamo nell’entroterra da Scauri, da qui la strada progredisce in un falsopiano fino a Sessa Aurunca, dove inizia la salita che porta a Roccamonfina. La strada si inerpica tortuosa all’interno del Parco Regionale. Allungo leggermente il passo, ho fretta di arrivare al controllo per avere un po’ più di tempo per riposare, ma vado al mio ritmo, senza strafare; in salita ognuno deve andare secondo le proprie possibilità e capacità, il ginocchio ha smesso di farmi male e ne approfitto. Guardo a monte per avere un’idea di cosa mi aspetta. Fumi si disperdono verso l’alto e tutto intorno: le sterpaglie lungo la strada bruciano e in alcuni tratti mi ritrovo a pedalare in mezzo alle fiammelle. Tutto regolare, le donne fanno il bucato e i bambini giocano nei cortili, come se nulla fosse. Respirare quel fumo a pieni polmoni, però, non è stato proprio il meglio che potessi sperare. Salgo agile, la pendenza non è proibitiva, ma è costante. Gli altri sono rimasti indietro, ma non credo di molto. Arrivo a Roccamonfina intorno alle 12.50, dove mi aspetta tanto cibo, dell’acqua fresca e altri randonneurs stanchi che ne approfittano per chiudere gli occhi qualche minuto. Divoro un piatto di pasta fredda, una bruschetta mega, due mozzarelle, una fetta d’anguria e un pezzo di crostata. La fame è una brutta bestia ed è dalla sera prima che non mangio “cibo vero”. Ci voleva per proseguire. Un quarto d’ora dopo arriva il resto della truppa. Alle 13.40 decido di ripartire in autonomia, tanto sulla strada ci si ritrova sempre. Mi aspetta la tappa più dura del percorso e devo affrontarla con cautela, nelle ore più calde della giornata.
TAPPA 04: ROCCAMONFINA – PESCASSEROLI
Ho percorso 260 chilometri, sono ormai più di dodici ore che sono in sella. Questa tappa è lunga e porta con sé quasi 2000 metri di dislivello, quasi un terzo del totale. Saluto gli altri e dico loro che inizio ad incamminarmi piano piano. Mi sono fermata quasi un’ora, il tempo è tiranno. Prevedo che non arriverò a Pescasseroli tanto presto, ma spero comunque di arrivarci che è ancora giorno. Da Roccamonfina mi lascio trasportare dai dieci chilometri di discesa “digestiva” all’ombra degli alberi, mi godo quella vaga sensazione di fresco prima che il caldo mi falci le gambe. Pedalare da soli ti apre la mente. Proseguo assorta nei miei pensieri nel primo tratto pianeggiante, da San Marzano Appio a Vairano Scalo e Vairano Patenora. Salgo dolcemente a Pratella, il paese dell’acqua Lete, dove scorgo una fontanella e mi ci fiondo immediatamente. L’acqua gelida mi rinfresca, mi bagno la testa, le braccia, le gambe e bevo avidamente, neanche avessi la possibilità di tenere riserve d’acqua come i cammelli, ma chissà quando mi ricapita un’altra fortuna simile! Riempio le borracce e riparto rinvigorita. Il cielo si cosparge di nuvoloni neri, si sente qualche tuono in lontananza, sembra che voglia piovere e tutto sommato non farebbe male un po’ di pioggia. Ci prova, scende qualche goccia, ma il temporale non arriva. Anche il tempo vuole illudermi, un po’ come la strada che mi aspetta. Proseguo per Fragneto e Capriati Volturno, senza accorgermene mi ritrovo in provincia d’Isernia: per un attimo lascio il Lazio e approdo in Molise. C’è un ristoro intermedio al chilometro 308, ben prima di arrivare a Pescasseroli, è quello il mio primo obiettivo. Inizio a leggere le indicazioni per Filignano e mi sento subito meglio. L’aria è bollente, le nuvole passano veloci e il sole non smette mai di tirarmi per i capelli. Finalmente appare il cartello di “Benvenuti a Filignano”, tra me e me penso “dai che ci siamo, manca poco”. La strada prosegue ancora e ancora, ma di Filignano manco l’ombra. Non so quanti chilometri dopo, a me comunque sono parsi tantissimi, un altro cartello di benvenuto, ma quattro case sparse e del paese nulla. Anche Filignano vuole illudermi, così come il tempo, così come la strada, così come questa maledettissima tappa infinita. Salgo ancora, sto facendo fatica, mi prende sonno. Eccola, la tanto temuta crisi di sonno, ha deciso di attanagliarmi alle cinque del pomeriggio, quando finalmente riesco a raggiungere ‘sto benedetto controllo. Caffè triplo, due red bull, tappa in bagno e intanto gli altri mi raggiungono e mi superano. Han trovato lungo anche loro. Meno male, credevo di avere soltanto io qualche “problema”. Non voglio perdere tempo, restano ancora ottanta chilometri e per giunta i più impegnativi, il bello deve ancora venire e io non riesco a tenere gli occhi aperti. Ciondolando a destra e sinistra proseguo lentamente sulla strada che porta a Scapoli. Si sale lievemente, i tornanti sono irregolari, frastagliati. Fai una curva e poi hai di fronte a te un drittone che pare infinito, poi arriva un altro tornante “a gomito” e continui a salire, piano, sempre più piano, perché cominci a sentire le gambe pesanti e la testa lorda. Non c’è nulla da fare, il sonno non mi molla e nelle discese inframezze chiudo gli occhi. Penso di averne dormite un paio, a dirla tutta. Provo a combatterlo canticchiando, ma questa volta il risultato è poco soddisfacente. Cambio canzone, ma nemmeno così riscontro grossi miglioramenti. Sono stanca, c’è poco da fare, e la sensazione di non progredire per niente è un pugno nello stomaco che ti lascia senza respiro. Più vado avanti, più perdo il senso del tempo e della distanza. Ho l’impressione di aver macinato chilometri su chilometri, ma in realtà sono sempre più o meno nello stesso punto. E’ avvilente, è snervante e il morale è scarso. Raggiungo di nuovo gli altri, vedo che anche loro vanno a rilento. Mi lancio giù per la discesa e riprendo fiato. Il panorama è stupendo. Siamo “spersi” in mezzo alle montagne, i paesini sono arroccati sui promontori, agglomerati di case che paiono sospesi nel vuoto e incastonati nella roccia. E’ una visione piacevolmente insolita, ma qui è normale amministrazione. In qualche modo raggiungo Castel San Vincenzo col suo splendido laghetto uscito da qualche film fantasy, mancano solo fate e folletti a completare il bel quadro. C’è addirittura chi fa il bagno, ma devo ammettere che inizia finalmente a fare frescolino, in fondo sto salendo di quota e due chilometri dopo arrivo al valico di San Francesco, con i suoi 1054 m s.l.m., al confine tra L’Aquila e Campobasso. Dopo cinque interminabili chilometri raggiungo Alfedena. E’ ora di cena, il sole sta tramontando e ho ancora un bel pezzo di strada davanti a me. Cerco di aumentare un po’ il passo, ma non ne ho più. Vorrei solo scendere dalla bici e sdraiarmi su di una panchina a dormire. Provo a distrarmi dalla strada a dai chilometri che mancano pensando a qualcosa di bello, di piacevole, qualcosa che mi mette di buon umore. Un po’ mi aiuta e la strada passa un po’ più veloce. Sta facendo di nuovo buio, dannazione. Volevo arrivare a Pescasseroli di giorno, ma niente, non ce l’ho fatta. Mi fermo a montare di nuovo luci, lucine e lucette. Arrivo a Barrea che è praticamente notte, riesco ancora a scattare una foto dello splendido lago con un chiaro barlume dietro le montagne sagomate. Poi, la mazzata finale: vedo l’indicazione per Pescasseroli, ancora 21 chilometri. Lì avrei voluto veramente mandare tutti al diavolo e tornarmene a casa, nel mio morbido letto. Mi incazzo, pesto sui pedali con rabbia e frustrazione. E’ buio pesto e ancora una volta mi ritrovo in una strada in mezzo ad un bosco, contornata da mille lucciole intermittenti. Sembrano occhi famelici e sale un senso d’inquietudine. Leggo il cartello “ATTENTI AGLI ORSI” e non mi sento per niente rassicurata. Come se non bastasse, orde di cani randagi affollano quelle strade, probabilmente pastori di qualche gregge nascosto nel buio, io sento solo qualche belato, ma non vedo nulla. Lo scenario è da brividi e io sono da sola. Non mi sento più Biancaneve, ma Cappuccetto Rosso che sta cercando in tutti i modi di arrivare dalla nonna col suo cestino della merenda, con il lupo cattivo alle calcagna che potrebbe saltar fuori da un momento all’altro da quella fitta oscurità. Pedalo più forte che posso per quanto ne ho, per quanto riesco, per quanto posso. Torna il freddo, ma non mi fermo a vestirmi. Torna l’umidità e le dita mi si incollano nuovamente al manubrio. Arrivo a Pescasseroli che sono ormai le 22.00 passate. Voglio solo liberarmi di ogni cosa, della bici, delle luci, dei vestiti sporchi, mangiare e provare a dormire. Poco prima di me è arrivato anche Fausto, randagio di Biella conosciuto a Bologna alla Ravorando. Ha forato nella notte ed è rimasto solo, abbandonato a sé stesso. Mi chiede se sono sola, gli rispondo di sì, gli spiego che gli altri erano con me, ma non so a che punto fossero perché si sono fermati per strada, che sono ore che vago da sola. Allora mi propone di mangiare insieme, dormire qualche ora e ripartire intorno alle cinque del mattino. Va bene, mi va bene tutto, pur di non ritrovarmi ancora spersa da sola nei boschi in mezzo ai lupi e agli orsi. Arrivano telefonate di randonneurs che hanno deciso di ritirarsi e chiedono di essere recuperati. E’ stata veramente dura per tutti, per alcuni molto di più. Mangiamo come se non mangiassimo da settimane. Cerco di darmi una ripulita, ma mi prende freddo. Mi corico sul materassino, sono stravolta, ma ho i brividi e così non riesco a chiudere occhio. Mi viene in mente di avere la metallina nel borsello, corro subito a prenderla. Appena mi infilo nel sacco, un’ondata di calore mi pervade e crollo immediatamente, mi addormento per poco e poi mi risveglio, disturbata dall’andirivieni di altri stanchi viandanti. Diciotto “microsonni” di un quarto d’ora non faranno mai una dormita completa, ma è meglio di niente, è meglio che essere soli, al freddo, in un bosco, nella notte.
TAPPA 05: PESCASSEROLI – CASTEL DI TORA
Alle 04.30 apro gli occhi, per l’ennesima volta. Anche l’ultimo microsonno è terminato. Vedo che anche Fausto è sveglio e, senza pensarci due volte, decidiamo di rimetterci in marcia. Gli altri sono già partiti, ma sono sicura che li ritroveremo presto, in qualche bar. Da Pescasseroli c’è ancora un falsopiano schifoso come quelli del giorno prima e poi un lunghissimo tratto di discesa. Fa freddo, veramente freddo per essere il primo di luglio, ma d’altronde siamo praticamente in montagna, è normale. Nemmeno l’aria fredda sulla faccia riesce a ridarci un tono, imploro Fausto di fermarsi al primo bar aperto perché ho bisogno di un caffè. Come mi aspettavo, gli altri li ritroviamo proprio in quello stesso bar. Mi tracanno due cappuccini e mi divoro due saccottini alla nutella, ancora caldi, una prelibatezza. Mi bevo l’ultima red bull rimasta da Filignano e ho l’impressione di essere veramente pronta per ripartire. Questa dovrebbe essere una tappa “facile”, a parte una piccola “gobbetta” di qualche chilometro è tutta pianura e falsopiano; ma non fa niente, abbiamo già 400 km nelle gambe e due notti insonni, nulla si può definire semplice in quelle condizioni e con il caldo che presto tornerà a martellare le nostre teste. Un paio di soste per forature, nel giro di un’oretta passiamo Avezzano e proseguiamo per Scurcola Marsicana. Il tratto è pianeggiante, ma la stanchezza prende il sopravvento e al primo cavalcavia mi rendo conto di aver raggiunto quasi il punto limite. Resto indietro, ma prima Antonella e poi Fausto mi aspettano. A Tagliacozzo la crisi raggiunge il culmine. Ho sonno, ho veramente voglia di dormire. Ci fermiamo in panetteria, mi mangio una pizzetta e spero serva a riaccendere i motori. Niente, sono alla frutta. Marina mi consiglia di fermarmi e chiudere gli occhi un quarto d’ora. Le dico che se mi fermo a Roma non ci arrivo più. E’ metà mattina, mancano un centinaio di chilometri e dobbiamo rientrare entro le 16.00. E’ un rischio che non voglio correre. Fondamentalmente sono abituata a queste crisi, normalmente durano una o due ore e poi passano da sole. Questa volta però non ne sono così sicura, non ho la certezza di riuscire a riprendermi davvero e questo mi manda fuori. Cerco comunque di ostentare calma e provo con tutte le forze mentali rimaste a scacciare questa preoccupazione. Non mi fermo, proseguo lentamente, anzi, ad una lentezza disarmante. Dico loro di non curarsi di me, di andare al loro passo. Ovviamente la risposta è negativa.
TAPPA 06 – CASTEL DI TORA - ROMA
Fausto si sacrifica e resta al mio fianco, mi trascina fino a Castel di Tora, dove mangiamo ancora qualcosa, ma non voglio fermarmi tanto, sono quasi le 11.00 e mancano ottanta merdosissimi chilometri a Roma, ciò significa ancora tre o quattro ore di sella almeno. Cerco di godermi ancora un po’ il panorama, ma sono letteralmente rapita da un sonno indescrivibile. Castel di Tora è un posto veramente speciale, il lago, il Castello sulla roccia e il paesino che inerpica tutto intorno. Veramente bello, ma io voglio porre fine alle mie sofferenze ed arrivare a Roma il prima possibile, buttare la bici in un fosso e sdraiarmi all’ombra di una pianta con una bella birra fresca in mano. C’è ancora un’ultima salita non da poco di cinque o sei chilometri. Vi ho già parlato del caldo, quindi non ve ne parlerò più. Io e Fausto saliamo in modalità “risparmio energetico”, sta diventando una sofferenza per tutti e i chilometri rimanenti sembrano ormai pochi, ma in realtà sono ancora tanti. Più volte abbiamo l’impressione di scollinare, ma subito dopo arriva un’altra rampa maledetta a stroncare tutto il nostro entusiasmo. Ci versiamo continuamente acqua addosso, come si fa con le balene arenate sul bagnasciuga. Serve, a poco, ma serve. Finalmente arriva la discesa, da qui in avanti dovrebbe essere una passeggiata. Riesco a riprendermi un po’, quel tanto che basta per tenere un’andatura dignitosa. Ci fermiamo due volte al bar, prima per un gelato, per rinfrescarci poi. Trentacinque chilometri ci separano dalla Città Eterna, ripartiamo galvanizzati da questa notizia e filiamo veloci sulla Salaria. Entusiasmo che sbiadisce sulla Via Tiberina, dodici chilometri per entrare nella Capitale, sfracassati di buche, crateri, cose dell’altro mondo. Le mani e i polsi mi fanno male per tutti gli scossoni, perdo il ritmo, devo rallentare per evitare di spaccare tutto e arrivare a Roma con le ruote quadrate. Il Garmin mi segnala che ci sono 37 gradi. Possibile, l’aria è bollente e non si respira. Rientrare in città è stato snervante, le strade devastate, il traffico, le prostitute. Non è proprio un bello scenario per una Capitale, così come non è bella una ciclabile così trascurata e che paesaggisticamente offre una profumata vista sui depuratori romani. Poco mi importa in quel momento, resta un solo chilometro, l’ULTIMO di seicento dannatissimi chilometri e dopo 39 ore di viaggio, finalmente ritorniamo al punto di partenza, dove tutto è iniziato finalmente tutto finisce. Veniamo accolti con entusiasmo, il presidente Luca Bonechi e gli organizzatori vengono a complimentarsi con noi. Abbracci e foto di rito. Il sonno è passato, adesso è tempo di sorridere e ripensare a quanto abbiamo sofferto, a quanto abbiamo patito, ma soprattutto a quanto siamo stati tosti per sopportare tutto questo. Un’altra decina di randagi arriva ancora dopo di noi, applausi, urla, bravi tutti. Ci facciamo una doccia veloce e ci mangiamo una bella pizza tutti insieme. Una volta tolti di dosso caschi, occhiali, tutine da bici, si scoprono realmente i volti delle persone con cui hai trascorso tantissime ore, che due giorni prima nemmeno conoscevi e due giorni dopo hai l’impressione di conoscerli da una vita. L’entusiasmo supera di gran lunga la stanchezza e si festeggia un’altra grande impresa. Se ripenso a quanto ho sofferto, mi viene da piangere, mi viene da ridere, mi viene da chiedermi perché ho scelto questa vita da randagia. La risposta in fondo non è poi così complicata: tutto questo è VITA, è ossigeno puro nei polmoni, ogni sensazione è amplificata, è come un nervo a fior di pelle. Senti che CI SEI, che se vuoi, puoi tutto. E’ un mondo di testardi, matti-cocciuti, che del dolore ne han fatto una terapia: soffrire è alla base di ogni grande soddisfazione nella vita, che non è altro che una randonnée “un po’ più lunga”.
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Randowarrior 300 km - Noale (VE)
Ancora una volta in sella ad una bici.
Ancora una volta sempre più ad est, questa volta, dopo la Verona-Resia di domenica scorsa, ci spingiamo quasi fino a Venezia. La 300 di Noale quest'anno fa da palcoscenico al Raduno della Nazionale Italiana Randonneur, appuntamento a cui proprio non volevo mancare, un po' per l'unicità dell'evento, un po' per curiosità e per sbirciare le maglie dei nazionali del prossimo quadriennio. Tra i primi 70 ciclisti aventi diritto ad entrare nel club, ci sono anch'io! Bello. Non avrei mai creduto di riuscire a chiudere la serie di brevetti 200-300-400-600 al primo anno di esperienza. In realtà mi son buttata a capofitto nei lunghi chilometraggi, che sono poi quelli che ti fanno veramente amare ed apprezzare (a tratti "odiare"!!!) questa faccia del ciclismo.
Meeting, si parla di progetti, di idee, di proposte, tutto con l'unico scopo di migliorarsi. Si parla dell'Alpi4000, cotanto mostro che partirà a fine luglio e della Parigi-Brest del 2019, appuntamento in programma: stay tuned! Si cena, ci si rilassa un attimo prima della partenza, prevista per le 22.30. Si prospetta una nottata fredda sui passi che dovremo affrontare nella notte e, infatti, per una volta ci sarà un clima in linea con le mie esigenze psico-fisiche. Prepariamo luci, lucine e lucette e partiamo dal centro storico di Noale, il tempo di una foto, due risate e ci ritroviamo a cavalcare nella notte i primi 30 km di pianura che ci porteranno verso la prima sfida della serata: il Passo San Boldo. Sei chilometri di salita con diciotto tornanti ci cullano a tratti non troppo dolcemente fino alle gallerie finali e poi giù, la discesa e poi di nuovo su verso il Valmorel. Prima della salita al Nevegal, forse la più temuta, ma forse anche la più sopravvalutata della giornata, piombo nel sonno. Gli occhi si chiudono, in discesa le curve spariscono tramutandosi in una linea retta. Non devo chiudere gli occhi, ma è più forte di me. Quando il sonno ti attacca così violentemente o ti fermi o....inizi a canticchiare! La canzone è sempre la stessa, ritmata come una filastrocca, per concentrarmi sulla cadenza. La canto penso almeno una decina di volte dall'inizio e finalmente il sonno un pochino molla la presa. Non sono impazzita, vi assicuro che è un ottimo modo per tenersi svegli! Saliamo al Nevegal, quattro chilometri al 10% con strappi al 14, ma mi aspettavo qualcosa di molto più "terribile". Forse perché fondamentalmente erano "solo" quattro km e, nella notte, li fai senza accorgertene. Le discese infondono un freddo pungente fuori stagione, ma che per me è quasi una manna del cielo. Sempre meglio che morire soffocati dal caldo sotto un sole cocente! Ci si veste e si scende...per risalire, ancora! Resta ancora un'ultima interminabile salita, definita "pedalabile" dagli organizzatori. Per carità, certamente se non pedali, non vai avanti! Ma ancora adesso sono convinta di avere una concezione personale di "pedalabile" nettamente in contrasto con quanto volessero intendere! Tredici km di salita fino a Tambre, la fantomatica salita al Passo del Cansiglio. Lunga, sfibrante, mai violenta, ma snervante nella sua pacata costanza. Ubriacati dai tornanti arriviamo barcollanti al primo bar aperto di giornata che era già giorno da un po'. Pausa. Ci vuole per ripartire, perché non è finita lì. Si sale ancora, piano, pianissimo, un po' sto seduta, un po' "saltello" sulla sella perché il sonno ritorna, ma meno aggressivo, rilanciato dall'ascesa lenta, monotona e...interminabile! Al Cansiglio finalmente ci ristoriamo, ma si deve salire ancora fino al Crosetta. No, ma quando finiscono queste salite?!?!? La risposta è effimera e cruenta: MAI. Si scende. Una discesa lunghissima e divertente, ci lanciamo a capofitto surfando sull'asfalto, che neanche Froom scendendo dal Colle delle Finestre.
Il panorama è mozzafiato, ma sono troppo concentrata a pesare bene le curve per godermelo davvero. Imbacuccati come gli sherpa sull'Everest, ci fermiamo per toglierci l'abbigliamento invernale. Il sole ha fatto capolino deciso e inizia a fare caldo, ma comunque l'aria è fresca, grazie al cielo! Crediamo tutti che il peggio sia passato, ma ovviamente no. C'è ancora una salitella di qualche chilometro. Quella è stata il completamento della tortura, ma per fortuna l'ultimo ristoro non è distante e un pochino mi riprendo. A completare il quadro di una giornata degna di un giro sulle montagne russe a Gardaland, un susseguirsi di sali-scendi collinari letteralmente spacca gambe ci conducono fino all'ultima parte di quasi totale pianura fino a Noale, dove ci attende un meritato banchetto. Che dire...ci hanno assicurato che avremmo avuto male alle gambe e infatti, non posso negare di non sentirmi leggermente "disabile" in questo preciso istante! Questa Randonnée mi ha letteralmente sciupata con le sue salite, è stata FORSE la più impegnativa di tutte per me, nonostante il chilometraggio "ridotto" rispetto alle sue "sorelle", l'altimetria severa ha mietuto non poche vittime. Peccato aver affrontato i passi più belli in piena notte, limitando la vasta degustazione di scorci e panorami di cui tanto ho sentito parlare. Tuttavia, è stata una rando severa ma giusta, un ottimo allenamento per chi come me ancora non ha un grande feeling con le salite.
Inutile sottolineare ancora una volta come questa esperienza sia stata valorizzata da ben sette Nervianesi. QUALCUNO, in un momento probabilmente di lieve "delirio da sonno", mi ha definita Biancaneve e i Sette Nani! Siete troppo forti! Grazie di tutto ancora una volta.
E ora non ci resta che pensare alla 333 di Roma...ma poi, giuro, mi prendo una, penso, meritata "pausa di riflessione". Alla prossima avventura!!!!
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